Autore: Roberto D’Alimonte

  • Il M5s avanza pescando dal centrosinistra: i flussi elettorali a Milano e Bologna

    Il M5s avanza pescando dal centrosinistra: i flussi elettorali a Milano e Bologna

    di Roberto D’Alimonte, Matteo Cataldi e Aldo Paparo

    A Milano la competizione per la carica di sindaco ha ancora un sapore bipolare. Questo ci hanno detto i risultati del primo turno elettorale nel capoluogo lombardo. Sala è davanti a Parisi di meno di un punto percentuale (appena 5.000 voti) e i due candidati assieme sfiorano l’83%.

    Dai flussi elettorali che il CISE ha stimato tra il primo turno delle elezioni comunali precedenti e il primo turno delle attuali emerge che a Milano, come Fassino a Torino, Sala sia riuscito a raccogliere una quantità di voti significativa in uscita dai candidati di centrodestra: un quinto degli elettori della Moratti del 2011 ha optato per Sala (un elettore milanese su venti) e la stessa scelta è stata compiuta dal 40% degli elettori dell’allora candidato di centro Palmieri. La strategia di “sfondamento al centro” sembra avere dato qualche frutto. Tuttavia ancora più sostanzioso sembra essere il prezzo pagato in termini di insoddisfazione della propria base. Infatti Sala, come del resto Fassino, ha perso più del 50% dei voti della propria coalizione cinque anni prima. A Milano però il prezzo più alto è stato pagato all’astensione: un terzo degli elettori di Pisapia non è infatti tornato alle urne nel 2016, mentre poco meno del 10% ha scelto il candidato del Movimento 5 stelle, Corrado.

    Nel centrodestra buona prova di Parisi che riesce a riportare alle urne quasi due terzi degli elettori della Moratti (63%) e intercetta un quarto dei voti di Palmeri e Calise. Interessante poi rilevare come i voti del candidato del Movimento 5 stelle provengono per oltre la metà da Pisapia e circa un quinto dagli astenuti del 2011.

    Tabella 1 – Milano (sindaco): Destinazioni 2016 degli elettorati 2011 (primo turno)dest

    circolare_milanoTabella 2 – Milano (sindaco): Provenienze 2011 degli elettorati 2016 (primo turno)prov

    Passando a Bologna, Merola conferma poco più della metà dei propri elettori del 2011 (52%), mentre uno su cinque si astiene ed una quota non molto inferiore passa a Bugani del Movimento 5 stelle (12%). La coalizione di centrodestra a Bologna sosteneva la candidatura di Lucia Borgonzoni che però veniva sfidata dal candidato di PdL e Lega del 2011 che si è presentato con una propria lista civica. Bernardini sembra aver mantenuto una quota di voti piuttosto bassa rispetto alle precedenti comunali (13%) mentre poco più di un terzo è rimasto fedele al centrodestra votando la Bergonzoni.

    Nel capoluogo emiliano il tasso di fedeltà maggiore rispetto alle comunali del 2011 è stato quello del Movimento cinque stelle. Bugani, che già aveva corso per la carica di sindaco 5 anni prima, conferma circa sei elettori su dieci che costituiscono circa la metà dei voti ottenuti in questa tornata. Anche qui una metà dei voti del cinque stelle proviene dagli elettori del centrosinistra 2011.

    Tabella 3 – Bologna (sindaco): Destinazioni 2016 degli elettorati 2011 (primo turno)dest

    circolare_bolognaTabella 4 – Bologna (sindaco): Provenienze 2011 degli elettorati 2016 (primo turno)prov

    In conclusione, da una sguardo d’insieme alle analisi di flussi finora svolte, emerge una straordinaria volatilità. A cinque anni di distanza metà dell’elettorato ha cambiato voto. E questo non riguarda solo centrodestra e centrosinistra. Anche il Movimento 5 stelle, pur crescendo, ha perso per strada quote rilevanti del proprio nucleo originario. Persino De Magistris a Napoli, che ha ottenuto 40.000 voti in più di cinque anni fa, ha perso un terzo dei propri elettori. Certo in questi cinque anni molto è cambiato. Ci trovavamo allora in un quadro bipolare. In questo senso appare interessante rilevare come, nonostante l’espansione dell’offerta elettorale, la scelta più frequente di quanti hanno cambiato comportamento sia stata il non voto.

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore dell’8 giugno

  • Partiti e coalizioni la mappa dei ballottaggi

    Partiti e coalizioni la mappa dei ballottaggi

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 7 giugno 2016

    Sono elezioni difficili da decifrare. Come spesso succede quando si vota a livello locale. Le percentuali di voto ai partiti dicono poco o nulla perché sono troppe le liste civiche che falsano il risultato. Inoltre nei 132 comuni superiori ai 15mila abitanti, e dove si è votato con il sistema maggioritario a due turni anche nelle precedenti elezioni, solo in 21 casi il sindaco è già stato eletto. Per gli altri occorre aspettare il 19 giugno. Cinque anni fa negli stessi comuni i vincitori al primo turno erano stati 40. Il fenomeno non è solo legato alla presenza di un terzo polo – il M5s – ma anche alla crescita della frammentazione.

    Restringendo l’analisi ai 24 capoluoghi di provincia i sindaci eletti sono quattro: Cagliari, Rimini, Salerno e Cosenza. Come si può vedere nella tabella, nei primi tre casi ha vinto il candidato del centrosinistra, a Cosenza quello del centrodestra.

    Tabella 1 – Risultati percentuali al maggioritario nei comuni capoluogo

    sintesi capoluoghi

    I risultati definitivi sono troppo pochi per poter trarre delle conclusioni affidabili. Ma i numeri nudi e crudi raccontano solo una parte della storia. Il M5S non ha vinto ancora in nessuno dei 132 comuni, ma è un dato oscurato dall’ottimo risultato della Raggi a Roma e della Appendino a Torino. Bastano questi due casi per dare l’idea di un grande successo del Movimento. Ma il quadro complessivo è più variegato. A Milano, Napoli, Bologna non è andato bene. Nella maggior parte dei 132 comuni superiori la sfida per la vittoria finale rimane una contesa senza un candidato pentastellato. I ballottaggi che vedono in corsa il M5S sono solo 19 (11 con un candidato di centro-sinistra, 3 casi con un candidato di centro-destra, 2 con un candidato di destra, 3 con un candidato di liste civiche). In questo il M5S paga il fatto di correre da solo contro candidati sostenuti da coalizioni formate da più liste. Alla fine dei giochi non saranno molte di più di ora le città governate dal M5S, ma il risultato finale di Roma e Torino sarà determinante. A Roma è molto probabile che la Raggi sia il prossimo sindaco e a Torino l’esito del ballottaggio è incerto. E questi due comuni contano molto di più di Parma e Livorno che fino ad oggi rappresentano i due maggiori successi del M5S.

    Torino merita una riflessione a parte. In fondo i risultati di Milano, Roma e Napoli rispettano più o meno le aspettative. Torino no. Roma è stata una città governata male dove il Pd aveva una montagna da scalare. È una specie di miracolo che Giachetti sia arrivato al ballottaggio. Torino invece è una città governata bene, con un sindaco che gode di un buon livello di popolarità. E nonostante ciò Fassino rischia di non essere riconfermato. Perché? Abbiamo fatto i flussi elettorali tra il primo turno del 2011 e quello di oggi. Nel 2011 Fassino ottenne 255.242 voti, il 56,7% e vinse subito. Adesso ne ha presi 160.023, il 41,8%. Dove sono finiti i 90mila voti che mancano? Una parte, il 14%, è andata verso l’astensione ma il 32% è andato direttamente alla Appendino. Questo è il dato più clamoroso. Solo in parte compensato dal fatto che il 26% degli elettori del candidato del centrodestra nel 2011 hanno votato Fassino nel 2016. In sintesi Fassino ha “sfondato” al centro, ma ha perso di più verso il M5S. Cosa ci sia dietro questo fenomeno è cosa da approfondire.

    Intanto tra due settimane vedremo come si comporteranno al secondo turno gli elettori di sinistra e quelli del centro-destra. Sarà un test interessante. E altrettanto interessante sarà il voto degli elettori del M5S a Bologna dove al ballottaggio si sfidano il candidato del Pd e la candidata della Lega Nord. Per il Pd e il centro-sinistra in generale è presto per fare un bilancio. Bisogna vedere cosa succederà a Milano e soprattutto a Torino e Bologna. Le sconfitte a Roma e Napoli erano attese. Complessivamente i dati non sono del tutto negativi. Il centrosinistra ha già vinto in tre capoluoghi di provincia, tra cui Salerno dove il suo candidato ha ottenuto addirittura il 70% dei voti, e questo è un caso cui andrebbe dedicata maggiore attenzione. In 17 capoluoghi di provincia su 24 è andato oltre il 30%. Ha vinto in moltissimi comuni sotto i 15mila abitanti. Ha collezionato il maggiore numero di ballottaggi: 83 comuni sui 111 in cui ci sarà un secondo turno. Il Pd ha confermato di essere il primo partito nel paese. Quello con un radicamento territoriale più diffuso. Però dimostra anche una fragilità preoccupante in certe aree. Renzi non ama dedicarsi al partito. Preferisce il governo. Ma qualcosa dovrà fare. Da quanto tempo non si riunisce la segreteria? Ha senso che uno dei vice-segretari, per quanto brava, sia anche presidente di una giunta regionale?

    Anche per la valutazione dello stato di salute del centrodestra occorre aspettare i ballottaggi. Al momento il risultato non è esaltante, ma nemmeno disastroso. A Roma e Torino è andato male, ma nella capitale poteva andare meglio se fosse stato unito. Però anche dove era unito le percentuali di voto dei suoi candidati-sindaco sono andate raramente oltre il 30%. Nell’insieme dei 24 comuni capoluogo questo è successo 8 volte. Tuttavia ha vinto a Cosenza ed è andato bene a Milano, Trieste, Pordenone, Varese. Né si può sottovalutare il fatto che i suoi candidati andranno al ballottaggio in 54 comuni su 111. Dentro il centrodestra il vero problema è il declino di Forza Italia. Solo a Milano il partito di Berlusconi ha ottenuto un risultato discreto. In molti capoluoghi è ben sotto il 10%. Anche in questo caso però occorre cautela. La presenza di molte liste civiche rende problematica la lettura di questo dato. Ma la crisi di Forza Italia è evidente. Solo la vittoria di Parisi a Milano potrebbe attenuarne temporaneamente la portata. In ogni caso resterebbe aperto il problema della ricomposizione di questo schieramento. Tanto più che alle prossime politiche in competizione ci saranno le liste e non le coalizioni, se l’Italicum non cambierà.

    In sintesi, siamo di fronte ad un quadro molto frammentato, che presenta luci e ombre per ognuno dei maggiori schieramenti. Non si può dire che questa consultazione abbia un vincitore o riveli una tendenza definita. È una altra fotografia di un paese fluido.

  • L’Europa tra Brexit e Rexit

    L’Europa tra Brexit e Rexit

    di Roberto D’Alimonte

    Publicato sul Sole 24 Ore del 11 maggio 2016

    Il Brexit è un grosso rischio per l’Europa. Ma ce ne è un altro meno noto ma altrettanto pericoloso: il Rexit, cioè la sconfitta di Matteo Renzi al referendum sulla riforma costituzionale il prossimo Ottobre. Molti non credono che il premier si dimetterà veramente in caso di sconfitta. Ma sbagliano. Lo farà. La personalizzazione del referendum è un’altra delle sue scommesse. Si può discutere all’infinito se abbia fatto bene o no a trasformare questa consultazione in un plebiscito.  Ci sono buone ragioni a favore dell’una o dell’altra tesi. Da una parte è difficile negare che la riforma costituzionale sia l’atto più significativo del suo governo. Un suo fallimento si rifletterebbe molto negativamente sulla credibilità del premier sia in Italia che all’estero. Dall’altra parte è inevitabile che la personalizzazione del referendum mobiliterà contro di lui una quota- impossibile da quantificare- di elettori che sono indifferenti o addirittura moderatamente convinti dei meriti della riforma, ma a cui il premier non piace e che sfrutteranno l’occasione per metterlo in difficoltà. Ma la questione veramente rilevante non è questa. Renzi ha fatto la sua scelta. Questo è oggi un fatto. Adesso può vincere o perdere.  Cosa succederà se vince e cosa succederà se perde? Questo è quello che ci deve interessare.

              Nel primo caso il governo è salvo. Continuerà a navigare come ha fatto finora barcamenandosi senza troppi problemi tra Bersani e Verdini.  Qualche mese dopo il referendum ci sarà il congresso del Pd, come ha già annunciato Renzi nella ultima direzione del suo partito. E’ molto probabile che le elezioni si terranno alla scadenza naturale, nel 2018. Dopo la eventuale vittoria di Renzi al referendum questo sarà un parlamento ancora più governabile di prima. La stragrande maggioranza dei suoi membri non sarà ricandidata. Conservare il seggio per un altro anno fa comodo, anche per poter maturare il diritto al vitalizio. Uno strumento questo da non sottovalutare come meccanismo di stabilizzazione degli esecutivi. In questo scenario l’unica incertezza riguarda la partecipazione al voto. Posto che vincere è la questione essenziale. Con quanto Renzi potrebbe vincere farà una qualche differenza sulla sua capacità di leadership. Ma tutto qui.

              Il secondo caso è il Rexit. L’Italia non è un paese normale. In Europa non tutti si sono accorti che l’anno scorso è stata approvata una riforma elettorale maggioritaria valida solo per la Camera lasciando in piedi il sistema proporzionale del Senato. E’ stato fatto anticipando l’esito positivo della riforma costituzionale.  Una volta trasformato il Senato in una camera delle autonomie, che non dà la fiducia al governo, il problema della coesistenza di due sistemi elettorali così diversi sarebbe sparito. La fuga in avanti si spiega con la necessità di tranquillizzare deputati e senatori sulla durata della loro permanenza in parlamento. Mettendo nelle mani di Renzi una riforma elettorale inservibile si sono conquistati una assicurazione sul loro mandato. Così facendo però si è creato un grosso rischio.

              Infatti, se la riforma costituzionale non sarà approvata e il Senato conserverà i suoi attuali poteri, avremmo un sistema elettorale che darà un vincitore alla Camera, mentre al Senato non solo non ci sarebbe alcun vincitore ma ci sarebbero quattro partiti rappresentati – Pd, M5s, Fi e Ln- che non riuscirebbero a fare alcuna maggioranza. In più se si andasse a votare e nessuno arrivasse al 40% dei voti alla Camera, ci sarebbe un secondo turno che si terrebbe dopo che è noto il risultato definitivo- e inconclusivo – del Senato. Insomma, un brutto pasticcio che rende il ricorso alle urne improponibile. E allora dopo il Rexit cosa potrebbe succedere?  Un altro governo Monti?  E quale riforma elettorale si potrebbe fare per rendere congruenti i sistemi di voto di Camera e Senato?   E’ difficile immaginare che l’Italicum della Camera sia esportato al Senato. Molto più realistica è l’ipotesi che sia il sistema proporzionale del Senato ad essere esportato alla Camera. In fondo è quello che vogliono i sostenitori del No al referendum.

  • Nuovo Senato e Italicum, perchè ai grillini conviene il Sì al referendum

    Nuovo Senato e Italicum, perchè ai grillini conviene il Sì al referendum

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 8 maggio 2016

    Continuano a circolare sondaggi molto favorevoli al M5s. Il dato più interessante non è tanto la percentuale delle intenzioni di voto ma quello sull’esito di un eventuale ballottaggio fra Matteo Renzi e Luigi Di Maio. Come è noto, il ballottaggio è previsto dal nuovo sistema elettorale, l’Italicum, nel caso in cui al primo turno nessuna lista prenda il 40% dei voti. Già a Novembre su questo giornale avevamo pubblicato un sondaggio da cui risultava che Di Maio avrebbe potuto battere Renzi. Da allora altri sondaggi hanno indicato la stessa cosa. Sappiamo bene che sondaggi fatti ora a freddo sono poco attendibili, e sappiamo altrettanto bene che i quando i margini sono così risicati -del tipo 51 a 49- il risultato è poco significativo. Ciò premesso, non si può però sottovalutare che questi dati sono indicativi di un fenomeno: la competitività del M5S in uno scontro a due con il Pd. Questa è cosa nota ai leader e ai militanti del M5s. Da qui una conclusione logica: se il M5s intende veramente porsi l’obiettivo di governare questo paese, l’Italicum è lo strumento migliore per farlo. Senza ombra di dubbio è il sistema elettorale che gli dà la migliore possibilità di vincere facendo un governo senza alleanze scomode e improbabili.

    Per il Movimento però esiste un piccolo problema. È vero che l’Italicum è legge dello stato. Per essere precisi, non è ancora operativa perché entrerà in vigore il primo Luglio di quest’anno. Ma questo è un dettaglio. Il problema è che il nuovo sistema elettorale si applica alla Camera ma non al Senato. Anche dopo il primo Luglio il sistema elettorale del Senato sarà quello che ha fabbricato la Consulta con la sua famosa sentenza sul porcellum. Approvare l’Italicum solo per la Camera, lasciando in vigore la legge elettorale proporzionale per il Senato, è stato uno dei compromessi che il governo Renzi è stato obbligato ad accettare. Lo ha fatto assumendo che con a riforma costituzionale il Senato sia trasformato in una camera che non darà la fiducia al governo.

    Italicum e riforma costituzionale quindi sono strettamente associati.  Il prossimo Ottobre si voterà ufficialmente solo sulla riforma costituzionale ma in realtà si voterà anche sull’Italicum. Le due riforme vivranno o moriranno insieme. In altre parole, l’eventuale bocciatura della riforma costituzionale porterà con sé anche la cancellazione dell’Italicum. Ne siamo profondamente convinti. Infatti, se al referendum di Ottobre vincessero i NO, cioè i contrari alla riforma costituzionale, si creerebbe una situazione caotica. Infatti a quel punto avremmo un sistema maggioritario alla camera con un vincitore certo grazie all’Italicum e un sistema proporzionale al senato che non darebbe nessun vincitore. Bocciata la riforma costituzionale, il Senato manterrebbe i poteri attuali, compreso quello di dare e togliere la fiducia ai governi. Si potrebbe andare al voto in queste condizioni? Con quale speranza di fare un governo stabile dopo? E quale governo?

    In questo scenario caotico la cosa più probabile è che si provi a fare una nuova riforma elettorale. Ma quale?  Difficile fare previsioni. Ma ci azzardiamo a dire che qualunque fosse il nuovo sistema elettorale, ammesso che si riesca a farne uno, non sarebbe così favorevole al M5s come l’Italicum attuale. Ma anche nel caso in cui non si facesse una riforma elettorale il M5s si troverebbe in una situazione parlamentare difficile in cui le opzioni a sua disposizione sarebbero due: fare un governo con altri partiti o restare alla finestra. Esattamente come è successo dopo le elezioni politiche del 25 Febbraio 2013.

    Torniamo dunque alla questione essenziale: se il M5s vuole davvero provare a governare questo paese da solo non può rinunciare all’unico sistema elettorale che gli consentirebbe di farlo. Quindi dovrebbe schierarsi a favore della riforma costituzionale e non contro. Solo così salverebbe l’Italicum. Non è l’opinione di chi scrive. E’ la logica dei numeri.

    Per il momento la leadership del Movimento tace sulla questione del referendum sulla riforma costituzionale. Giustamente l’attenzione è tutta concentrata sulle elezioni amministrative. Di referendum si parlerà dopo. Ma saremmo molto sorpresi se la razionalità politica prevalesse sulla ideologia.  La riforma elettorale approvata on line dai pentastellati non è di tipo maggioritario. E’ un sistema proporzionale corretto. Il modello di democrazia del M5s non prevede l’elezione ‘diretta’ del presidente del consiglio. Prevede la centralità del parlamento. In più, il M5s si è opposto accanitamente alla riforma costituzionale. Inoltre il referendum rappresenta una buona occasione per mettere in difficoltà Renzi. Si può rinunciare a tutto ciò solo perché i sondaggi dicono che grazie all’Italicum Di Maio potrebbe battere Renzi?  Non è nelle corde del Movimento rispondere positivamente. Non è immaginabile oggi che il M5s sia capace di cambiare idea e accettare alla luce del sole il nuovo sistema di regole disegnato dalle due riforme, elettorale e costituzionale. Anche se ha solo da beneficiare dalla approvazione della riforma costituzionale voterà contro. Sarà quasi certamente così. Ma una cosa è dire di votare contro e fermarsi lì. Altro conto è annunciare un voto contrario e mobilitarsi attivamente sul campo. Vedremo cosa succederà. Una cosa però è certa: se la riforma non passerà gli sconfitti saranno due e non uno solo. Perderà Renzi e perderà il M5s. Perderà anche l’Italia che si ritroverà in una situazione assolutamente caotica. E nemmeno l’Unione Europea starà tanto bene.

  • A Roma il primo turno si trasforma in primarie

    A Roma il primo turno si trasforma in primarie

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 18 marzo 2016

    A prima vista sembra difficile spiegare la decisione di Georgia Meloni di candidarsi a sindaco di Roma.  Dopo Bertolaso, Marchini e Storace arriva anche lei. Quattro candidati che si collocano tra il centro e la destra. Poi ci sono Virginia Raggi del M5s, Giachetti del Pd e un candidato della sinistra radicale il cui nome è ancora incerto. Forse Fassina, forse Marino. Con tutti questi candidati le elezioni saranno una lotteria. Ed è proprio questo il motivo che ha spinto la Meloni a entrare in gioco. In una lotteria tutti (o quasi) possono provare a vincere. E allora tanto vale fare una puntata. Per lei, come per gli altri, la chiave sarà il ballottaggio.

              Il sistema elettorale con cui si eleggono i sindaci è una specie di Italicum.  I turni sono due. A differenza dell’Italicum si vince al primo turno solo se si arriva al 50% dei voti più uno. Nell’Italicum la soglia per vincere al primo turno è al 40%. Se nessun candidato arriva al 50% i due candidati più votati vanno al ballottaggio.  Nel caso di Roma l’unica cosa certa è che nessuno vincerà al primo turno. Sarà il ballottaggio a decidere chi farà il sindaco. Ma chi ci arriverà?  Difficile dirlo, ma è possibile che la Meloni possa essere uno dei due contendenti. Questa è la sua scommessa. Tra Bertolaso, Marchini e Storace potrebbe essere lei a prendere più voti. A Roma Fratelli d’Italia ha una base elettorale che pur non essendo solida come un tempo rappresenta comunque un bacino di voti di tutto rispetto. In più c’è da dire che la Meloni gode di una certa visibilità e di un discreto livello di popolarità.

              Il fattore decisivo è il numero di candidati. In un contesto così frammentato i voti al primo turno si sparpaglieranno e questo abbasserà la soglia per conquistare uno dei due posti in palio al ballottaggio. Dunque, per arrivarci non sarà necessario avere il 30% dei voti. Ne basteranno meno. Forse parecchi di meno. Questo rende la competizione molto aperta. Quasi tutti i candidati possono illudersi di avere una chance. La Meloni tra questi. Ma anche così non è detto che ce la faccia. I vincitori del primo turno potrebbero essere il candidato del Pd e la candidata del M5s.  Ma se invece fossero la Meloni e la Raggi oppure la Meloni e Giachetti?

              Sono scenari interessanti. In entrambi i casi la leader di Fratelli d’Italia avrebbe una grossa opportunità. Sbaragliati i vari Bertolaso, Marchini e Storace al primo turno la Meloni diventerebbe naturalmente il punto di riferimento di tutto lo schieramento moderato al secondo turno. Tra l’altro il sistema elettorale delle comunali, a differenza dell’Italicum, prevede la possibilità di apparentamento tra primo e secondo turno. E così è molto probabile che la coalizione del centro-destra, che non si è formata ora, si formi dopo il primo turno. In pratica il primo turno funzionerebbe come una elezione primaria. Quella primaria che Berlusconi ha sempre rifiutato ma che la candidatura della Meloni finisce per imporre. Ma alla leader di Fratelli d’Italia non basterà vincere le primarie del centro-destra. Dovrà anche essere capace di prendere più voti di Giachetti o della Raggi. Solo così arriverà al ballottaggio. Superare Marchini e Bertolaso sarebbe una magra consolazione se restasse esclusa dal secondo turno.

              Come abbiamo detto la partita è apertissima. E per la Meloni vale certamente la pena di giocarla in prima persona. La posta in gioco va al di là della città di Roma. Una eventuale sua vittoria ne farebbe non solo il sindaco della capitale, ma anche uno dei punti di riferimento per la riaggregazione della destra italiana dopo la fine del berlusconismo. Chissà,  lei e Salvini  potrebbero dividersi i compiti ovvero i territori. L’uno al Nord e l’altra al Sud. In fondo Lega Nord e Fratelli d’Italia sono partiti complementari geograficamente. Il primo ha sempre , e presumibilmente continuerà ad avere, la sua roccaforte elettorale nel Nord, mentre il MSI e le sue filiazioni, ultima delle quali il partito della Meloni, sono sempre stati molto più forti nelle regioni centro-meridionali.

              Una ultima considerazione. Il giochino di trasformare il primo turno nelle primarie del centro-destra si può fare a Roma, ma sarebbe impossibile farlo alle politiche. Infatti se il quadro dentro il quale si andrà al voto sarà simile a quello attuale è praticamente certo che, se i partiti del centro-destra si presenteranno divisi al primo turno, saranno Pd e M5s ad andare al ballottaggio. Anche per questo motivo Roma rappresenta una ghiotta opportunità, seppur rischiosa. Ma di questi tempi se non si rischia si rimane ai margini del grande gioco.  Matteo Renzi, con la sua sfida alle primarie per il sindaco di Firenze, ha fatto scuola.

  • Sui nodi italiani partiti poco credibili

    Sui nodi italiani partiti poco credibili

    di Roberto D’Alimonte

    Articolo pubblicato sul Sole 24 Ore del 29 novembre 2015

    Il Pd continua a stare sopra il 30% delle intenzioni di voto. Per Renzi è la buona notizia che emerge dal sondaggio Cise-Sole24Ore. Il 35.6% stimato in questo sondaggio è il valore più alto registrato dopo le Europee dello scorso anno.  E’ certamente un risultato notevole. Nelle politiche del 2013 il Pd guidato da Bersani si è fermato al 25,4% (Camera).  Visto però in un quadro più ampio non è un risultato che può lasciare del tutto tranquillo l’attuale presidente del consiglio, nonché probabile candidato alla stessa carica alle prossime elezioni. (https://www.utahfoodbank.org) Dopo quasi due anni di governo, Renzi non è ancora riuscito a costruire intorno a sé un blocco elettorale tale da garantirgli la vittoria alle prossime politiche. E’ certamente il candidato in pole position, ma l’esito non è scontato. Oggi- ripetiamo oggi-  il suo problema principale si chiama M5s. E lo è perchè, nonostante le stime di voto attuali, il premier ha alcuni punti di debolezza che emergono chiaramente in questo sondaggio e che rendono il quadro più incerto.

              Pochi all’indomani delle elezioni politiche del 2013 pensavano che il movimento di Grillo avrebbe conservato il livello di consensi raggiunto allora arrivando al 25, 6%, che ne ha fatto il partito più votato alla Camera. L’opinione più comune era che quello straordinario risultato fosse dovuto a un voto di protesta destinato a ridimensionarsi in un tempo relativamente breve. Dopo un anno e più di un governo tecnico, davanti a una offerta elettorale che riproponeva di nuovo opzioni vecchie, con Bersani da una parte e Berlusconi dall’altra, molti elettori si sono ribellati votando un partito ‘diverso’. Tanti giovani, ma anche operai, commercianti, imprenditori, disoccupati. Ma la protesta tende a essere una base fragile per creare qualcosa di duraturo. Questa era la tesi prevalente. Soprattutto dopo i conflitti e le defezioni che all’indomani del voto hanno rivelato la fragilità interna del movimento di Grillo e le sue tante contraddizioni.

              E invece no. A quasi due anni da quel voto il M5s non solo è ancora lì, ma è addirittura cresciuto. Lasciamo perdere le percentuali precise. Il 30,8%  di questo sondaggio è una stima approssimativa.  Altri sondaggi fatti in queste settimane danno percentuali diverse, sotto il 30%. Si sa, anche se non lo si ripete mai abbastanza: i sondaggi sono strumenti molto imprecisi. Ma non sono inutili. Servono non a indovinare esiti, ma a rilevare tendenze. Il punto da sottolineare è che- sopra o sotto il 30%- il M5s è il secondo partito italiano. E senza Matteo Renzi a guidare il Pd e il governo molto probabilmente sarebbe ancora il primo. Come nel 2013.

              Anche da questo sondaggio emerge che, se si votasse oggi,  le elezioni si deciderebbero al ballottaggio. E i due sfidanti sarebbero il candidato del Pd e quello del M5s. L’Italicum, così come è strutturato e cioè con il premio alla lista e non alla coalizione, penalizza il centro-destra che non ha al suo interno un partito delle dimensioni di Pd e di M5s.  Ha invece due partiti che si dividono i voti tra loro. Nel nostro sondaggio Forza Italia è leggermente davanti alla Lega ma potrebbe essere il contrario. In ogni caso cambierebbe poco. Questa altalena di sorpassi continuerà. Il punto è che oggi la somma dei due- anche con l’aggiunta di Fratelli d’Italia- rischia di non essere sufficiente per  arrivare al ballottaggio. E questa per Renzi non è una buona notizia.

              Come si vede dai nostri dati al premier conviene sfidare il candidato di una lista unitaria del centro-destra. Questa sfida avrebbe un esito scontato. Nel nostro sondaggio finirebbe 58 a 42 a favore di  Renzi. Il motivo è che al secondo turno gli elettori del M5s o non tornerebbero a votare (la grande maggioranza) o voterebbero per Renzi (relativamente pochi).  Ma pochissimi voterebbero per il candidato del centro-destra. Invece l’esito sarebbe molto meno scontato se al ballottaggio andassero Pd e M5s. In questo sondaggio -ma non è il solo- il candidato del M5s risulta davanti a Renzi:  51 a 49.  Un vantaggio statisticamente insignificante ma politicamente significativo. Il bipolarismo italiano è sempre più imperniato tra un partito che fa politica stando al governo e uno che fa anti-politica stando all’opposizione. Oggi il voto tende a concentrarsi sempre di più su questi due attori. Gli altri sembrano essere dei comprimari.

               Ma è veramente possibile che il M5s possa vincere le prossime elezioni?  Nessuno può dirlo oggi. Quello che si può ragionevolmente affermare è che questo esito non può essere escluso a priori. Dipenderà da molti fattori. In questo momento la rabbia degli italiani, la loro voglia di cambiamento- la stessa che ha portato il Renzi rottamatore al successo-  è ancora così forte che fanno del M5s un avversario temibile. La parte più interessante di questo sondaggio è quella relativa alla capacità che gli elettori attribuiscono ai vari partiti di risolvere i problemi che li angustiano oggi. Quali sono i partiti ritenuti più capaci di far valere gli interessi dell’Italia in Europa, di ridurre i costi della politica, far ripartite l’economia, combattere la corruzione e la criminalità, controllare l’immigrazione ?  E’ nella risposta a queste domande che si trova gran parte della spiegazione della popolarità persistente del M5s. Su quasi tutti questi temi la maggioranza relativa degli intervistati pensa che non ci sia nessun partito in grado di trovare soluzioni. Gli scettici e i delusi dominano la scena. La sfiducia continua ad essere la caratteristica distintiva di questa fase della politica italiana. Un sentimento diffuso che tocca tutti i ceti e tutte le zone del paese. In questo quadro spicca il fatto che il M5s sia considerato credibile quanto il Pd. E su alcuni temi più del Pd. Anzi, complessivamente è ritenuto più credibile del Pd.

              Si guardi il dato sui costi della politica e sulla corruzione. Rispetto al M5s il gap di credibilità del Pd renziano su questi temi è netto. Solo sulla capacità di far valere gli interessi dell’Italia in Europa il Pd è nettamente più credibile. E questo è un risultato positivo per Renzi e non scontato. Ma anche in questo caso a vincere è il partito degli scettici. Costi della politica, corruzione, criminalità, immigrazione sono chiaramente i punti deboli del premier. Temi spinosi su cui i partiti di opposizione- M5s per un verso e Lega Nord per l’altro- hanno il vantaggio di non dover render conto a un elettorato arrabbiato e ansioso. E’ il vantaggio di stare alla opposizione. Quanto peserà sul voto questo difetto di credibilità del premier non è facile da stimare. Sta di fatto che la sua vulnerabilità  su questo terreno contribuisce ad alimentare l’incertezza sull’esito di un eventuale ballottaggio tra lui e il candidato del M5s.

               Dalla sua Renzi ha il vantaggio di continuare a godere di una maggiore credibilità su Europa e economia. E sarà molto probabilmente proprio su queste questioni, e soprattutto sull’economia, che si giocherà l’esito delle prossime elezioni. Se la ripresa economica continuerà sarebbe veramente sorprendente la sconfitta di Renzi al ballottaggio. Anzi, se le cose si mettessero veramente bene e cambiasse drasticamente l’umore nel paese, forse potrebbe anche non esserci un ballottaggio. A Renzi basterebbe il 40% dei voti per vincere. Nell’attesa il premier si può rallegrare per un altro dato di questo sondaggio. Agli italiani la riforma costituzionale tutto sommato piace e andranno in massa a votare per il sì al prossimo referendum. Così pare.

    CISE-OP 2015-11 intenzioni di voto CISE-OP 2015-11 runoffCISE-OP 2015-11 credibilitàCISE-OP 2015-11 problemi e economia

     

  • Il nuovo sito CISE

    Il nuovo sito CISE

    Da stamattina è online il nuovo sito CISE. Da più parti ultimamente ci era stato suggerito che il sito CISE aveva bisogno di un restyling 😉 ed era vero, visto che ci siamo resi conto che eravamo online ormai dalla primavera 2011 con la stessa veste grafica.

    Quattro anni di grandi cambiamenti nella politica italiana. Cambiamenti che abbiamo seguito, commentato ed analizzato con un totale di circa 700 articoli, prodotti dal piccolo gruppo storico di collaboratori del CISE, affiancati in alcune occasioni da nuovi giovani collaboratori e – in occasione delle elezioni europee del 2014 – da un gruppo di altri 30 giovani ricercatori da tutta Europa.

    Ma anche quattro anni di cambiamenti nella comunicazione online, e nella comunicazione in generale. Cambiamenti che abbiamo ritenuto di interpretare attraverso l’uso di nuovi strumenti; anzitutto i social network, ma soprattutto i Dossier CISE. Tre anni fa riflettemmo sul fatto che c’era un crescente divario che rischiava di dividere la comunità scientifica, abituata ai ritmi lenti dei volumi e degli articoli scientifici approfonditi, da quella ampia (e sempre più ricca e sviluppata) comunità di appassionati e commentatori politici ed elettorali, che si muoveva con i ritmi veloci del Web e quelli ormai forsennati dei social network. Così ci venne l’idea che potevamo cercare di colmare questo divario raccogliendo le nostre analisi pubblicate sul Web in degli e-book gratuiti e open source (tutti pubblicati con licenza Creative Commons), con l’obiettivo di fornire uno strumento per fermarsi un attimo e guardare a volo d’uccello, con uno sguardo complessivo e più lento, un insieme di analisi dedicate a una singola elezione. Tuttavia senza aspettare i mesi o gli anni che sono necessari per una pubblicazione scientifica più rigorosa e approfondita.

    Così, nel luglio 2012, è nato il primo Dossier CISE. Salutato da un’accoglienza positiva, tanto che ci abbiamo preso gusto e a oggi i Dossier CISE sono diventati otto. Due di questi sono usciti in inglese, e quello dedicato alle elezioni europee del 2014 l’abbiamo realizzato coordinando una rete di 40 ricercatori da tutta Europa. L’idea dei Dossier CISE è stata ricompensata da circa 25.000 download complessivi in tre anni, con un risultato che secondo noi conferma che avevamo avuto un’intuizione giusta.

    E’ da quell’esperienza, tra le altre, che abbiamo tratto un ulteriore insegnamento sull’importanza ormai raggiunta dal Web anche per la comunità scientifica. Così si può dire che, accanto a una veste grafica rinnovata e con un maggior ruolo delle immagini, la principale novità del nuovo sito CISE sta nella visibilità molto maggiore che abbiamo voluto dare all’attività di ricerca vera e propria del CISE, fatta di volumi (l’ultimo è Terremoto elettorale, dedicato alle elezioni politiche del 2013) e di articoli pubblicati su riviste scientifiche italiane e internazionali: due ambiti cui abbiamo dato grande spazio già nella home page del sito. E l’importanza del Web per la ricerca scientifica è testimoniata da altre due aggiunte importanti: la prima è una sezione dedicata alle analisi in inglese, che ci permette di dare spazio in termini rapidissimi a collaboratori internazionali sulle elezioni in Europa e nel mondo, ma soprattutto la seconda è una rubrica in cui raccogliamo segnalazioni bibliografiche che selezioniamo dalle più importanti riviste internazionali. Un importante strumento di lavoro per noi, che tuttavia riteniamo fondamentale condividere con la comunità degli studiosi.

    Tutto questo ovviamente non sarebbe stato possibile (e non sarà possibile in futuro) senza i preziosi collaboratori del CISE. E quindi, da direttore e coordinatore del CISE, vogliamo ringraziarli in modo importante: anzitutto Alessandro Chiaramonte, con il suo supporto prezioso e costante, e poi Matteo Cataldi, Federico De Lucia, Vincenzo Emanuele, Nicola Maggini e Aldo Paparo, che in questi anni hanno sostenuto una grande mole di lavoro; non ultimo, estendendo la rete del CISE ad altri giovani studiosi che hanno iniziato a collaborare con noi. E vogliamo ovviamente ringraziare anche i membri del Comitato Scientifico del CISE, sempre pronti a fornire consigli e suggerimenti.

    Ma l’ultimo e più importante ringraziamento va ovviamente a voi che ci avete seguito finora, in così tanti. Ovviamente vi invitiamo a farci sapere cosa pensate del nuovo sito, e quali suggerimenti o critiche avete da fare. Lo potete fare ad esempio tramite Facebook o Twitter, oppure – su alcune pagine su cui stiamo facendo una sperimentazione – anche direttamente commentando in fondo alla pagina: potete creare un profilo, oppure loggarvi tramite Facebook e Twitter: in questo caso potrete anche taggare e coinvolgere i vostri amici, nonché condividere i vostri commenti.

    Grazie ancora!

    Roberto D’Alimonte
    Lorenzo De Sio

  • Regionali 2015: Grillo resta secondo partito, Lega prima nel centrodestra

    Regionali 2015: Grillo resta secondo partito, Lega prima nel centrodestra

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 2 giugno

    L’effetto Renzi non c’è stato. La Lega Nord è il primo partito del centro-destra. Il M5s è ancora il secondo partito italiano. L’astensionismo continua a salire. Sono questi i dati più significativi di questa tornata di elezioni regionali aldilà del cinque a due.

    Per il Pd è un risultato ambiguo. Poteva andare meglio se avesse vinto in Liguria. Ma poteva andare peggio se avesse perso anche in Campania. Tanto più che ora sappiamo che avrebbe potuto perdere anche in Umbria. E’ un risultato comunque diverso da quello delle Europee. Non c’è stato un ‘effetto Renzi’ e non poteva esserci. Chi si aspettava una cosa simile aveva fatto male i conti. Un ‘effetto Renzi’ c’è stato alle Europee perché lì il candidato era lui, perché all’epoca era un personaggio nuovo e perché la competizione era a livello nazionale. Dopo un anno difficile di governo con una crisi economica che continua a mordere aspettarsi che il premier potesse avere un forte impatto su queste elezioni era fantapolitica. Senza l’effetto Renzi i candidati regionali del Pd hanno dovuto contare sulle proprie forze. Hanno vinto nelle regioni del Centro dove esiste ancora un residuo di tradizione di sinistra e una struttura di partito a livello locale. Hanno vinto in Campania e Puglia perché Emiliano e De Luca sono figure con un seguito personale notevole. Hanno perso male in Liguria e Veneto per scelte sbagliate e divisioni suicide.

    In particolare in Liguria i dati dicono inequivocabilmente che il Pd unito avrebbe potuto vincere. E vincendo lì sarebbe cambiata l’interpretazione mediatica di questo risultato, anche se la sostanza delle cose sarebbe rimasta la stessa. E la sostanza è che a livello nazionale quando il Pd può contare su Renzi ha una possibilità di uscire dal perimetro del suo elettorato tradizionale mentre a livello locale con la sua attuale classe dirigente questo non succede. Il caso del Veneto è clamoroso da questo punto di vista. La questione settentrionale e la questione della riforma del partito si intrecciano e costituiscono un problema di non facile soluzione per il premier.

    La Lega Nord ha sorpassato Forza Italia. Prima lo dicevano i sondaggi. Adesso lo dicono i voti. Solo la vittoria di Toti in Liguria, grazie alla Lega, può mascherare il fatto che l’attuale Forza Italia è ormai diventata un attore marginale. Il sorpasso è avvenuto al Nord e al Centro. Non ancora al Sud. In questa area il partito di Salvini era presente solo in Puglia e qui il risultato è stato molto modesto (2%). Nelle regioni meridionali un partito che si chiama Lega Nord fa fatica ad affermarsi anche se camuffato con la sigla ‘noi con Salvini’. Nelle altre regioni la Lega è andata invece molto bene sopravanzando largamente il partito di Berlusconi. Arrotondando le percentuali, in Liguria è finita 20 a 13 a favore di Salvini ; in Veneto 18 a 6; in Toscana 16 a 9 ; nelle Marche 13 a 9; in Umbria 14 a 9.   .

    La Lega Nord è diventata dunque il maggior partito del centro-destra, ma l’ambizione di Salvini di guidare questo schieramento si scontra con due limiti oggettivi. La Lega Nord non è ancora un partito nazionale. E’ un partito del Centro-Nord. Ed è un partito in cui c’è molta più destra che centro. Infatti la sua crescita si deve in larga misura alla capacità del suo leader di far leva sulle ansie e sulle paure di un elettorato anti-europeo e anti-immigrati. Molti di questi elettori una volta votavano Forza Italia. Adesso si sono trasferiti. L’interscambio di voti tra il partito di Berlusconi e quello che una volta era il partito di Bossi è cosa nota. Tra i due elettorati c’è sempre stata, e c’è ancora, una notevole sovrapposizione. Ma Forza Italia rappresentava anche un elettorato moderato di centro che oggi si è largamente dileguato. Elettori delusi dal Cavaliere e non convinti da Salvini. Sono rimasti a casa e qualcuno è finito tra le fila di Grillo. E così queste elezioni, per quanto rappresentino un test limitato, confermano che a destra c’è un vuoto che la Lega Nord solo in parte riesce a colmare. Né lo fanno i vari Ncd, Udc o Fratelli d’Italia. Mutatis mutandis, siamo tornati al 1994 quando solo la discesa in campo del Cavaliere riuscì a dar voce a un elettorato moderato disorientato dalla perdita dei suoi punti di riferimento, Dc e Psi. Una delle differenze è che allora il maggior partito della destra era il Msi-An oggi è la Lega Nord.

    La Lega Nord però non è il secondo partito italiano. Se queste fossero state elezioni nazionali al ballottaggio contro Renzi sarebbe andato il candidato di Grillo (chi?) e non Salvini. Il M5s non è quella meteora della politica italiana che molti pensavano. Non è più il primo partito del paese come fu nel 2013 ma non è scomparso. Tiene benissimo la seconda posizione. E non più solo a livello di elezioni politiche nazionali ma anche a livello di amministrative, e questo non era scontato. Inoltre, a differenza della Lega Nord, è un partito nazionale. Anzi, è il solo partito nazionale dopo il Pd. Crisi economica, disoccupazione giovanile,scandali, polemiche sui candidati impresentabili continuano a sostenerne il consenso alimentando la protesta di elettori sempre più lontani dalla politica tradizionale. Per molti di loro il M5s rappresenta la sola vera alternativa radicale. E’ il vero partito anti-sistema. E finchè i suoi elettori continueranno a percepire che il ‘sistema’ non cambia continueranno a votarlo. Senza questa componente di ‘arrabbiati’, cui il partito di Grillo dà voce, è molto probabile che l’astensionismo sarebbe ancora più alto.

    In conclusione, questa consultazione conferma l’evoluzione recente del nostro sistema politico, tanto più che le sette regioni costituiscono dal punto di vista elettorale un campione rappresentativo dell’intero paese. Come si nota nella tabella, i poli del sistema sono stabilmente tre. Il fatto interessante è che, nonostante tutto quello che è successo dal 2010 a oggi, centro-sinistra e centro-destra sono ancora in equilibrio. Entrambi possono contare all’incirca sul 38% dei consensi. Molti meno rispetto al 2010 ma il loro rapporto di forze è rimasto lo stesso. Il centro-destra però non è un polo unitario mentre il centro-sinistra, pur con le divisioni interne al Pd, lo è. E lo è anche il M5s. Per questo non è affatto prevedibile oggi quale sarà lo sfidante di Renzi alle prossime politiche. Il sistema partitico non si è ancora stabilizzato. In questa situazione di accentuata volatilità vedremo certamente molti altri cambiamenti. E sarà soprattutto l’economia a dirci in quale direzione.

    Tab. 1 – Risultati aggregati nelle 7 regioni, voti per partiti e coalizioni

  • Il “federalismo” dei sistemi elettorali

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 31 maggio

    Oggi si vota in sette regioni con sette sistemi elettorali diversi. Una volta si votava in quasi tutte le regioni con lo stesso sistema elettorale. E’ stato così nel 1995 quando è stata fatta la terza riforma elettorale della Seconda Repubblica. In quell’anno il Parlamento passò la legge Tatarella che fu utilizzata per la prima volta per le elezioni regionali svoltesi in quello stesso anno in tutte le 15 regioni a statuto ordinario. La Tatarella originale era un sistema a premio di maggioranza a un turno. Una delle sue caratteristiche è che il premio veniva assegnato senza che una lista avesse dovuto raggiungere alcuna soglia in termini di percentuale di voti. Era quindi un Porcellum ante litteram. Prevedeva anche l’indicazione del candidato alla presidenza della regione, ma non la sua elezione diretta come invece era, ed è, per i sindaci. Poi nel 1999 è arrivata la legge di riforma costituzionale che ha introdotto sia l’elezione diretta sia la possibilità per le regioni di scegliersi un sistema elettorale diverso dal modello Tatarella. Erano i tempi della devolution quando le regioni godevano di una credibilità che oggi non hanno più.

    In un primo momento l’autonomia è stata utilizzata con parsimonia. I cambiamenti sono stati pochi e limitati, a parte i tentativi non riusciti in Calabria e Friuli Venezia Giulia. Poi è cominciato il balletto delle riforme. Adesso si può dire che tutte le regioni hanno un proprio sistema elettorale. Le ragioni dietro questi cambiamenti sono molteplici. La sentenza della Consulta, che ha dichiarato incostituzionale un premio senza soglia, ha fatto la sua parte, anche se in diverse regioni è stata disattesa. Ma hanno contato molto anche gli interessi locali di partiti e partitini. Tuttavia non tutto è cambiato rispetto alla Tatarella. Nessuna regione ha osato introdurre i collegi uninominali e nessuna regione ha osato reintrodurre tout court un sistema proporzionale. Infatti tutti i sistemi delle regioni a statuto ordinario sono dei proporzionali con premio di maggioranza. E’ con questo tipo di sistema che si voterà oggi nelle sette regioni. Ma con notevolissime differenze.

    La variante più significativa riguarda Liguria e Marche. Qui gli elettori eleggeranno direttamente il presidente della regione, come nelle altre regioni, ma è possibile che il presidente eletto non abbia la maggioranza assoluta dei seggi in consiglio, come invece sarà nelle altre cinque. In altre parole il sistema elettorale non è majority-assuring, non assicura cioè una maggioranza a chi è eletto. Quindi il nuovo presidente potrebbe essere costretto a negoziare un accordo coalizionale con altri partiti dopo il voto. In Liguria questo evento si materializzerà se i sei seggi di premio del listino regionale non dovessero essere sufficienti ad ottenere la maggioranza. Nelle Marche l’eventuale vincitore non potrà contare su una sua maggioranza nel caso in cui non ottenesse almeno il 34% del totale dei voti validi.

    Nelle altre regioni il sistema elettorale è decisivo, ma la consistenza del premio e quindi l’ampiezza della maggioranza variano. In Campania e Umbria il premio è fisso, pari al 60% dei seggi in consiglio. In Veneto, Toscana e Puglia – come nelle Marche – la maggioranza garantita al vincitore varia in funzione del risultato elettorale suo o della sua coalizione: fra il 54 e il 60% dei seggi nei diversi casi. Fra tutte le regioni la Toscana è la sola che abbia adottato una specie di Italicum. Qui il premio viene assegnato in due turni se al primo turno nessuna lista arriva al 40% dei voti.

    Soglie di sbarramento, tipo di voto, listini, preferenze, quote di genere, formule elettorali sono le altre dimensioni del sistema di voto dove troviamo differenze significative. La tabella 1 le riassume sinteticamente. In questa sede ci limitiamo ad alcuni cenni. Sulle soglie la Puglia è la regione con quella più alta per le liste fuori dalle coalizioni: l’8%. La Toscana invece ha la soglia più alta per le coalizioni: almeno il 10% (e una lista del 3% all’interno). Marche e Umbria sono le due regioni in cui gli elettori non potranno esprimere un voto disgiunto, vale a dire non potranno votare un candidato-presidente di un partito e una lista non collegata a quel candidato. Queste sono anche le sole regioni in cui il voto dato solo al candidato viene automaticamente trasferito alla coalizione che lo sostiene. Entrambe queste modifiche limitano la libertà di espressione del voto. Il lettore giudichi.

    In tema di preferenze e rappresentanza di genere tutte le sette regioni hanno mantenuto il voto di preferenza, ma solo in Toscana, Umbria e Campania l’elettore ha a disposizione due preferenze con la clausola che la seconda potrà essere data solo a un candidato di genere diverso. Nelle altre regioni le donne avranno meno spazio, Si dovranno accontentare di varie clausole relative alla composizione delle liste dove la quota riservata al genere femminile varia da un terzo al 50%. Ma, come è noto, si tratta di clausole molto meno efficaci della doppia preferenza di genere.

    Tab. 1 – I diversi sistemi elettorali delle regioni al voto

    Insomma, le regioni si sono sbizzarrite nell’inventarsi diversi modelli di sistema elettorale. Tutta questa varietà è una fortuna per noi ricercatori. Offre una straordinaria opportunità di studiare il comportamento degli elettori in funzione di diversi contesti istituzionali. E’ meno chiaro se tutto ciò sia una fortuna per il paese. Forse non sarebbe sbagliato sollevare la questione se sia meglio o no tornare ad un sistema unico per tutte le regioni oppure fissare principi comuni più stringenti. Intanto vediamo come va questa Domenica.

  • Regionali: liste polverizzate a destra

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 19 maggio

    L’offerta politica con cui i partiti si presenteranno davanti agli elettori nelle sette regioni al voto il prossimo 31 Maggio è un misto di elementi di continuità e di alcune interessanti novità. Tra i primi spicca la proliferazione di liste e candidati.

    Prendiamo la Puglia. Qui i candidati alla presidenza della regione sono sette. Le liste sono 19 e i candidati sono quasi mille. Le liste a sostegno di Michele Emiliano, candidato del centro-sinistra, sono 8. Lo stesso numero di liste che in Liguria appoggiano Giovanni Toti, candidato del centro-destra. Il record però spetta alla Campania. Qui le liste sono in totale 24. Sia il candidato del centro-destra, Stefano Caldoro, che quello del centro-sinistra Vincenzo De Luca sono collegati alla bellezza di 10 liste ciascuno. Tra quelle che appoggiano Caldoro troviamo liste evocative del tipo “Vittime della giustizia e del fisco” oppure “Mai più terra dei fuochi”. De Luca è stato meno fantasioso. La sua lista più intrigante è “Campania in rete”.

    Tanti candidati e tante liste non sono una novità. Ma perché questo fenomeno? E perché accomuna Nord e Sud ? Ci sono diversi fattori in gioco. Non basta però fare un riferimento generico a cultura politica e clientelismo. Se così fosse dovremmo trovare una maggiore diffusione del fenomeno nelle aree più interessate da rapporti di tipo personale e clientelare, e cioè il Sud. E invece, come abbiamo già fatto notare, la proliferazione di liste e candidati esiste al Nord come al Sud. Nelle regionali in Piemonte nel 2010 le liste furono addirittura 31, di cui 12 a sostegno della candidata del Pd. Certo, nelle regioni meridionali il fenomeno presenta caratteristiche in parte diverse, ma alla fine il quadro è lo stesso.

    Secondo noi la ragione principale sta in certi meccanismi sbagliati dei sistemi elettorali regionali. In particolare, il fatto che i voti raccolti da qualunque lista, anche quelle che restano sotto le varie soglie per prendere seggi, servono a vincere. Infatti anche la lista “Vittime della giustizia e del fisco” potrebbe consentire a Caldoro di prendere un voto in più di De Luca e quindi conquistare vittoria e premio di maggioranza. La stessa cosa succedeva con il sistema elettorale ideato da Calderoli nel 2005 per l’elezione del Parlamento nazionale. Con l’Italicum non può più succedere. Questo è un altro dei vantaggi legati al fatto che il premio di maggioranza va solo alla lista e non più anche alle coalizioni. A livello regionale non è così. Ed è un errore.

    Se a questo fattore aggiungiamo il voto di preferenza che è una caratteristica di tutti i sistemi elettorali regionali, il quadro è completo. La formula è semplice: più liste, più candidati, più voti di preferenza. E naturalmente più sono i voti di preferenza più sono le possibilità di essere eletti, e soprattutto maggiore è il peso politico da far valere sui vari tavoli della politica sia con il vincitore che con i futuri sfidanti. Il lato positivo della faccenda è che ci saranno più elettori che andranno a votare. Elettori che senza il voto di preferenza starebbero a casa. Qualcuno si rallegrerà di questo sostegno alla affluenza. Il sottoscritto ha qualche dubbio.

    La vera novità di queste elezioni sta nella politica delle alleanze. Soprattutto nel centro-destra. Una volta era il centro-sinistra lo schieramento più numeroso e più diviso. Oggi non è più così. Certo, anche in questo schieramento ci sono combinazioni diverse nelle diverse regioni, ma nulla in confronto al centro-destra. In un paio di regioni il Pd è alleato di Sel, in altre due sta con l’Udc (senza Ncd), e in Puglia è alleato sia con Sel che con l’Udc. Il fatto curioso è che in nessuna delle sette regioni il Pd è alleato con Ncd, suo partner nel governo nazionale.

    Diverso è il caso del centro-destra, i cui partiti si presenteranno davanti agli elettori in 10 diversi tipi di alleanze. Nella scheda in pagina il lettore potrà vedere le varie configurazioni in cui si materializza la diaspora di questo schieramento. Solo in Liguria e in Umbria si presenta unito. In tutte le altre regioni manca qualche pezzo. Per arrivare al caso della Toscana in cui i candidati del centro-destra sono addirittura tre.

    Tab. 1 – I diversi tipi di alleanze nel centro-sinistra e nel centro-destra

    È vero che a livello regionale le alleanze spesso si adattano alle situazioni locali, ma quando le varianti arrivano a questi livelli si è portati inevitabilmente a pensare che il fenomeno non sia altro che il riflesso di uno stato di anarchia al centro che si ripercuote in periferia. L’esito di queste elezioni potrebbe aggravare la sindrome o creare le condizioni per una graduale uscita dalla crisi. La prima ipotesi sembra più probabile della seconda. Dipende da quanto succederà in Liguria e in Campania, che sono le due regioni veramente in bilico. Ma anche dalla resa dei conti in Puglia tra Berlusconi e Fitto. I motivi di interesse per questa tornata elettorale certamente non mancano.