Autore: Roberto D’Alimonte

  • Elettori euroscettici, «vince» Forza Italia

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 15 maggio

    L’Europa non piace più come una volta. Sono finiti i tempi in cui l’Italia figurava in testa alla graduatoria dei paesi più europeisti. Dopo l’innamoramento è subentrato il disincanto. È quello che dicono i dati del sondaggio Cise-Sole 24 Ore. Una conferma rispetto a quello che già si sa. Secondo i dati raccolti a novembre del 2014 nell’ambito della ultima indagine pubblicata dall’Eurobarometro solo il 47% degli italiani si sente cittadino europeo contro il 74% dei tedeschi. Ci superano addirittura gli inglesi. Davanti a noi ci sono i bulgari e dietro ci sono solo i greci.

    In realtà gli italiani non rifiutano l’Unione e nemmeno la moneta unica. La maggioranza (il 54%) continua a pensare che l’appartenenza all’Unione sia una cosa positiva. Coloro che ne danno un giudizio del tutto negativo sono solo il 21%, mentre un altro 25% è su una posizione agnostica. Ma questi ultimi non sono più tali quando la domanda tocca il tasto dei benefici che l’Italia ha ottenuto dalla sua appartenenza all’Unione. In questo caso il campione si polarizza nettamente con un 52% che risponde positivamente e il 45% che la pensa in modo diametralmente opposto. Per quasi la metà degli intervistati lo stare nell’Unione non ha portato reali vantaggi. Ci si sta perché non si può fare diversamente. Non si spiega altrimenti perché per una parte consistente di loro l’appartenenza all’Unione è una cosa né positiva né negativa anche se i benefici che se ne ricavano sono scarsi o nulli.

    L’euroscetticismo non è però diffuso allo stesso modo tra le varie forze politiche. Su questo argomento la differenza tra gli elettori di sinistra e quelli di destra è netta. Come si vede nel grafico in pagina sono questi ultimi a essere decisamente più critici nei confronti dell’Unione. Con la sola eccezione del giudizio sulla Germania, per tutte le domande comprese nel nostro sondaggio le risposte degli elettori dei partiti di centrodestra rivelano un atteggiamento molto più euroscettico rispetto agli elettori del Pd. Per esempio, solo il 25% degli elettori democratici ritiene che l’Italia non abbia beneficiato della sua appartenenza alla Ue contro il 64% degli elettori di Forza Italia, il 59% di quelli della Lega Nord e il 57% degli elettori del M5s.

    Ma è sulla questione dell’euro che viene fuori una sorpresa. A livello dell’intero campione solo il 29% degli intervistati vorrebbe uscire dalla moneta unica. Un dato simile a quello dell’ultimo Eurobarometro. Anche in questo caso la differenza tra la destra, la sinistra e Grillo c’è, ma non è così netta. Come per le altre domande sono gli elettori del Pd a essere i più europeisti. Solo il 14% è d’accordo con l’affermazione che l’Italia dovrebbe uscire dalla Eurozona. Tra gli elettori leghisti e grillini questa percentuale sale, ma resta tutto sommato contenuta. In maggioranza preferiscono restare dentro. E già questa è una novità. Ma la vera novità riguarda Forza Italia. Sono gli elettori del partito di Berlusconi a essere i più contrari all’euro. Addirittura la maggioranza di loro vorrebbe che l’Italia uscisse dalla moneta unica. E questo non è vero né per la Lega Nord né per il M5s. È questa la sorpresa.

    In sintesi, sull’Europa gli italiani sono divisi ma non lo sono trasversalmente. In maggioranza sono ancora favorevoli all’Europa. Ma la differenza tra chi si colloca a destra e chi si colloca a sinistra è netta. A sinistra l’Unione è vista meglio che a destra. Non è così in tutti i paesi europei. Per esempio, in Francia l’antieuropeismo ha fatto breccia sia alla estrema destra che alla estrema sinistra. In Italia questo non si è ancora verificato. Ma visto che anche da noi gli operai tendono ad essere tra le categorie più critiche nei confronti dell’Europa non è detto che prima o poi quello che è successo in Francia non succeda anche da noi. Dipenderà, come molte altre cose, dall’andamento dell’economia.

  • Sondaggio Cise-Sole 24 Ore: Pd al 36%, bene Grillo e Lega. Il lavoro preoccupa ancora

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore del 14 maggio 2015

    Passano i mesi ma gli umori degli italiani non cambiano. I dati recenti su contratti e crescita sembrano promettere un futuro migliore ma per ora il clima politico e sociale continua ad essere caratterizzato dalla sfiducia e dal pessimismo. L’economia e il lavoro restano le preoccupazioni maggiori seguiti a molta distanza dalla questione dell’immigrazione. Nessuno dei leader politici, nemmeno Renzi, ottiene una sufficienza piena nel gradimento degli italiani. E nessuno viene considerato in grado di risolvere veramente i problemi del Paese. E’ quello che emerge dal sondaggio Cise-Sole24Ore.

    In questo clima negativo trovano però conferma le tendenze politiche sviluppatesi negli ultimi mesi. Il quadro dei rapporti di forza tra i partiti è quello fotografato da altri sondaggi e dal voto recente in Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta. Il Pd è di gran lunga il partito che raccoglie la percentuale più alta di intenzioni di voto, il 36,5%. E’ un dato rimasto stabile negli ultimi mesi. Questa percentuale è inferiore a quella delle europee ma superiore di 10 punti a quella delle politiche del 2013. Il secondo partito è il M5s con il 23,5%. Questa è una stima più alta di quella di altri sondaggi, ma in linea con la tendenza che vede il M5s stabilmente al secondo posto nelle preferenze di voto degli italiani. Lo era anche alle europee, mentre alle politiche era stato il partito più votato in assoluto alla Camera.

    Nel centro-destra la Lega Nord di Salvini ha superato Forza Italia come maggior partito dello schieramento. Lo dicono i dati di questo sondaggio e lo hanno già detto i risultati del Trentino Alto Adige. Tra due settimane è molto probabile che una ulteriore conferma verrà dal voto regionale. Ma c’è di più. Salvini ha sopravanzato Berlusconi come possibile candidato del centro-destra unito. Alla domanda su chi debba essere il leader di una eventuale lista unica di centro-destra alle prossime elezioni la risposta chiara è Matteo Salvini. E’ così a livello dell’intero campione, ma è soprattutto vero tra gli elettori che si considerano di destra. Tra questi il 48% indica il leader della Lega Nord e solo il 26% sceglie Berlusconi. Per Alfano, Fitto, Passera e Tosi i numeri sono bassi o bassissimi. Berlusconi è persona di straordinarie risorse, sia materiali che simboliche, ma è difficile che possa tornare ad essere il grande federatore della destra italiana. Il suo tempo sembra finito. Ma non si vede ancora chi ne possa raccogliere l’eredità. Per i moderati del centro-destra Salvini è un po’ troppo di destra anche se oggi sembra il favorito.

    In sintesi, il quadro è quello di un sistema in cui a sinistra c’è un grande partito con un leader mentre a destra ci sono due partiti di media consistenza in competizione tra loro (Forza Italia e Lega Nord) e altri piccoli partiti in cerca di futuro. E poi c’è il M5s che nonostante tutto è ancora lì e non ha nessuna intenzione di uscire di scena. Per Renzi la frammentazione e la poca credibilità della opposizione rappresentano il vantaggio più importante su cui può contare in questa fase. Governare di questi tempi è difficile. E nei dati di questo sondaggio si vede. Il giudizio sul governo non è positivo per la maggioranza degli italiani.

    Lo stesso vale per il giudizio sul premier. Su una scala da 1 a 10 solo il 41% degli intervistati gli dà la sufficienza. Ma resta pur sempre il leader meno sgradito visto che per i suoi rivali i giudizi negativi vanno dal 68% di Salvini al 70% e più di Grillo, Berlusconi e Landini per arrivare al 82% di Alfano e al 87% di Fitto.

    Ma si tratta di una magra consolazione. La politica non ha ancora riacquistato credibilità e chi governa non si sottrae a questo sentimento diffuso. In tutte le domande di questo sondaggio in cui si è chiesto agli intervistati di indicare il partito più credibile a realizzare obiettivi condivisi dalla maggior parte dei cittadini la risposta prevalente è stata ‘nessuno è davvero credibile’. In questo clima di generalizzata sfiducia nei confronti della classe politica, la credibilità è un bene più o meno equamente distribuito. Il Pd viene considerato come il partito più credibile nel far valere gli interessi dell’Italia in Europa e nel far ripartire l’economia italiana, ma il M5s lo è per ridurre i costi della politica e la Lega Nord per controllare in maniera efficace l’immigrazione. Ma i numeri sono bassi e quindi poco indicativi. Il dato vero è quello che si è già detto, la sfiducia.

    In questo contesto c’è un partito, il Pd, che raccoglie le intenzioni di voto del 36% degli italiani. Non è cosa da poco. Con questa percentuale David Cameron ha vinto le recenti elezioni in Gran Bretagna. Ma l’impressione è che sia un fenomeno fragile, legato da una parte al credito di cui ancora gode il premier e dall’altra alla debolezza della opposizione. Solo un duraturo cambiamento a livello della situazione economica e sociale del paese potrà portare ad una reale stabilità degli allineamenti elettorali. Messa da parte l’ideologia è l’economia il vero motore dei comportamenti politici degli italiani. E’ così da anni in altri paesi. E oggi lo è anche da noi. E’ su questo terreno che si gioca la vera partita di Renzi e del Pd.

  • La lezione inglese

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore del 9 maggio 2015

    Con il 36,9% dei voti  il partito conservatore  di Cameron ha conquistato il 51% dei seggi.  Un premio pari a 14 punti percentuali. Con il 30,4% dei voti i laburisti hanno perso ma hanno ottenuto il 36% dei seggi. E’ andata molto male invece ai liberal-democratici che con l’8% dei voti hanno preso solo 8 seggi (l’1%). A differenza del  partito nazionalista scozzese che con il 4,7% dei voti, di seggi ne ha presi 56  (sui 59 dell’intera Scozia). Dulcis in fundo, lo Ukip di Farage con il 12,6% di voti ha preso un solo seggio.

                Siamo di fronte a un sistema elettorale indiscutibilmente incostituzionale secondo i criteri della nostra Corte. Non solo. Secondo i critici nostrani dell’Italicum  non c’è alcun dubbio che la democrazia inglese sia in grave pericolo. La deriva autoritaria è dietro l’angolo. La più antica democrazia parlamentare del mondo è ormai moribonda. Come è possibile che un premier eletto da poco più di un terzo degli elettori possa governare legittimamente?

                E’ il maggioritario, bellezza!  A casa nostra non piace a molti. A Londra invece tanti hanno tirato un sospiro di sollievo.  Fino all’altro ieri la Gran Bretagna sembrava sull’orlo della ingovernabilità. Si parlava non solo di governi di coalizione, ma addirittura di governi di minoranza. Una vera iattura in quel paese. E invece gli elettori britannici oggi hanno un governo di maggioranza. Questo esito  è il prodotto del sistema elettorale. Un sistema maggioritario fortemente disproporzionale, imperniato su 650 collegi uninominali dove basta arrivare primo per vincere il seggio. Winner-takes- all. Il vincitore si prende tutto è la definizione gergale di questo sistema. Chi arriva primo si prende tutta la posta e agli altri non resta niente. Quando il sistema funziona  gli elettori eleggono ‘direttamente’ il governo del paese, come è successo questa volta.  La governabilità fa premio su tutto. Ma il costo è la disrappresentatività. Anche Tony Blair nel 2005 vinse le elezioni con il 35% dei voti.

                Naturalmente è un sistema che ha i suoi critici anche in Gran Bretagna. Tra questi spiccano i sostenitori dei partiti minori che nel corso della storia elettorale inglese sono stati sistematicamente svantaggiati. In particolare i liberal-democratici. Quando cinque anni fa Cameron non riuscì ad arrivare alla maggioranza assoluta dei seggi e fu costretto a fare un governo di coalizione proprio con i liberal-democrattici la prima richiesta del loro leader fu un referendum sul sistema elettorale. Si svolse il 5 Maggio 2011. Quel giorno i cittadini inglesi potevano decidere di abbandonare il sistema uninominale maggioritario e sostituirlo con il voto alternativo. Invece il 68% ha votato contro il cambiamento. Hanno preferito mantenere il vecchio disproporzionalissimo sistema. Hanno scelto la governabilità rispetto alla rappresentatività.

                Ma veniamo ora alla buona notizia per tutti coloro che hanno seri dubbi sulla bontà della evoluzione maggioritaria nel nostro paese. Con l’Italicum quello che è successo in Gran Bretagna accadrà in maniera diversa. E in meglio. Infatti, il vantaggio dell’Italicum sta nel fatto che chi vince avrà 340 seggi e chi perde se ne dividerà 278. Poi ci sono i 12 seggi della circoscrizione estero.  Per questo e per altri motivi legati a Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta in realtà chi vince ne avrà di più e chi perde qualcuno meno. Ma questi sono dettagli. Il punto è che l’Italicum è sì un sistema majority-assuring, cioè assicura che ci sia un vincitore certo, ma a differenza di quello inglese non è un sistema wiiner-takes-all. Il vincitore infatti non si prende tutta la posta in gioco ma solo il 54%.

                Certo, per garantire che la sera delle elezioni ci sia un vincitore certo si deve sacrificare in parte la rappresentatività. Ma solo in parte. Da noi un partito con il  13% dei voti, come l’Ukip, non viene escluso dal parlamento. Questo è il vantaggio dell’Italicum rispetto al sistema inglese, e anche rispetto a quello francese. Tra due anni in Francia assisteremo ad un altro caso analogo a quello dello Ukip inglese. Infatti il Front National di Marine Le Pen potrebbe arrivare addirittura al 20% dei voti ma senza prendere seggi o prendendo una manciata. (Clonazepam)  Questo per dire che nemmeno il maggioritario a due turni francese con i suoi collegi uninominali può impedire esiti fortemente disrappresentativi. Da noi grazie all’Italicum Salvini e Grillo possono dormire sonni tranquilli. Mal che gli vada porteranno comunque in parlamento una bella pattuglia di deputati.

                Insomma, l’esito delle elezioni inglesi è la migliore dimostrazione della bontà dell’Italicum. Con buona pace di tutti quei critici provinciali che hanno investito tanto nella sua demonizzazione.

  • Il Pd tiene, il governo scivola sull’economia

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore del 7 dicembre 2014

    Un quadro politico di grande fragilità in cui pessimismo e sfiducia sono le note dominanti.  Questo è il dato saliente che emerge dall’ultimo  sondaggio Cise-Sole24ore.  In questo contesto Il Pd risulta  ancora di gran lunga il primo partito del paese con il 39,3% delle intenzioni di voto, leggermente sotto il dato delle europee ma abbondantemente sopra quello delle politiche del 2013. Il fattore Renzi funziona ancora ma, come vedremo, mostra evidenti segni di sofferenza.  Al secondo posto, nonostante tutto, si colloca il M5s con il 18,6%. Quella del movimento di Grillo sembra essere una discesa lenta, non un vero e proprio smottamento.  Il suo punto di forza sono sempre i giovani tra i 18 e i 29 anni.  In questo segmento dell’elettorato è ancora il partito più votato seguito dal Pd.

    A ruota seguono gli altri. Forza Italia con il suo 15% si colloca al terzo posto sopravanzando di poco la Lega Nord. Anche questo sondaggio conferma che Berlusconi ha un suo nocciolo duro di consensi fatto di fedelissimi disposti a seguirlo sempre e comunque. Per Renzi è una buona notizia vista la disponibilità del Cavaliere a continuare sulla strada della collaborazione con il governo sulle riforme istituzionali.

    Di questo sta approfittando la Lega Nord che ha trovato in Salvini un leader efficace. Il 14,3% è un dato notevole. Non si tratta ancora di voti ma solo di intenzioni. Ma abbiamo già visto nelle recenti elezioni regionali in Emilia-Romagna che lì le intenzioni si sono effettivamente trasformate in voti. Il declino di Berlusconi ha liberato milioni di elettori in cerca di un approdo stabile. Salvini cerca di approfittarne. E ci sta riuscendo. La sua strategia di radicalizzare il messaggio leghista in chiave di tematiche nazionali paga. Tre temi: Europa, immigrazione, diritti dei gay. Sono questi i temi di cui si sta impossessando il leader leghista.  Un partito che non voglia diventare il partito della nazione può permettersi il lusso di radicalizzare la sua offerta politica sfruttando  l’intensità delle opinioni su queste tematiche.

    Il caso della domanda sui matrimoni gay è esemplare. L’opinione pubblica è nettamente polarizzata: il 36% è fortemente contrario mentre il 33% è assolutamente favorevole. Mettendo insieme pezzi di elettorato contrari ai diritti dei gay , all’Europa e alla immigrazione Salvini sta puntando a costruire un nuovo partito di destra nazionale. Lo aiutano le sue indubbie doti di comunicatore e lo spazio che gli altri da Berlusconi alla Meloni gli stanno lasciando. E così la Lega cresce e si allarga aldilà dei suoi confini tradizionali conquistando nuovi consensi ,soprattutto nella zona tra Bologna e Roma. Il suo punto di debolezza rimane il Sud. Ma Salvini sembra decisamente intenzionato a rimediare. Come riuscirà a fare di un partito che si chiama Lega Nord un partito nazionale è una bella sfida da seguire.

    Dunque, Il Pd è il primo partito del paese, ma né il giudizio sul governo né quello su Renzi sono entusiastici. Il 40% degli intervistati approva l’operato dell’esecutivo ma tra questi solo il 3% è molto positivo, mentre tra i critici il 22% si esprime in modo fortemente negativo. Il giudizio sul premier è migliore di quello sul governo, ma neanche Renzi arriva alla sufficienza. In una scala da 1 a 10 solo il 46% gli dà un voto uguale o superiore a 6. Ma nessuno dei suoi avversari arriva alla sufficienza. Renzi resta quello che più gli si avvicina. Insomma, son tutti bocciati.  Anche Salvini e Landini, per non parlare di Grillo e Berlusconi per cui i giudizi negativi sono intorno all’80%.

    Sono dati che disegnano un quadro di profonda sfiducia nella classe politica. Sfiducia alimentata da un radicale pessimismo relativamente alla crisi economica. Oltre il 70% degli intervistati pensa che negli ultimi 12 mesi la situazione economica generale sia peggiorata.  All’interno di questo quadro non tutti i partiti sono considerati alla stessa stregua.  Nelle domande sulla credibilità, intesa come capacità di realizzare determinati obiettivi, il Pd ne esce meglio, ma non su tutto (si veda cise.luiss.it). E in ogni caso circa un terzo degli intervistati pensa che nessun partito sia credibile per ridurre i costi della politica, far ripartire l’economia o proteggere i cittadini dalla criminalità. Un quadro desolante.

    L’Europa è la sezione del sondaggio che riserva le maggiori sorprese, relativamente parlando.  Gli italiani non sono contenti dell’Unione. La stragrande maggioranza pensa che  le decisioni prese a Bruxelles danneggino l’Italia (60%). Quasi il 70% è convinta che i sacrifici richiesti mettano in pericolo lo stato sociale. Si oppongono all’idea che le politiche dell’UE debbano privilegiare il rigore dei conti (80%).  Anche il loro giudizio retrospettivo sui benefici della appartenenza del nostro paese all’Unione riflette una buona dose di scetticismo: solo il 51% ritiene che sia un fatto positivo. Eppure quando  si chiede se l’Italia debba uscire dall’Euro il 50% dice di non essere affatto d’accordo e il 14% poco d’accordo. Fa il 64% di contrari all’uscita. E la stessa cosa si vede in risposta alla domanda sul futuro del processo di integrazione. Gli italiani si lamentano dell’Europa ma vogliono più Europa.

    Rassegnazione o convinzione?  Sia sull’Europa che sul governo e il suo leader si coglie negli atteggiamenti degli italiani una sostanziale ambiguità. E’ difficile capire se  prevalga più l’uno o più l’altro di questi stati d’animo. Forse più il primo del secondo.  La sensazione è che a Renzi e all’Europa non ci siano alternative. Ed è anche per questo che torniamo a sottolineare la fragilità del quadro politico. Fino a quando l’economia, che è la vera preoccupazione degli italiani, non avrà cambiato verso anche il 39% dei consensi al Pd  resta un dato labile.

    Ma di una cosa può gioire il premier. Sulla riforma elettorale gli italiani sono con lui. E’ veramente sorprendente che il 74% dichiari di essere d’accordo su una legge elettorale che debba garantire a chi vince le elezioni una maggioranza per governare, anche a costo di ridurre la rappresentanza degli altri partiti. In un paese dove una volta dominava la cultura della proporzionale scopriamo che la grande maggioranza è diventata disproporzionalista. Cambiare si può.

  • Stop alle coalizioni litigiose, la sfida è la governabilità

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 9 novembre 2014

    Il premio alla lista è una buona idea. Su questo non ci sono dubbi. La sorpresa davanti all’ennesimo colpo di scena non deve oscurare il merito della questione. Senza il premio alle coalizioni saltano alcune delle caratteristiche più critiche dell’Italicum attuale. Una è la presenza della doppia soglia: una soglia più alta per le liste che stanno da sole (8%) e una più bassa (4,5%) per quelle che si accoppiano. Con il premio solo alla lista la soglia diventa necessariamente unica. Questo semplifica la competizione elettorale e assicura l’autonomia dei partiti. L’altro vantaggio del premio alla lista è l’eliminazione dell’incentivo a fare liste fasulle per raccogliere voti da utilizzare per vincere il premio. Nelle elezioni del 2013  la coalizione di Berlusconi comprendeva ben 9 liste. Nel 2006 erano 12, e quella di Prodi addirittura 14.  Lo stesso meccanismo è presente nell’ Italicum nella sua versione attuale. Last but not least, con il premio solo alla lista si elimina il rischio di risultati ‘perversi’. Infatti, con il premio alla coalizione potrebbe accadere che uno solo dei partiti coalizzati superi la soglia di sbarramento. In questo caso incasserebbe tutti i seggi spettanti alla coalizione sfruttando i voti dei suoi alleati che restano sotto la soglia.

    Queste sono tutte ottime ragioni per dire che il premio alla lista è una buona cosa dal punto di vista tecnico. Ma lo è anche dal punto di vista politico.  Infatti una modifica del genere altera positivamente il modello di competizione che ha caratterizzato la politica della Seconda  Repubblica. A partire dal 1994 questo modello si è basato sulla coesistenza di partiti più grandi e partiti più piccoli all’interno di coalizioni pre-elettorali. La formazione di queste coalizioni è stata incentivata prima- dal 1994 al 2001- dal collegio uninominale e dalla disponibilità dei partiti più grandi a spartire i collegi della Mattarella con i partiti più piccoli. Dopo la riforma elettorale del 2005 l’incentivo alla formazione di queste coalizioni era legato alla presenza di un premio di maggioranza e dal meccanismo della doppia soglia. Per massimizzare la possibilità di vincere i partiti più grandi corteggiavano quelli più piccoli. Questi ultimi erano spinti ad accettare l’abbraccio per ottenere lo sconto sulla soglia e eventualmente partecipare al governo in caso di vittoria. Il risultato finale erano coalizioni poco coese e governi instabili. Con il premio solo alla lista questo modello sparisce.

    Se questo sarà l’Italicum futuro ogni partito correrà da solo. Un partito vincerà il premio di maggioranza al primo turno se raggiungerà una certa soglia di voti che per ora è fissata al 37%. Oppure al secondo turno se nessuno raggiungerà tale soglia e si andrà al ballottaggio. Con questo sistema solo i partiti più grandi avranno possibilità di vincere e quindi di governare. I più piccoli dovranno accontentarsi di essere presenti in parlamento, ammesso che superino la soglia di sbarramento. Oppure dovranno confluire in quelli più grandi come ospiti in un listone dentro il quale perderanno la propria identità. Se questo ultimo sarà effettivamente uno degli effetti del premio alla lista i partiti più grandi diventeranno sempre più grandi trasformandosi ancor più in partiti acchiappatutti. Quando Renzi parla di partito della nazione è probabile che pensi ad una evoluzione del genere, che il premio alla lista indubbiamente favorisce.

    E’ possibile che tutto ciò porti alla lunga ad un assetto bipartitico della politica italiana?  Sì e no. Da un certo punto di vista è certo che il premio alla lista favorirà una competizione incentrata sui due partiti più competitivi. Una volta che gli elettori si saranno resi conto che votare un partito minore vuol dire non influire sulla scelta del governo una parte di loro sceglierà di dare il suo voto a uno dei due partiti che hanno reali possibilità di vincere. Questo produrrà una tendenza al bipartitismo. In ogni caso però è del tutto improbabile che solo due partiti sopravvivranno. Nemmeno in Gran Bretagna si è arrivati a questo. Se le soglie di sbarramento non saranno troppo elevate ci saranno sempre partiti piccoli che rappresenteranno un elettorato incoercibile. Esattamente come avviene in Gran Bretagna nonostante la camicia di forza del collegio uninominale maggioritario.

    Ed è giusto che sia così. Per questo è bene che le soglie di sbarramento non siano troppo elevate. In fondo il nuovo Italicum garantirebbe una maggioranza assoluta di seggi a chi vince indipendentemente dalla presenza di partiti minori. A chi vince andrà il 54% dei seggi, i perdenti – piccoli e grandi – si spartiranno il restante 46%. In questo modo la governabilità è facilitata dal fatto che il vincitore avrà una maggioranza assoluta . La rappresentatività è assicurata dalla presenza di una opposizione plurale. Inoltre con il premio solo alla lista ci sarà una garanzia in più di governabilità perché al governo ci sarà un partito solo e non una coalizione di partiti potenzialmente litigiosi. Dalla competizione per coalizioni a quella per grandi partiti il mutamento è significativo ma non altera la qualità democratica del sistema.

    Il fatto curioso di tutta questa vicenda è che al momento di grandi partiti ce n’è uno solo, il Pd.  Ed è il Pd che ha chiesto il premio alla lista. E questo si spiega. Quello che non si capisce è perché Berlusconi, che non è più il leader di un grande partito, voglia accettare questa modifica. E’ uno dei misteri della politica italiana.  Ma forse la cosa è meno misteriosa di quanto sembra a prima vista. Le dimissioni sempre più vicine di Napolitano e l’elezione del nuovo capo dello Stato potrebbero essere uno dei motivi. L’altro forse è il futuro di Mediaset. In ogni caso questa volta forse la riforma riparte davvero. Per Renzi, e per il paese, sarebbe un bel passo avanti.

    Tab. 1 La composizione delle coalizioni pre-elettorali nella Seconda Repubblica (numero di partiti in coalizione)

  • Le scelte obbligate del governo Renzi

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore del 5 ottobre 2014

    Molti non hanno ancora capito cosa è successo con il voto del 25 Febbraio 2013. Quelle elezioni non sono state come le altre. Hanno segnato una rottura profonda degli equilibri politici su cui si regge il paese. Hanno rappresentato una svolta, per certi aspetti drammatica, della nostra storia recente. Ricordiamo i fatti. L’aspettativa largamente diffusa era che da quel voto sarebbe venuta fuori una maggioranza di centro-sinistra imperniata sull’asse Bersani-Monti. Era l’esito auspicato dall’Europa. E invece non è andata così. Gli elettori italiani non si sono allineati alle aspettative prevalenti fondate su wishful thinking e sondaggi fasulli.

    Per la prima volta in un Paese dell’Unione Europea le elezioni politiche sono state vinte da un partito populista, anti-europeo. Perché il vincitore di quelle elezioni- sia chiaro- è stato Grillo. Per chi non lo ricordasse il M5s alla Camera ha preso il 25,6% dei voti contro il 25,4% del Pd e il 21,6% del Pdl. Nemmeno Forza Italia nelle elezioni del 1994 ha ottenuto un risultato simile. Per Grlllo hanno votato tutti: giovani e meno giovani, laureati e diplomati, managers e operai, lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi. Un vero ‘partito acchiappatutti’. Il successo di Grillo è stato un urlo di protesta di un paese che non ne può più. E la sua vittoria è stata anche la vittoria di  Renzi. Se dal voto del 25 Febbraio fosse venuto fuori un governo Bersani-Monti oggi Renzi sarebbe una figura marginale della politica italiana. E invece quel voto ha aperto a Renzi prima la strada del partito e poi quella del governo.

    Cosa è cambiato da quel giorno?  Poco o niente. La situazione politica, e soprattutto quella parlamentare, sono più o meno le stesse. Certo, ci sono stati movimenti fra i gruppi parlamentari e ci sono state scissioni ma il quadro di fondo è sempre fragilissimo. L’Italia è ancora sull’orlo della ingovernabilità. Stretta tra un Berlusconi che è sempre lì con il suo pacchetto di elettori fedeli, le sue Tv e le sue figlie e un Grillo che aspetta il cadavere del paese sulla riva del fiume. Le defezioni nel campo di Berlusconi e in quello di Grillo non hanno cambiato gli equilibri parlamentari. Il M5s non si è sgretolato e il Ncd di Alfano non è decollato. Il governo si regge ancora su una maggioranza fragilissima.  Al Senato il premier può contare sulla carta su circa 170 voti. (katieaustin.tv) Ma in questo calcolo ci sono tutti, i delusi dentro il partito di Alfano e i dissidenti dentro il Pd. Questi sono i fatti. Il resto sono chiacchiere.

    Ma forse c’è chi pensa che esistano altre maggioranze. Quali? Tra chi?  O  magari c’è chi pensa che Renzi sia sostituibile con un altro leader del Pd. Illusione. Renzi oggi è il Pd. Che piaccia o meno. Ma il vero punto è un altro. Il paese di oggi non è diverso rispetto a quello che ha urlato la sua voglia di cambiamento il 25 Febbraio scorso. La voglia di votare contro tutti e contro tutto è la stessa e cova sotto la cenere. I condizionamenti europei sono gli stessi e, come abbiamo già detto,  gli equilibri in parlamento sono gli stessi. E di tutto questo Renzi deve tener conto nella sua azione di governo.

    Il premier ha sicuramente fatto molti errori da Febbraio a oggi. Nella composizione del governo, nella tempistica delle riforme, nella sottovalutazione della complessità del processo legislativo , nel rifiuto di costruire intorno a sé uno staff di collaboratori che non siano solo gli amici fidati. E chi più ne ha più ne metta. Ma non ha sbagliato nel rivolgersi al paese reale cercando un consenso senza il quale oggi in Italia non si va da nessuna parte. In democrazia contano i voti, non i desideri. E  Renzi ha dimostrato – alle europee- e continua a dimostrare- con la popolarità di cui gode – cosa serve per mantenere il consenso. E tutto ciò nonostante il perdurare della crisi economica. Con una situazione parlamentare difficile come quella che ha ereditato e con la difficoltà di andare alle urne con questo sistema elettorale, o con il prossimo che ancora non c’è, il consenso popolare è la sola carta che il premier ha in mano in questo momento.

    E’ giusto però incalzare Renzi per spingerlo a dare concretezza alla sua azione, perché è solo nei risultati sull’economia che il premier saprà mantenere quel consenso e trasformarlo in qualcosa di positivo per il Paese. Visti gli scenari parlamentari che abbiamo descritto è anche un percorso obbligato, perché altri scenari sono astratti. A meno che qualcuno non pensi che la vera alternativa a Renzi sia la troika. Ma anche la troika avrebbe bisogno di voti in parlamento. Chi glieli darebbe?

  • Bicameralismo perfetto, anomalia italiana

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 20 luglio 2014

    Capita spesso nel nostro paese che si discuta di massimi sistemi  senza alcun riferimento fattuale. E’ il caso del dibattito sulla riforma del Senato e in particolare sul nodo della elezione diretta o indiretta dei futuri senatori.  Per i critici della riforma elezione popolare e democrazia sono sinonimi.  Una seconda camera eletta dai consiglieri regionali, come previsto dal disegno di legge governativo,  e non dai cittadini sarebbe una istituzione sostanzialmente non democratica. Questo è un argomento privo di ogni fondamento empirico.

    Tanto per cominciare la maggioranza dei paesi della Unione Europea (15 su 28) non hanno una seconda camera. In altre parole sono sistemi parlamentari monocamerali.

    Tra i 13 paesi che hanno una seconda camera solo in 5 paesi  i suoi membri sono eletti direttamente dai cittadini.  In Spagna , tra l’altro, una parte dei membri sono designati dalle Comunità Autonome. Tra questi 5 paesi solo in Italia, Polonia e Romania si può dire che la seconda camera abbia dei poteri legislativi rilevanti. E solo l’Italia ha un sistema parlamentare in cui il Senato ha esattamente gli stessi poteri della Camera. Questo per enfatizzare ancora una volta una anomalia italiana che dura da troppo tempo.

    Così come l’elezione diretta  della seconda camera non è una qualità dei regimi democratici, non esiste  correlazione tra elezione diretta e peso politico delle seconde camere. Nel grafico in pagina si vede bene come esistono paesi bicamerali in cui alla elezione diretta del Senato  non corrisponde un suo ruolo rilevante nel processo legislativo. In Spagna e nella Repubblica ceca l’ultima parola sulla legislazione ordinaria, compresa quella relativa al bilancio, appartiene alla camera bassa. In altre parole, in caso di disaccordo tra i due rami del Parlamento, il Senato non ha  potere di veto. Non è così invece in Francia e Germania.  Il Bundesrat tedesco è nominato dai governi del Lander e il Senato francese è eletto da una platea di circa 150.000 grandi elettori. Eppure entrambi hanno più poteri del Senato spagnolo che è eletto direttamente dal popolo.

    Ma questi fatti non bastano. Per contestare la legittimità di un Senato non elettivo la critica iperdemocratica usa due altri argomenti legati all’Italicum. Questo sistema elettorale prevede un premio di maggioranza nel caso in cui un partito o una coalizione arrivi al 37% dei voti ovvero nel caso di ballottaggio, se nessuno arriva a questa soglia al primo turno. (https://loscoches.com/) La combinazione di premio di maggioranza e Senato non elettivo sarebbero un attentato alla democrazia. Come se solo una camera bassa eletta con sistema proporzionale fosse compatibile con un Senato non eletto direttamente dal popolo. Ma quale fondamento empirico ha una affermazione del genere ? In base a questo metro di giudizio la Gran Bretagna sarebbe un sistema ben poco democratico. Nel 2005  Tony Blair ha vinto il suo terzo mandato con il 35% dei voti (contro il 32% dei conservatori). Per la precisione , con questa percentuale il partito laburista ha ottenuto il 55% dei seggi . E  la Camera dei Lords non è certamente una istituzione eletta dal popolo. Stessa cosa in Francia. Nel 2012 il partito socialista di Hollande ha conquistato il 53% dei seggi nella Assemblea Nazionale con il 29 % dei voti ottenuti al primo turno. E Il Senato francese, come già detto, non è eletto dai cittadini.

    Ultimo argomento degli iperdemocratici. Un Senato non elettivo non sarebbe compatibile con un sistema elettorale , come l’Italicum, che prevede le liste bloccate. I nominati sarebbero troppi. Mettiamo da parte la questione complicata se siano preferibili le liste bloccate o il voto di preferenza e concentriamo sull’Italicum. Il fatto è che con l’Italicum buona parte dei deputati verranno eletti in collegi uninominali o al massimo binominali.  Parlare di liste bloccate in questo caso è fuorviante. Gli elettori che voteranno un dato  partito in un dato collegio sono nella condizione di sapere che il loro voto servirà a eleggere il primo o i primi due candidati di quel partito in quel collegio. Se quei candidati non sono graditi non voteranno il partito, come avveniva al tempo della Mattarella.

    E’ giusto che una riforma costituzionale di questa portata sia sottoposta ad una analisi minuziosa e approfondita. E’ così che il testo originale proposto dal governo è stato  senza dubbio migliorato, anche grazie al lavoro dei due relatori Finocchiaro e Calderoli.  Ma è anche  doveroso che il dibattitto tenga conto non solo di criteri normativi astratti ma di dati empirici concreti. Guardando le cose in maniera pragmatica e in chiave comparata questa riforma è un passo che ci avvicina all’Europa, eliminando finalmente una anomalia ingiustificabile del nostro sistema istituzionale.

  • Ballottaggi: L’affluenza in calo di 20 punti ha ribaltato i risultati

    di Roberto D’Alimonte

    Alla fine possono essere tutti contenti o tutti scontenti. Chi più, chi meno. Motivi di soddisfazione e motivi di rammarico si sono equamente distribuiti. Le amministrative rappresentano una sfida difficile e imprevedibile. Soprattutto quando si decidono al ballottaggio. Fattori locali e clima nazionale si mescolano in maniera spesso indecifrabile. E poi, sopra tutto, pesa l’affluenza che nei 18 capoluoghi in cui si è votato domenica è calata mediamente di 20 punti percentuali. Non tutti tornano a votare a distanza di due settimane dal primo turno. Chi per indifferenza, chi per convinzione che la partita sia già chiusa, chi per l’assenza dei candidati sindaco preferiti, chi per la mancanza dei candidati di lista che sono presenti al primo turno ma non al secondo. E così l’elezione può diventare in certi casi una sorta di roulette. E’ capitato anche questa volta.

    Per il Pd queste elezioni sono state tutto sommato un successo, ma non travolgente. Ha vinto e ha perso. In questa consultazione il fattore Renzi non ha giocato o ha giocato poco. Pd e alleati hanno vinto in 19 capoluoghi su 27. Otto al primo turno e 11 al secondo. Cinque anni fa erano stati 15. Ma hanno perso male a Livorno, a Potenza e a Perugia, roccaforti del centro-sinistra, oltre che a Padova, Urbino e Foggia dove avevano vinto 5 anni fa. Le sconfitte a Potenza e Perugia sono una spiacevole sorpresa. Qui al primo turno i candidati del Pd avevano sfiorato la vittoria distanziando largamente i loro rivali. Il vero motivo di soddisfazione per il partito di Renzi sono le vittorie in 6 capoluoghi su 7 al Nord. Ha vinto dovunque era all’opposizione e ha perso a Padova dove governava.

    Per lo schieramento di Berlusconi queste elezioni rappresentano uno scampato pericolo. Nelle condizioni di incertezza in cui si trova l’esito avrebbe potuto essere peggiore. Certo, bruciano le sconfitte in tutti i capoluoghi del Nord dove governava, soprattutto Bergamo e Pavia. Ma si può consolare con le vittorie a Padova, dove il sindaco sarà Massimo Bitonci della Lega, oltre che a Perugia, Urbino e Foggia. Cinque anni fa aveva vinto in 12 capoluoghi. Adesso sono 6 più Potenza che è un caso particolare. Non è proprio un bel risultato ma, come si è detto, poteva andare peggio.

    In fondo anche il M5s può cantare vittoria. Avrebbe potuto restare a bocca asciutta e invece porta a casa un risultato clamoroso con la vittoria di Nogarin a Livorno. Per questo deve ringraziare il Pd e le sue divisioni interne. Ma una rondine non fa primavera. A livello locale l’Italia resta un paese bipolare, con un terzo polo scomodo ma poco influente. In questa arena la competizione è tra coalizioni e non tra partiti come alle europee. Il M5s può vincere solo in circostanze molto particolari, come a Livorno e qualche anno fa a Parma.

    Tra tutti il più contento deve essere Fdi, il partito della Meloni, che – dopo la sconfitta alle europee – è salito agli onori delle cronache locali per aver vinto a Potenza presentandosi con il solo appoggio dei Popolari di Mauro e senza quello dei suoi alleati tradizionali del centro-destra, Fi-Ncd-Udc, che avevano puntato su un altro candidato. Insieme a Livorno e a Perugia, la sconfitta del Pd qui rappresenta la maggiore sorpresa di queste elezioni. Il candidato del centro-sinistra aveva ottenuto il 47,8% al primo turno contro il 16,8% di quello di Fdi. Il secondo turno è finito con il vincente De Luca che ha preso il 58,5%. Anche qui come a Livorno hanno pesato le divisioni del Pd, ma qui più che a Livorno ha giocato un ruolo determinante l’astensione. Dopo Terni, Potenza è il capoluogo dove è aumentata di più, ben 26,7 punti percentuali. Il 75,1% degli elettori ha votato al primo turno, e solo il 48,4% al secondo. A Livorno invece l’ affluenza è calata di 14 punti.

    Tab. 1 – Risultati del secondo turno nei 18 comuni capoluogo di provincia

    I veri perdenti di queste elezioni sono i sindaci. Se ne sono ripresentati in 13 su 27 e solo 4 sono stati riconfermati due di centro-destra (Ascoli Piceno e Teramo) e due di centro-sinistra (Terni e Ferrara). Gli altri sono stati puniti da un elettorato che è diventato sempre più insofferente nei confronti di chi governa. Alle europee il fenomeno non si è verificato grazie al fattore Renzi. Invece le amministrative hanno largamente punito le amministrazioni uscenti. In 16 capoluoghi su 27 il governo locale ha cambiato colore.

    Adesso si volta pagina. Per un po’ non ci saranno elezioni alle porte. Renzi potrà dedicarsi totalmente alla sua agenda riformista. Berlusconi avrà il tempo per decidere come rilanciare il suo partito. E anche il M5s potrà riflettere su cosa fare da grande.

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 10 Giugno

  • Alle comunali è ancora il centrodestra il secondo polo

    di Roberto D’Alimonte e Aldo Paparo

    Il grande successo del Pd di Renzi alle europee ha fatto passare in secondo piano il risultato delle amministrative. Eppure il primo turno delle elezioni comunali ci ha restituito una fotografia dell’Italia diversa da quella della consultazione per il Parlamento europeo. Intendiamoci: il Pd ha vinto anche in questa arena. Quello che invece cambia è il tipo di competizione. A livello europeo lo scontro era Pd-M5s, a livello locale invece è tornato ad essere centrosinistra contro centrodestra. La differenza la fa – naturalmente – il sistema elettorale.

    Le europee sono una corsa per partiti singoli perché il sistema proporzionale con cui si vota non richiede accordi preventivi. In questa arena si contano dunque i partiti e non le coalizioni. Fin dall’inizio della campagna elettorale la sfida per il primato è stata percepita come un affare che riguardava il partito di Renzi e quello di Grillo. Forza Italia è sempre stata vista come il terzo polo. A livello locale invece le cose stanno diversamente. La corsa per eleggere sindaco e consiglio nei comuni con più di 15.000 abitanti è un affare che riporta in primo piano le coalizioni. Il sistema non è un proporzionale quasi puro come alle europee, ma un proporzionale con premio di maggioranza e ballottaggio. Vince il candidato sindaco che ottiene al primo turno il 50% più uno dei voti. Se nessuno ci riesce i due candidati più votati si sfidano due settimane dopo al ballottaggio. Con questo sistema le coalizioni sono importanti. E quando si parla di coalizioni il M5s sparisce di scena perché è un partito irrimediabilmente solo. Per questo recede al terzo posto cedendo il secondo al centrodestra.

    Dei 28 comuni capoluogo (comprendendo Cesena) dove si è votato Domenica scorsa in 10 casi la partita è già finita al primo turno. In 9 comuni ha vinto il centrosinistra. Solo a Ascoli Piceno l’ha spuntata il centrodestra che presentava il sindaco uscente. In nessun comune ha vinto il M5s e solo a Reggio Emilia e Campobasso è arrivato secondo.

    In 18 comuni l’esito della competizione è dunque rinviato al secondo turno che si terrà Domenica 8 Giugno. Con quali duelli? In 14 casi la sfida sarà tra un candidato del centrosinistra e uno del centrodestra. Solo in due casi – Modena e Livorno – lo sfidante del candidato di centrosinistra sarà un esponente del M5s. Il terzo caso è anomalo. Infatti a Potenza il candidato del centrosinistra affronterà un candidato sostenuto da Fdi e due liste civiche. Infine a Caltanissetta il candidato sostenuto da Pd dovrà vedersela con uno sostenuto solo da liste civiche. Come andrà a finire in questi 18 comuni? A Bergamo, Biella, Cremona, Urbino e Foggia l’esito è troppo incerto per fare un pronostico. A Pavia e Teramo invece dovrebbero vincere i sindaci uscenti del centrodestra che in entrambi i casi hanno margini di vantaggio che sembrano incolmabili. Lo stesso si può dire a favore dei candidati di centrosinistra a Verbania, Modena, Perugia, Terni, Bari, Caltanissetta (dove il Pd è alleato dell’Udc) e Potenza. Anche a Vercelli e a Pescara Pd e alleati hanno un vantaggio importante ma non decisivo.

    I due casi forse più interessanti sono Padova e Livorno. Nel capoluogo veneto il sindaco uscente del centrosinistra si presenta in testa dopo il primo turno, ma ha raccolto solo un voto su tre e può contare su un margine davvero ristretto sullo sfidante appoggiato da Fi, Lega e Fdi. Il fattore decisivo potrebbe essere il comportamento al secondo turno di quel 10% di elettori padovani che al primo turno hanno votato per Maurizio Saia, ex senatore Pdl, fuoriuscito al momento della scissione di Fli e sostenuto in queste comunali da Ncd-Udc. A Livorno è la prima volta che si va ballottaggio per eleggere il primo cittadino. Mai il centrosinistra aveva fallito l’obiettivo di vincere al primo turno. Invece stavolta il suo candidato si ferma appena sotto al 40%. Si presenta al secondo turno saldamente in vantaggio, avendo comunque raccolto oltre il doppio dei voti del secondo classificato, il candidato sostenuto dal M5s. Ma la partita non può considerarsi chiusa. Parma insegna anche se i tempi sono diversi.

    Tab. 1 – Risultati nel primo turno dei candidati sindaco sostenuti dai diversi partiti considerati

    Fatti tutti i conti, si può stimare che il secondo turno dovrebbe essere molto favorevole al Pd di Renzi. Cinque anni fa vinse in 16 capoluoghi. Questa volta potrebbero essere molti di più. In ogni caso, comunque vadano i ballottaggi, sappiamo già che il M5s è il grande sconfitto di questa consultazione, come lo è stato in quella per le europee. Certo, se vincesse a Modena o a Livorno dove è ancora in corsa potrebbe consolarsi. Ma non siamo più al tempo del ballottaggio vinto da Pizzarotti a Parma quando le aspettative erano modeste e quella vittoria segnò l’inizio di una crescita che sembrava inarrestabile. Adesso il giudizio è diverso. A distanza di anni il M5s, che è nato come movimento di base, continua a far fatica a sfidare con successo l’organizzazione e il personale dei partiti tradizionali. Come l’anno scorso ha dimostrato di nuovo di essere un partito più nazionale che locale. E’ la leadership di Grillo a fare la differenza. E nei comuni si vede. Nei 28 capoluoghi il divario di voti tra quelli ottenuti alle europee e quelli delle comunali è nettissimo anche se presenta interessanti variazioni territoriali. Nei comuni della zona rossa il risultato dei candidati sindaci è, in media, di circa 5 punti inferiore rispetto a quello della lista alle Europee. Al nord questa differenza cresce fino a sfiorare i 7 punti percentuali. Ma nei capoluoghi del sud arriva a superare i 15 punti percentuali.

    In conclusione, è una Italia a due facce. Almeno per ora. Nonostante il centrodestra sia uno schieramento in crisi, il M5s non è riuscito neanche questa volta a prenderne il posto. A livello locale il bipolarismo italiano è ancora quello classico della Seconda Repubblica con Pd e alleati contrapposti a Fi e alleati. E con l’Italicum sarà molto probabilmente così anche a livello nazionale. Grillo può attendere.

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore dell’1 Giugno 2014

  • Con il Consultellum al Pd solo 270 seggi

    di Roberto D’Alimonte

    Il grande successo di Renzi in queste europee stimola curiosità proibite. Se si andasse a votare per il Parlamento nazionale con l’attuale sistema elettorale, quello che è scaturito dalla sentenza della Consulta, cosa accadrebbe alla Camera? Come è noto, il sistema elettorale in vigore è di tipo proporzionale con varie soglie. Per i partiti singoli, quelli cioè non in coalizione, la soglia di sbarramento è del 4%. (https://treehouselodge.com) Chi sta sotto la soglia non prende neanche un seggio a vantaggio dei partiti sopra la soglia che in questo caso avrebbero una percentuale di seggi superiore alla loro percentuale di voti. Ciò premesso, la risposta alla domanda è nella colonna A della tabella qui sopra: il Pd avrebbe 270 seggi. Non basterebbero i seggi di Ncd per arrivare alla maggioranza assoluta. Ci vorrebbero anche quelli della sinistra radicale. Va da sé che sommare Alfano alla lista Tsipras sarebbe un’operazione molto complicata.

    Seconda domanda (B): cosa succederebbe se Pd, M5S, Fi e Lega avessero i voti delle europee e lista Tsipras e Ncd restassero sotto la soglia? Anche in questo caso il Pd non arriverebbe alla maggioranza assoluta di 316 seggi. Ci si avvicinerebbe senza raggiungerla. Dovrebbe fare il governo con uno degli altri partiti in parlamento. Un bel rebus anche in questo scenario.

    Terza domanda (C): supponendo che sia Ncd che la lista Tsipras prendano il 4%, che percentuale di voti dovrebbe prendere il Pd per arrivare ai fatidici 316 seggi? Il 46,8%. In questo caso avrebbe 309 seggi cui si aggiungerebbe il seggio della Valle d’Aosta e 6 dei 12 seggi della circoscrizione estero. Ma arrivare al 46,8% non è cosa semplice nemmeno per uno come Renzi. Per esempio, in Europa ci sono riusciti in Italia la Dc nel ’48, in Spagna il Psoe nel 1982, in Germania la Cdu-Csu nel ’57 e poi di nuovo nel ’76 e nell’83. Di questi tempi può succedere di tutto. Anche che Renzi riesca in un’impresa del genere, ma è oggettivamente difficile.

    L’ultimo scenario è quello con Ncd e lista Tsipras sotto la soglia del 4% (D). In questo caso basterebbero poco più dei voti che Renzi ha preso alle europee per raggiungere l’obiettivo della maggioranza assoluta, e cioè il 42,6% invece del 40,8%.

    Tab. 1 – Ipotesi di composizione della Camera con il sistema elettorale attualmente in vigore

    Le simulazioni sono esercizi astratti. Il voto per le politiche attiverebbe altre dinamiche e un’offerta politica diversa. Eppure queste simulazioni fanno vedere bene una cosa: con l’attuale sistema elettorale è estremamente difficile che alla Camera si possa produrre una maggioranza direttamente nelle urne, anche con un Pd oltre il 40%. Paradossalmente sarebbe più facile al Senato. Sarebbe esattamente il contrario di quello che è successo alle politiche dello scorso anno con il Porcellum. Allora la maggioranza a favore del centrosinistra di Bersani ci fu alla Camera ma non al Senato. Se invece si votasse con l’Italicum sarebbe tutta un’altra storia. Ma l’ultimo capitolo della storia dell’Italicum è ancora da scrivere.

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 29 maggio 2014