Autore: Roberto D’Alimonte

  • Il nodo dei seggi tra partiti e territorio

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 12 febbraio 2014

    Una volta erano questioni riservate agli addetti ai lavori. A furia di parlare di sistemi elettorali anche i comuni mortali hanno scoperto il fascino di formule esoteriche come gli algoritmi, cioè le procedure,  con cui i seggi assegnati ai partiti a livello nazionale vengono redistribuiti alle circoscrizioni e ai collegi sul territorio. Però quello che pochi sanno è che questa operazione, che sulla carta sembra una cosa semplice, è invece dannatamente complessa sul piano tecnico e molto delicata sul piano politico.

    Il problema non si pone per tutti i sistemi elettorali. Ci sono sistemi  infatti, come quello spagnolo o quello francese, in cui i seggi vengono assegnati ‘in basso’, cioè a dire direttamente nei collegi plurinominali (lo spagnolo) o uninominali (il francese). In questo caso è la formula elettorale utilizzata a determinare chi viene eletto. Non c’è bisogno di altri passaggi. Ci sono però anche sistemi elettorali che funzionano ‘ in alto’. Sono quelli, come l’Italicum o quello tedesco, in cui i seggi tra i partiti vengono distribuiti sulla base di una formula proporzionale applicata a livello nazionale.  Una volta fatta questa operazione, i seggi ottenuti da tutti i  partiti vanno trasferiti alle circoscrizioni e ai  collegi in cui gli elettori hanno votato. Per esempio, immaginiamo che  Forza Italia abbia diritto a 100 seggi. In quali regioni e in quali collegi plurinominali verranno eletti  i  100 candidati ?  E’ qui che nascono i problemi.

    Con l’Italicum i seggi vengono assegnati prima alle regioni e poi ai collegi all’interno di  ciascuna regione. Ogni regione ha un certo numero di seggi in base alla popolazione residente. Questi seggi vengono poi distribuiti tra un certo numero di collegi. In ciascun collegio  verranno eletti tra i 3 e i 6 deputati. Una volta trasferiti i seggi di tutti i partiti dall’alto in basso, perché tutto funzioni bene bisognerebbe che il risultato finale soddisfacesse due condizioni: che ogni regione e ogni collegio avessero il numero di seggi che gli spettano e che ogni partito riuscisse a eleggere i suoi rappresentanti dove questi hanno preso più voti. Sono due criteri distributivi ugualmente importanti.  Il problema è che non esiste un algoritmo facilmente utilizzabile capace di soddisfarli entrambi. In altre parole, è una sorta di quadratura del cerchio.

    La domanda cruciale quindi è questa: facciamo in modo che ogni regione e ogni collegio abbia i seggi cui ha diritto o facciamo in modo che i partiti  abbiano i seggi dove hanno preso più voti?  Nel primo caso privilegiamo la rappresentanza territoriale, nel secondo la rappresentanza politica.  Naturalmente non si tratta di sacrificare completamente un obiettivo a spese dell’altro.  Ci sono soluzioni intermedie, ma il problema politico resta perché non è indifferente che si massimizzi l’uno o l’altro obiettivo. Non ci va di mezzo solo la sovra o sotto-rappresentazione dei territori ma anche le possibilità di successo dei candidati oltre al rispetto della volontà degli elettori.

    La quadratura del cerchio è un problema tecnico, che va sotto il nome di allocazione biproporzionale,  ma è soprattutto un problema politico. Chiariamo meglio il punto. Se si sceglie di massimizzare il primo obiettivo, il risultato sarà che ci saranno partiti, soprattutto i piccoli, che non riusciranno a prevedere dove scatteranno i loro seggi. Per esempio  può succedere  che possa essere eletto un candidato minore del Nuovo centro destra con meno voti del segretario Alfano perché il seggio del Ncd ‘deve’ scattare in quella regione e in quel collegio indipendentemente dalla graduatoria dei voti presi dai candidati del Ncd. In altre parole, se il nostro misterioso algoritmo  è calibrato in modo da privilegiare il criterio della rappresentanza territoriale  il seggio del Ncd deve scattare laddove occorre assegnare un seggio a quella regione e a quel collegio perché quella regione e quel collegio devono avere x numero di seggi. Né uno di più né uno di meno. E il fatto che in quella regione e in quel collegio il candidato del Ncd abbia avuto pochi voti non è cosa che interessa l’algoritmo, ma solo Alfano. In questo modo l’elezione dei candidati dei piccoli partiti diventa una sorta di roulette. L’unico modo per sperare di vincere è puntare su più caselle. Fuor di metafora, questo vuol dire potersi candidare in più collegi.

    Il problema è diverso –  e si chiama slittamento – se il nostro misterioso algoritmo è calibrato per fare in modo che i partiti prendano i seggi dove i loro candidati hanno più voti.  Questo aiuterebbe i piccoli partiti, ma al costo di avere regioni e collegi con più o meno  seggi rispetto a quelli che dovrebbero avere. In questo caso vedremmo seggi che slittano di qua e di là. Ora qualche slittamento potrebbe anche essere accettabile. Ma a complicare il tutto c’è anche il vincolo costituzionale per cui al Senato i seggi tra le regioni non possono slittare.

    Insomma non se ne esce. Quanto meno non se esce bene.  Si può solo cercare  di trovare un algoritmo, traducibile in un testo legislativo,  che minimizzi il problema  combinando in maniera equilibrata i due criteri di rappresentanza.  Ma per far questo occorre da una parte la tecnica e dall’altra la volontà politica.

  • Ecco come funzionano i collegi dell’Italicum

    di Roberto D’Alimonte e Aldo Paparo

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 9 febbraio 2014

    Le simulazioni non servono a prevedere come andranno le prossime elezioni. Servono invece a capire come funzionano i sistemi elettorali. In questo caso l’Italicum. Prima di vedere i risultati della simulazione fatta dal Cise, è bene spiegare come è stata realizzata.

    Partendo dai 475 collegi uninominali della Camera previsti dalla legge Mattarella il Cise ha ritagliato 148 collegi plurinominali. I collegi veri molto probabilmente saranno disegnati dal ministero dell’Interno visto che si parla di una delega al governo allo scopo. I collegi del Cise sono stati creati tenendo conto di alcuni vincoli. Hanno tutti tra 3 e 6 seggi, ma molti sono di 4. Sono contigui territorialmente e non superano i confini regionali. Il numero di abitanti è stato calcolato sulla base del censimento 2011 e si colloca mediamente intorno ai 400mila. Per la loro definizione non è stato utilizzato nessun criterio politico, storico o socio-economico. Il punto di partenza per l’analisi è rappresentato dall’esito delle elezioni dello scorso febbraio ricalcolato sui 148 collegi-Cise. Le percentuali di voto che i partiti e le coalizioni hanno ottenuto allora sono stati poi modificati sulla base della media dei sondaggi delle ultime due settimane (si veda la tabella). In gergo, il tasso di variazione tra il dato di febbraio e quello di oggi è denominato “swing”. Questo swing è stato applicato collegio per collegio. Questo modo di procedere, partendo dal risultato di febbraio, non altera la geografia elettorale. In altre parole restano costanti le aree di forza relativa dei vari partiti. I seggi sono stati assegnati ai partiti e alle coalizioni di centrosinistra e di centrodestra tenendo conto delle attuali regole dell’Italicum. Solo i partiti coalizzati con una percentuale di voti uguale o superiore al 4,5% sono stati ammessi alla distribuzione dei seggi. Alla Lega è stata applicata la clausola prevista per i partiti regionali. La composizione delle coalizioni è una ipotesi di chi scrive.

    Alla luce delle recenti dichiarazioni di Casini i voti dell’Udc sono stati sommati a quelli del Ncd. Se l’Udc si presentasse da sola non otterrebbe seggi. In base alla media dei sondaggi più recenti nessuna coalizione arriverebbe al 37% dei voti, che è la soglia prevista dall’Italicum per far scattare il premio di maggioranza. Quindi si andrebbe al ballottaggio tra centrosinistra e centrodestra. Nel nostro esercizio abbiamo simulato la vittoria dell’uno e dell’altro. In entrambi i casi il vincente ottiene 327 seggi cui sono da aggiungere quelli del Trentino Alto Adige, della Valle d’Aosta e della circoscrizione estero in cui si vota con regole diverse. L’utilità di questa simulazione non sta nello stimare i seggi assegnati ai partiti ma nel far vedere come funzionano questi collegi plurinominali con questo sistema elettorale. Nel caso di vittoria del centrosinistra tutti i partiti perdenti, compresa quindi Forza Italia, eleggono al massimo un solo deputato per collegio. In 31 casi Forza Italia non ne ha alcuno. In questo scenario per chi non prende il premio i 148 collegi sono in pratica collegi uninominali. Quanto al Pd in 109 casi elegge i primi due nomi della lista, in 5 casi ne elegge 1 e in 2 casi ne elegge 4. Nell’ipotesi di vittoria del centrodestra invece il Pd ottiene solo un seggio in 118 collegi, due seggi in 27 e resta senza in 3 collegi. Forza Italia invece elegge 2 deputati per collegio in 70 casi e un solo deputato in 78. (allproshadeconcepts.com) In nessun collegio resta senza seggi. Nella maggior parte dei casi, con questi dati, il secondo seggio scatta nei collegi del Sud.

    Uno degli effetti peculiari di questo sistema elettorale è che non sempre il seggio va a chi ha preso più voti. Questo è un problema per i piccoli partiti. Data la complessa procedura di assegnazione dei seggi dal livello nazionale a quello locale succede che, in caso di vittoria del centrosinistra, in 17 collegi l’unico seggio del centrodestra venga conquistato dalla lista Ncd+Udc che pure in quei collegi è il partito della coalizione con meno voti. Ma quel che è più problematico è che i piccoli partiti non possono sapere in anticipo in quali collegi otterranno i seggi che gli spettano in base alla loro percentuale di voti nazionale. E questa è la vera ragione dietro alla richiesta di candidature plurime. Solo presentandosi in più collegi si può infatti ridurre il rischio di non essere eletto per aver scelto il collegio sbagliato.


     

  • Per Obama una “rete” di sicurezza. La postfazione di D’Alimonte al libro di Lucchini e Matarazzo

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 31 gennaio 2014

    Quando la rete è entrata nelle nostre vite non c’è voluto molto per chiedersi  se e come  avrebbe trasformato il modo di far politica nelle nostre democrazie. Sul se ci sono sempre stati pochi dubbi. L’incertezza verteva sul come. Adesso abbiamo una risposta. Non ancora definitiva, ma il trend è chiaro. Le due campagne presidenziali di Obama,   soprattutto quella del 2012, rappresentano da questo punto di vista uno spartiacque. E’ quello che emerge chiaramente dalla lettura di questo bel libro.  Nell’era di internet la politica è destinata a cambiare profondamente. E ancora una volta il cambiamento viene dagli USA.  Un giorno forse scopriremo che  le elezioni presidenziali del 2012 rappresentano  mutatis mutandis un punto di svolta come lo furono quelle del 1960 tra Kennedy e Nixon. Allora fu la televisione a fare la differenza.  Kennedy sarebbe diventato presidente senza la sua abilità nello sfruttare meglio di Nixon le potenzialità del nuovo mezzo di comunicazione di massa?   Nel 2012 la differenza l’ha fatta la rete. Obama ha vinto perché ha conquistato gli stati in bilico, i battleground states. E lo ha fatto anche perché ha usato il web in maniera di gran lunga più efficace rispetto al suo avversario.

    Ciò non vuol dire che la rete abbia sostituito la TV come capacità di influenzare l’opinione pubblica e il comportamento di voto. Lo dimostra, tra l’altro,  Il primo confronto televisivo tra Obama e Romney in cui la cattiva performance del presidente uscente ne ha messo a rischio per un momento la rielezione. Ma la rete oggi è diventata uno strumento che non può essere ignorato da nessun candidato o partito perché può fare la differenza tra vincere e perdere. Questo è certamente vero negli USA.  Ma dopo le elezioni dello scorso Febbraio e la straordinaria performance del Movimento Cinque Stelle comincia ad essere  vero anche da noi, anche se l’uso della rete da parte di Obama e di Grillo è stato molto diverso.

    Ma non basta parlare genericamente di web politics. Uno dei meriti di questo volume è quello di spiegare nei dettagli come la rete sia stata scientificamente utilizzata  sia per acquisire finanziamenti che per catturare consensi. Questa è la vera novità. Obama non è stato il primo a sfruttare elettoralmente internet. Prima di lui lo aveva fatto Howard Dean nel 2004 con la sua Democracy for America. Ma Obama ha fatto la vera differenza . Già nelle presidenziali del 2008 si era visto come la rete  potesse essere uno strumento straordinario di raccolta di fondi, così come lo era  già stata, ma in misura assai minore, per Dean. Quattro anni dopo non solo ha accresciuto la sua efficacia in questo ambito,  ma ha acquisito anche un ruolo molto importante nella raccolta di voti diventando il perno di una macchina elettorale mai vista prima nella politica americana.  Facebook, con i suoi 160 milioni di utenti che rappresentano quasi tutto l’elettorato attivo americano, oltre a cellulari, smart phone e tablet, posseduti dal 90% degli elettori registrati, sono diventati i nuovi protagonisti della politica USA. Soprattutto in mano al partito di Obama,  visto che ne hanno fatto uso il 37% degli elettori democratici contro il 25% tra quelli repubblicani.

    Le vecchie organizzazioni di partito fanno fatica a mobilitare i vecchi elettori e non riescono affatto a mobilitare i nuovi. La gente non vota perché non si sente coinvolta. La rete invece coinvolge. Attraverso i social networks gli elettori, soprattutto quelli più giovani,  possono sentirsi partecipi di un processo in cui non sono attori passivi. Possono interagire con i candidati e con altri elettori. Ma perché questo avvenga l’organizzazione non può essere lasciata al caso. Il sapiente uso della rete e dei social media è il frutto di un meticoloso lavoro di raccolta di dati. Usando i profili dei 34 milioni di fan del presidente Obama e incrociando questi dati con informazioni provenienti da una molteplicità di altre fonti è stato creato un enorme database che nelle mani di uno  sconosciuto guru informatico di nome Jerry Bird  è diventato il cervello della campagna elettorale di Obama. In  questo modo si è potuto specializzare i messaggi calibrandoli in base alle caratteristiche personali dei destinatari. L’idea di fondo è  semplice : è più facile coinvolgere gli elettori se ne si conoscono le preferenze, le preoccupazioni, le priorità, le sensibilità.

    Ma la campagna di Obama non si è limitata all’uso della rete come canale di comunicazione. Ha fatto un ulteriore passo avanti, ancora più innovativo. Come scrivono Lucchini e Matarazzo  “ i social media hanno funzionato da ponte verso il territorio” e quindi da canale di mobilitazione dal basso. In altre parole hanno preso il posto delle vecchie organizzazioni locali di partito e così facendo hanno contribuito a colmare  il gap tra candidati e elettori. La campagna di Obama è stata anche una campagna porta a porta . Un porta a porta digitale, però.  Queste elezioni hanno dimostrato che il porta a porta funziona ancora – anzi può essere l’arma vincente-  ma diventa veramente efficace in mano a volontari o organizzazioni di partito che conoscono chi c’è dietro la porta. Fuor di metafora, la mobilitazione dal basso raggiunge il suo scopo di acquisire finanziamenti e voti  se  chi ne è protagonista  conosce il profilo di coloro che si vuole mobilitare. Questo è uno dei segreti della campagna di Obama: la combinazione di tecnologia digitale, social media e contatto diretto. Nuovo e vecchio modo di far politica mescolati insieme. La rete non sostituisce il militante che va casa per casa, ma lo aiuta e ne rafforza il ruolo.

    E’ così che internet diventa  “una chiave per affrontare la crisi tra opinione pubblica e élites che attraversa tutte le democrazie d’Occidente”. Negli USA con Obama e la sua eccezionale organizzazione il processo ha fatto un significativo balzo in avanti. In Europa siamo ancora agli inizi. Ma prima o poi ci arriveremo.

  • Con il premio l’elettore sceglie chi governerà

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 28 gennaio 2014

    A Sartori il nome Italicum non piace. Il fatto non sorprende. Non avendolo inventato lui non poteva che essere così. Neanche a me piace più di tanto. Per quelli della mia generazione ricorda fatti tragici. Però tra tutti gli epiteti latineggianti con cui – unico paese al mondo- parliamo dei nostri sistemi elettorali è certamente il più azzeccato. Infatti  a partire dal 1993 tutti i sistemi elettorali adottati nei comuni, nelle province e nelle regioni sono varianti dell’Italicum. Questo tipo di sistema proporzionale con premio di maggioranza costituisce uno degli elementi di un peculiare modello di governo che si è progressivamente affermato da noi negli ultimi 20 anni e che non trova riscontro in altri paesi. Per l’appunto un modello italiano di governo. L’Italicum è l’ultimo tassello.

                Ma la vera questione in ballo non è il nome. A Sartori non piace il modello. Secondo lui è  ‘scorretto, scorrettissimo, trasformare con un premio una minoranza in una maggioranza’ . A prima vista sembra che il Sartori sostenitore dei collegi uninominali a due turni del modello francese sia diventato un proporzionalista convinto. Ma forse non è così, anche se non lo possiamo dire con certezza. Nel passato ha anche sostenuto la bontà del sistema elettorale tedesco che, nonostante i suoi collegi uninominali, è un  proporzionale. Eppure, cercando di interpretare il suo pensiero, si intuisce che il problema per lui non è la trasformazione di una minoranza di voti in maggioranza di seggi , ma il fatto che questo avvenga con un premio. E’ questo il vero bersaglio polemico. Come se il premio fosse ‘ un regalo che Renzi e Berlusconi fanno a se stessi’. Sono parole sue.

                Tutti i sistemi maggioritari contengono un premio. Tanto per fare esempi già fatti numerose volte, nel 2005 Tony Blair ha vinto il suo terzo mandato con il 35% dei voti. Con questa percentuale il Partito laburista ha ottenuto il 55% dei seggi. Nel 2012 Francois Hollande ha preso al primo turno delle legislative il 29% dei voti (come Bersani a Febbraio 2013 alla Camera) e al secondo turno questa percentuale si è trasformata nel 53 % dei seggi. E si potrebbe continuare con molti altri esempi di disproporzionalità. Anche certi sistemi etichettati come proporzionali contengono un premio. Lo spagnolo per esempio. Con le sue piccole circoscrizioni sono i grandi partiti ad essere sovrarappresentati a spese dei piccoli. Anche la Cdu-Csu di Angela Merkel alle ultime elezioni ha ottenuto un premio in seggi grazie al fatto che i Liberali e l’Alternativa per la Germania si sono avvicinati alla soglia del 5 %, ma non l’ hanno superata. Sembra di intuire nel ragionamento di Sartori che quello che distingue questo tipo di premio è il fatto che in tutti questi casi la distorsione tra voti e seggi si produce ‘naturalmente’.  Prendo questo avverbio a prestito da lui. Nell’ Italicum invece la distorsione, cioè l’effetto maggioritario,  sarebbe ‘innaturale’. Ci sarebbero dunque premi naturali e premi innaturali.

                Ma perché il premio dell’ Italicum dovrebbe essere innaturale?   Partiamo dal funzionamento di questo sistema. Al partito o alla coalizione che ottiene un voto più degli altri viene dato un premio del 18 % dei seggi a condizione che abbia raggiunto almeno il 35% dei voti.  Il 18% è il premio massimo, che consente a chi vince con il 35% di avere il 53% dei seggi. Se però una lista vince con il 40% dei voti  il premio diventa il 15% e se vince con il 45% dei voti diventa il 10%. E così via. Il premio infatti può assicurare al massimo il 55% dei seggi. Se nessuno arriva al 35% dei voti le due liste più votate si sfidano in un ballottaggio in cui chi vince prende il 53% dei seggi.

                Che cosa c’è di innaturale in tutto ciò?  Perché  sarebbe naturale il premio ottenuto da Blair e da Hollande e questo no?  Con il premio dell’Italicum già al primo turno gli elettori sanno che il loro voto può dare la maggioranza assoluta a un partito o a una coalizione e quindi sanno che sono loro a decidere il governo del Paese. A maggior ragione questo è vero nel caso di secondo turno visto che gli sfidanti sono solo due. Il vero vantaggio dei sistemi maggioritari di collegio, rispetto all’Italicum che è un sistema maggioritario di lista, è che ogni partito o ogni coalizione presenta agli elettori un candidato e su quello si gioca la partita, in uno o due turni. Nel caso invece dell’Italicum il candidato unico è sostituito da una lista di candidati. E questo pone il problema se la lista debba essere aperta (con il voto di preferenza) o bloccata. Questione molto controversa, come si vede in queste ore. Con il collegio uninominale il problema non esiste. E’ per questo che chi scrive pensa che  il miglior sistema elettorale per il nostro paese in questo frangente storico sia il maggioritario di collegio con ballottaggio. Con questo sistema si potrebbero perseguire gli stessi obiettivi dell’Italicum senza il problema del voto di lista.  Ma questo modello in questo momento appartiene al libro dei sogni. Con chi lo si approva visto che Berlusconi e Grillo sono contrari?  Qui sta la differenza tra chi guarda alla realtà  e chi insegue chimere.

     

     

     

     

     

  • Sistema bipolare, premio massimo del 18%. Ecco perchè può funzionare

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore del 21 gennaio 2014

    La riforma elettorale non c’è ancora. Ma l’accordo su quale debba essere c’è.  La fine di questa storia ci sarà quando il Parlamento avrà varato il testo e il Presidente della Repubblica lo avrà promulgato. Sono passaggi delicati e non scontati.  Ma quello che comincia oggi in commissione affari costituzionali della Camera è un processo che ha buone chances di arrivare a una conclusione positiva. Ha buone chances perché Pd e Fi, ma è il caso di dire Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, condividono lo stesso obiettivo. Entrambi si sono schierati fermamente a favore del bipolarismo e della democrazia della alternanza . Chi temeva che un Berlusconi indebolito volesse puntare a una riforma non maggioritaria sfruttando la decisione della Consulta che ha reintrodotto un sistema proporzionale si deve ricredere.

    Con il nuovo sistema elettorale saranno i cittadini a decidere chi debba governare.  Le elezioni saranno, come diceva Popper,  ‘il giorno del giudizio’ su chi ha governato e su chi si candida a governare. Le coalizioni dovranno formarsi prima del voto, e non dopo. E spetterà agli elettori valutare la qualità e la credibilità delle alleanze proposte dai partiti. In questa prospettiva il nuovo sistema elettorale si colloca nell’alveo dei sistemi  che hanno caratterizzato la Seconda Repubblica. Fa parte di quel ‘modello italiano di governo’ inaugurato dalla legge sui sindaci nel 1993. La novità sta nel fatto che non è stato imposto da un referendum come la legge Mattarella  e non è il frutto di una decisione di maggioranza come la legge Calderoli nel 2005, ma è il risultato dell’iniziativa condivisa di larga parte della classe politica.  Come tutti i sistemi elettorali della Seconda Repubblica è un sistema misto, che ricalca in larga misura la terza proposta di Renzi, quella che impropriamente viene indicata come il ‘sindaco d’Italia’ e che in realtà è un doppio turno di lista.

    Premio di maggioranza e doppio turno.  Questi sono gli elementi centrali del nuovo sistema. La loro combinazione rende il sistema majority assuring, cioè garantisce che le elezioni diano al vincitore – partito singolo o coalizione – la maggioranza assoluta dei seggi. Chi ottiene un voto più degli altri incasserà un premio di maggioranza del  18% se arriverà al 35% dei voti. Se nessuno arriverà a questa soglia le due formazioni più votate si sfideranno in un ballottaggio. Il vincitore avrà diritto alla Camera al  53% dei 617 seggi in palio (327). Nessuno ne potrà avere più del 55 % (340) grazie al premio. Quindi l’esito del voto si collocherà tra questi due valori a meno che una lista non conquisti da sola più del 55% dei seggi. Con la soglia e un premio non illimitato la Consulta è accontentata. Fino all’ultimo non era previsto che ci fosse un doppio turno. Berlusconi lo ha accettato perché  la soglia per far scattare il premio è bassa. Con il 35% il centro-destra ha la possibilità di vincere le elezioni in un turno solo senza quindi dover rischiare una sconfitta al ballottaggio per via della pigrizia dei suoi elettori. E’ la soglia che differenzia questo modello da quello proposto tempo fa sulle pagine di questo giornale.

     Il Senato. Il sistema elettorale  è identico a quello della Camera. Finalmente sparisce la lotteria dei 17 premi regionali. Infatti anche in questo ramo del Parlamento il premio sarà nazionale. Era ora. La sentenza della Consulta in questo caso ha aiutato. Questa modifica non annulla il rischio di maggioranze diverse tra le due camere, ma lo riduce sensibilmente. Con il fatto che i diciottenni non possono votare al Senato il rischio resta. Verrà definitivamente eliminato con la radicale trasformazione del Senato prevista dal pacchetto di riforme di cui il nuovo sistema elettorale è una parte. Alle prossime elezioni si voterà per una camera sola. Salvo sorprese.

     Formula elettorale e soglie. A parte i seggi del premio gli altri verranno assegnati con formula proporzionale. Non a tutti però. Per avere seggi i partiti che scelgono di far parte di una coalizione devono superare la soglia ‘tedesca’ del 5%. Era il 2% nel vecchio sistema. Per chi sta fuori dalle coalizioni  la soglia è dell’ 8%. Ma per poter utilizzare la soglia più bassa del 5% occorre che la coalizione arrivi al 12%. In caso contrario è come se la coalizione non esistesse. Questo sistema di soglie serve a scoraggiare tentazioni terzopoliste. Questo è il prezzo che i piccoli partiti devono pagare. Sopravvivono, ma solo se accettano di allearsi prima del voto con i grandi. Per la Lega è prevista una clausola di salvaguardia che le consentirà di sopravvivere nei suoi territori anche nel caso in cui non arrivi al 5% a livello nazionale.

     Liste bloccate.  Non ci sono né i collegi uninominali né  il voto di preferenza. Restano le liste bloccate ma saranno corte e i nomi dei candidati saranno visibili sulla scheda elettorale. Sulla lista bloccata si è fatta tanta retorica. La realtà è che sono solo uno strumento. Non sono il male assoluto. Se usate bene, i risultati sono positivi. E’ grazie alle liste bloccate che oggi nel nostro Parlamento siedono più donne che in quello tedesco o francese.

    Queste sono le caratteristiche essenziali del sistema elettorale presentato alle Camere. Non è il migliore dei sistemi. E’ il punto di incontro tra i desideri e la realtà. Chi scrive ha collaborato sul piano tecnico a questa riforma. Avrebbe preferito un sistema con i collegi uninominali maggioritari e il doppio turno. In questo modello c’è il doppio turno ma non ci sono i collegi. Però è un sistema che può funzionare bene. Ma le regole elettorali – lo abbiano detto tante volte – non sono una bacchetta magica. Le buone regole sono una condizione necessaria del buon governo. Ma non sono una condizione sufficiente. Per il buon governo ci vuol la buona politica. E’ questa la prossima scommessa.

  • Per una soluzione serve l’accordo nel centrodestra

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 10 gennaio 2014

    In materia elettorale le preferenze dei partiti tra i diversi sistemi di voto sono dettate dalle convenienze, cioè dal calcolo dei costi e dei benefici attesi associati a ciascun sistema. E questi variano in funzione di molti fattori che vanno dalla dimensione dei partiti, al tipo di elettorato, al posizionamento che hanno nello spazio politico.  Tenendo conto di ciò, dei tre modelli proposti da Renzi quale conviene più o meno ai vari partiti presenti in Parlamento?

                Partiamo dallo ‘spagnolo’, il proporzionale con piccole circoscrizioni e premio di maggioranza. In questo caso la risposta è ancora più netta che negli altri casi: questo modello conviene solo ai tre partiti maggiori, Pd, Forza Italia e M5s. Infatti, con circoscrizioni elettorali in cui si eleggono 4 o 5 deputati la percentuale di voti necessaria per ottenere uno di questi seggi è talmente elevata che anche partiti con il 10% dei voti sarebbero fortemente penalizzati. Quindi è un modello che certamente non va bene a Sel, Lega Nord, Lista civica e  soprattutto al partito di Alfano.

                Il secondo modello è una versione rivista della legge Mattarella. I collegi uninominali e un premio di maggioranza del 15% sono le sue caratteristiche principali. La prima di queste caratteristiche è la più rilevante.  Sulla carta un sistema elettorale in cui in ciascun collegio vince il candidato che riceve più voti dovrebbe favorire esclusivamente i partiti maggiori.  Ma l’esperienza recente italiana dice una altra cosa. Nel periodo in cui sono stati utilizzati i collegi, cioè tra il 1994 e il 200,  i partiti maggiori hanno rinunciato a presentarsi da soli e hanno preferito formare delle coalizioni pre-elettorali con partiti affini per massimizzare le loro possibilità di vittoria. Questi accordi prevedevano candidati comuni distribuiti più o meno proporzionalmente tra i partiti della coalizione.  In un certo numero di collegi il candidato dell’Ulivo o della Casa delle Libertà era del partito A e in altri era del partito B e così via.  Detto altrimenti i collegi uninominali sono stati lottizzati con il risultato che il sistema maggioritario è stato ‘proporzionalizzato’ e così i piccoli partiti sono sopravvissuti. Tutto fa pensare che, reintrodotti i collegi,  il sistema funzionerebbe più o meno allo stesso modo. Per questo i piccoli partiti , tra cui la Lega , non sono del tutto contrari. Con i loro pochi voti possono comunque contare. Soprattutto se sono voti ‘fedeli’ per ragioni ideologiche o clientelari. E anche Grillo si era tempo fa espresso a favore

                Questo modello però pone un problema a Berlusconi e un altro ad Alfano. Il Cavaliere non ha mai amato i collegi uninominali.  Nel passato si è sempre lamentato del fatto che i suoi candidati nei collegi prendevano meno voti delle liste di partito che li sostenevano. Nel 2005 la riforma elettorale ha avuto come obiettivo proprio l’eliminazione dei collegi a favore di un sistema proporzionale con liste di partito e premio di maggioranza, il famigerato – si fa per dire- porcellum.

                Forse Berlusconi ha cambiato idea. Se lo ha fatto è per la ragione per cui questo sistema non è gradito a Alfano.  Infatti se tornano i collegi Alfano deve tornare sotto l’ombrello del Cavaliere. Senza di lui non ne vincerebbe neanche uno. Ma senza Alfano Berlusconi correrebbe il rischio di perderne parecchi. Quindi si siederanno intorno a un tavolo a trattare sulla spartizione dei seggi.  Né più né meno di come è avvenuto dal 1994 al 2001 tra Berlusconi, Casini, Fini e Bossi. Si tratterebbe di una coesistenza complicata e forzosa. Per Berlusconi presenta però il vantaggio di limitare fortemente la visibilità e l’autonomia del Ncd.  Ma questo è proprio il motivo per cui  Alfano dovrebbe preferire la terza proposta di Renzi, e cioè il doppio turno di lista, il modello che più si avvicina a quello dei sindaci.

                Anche questo modello costringerà Alfano e Berlusconi  a coabitare per puntare alla conquista del premio di maggioranza, ma in questo caso l’alleanza tra i due sarebbe molto diversa. La coalizione non sarebbe basata su candidati comuni. Ogni partito manterrebbe invece il suo simbolo e la sua lista di candidati. Tutto sarebbe molto più semplice e più chiaro. Questo sistema può andare bene anche agli altri partiti piccoli e medi che sarebbero poco o per nulla penalizzati se entrano in coalizione, mentre se ne restano fuori potrebbero contare comunque su un diritto di tribuna. Il problema è che questo modello non va bene a Berlusconi. Da tempo il Cavaliere ha maturato la radicata convinzione che il doppio turno non si addice al suo elettorato. Neanche lui si fida della sua capacità di portare alle urne i suoi elettori due volte in pochi giorni. Figuriamoci il suo successore, chiunque sia.

                Tirando le somme, tra i tre modelli a Alfano conviene senza dubbio il terzo. Se poi a quella proposta Renzi aggiungesse anche il voto di preferenza e la garanzia di non tornare alle urne troppo presto è difficile che il leader del Ncd possa dire di no, viste le alternative in campo. Quindi se Berlusconi e Alfano si mettono d’accordo la riforma si farà senza troppi problemi. Ma se Berlusconi puntasse al primo o al secondo modello e Alfano scegliesse il terzo, Renzi che fa?

  • Le 3 proposte di Renzi: mix di opzioni, esito maggioritario garantito

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 7 gennaio 2014

    Adesso viene il bello. La partita vera sulla riforma elettorale comincia ora. Matteo Renzi ha fatto una proposta chiara. Ha fissato un paletto. Il nuovo sistema elettorale deve essere un sistema con forti effetti maggioritari. In altre parole deve consentire agli elettori di scegliere allo stesso tempo chi li rappresenta e chi li governa. L’esito del voto deve essere chiaro, decisivo. Non deve lasciar spazio né a larghe intese né a estenuanti trattative parlamentari per la formazione del governo. Questo è un punto non negoziabile. Sul resto si può trattare. Per facilitare l’ accordo il segretario del Pd ha proposto tre modelli molto diversi tra loro ma accomunati dal fatto di soddisfare il requisito essenziale della decisività del voto. Per questo motivo tutti prevedono un premio di maggioranza.

    Sono modelli in cui molti ‘dettagli’  sono lasciati indefiniti. E si sa che in questa materia i ‘dettagli’ sono cruciali. Ma questo non è il momento dei ‘dettagli’. E’ il momento delle scelte di fondo. Ora tocca ai partiti presenti in parlamento rispondere. Sono loro a dover scegliere tra questi modelli o a proporne un altro, purchè produca gli stessi effetti. E tocca ai parlamentari dello stesso Pd constatare quello che è realisticamente possibile fare in una situazione in cui il Pd non ha i voti per far approvare la sua riforma ‘ideale’.

    I tre modelli offrono ampia libertà di scelta. Il primo è un sistema proporzionale con premio di maggioranza del 15 %.  A differenza del vecchio sistema elettorale si tratta di un premio fisso e limitato. La Consulta è accontentata.  Nel cosidetto porcellum infatti il premio era variabile e potenzialmente illimitato. La chiave di questo modello sta nella dimensione delle circoscrizioni. Ne sono previste 118 il che vuol dire che con una Camera di 630 membri verrebbero eletti 4 o 5 deputati per circoscrizione. Sono pochi.  Insieme al premio, questo è il meccanismo che caratterizza questo sistema elettorale in senso maggioritario. Infatti con circoscrizioni così piccole qualunque formula proporzionale per la trasformazione dei voti in seggi avvantaggia i partiti maggiori e penalizza significativamente tutti gli altri. Tanto più che viene prevista anche una soglia di sbarramento nazionale del 5%. Questo è il modello che non solo favorisce il bipolarismo, ma che nel medio periodo produce anche una forte spinta verso il bipartitismo.

    La seconda proposta è una riedizione della legge Mattarella.  I tre quarti dei seggi (475) sono assegnati in collegi uninominali in cui il seggio va a chi prende un voto più degli altri. Esattamente come è stato tra il 1994 e il 2001. Scompare lo scorporo e appaiono un premio del 15 % da assegnare alla lista vincente e una quota del 10 % da ripartire tra i partiti minori come diritto di tribuna.  Anche in questo caso la combinazione di collegi uninominali e premio assicura che il sistema produca un forte effetto maggioritario.

    La terza proposta, come la prima, è un modello che prevede liste di partito e non collegi maggioritari. La differenza sta nel fatto che i seggi non vengono assegnati in piccole circoscrizioni come nel primo modello. Quindi i partiti piccoli e medi non sono penalizzati. Dovranno solo fare i conti con la eventuale soglia di sbarramento a livello nazionale. Anche in questo caso è previsto un premio di maggioranza che però viene assegnato con un doppio turno e assicura il 60 % dei seggi.  I partiti si possono presentare da soli o in coalizione . Se nessuno arriva ad una certa soglia di voti scatta il ballottaggio tra i primi due. Il vincente incassa il premio. I perdenti si dividono proporzionalmente i seggi restanti. E’ stato indicato come il modello con cui si eleggono i sindaci. Ma non è così. Quel modello prevede l’elezione diretta del sindaco. Questo non prevede l’elezione diretta del presidente del consiglio. In realtà questo modello è il doppio di lista di cui si è parlato a lungo sulle pagine di questo giornale.

    Come si vede, ce n’è per tutti i gusti. E la stessa cosa vale per l’altro aspetto importante di qualunque sistema elettorale: la modalità di selezione dei candidati. Anche su questo punto Renzi non prende una posizione precisa. Lascia libertà di scelta. Il vecchio sistema prevedeva liste lunghe bloccate. Il nuovo sistema potrebbe includere liste bloccate corte, il ritorno del voto di preferenza, le liste flessibili o, nel caso del primo e del terzo modello, i collegi usati per eleggere i consiglieri provinciali.

    L’obiettivo dichiarato  è quello di raccogliere il consenso più ampio possibile su uno di questi modelli. E questo dipenderà dalle convenienze dei vari partiti. Ma tutto ciò non basta. Oltre alla riforma elettorale sul tappeto ci sono anche la riforma del Senato e quella del titolo V. Sembra di capire che la trattativa tra i partiti debba essere su tutto il pacchetto. Ma forse il segretario del Pd si rende conto che potrebbe essere un programma troppo ambizioso. Per questo forse nei suoi tre modelli elettorali è ancora prevista una Camera con 630 membri. Altrimenti che senso avrebbe cancellare l’attuale Senato e non ridurre il numero dei deputati ?  L’unica risposta plausibile è che in ogni caso si debba fare la riforma elettorale. Anche a costituzione vigente. Anche correndo il rischio di una Camera e di un Senato eletti da corpi elettorali diversi. Poi si vedrà.

     

  • Il Senato: una lotteria senza vincitori

    D’ALIMONTE, R. D. R. (2014). Il Senato:una lotteria senza vincitori. In A. C. e. L. D. Sio (Ed.), Terremoto elettorale. Le elezioni politiche del 2013 (pp. 153–172). BOLOGNA: Il Mulino.

    Un terremoto: così si può definire il risultato elettorale del 2013, con un sistema che da bipolare diventa a «tre poli e mezzo», e il M5S che dal nulla diventa il primo partito, sospinto da oltre otto milioni di voti. Per la prima volta, dalla fine della Prima Repubblica, a determinare l’esito non è solo una bizzarra legge elettorale, né le scelte coalizionali dei partiti: è invece un massiccio cambiamento nelle scelte di voto degli elettori. Di qui la necessità di un’analisi rigorosa e approfondita di queste elezioni cruciali, che il libro affronta a tutto campo: dalla costruzione dell’offerta politica alla campagna elettorale, dalle dinamiche dell’astensionismo a quelle del voto e dei flussi elettorali, dalla novità del M5S al significativo ricambio della classe politica.

  • Usa e Italia: la politica nell’era digitale

    D’ALIMONTE, R. D. R. (2014). Usa e Italia: la politica nell’era digitale. In S. L. e. R. Matarazzo (Ed.), La lezione di Obama. Come vincere le elezioni nell’era della politica 2.0 (pp. 113–118). Milano: Baldini&Castoldi.

    Nel momento in cui l’antipolitica tocca il suo apice, questo viaggio nei segreti della campagna più innovativa del mondo dispiega una prima mappa sulle strategie delle prossime elezioni del 2016, ma soprattutto fornisce una formidabile raccolta di idee e spunti per il dibattito pubblico italiano.

    Che ruolo hanno svolto le nuove tecnologie nella campagna più finanziata della storia, quali innovazioni si sono sperimentate, e come è stato costruito l’intreccio delle informazioni sugli elettori tratte dai social media e dalla rete sino a permettere l’elaborazione di spot mirati quasi a livello personale (microtargeting)? E soprattutto: quale è stata la chiave comunicativa di fondo, senza la quale nulla avrebbe funzionato?

  • Proporzionale puro se le Camere non interverranno

    di Roberto D’Alimonte
    Pubblicato sul Sole 24 Ore del 5 dicembre 2013

    E adesso che succede?  Se i partiti non facessero nulla da oggi al momento in cui la sentenza della Consulta sulla attuale legge elettorale verrà pubblicata con quale sistema elettorale si andrebbe a votare alle prossime elezioni? Tutto quello che abbiamo in mano per dare una risposta è un comunicato dell’ufficio stampa della Corte. Non è molto, ma basta per concludere che sarebbe un sistema elettorale proporzionale. Questo ha deciso la Consulta. Dichiarando l’illegittimità del premio di maggioranza ne ha sancito l’abolizione. Di fatto questo introduce un sistema proporzionale. Una decisione grave che crea una situazione incerta e rischiosa. Meglio sarebbe stato reintrodurre la legge Mattarella, ma così non è stato.

    Fino ad oggi lo status quo, cioè il punto che definisce le convenienze e le preclusioni dei partiti, era rappresentato da un sistema di voto imperfetto, ma comunque maggioritario. Il nuovo status quo è il peggior sistema che il paese possa avere in questa fase della sua storia. Il ritorno al proporzionale insito nella decisione della Corte condanna l’Italia alla ingovernabilità. Una ingovernabilità fatta di coalizioni acchappatutti o di grandi coalizioni inconcludenti. Certo, non è questo che vogliono i giudici. I giudici vorrebbero che sotto la spada di Damocle della loro decisione a orologeria il Parlamento agisse finalmente per dare al paese un sistema elettorale migliore dell’attuale. E’ una speranza, non una certezza.

    In politica lo status quo ha un peso molto rilevante, spesso decisivo.  Adesso i tanti proporzionalisti che si annidano nelle fila di tutti i partiti sanno che quando la sentenza della Corte verrà pubblicata il sistema elettorale che entrerà in vigore  sarà quello che da sempre hanno considerato dal loro punto di vista  il migliore per il paese.  La Corte non ha creato un vuoto normativo. Ha sostituito un sistema elettorale maggioritario con un sistema proporzionale. E nel frattempo ha anche destabilizzato i sistemi di governo regionali. In tutte le regioni infatti i consigli sono eletti con sistemi a premio di maggioranza senza soglia per l’attribuzione del premio. Sono tutti porcelli. Ed è andata anche oltre. Ha dichiarato illegittime anche le liste bloccate. Un meccanismo con cui in Spagna si scelgono il 100% dei parlamentari, in Germania il 50% e in Toscana tutti i consiglieri regionali. E con quale logica costituzionale? Sarà interessante saperlo.

    Ma forse i partiti si daranno una mossa. In che direzione? E’ tutto da vedere. Alla luce di questa sentenza  le primarie del Pd di Domenica prossima acquistano un rilievo  maggiore. Cosa succede se Renzi ne venisse fuori ammaccato? La voglia di proporzionale si rafforzerebbe ancora di più. Naturalmente sarà camuffata con il ricorso a modelli spagnoli o tedeschi. Ma tutti in versione largamente italiana. Oppure i partiti prenderanno spunto da questa decisione per modificare in senso maggioritario il meccanismo di attribuzione del premio. (https://mgtrailer.com) Non ci crediamo. Ma ci auguriamo di sbagliarci. Forse la spada di Damocle funzionerà. Forse. Intanto incrociamo le dita.