Autore: Roberto D’Alimonte

  • Per Obama una “rete” di sicurezza. La postfazione di D’Alimonte al libro di Lucchini e Matarazzo

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 31 gennaio 2014

    Quando la rete è entrata nelle nostre vite non c’è voluto molto per chiedersi  se e come  avrebbe trasformato il modo di far politica nelle nostre democrazie. Sul se ci sono sempre stati pochi dubbi. L’incertezza verteva sul come. Adesso abbiamo una risposta. Non ancora definitiva, ma il trend è chiaro. Le due campagne presidenziali di Obama,   soprattutto quella del 2012, rappresentano da questo punto di vista uno spartiacque. E’ quello che emerge chiaramente dalla lettura di questo bel libro.  Nell’era di internet la politica è destinata a cambiare profondamente. E ancora una volta il cambiamento viene dagli USA.  Un giorno forse scopriremo che  le elezioni presidenziali del 2012 rappresentano  mutatis mutandis un punto di svolta come lo furono quelle del 1960 tra Kennedy e Nixon. Allora fu la televisione a fare la differenza.  Kennedy sarebbe diventato presidente senza la sua abilità nello sfruttare meglio di Nixon le potenzialità del nuovo mezzo di comunicazione di massa?   Nel 2012 la differenza l’ha fatta la rete. Obama ha vinto perché ha conquistato gli stati in bilico, i battleground states. E lo ha fatto anche perché ha usato il web in maniera di gran lunga più efficace rispetto al suo avversario.

    Ciò non vuol dire che la rete abbia sostituito la TV come capacità di influenzare l’opinione pubblica e il comportamento di voto. Lo dimostra, tra l’altro,  Il primo confronto televisivo tra Obama e Romney in cui la cattiva performance del presidente uscente ne ha messo a rischio per un momento la rielezione. Ma la rete oggi è diventata uno strumento che non può essere ignorato da nessun candidato o partito perché può fare la differenza tra vincere e perdere. Questo è certamente vero negli USA.  Ma dopo le elezioni dello scorso Febbraio e la straordinaria performance del Movimento Cinque Stelle comincia ad essere  vero anche da noi, anche se l’uso della rete da parte di Obama e di Grillo è stato molto diverso.

    Ma non basta parlare genericamente di web politics. Uno dei meriti di questo volume è quello di spiegare nei dettagli come la rete sia stata scientificamente utilizzata  sia per acquisire finanziamenti che per catturare consensi. Questa è la vera novità. Obama non è stato il primo a sfruttare elettoralmente internet. Prima di lui lo aveva fatto Howard Dean nel 2004 con la sua Democracy for America. Ma Obama ha fatto la vera differenza . Già nelle presidenziali del 2008 si era visto come la rete  potesse essere uno strumento straordinario di raccolta di fondi, così come lo era  già stata, ma in misura assai minore, per Dean. Quattro anni dopo non solo ha accresciuto la sua efficacia in questo ambito,  ma ha acquisito anche un ruolo molto importante nella raccolta di voti diventando il perno di una macchina elettorale mai vista prima nella politica americana.  Facebook, con i suoi 160 milioni di utenti che rappresentano quasi tutto l’elettorato attivo americano, oltre a cellulari, smart phone e tablet, posseduti dal 90% degli elettori registrati, sono diventati i nuovi protagonisti della politica USA. Soprattutto in mano al partito di Obama,  visto che ne hanno fatto uso il 37% degli elettori democratici contro il 25% tra quelli repubblicani.

    Le vecchie organizzazioni di partito fanno fatica a mobilitare i vecchi elettori e non riescono affatto a mobilitare i nuovi. La gente non vota perché non si sente coinvolta. La rete invece coinvolge. Attraverso i social networks gli elettori, soprattutto quelli più giovani,  possono sentirsi partecipi di un processo in cui non sono attori passivi. Possono interagire con i candidati e con altri elettori. Ma perché questo avvenga l’organizzazione non può essere lasciata al caso. Il sapiente uso della rete e dei social media è il frutto di un meticoloso lavoro di raccolta di dati. Usando i profili dei 34 milioni di fan del presidente Obama e incrociando questi dati con informazioni provenienti da una molteplicità di altre fonti è stato creato un enorme database che nelle mani di uno  sconosciuto guru informatico di nome Jerry Bird  è diventato il cervello della campagna elettorale di Obama. In  questo modo si è potuto specializzare i messaggi calibrandoli in base alle caratteristiche personali dei destinatari. L’idea di fondo è  semplice : è più facile coinvolgere gli elettori se ne si conoscono le preferenze, le preoccupazioni, le priorità, le sensibilità.

    Ma la campagna di Obama non si è limitata all’uso della rete come canale di comunicazione. Ha fatto un ulteriore passo avanti, ancora più innovativo. Come scrivono Lucchini e Matarazzo  “ i social media hanno funzionato da ponte verso il territorio” e quindi da canale di mobilitazione dal basso. In altre parole hanno preso il posto delle vecchie organizzazioni locali di partito e così facendo hanno contribuito a colmare  il gap tra candidati e elettori. La campagna di Obama è stata anche una campagna porta a porta . Un porta a porta digitale, però.  Queste elezioni hanno dimostrato che il porta a porta funziona ancora – anzi può essere l’arma vincente-  ma diventa veramente efficace in mano a volontari o organizzazioni di partito che conoscono chi c’è dietro la porta. Fuor di metafora, la mobilitazione dal basso raggiunge il suo scopo di acquisire finanziamenti e voti  se  chi ne è protagonista  conosce il profilo di coloro che si vuole mobilitare. Questo è uno dei segreti della campagna di Obama: la combinazione di tecnologia digitale, social media e contatto diretto. Nuovo e vecchio modo di far politica mescolati insieme. La rete non sostituisce il militante che va casa per casa, ma lo aiuta e ne rafforza il ruolo.

    E’ così che internet diventa  “una chiave per affrontare la crisi tra opinione pubblica e élites che attraversa tutte le democrazie d’Occidente”. Negli USA con Obama e la sua eccezionale organizzazione il processo ha fatto un significativo balzo in avanti. In Europa siamo ancora agli inizi. Ma prima o poi ci arriveremo.

  • Con il premio l’elettore sceglie chi governerà

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 28 gennaio 2014

    A Sartori il nome Italicum non piace. Il fatto non sorprende. Non avendolo inventato lui non poteva che essere così. Neanche a me piace più di tanto. Per quelli della mia generazione ricorda fatti tragici. Però tra tutti gli epiteti latineggianti con cui – unico paese al mondo- parliamo dei nostri sistemi elettorali è certamente il più azzeccato. Infatti  a partire dal 1993 tutti i sistemi elettorali adottati nei comuni, nelle province e nelle regioni sono varianti dell’Italicum. Questo tipo di sistema proporzionale con premio di maggioranza costituisce uno degli elementi di un peculiare modello di governo che si è progressivamente affermato da noi negli ultimi 20 anni e che non trova riscontro in altri paesi. Per l’appunto un modello italiano di governo. L’Italicum è l’ultimo tassello.

                Ma la vera questione in ballo non è il nome. A Sartori non piace il modello. Secondo lui è  ‘scorretto, scorrettissimo, trasformare con un premio una minoranza in una maggioranza’ . A prima vista sembra che il Sartori sostenitore dei collegi uninominali a due turni del modello francese sia diventato un proporzionalista convinto. Ma forse non è così, anche se non lo possiamo dire con certezza. Nel passato ha anche sostenuto la bontà del sistema elettorale tedesco che, nonostante i suoi collegi uninominali, è un  proporzionale. Eppure, cercando di interpretare il suo pensiero, si intuisce che il problema per lui non è la trasformazione di una minoranza di voti in maggioranza di seggi , ma il fatto che questo avvenga con un premio. E’ questo il vero bersaglio polemico. Come se il premio fosse ‘ un regalo che Renzi e Berlusconi fanno a se stessi’. Sono parole sue.

                Tutti i sistemi maggioritari contengono un premio. Tanto per fare esempi già fatti numerose volte, nel 2005 Tony Blair ha vinto il suo terzo mandato con il 35% dei voti. Con questa percentuale il Partito laburista ha ottenuto il 55% dei seggi. Nel 2012 Francois Hollande ha preso al primo turno delle legislative il 29% dei voti (come Bersani a Febbraio 2013 alla Camera) e al secondo turno questa percentuale si è trasformata nel 53 % dei seggi. E si potrebbe continuare con molti altri esempi di disproporzionalità. Anche certi sistemi etichettati come proporzionali contengono un premio. Lo spagnolo per esempio. Con le sue piccole circoscrizioni sono i grandi partiti ad essere sovrarappresentati a spese dei piccoli. Anche la Cdu-Csu di Angela Merkel alle ultime elezioni ha ottenuto un premio in seggi grazie al fatto che i Liberali e l’Alternativa per la Germania si sono avvicinati alla soglia del 5 %, ma non l’ hanno superata. Sembra di intuire nel ragionamento di Sartori che quello che distingue questo tipo di premio è il fatto che in tutti questi casi la distorsione tra voti e seggi si produce ‘naturalmente’.  Prendo questo avverbio a prestito da lui. Nell’ Italicum invece la distorsione, cioè l’effetto maggioritario,  sarebbe ‘innaturale’. Ci sarebbero dunque premi naturali e premi innaturali.

                Ma perché il premio dell’ Italicum dovrebbe essere innaturale?   Partiamo dal funzionamento di questo sistema. Al partito o alla coalizione che ottiene un voto più degli altri viene dato un premio del 18 % dei seggi a condizione che abbia raggiunto almeno il 35% dei voti.  Il 18% è il premio massimo, che consente a chi vince con il 35% di avere il 53% dei seggi. Se però una lista vince con il 40% dei voti  il premio diventa il 15% e se vince con il 45% dei voti diventa il 10%. E così via. Il premio infatti può assicurare al massimo il 55% dei seggi. Se nessuno arriva al 35% dei voti le due liste più votate si sfidano in un ballottaggio in cui chi vince prende il 53% dei seggi.

                Che cosa c’è di innaturale in tutto ciò?  Perché  sarebbe naturale il premio ottenuto da Blair e da Hollande e questo no?  Con il premio dell’Italicum già al primo turno gli elettori sanno che il loro voto può dare la maggioranza assoluta a un partito o a una coalizione e quindi sanno che sono loro a decidere il governo del Paese. A maggior ragione questo è vero nel caso di secondo turno visto che gli sfidanti sono solo due. Il vero vantaggio dei sistemi maggioritari di collegio, rispetto all’Italicum che è un sistema maggioritario di lista, è che ogni partito o ogni coalizione presenta agli elettori un candidato e su quello si gioca la partita, in uno o due turni. Nel caso invece dell’Italicum il candidato unico è sostituito da una lista di candidati. E questo pone il problema se la lista debba essere aperta (con il voto di preferenza) o bloccata. Questione molto controversa, come si vede in queste ore. Con il collegio uninominale il problema non esiste. E’ per questo che chi scrive pensa che  il miglior sistema elettorale per il nostro paese in questo frangente storico sia il maggioritario di collegio con ballottaggio. Con questo sistema si potrebbero perseguire gli stessi obiettivi dell’Italicum senza il problema del voto di lista.  Ma questo modello in questo momento appartiene al libro dei sogni. Con chi lo si approva visto che Berlusconi e Grillo sono contrari?  Qui sta la differenza tra chi guarda alla realtà  e chi insegue chimere.

     

     

     

     

     

  • Sistema bipolare, premio massimo del 18%. Ecco perchè può funzionare

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore del 21 gennaio 2014

    La riforma elettorale non c’è ancora. Ma l’accordo su quale debba essere c’è.  La fine di questa storia ci sarà quando il Parlamento avrà varato il testo e il Presidente della Repubblica lo avrà promulgato. Sono passaggi delicati e non scontati.  Ma quello che comincia oggi in commissione affari costituzionali della Camera è un processo che ha buone chances di arrivare a una conclusione positiva. Ha buone chances perché Pd e Fi, ma è il caso di dire Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, condividono lo stesso obiettivo. Entrambi si sono schierati fermamente a favore del bipolarismo e della democrazia della alternanza . Chi temeva che un Berlusconi indebolito volesse puntare a una riforma non maggioritaria sfruttando la decisione della Consulta che ha reintrodotto un sistema proporzionale si deve ricredere.

    Con il nuovo sistema elettorale saranno i cittadini a decidere chi debba governare.  Le elezioni saranno, come diceva Popper,  ‘il giorno del giudizio’ su chi ha governato e su chi si candida a governare. Le coalizioni dovranno formarsi prima del voto, e non dopo. E spetterà agli elettori valutare la qualità e la credibilità delle alleanze proposte dai partiti. In questa prospettiva il nuovo sistema elettorale si colloca nell’alveo dei sistemi  che hanno caratterizzato la Seconda Repubblica. Fa parte di quel ‘modello italiano di governo’ inaugurato dalla legge sui sindaci nel 1993. La novità sta nel fatto che non è stato imposto da un referendum come la legge Mattarella  e non è il frutto di una decisione di maggioranza come la legge Calderoli nel 2005, ma è il risultato dell’iniziativa condivisa di larga parte della classe politica.  Come tutti i sistemi elettorali della Seconda Repubblica è un sistema misto, che ricalca in larga misura la terza proposta di Renzi, quella che impropriamente viene indicata come il ‘sindaco d’Italia’ e che in realtà è un doppio turno di lista.

    Premio di maggioranza e doppio turno.  Questi sono gli elementi centrali del nuovo sistema. La loro combinazione rende il sistema majority assuring, cioè garantisce che le elezioni diano al vincitore – partito singolo o coalizione – la maggioranza assoluta dei seggi. Chi ottiene un voto più degli altri incasserà un premio di maggioranza del  18% se arriverà al 35% dei voti. Se nessuno arriverà a questa soglia le due formazioni più votate si sfideranno in un ballottaggio. Il vincitore avrà diritto alla Camera al  53% dei 617 seggi in palio (327). Nessuno ne potrà avere più del 55 % (340) grazie al premio. Quindi l’esito del voto si collocherà tra questi due valori a meno che una lista non conquisti da sola più del 55% dei seggi. Con la soglia e un premio non illimitato la Consulta è accontentata. Fino all’ultimo non era previsto che ci fosse un doppio turno. Berlusconi lo ha accettato perché  la soglia per far scattare il premio è bassa. Con il 35% il centro-destra ha la possibilità di vincere le elezioni in un turno solo senza quindi dover rischiare una sconfitta al ballottaggio per via della pigrizia dei suoi elettori. E’ la soglia che differenzia questo modello da quello proposto tempo fa sulle pagine di questo giornale.

     Il Senato. Il sistema elettorale  è identico a quello della Camera. Finalmente sparisce la lotteria dei 17 premi regionali. Infatti anche in questo ramo del Parlamento il premio sarà nazionale. Era ora. La sentenza della Consulta in questo caso ha aiutato. Questa modifica non annulla il rischio di maggioranze diverse tra le due camere, ma lo riduce sensibilmente. Con il fatto che i diciottenni non possono votare al Senato il rischio resta. Verrà definitivamente eliminato con la radicale trasformazione del Senato prevista dal pacchetto di riforme di cui il nuovo sistema elettorale è una parte. Alle prossime elezioni si voterà per una camera sola. Salvo sorprese.

     Formula elettorale e soglie. A parte i seggi del premio gli altri verranno assegnati con formula proporzionale. Non a tutti però. Per avere seggi i partiti che scelgono di far parte di una coalizione devono superare la soglia ‘tedesca’ del 5%. Era il 2% nel vecchio sistema. Per chi sta fuori dalle coalizioni  la soglia è dell’ 8%. Ma per poter utilizzare la soglia più bassa del 5% occorre che la coalizione arrivi al 12%. In caso contrario è come se la coalizione non esistesse. Questo sistema di soglie serve a scoraggiare tentazioni terzopoliste. Questo è il prezzo che i piccoli partiti devono pagare. Sopravvivono, ma solo se accettano di allearsi prima del voto con i grandi. Per la Lega è prevista una clausola di salvaguardia che le consentirà di sopravvivere nei suoi territori anche nel caso in cui non arrivi al 5% a livello nazionale.

     Liste bloccate.  Non ci sono né i collegi uninominali né  il voto di preferenza. Restano le liste bloccate ma saranno corte e i nomi dei candidati saranno visibili sulla scheda elettorale. Sulla lista bloccata si è fatta tanta retorica. La realtà è che sono solo uno strumento. Non sono il male assoluto. Se usate bene, i risultati sono positivi. E’ grazie alle liste bloccate che oggi nel nostro Parlamento siedono più donne che in quello tedesco o francese.

    Queste sono le caratteristiche essenziali del sistema elettorale presentato alle Camere. Non è il migliore dei sistemi. E’ il punto di incontro tra i desideri e la realtà. Chi scrive ha collaborato sul piano tecnico a questa riforma. Avrebbe preferito un sistema con i collegi uninominali maggioritari e il doppio turno. In questo modello c’è il doppio turno ma non ci sono i collegi. Però è un sistema che può funzionare bene. Ma le regole elettorali – lo abbiano detto tante volte – non sono una bacchetta magica. Le buone regole sono una condizione necessaria del buon governo. Ma non sono una condizione sufficiente. Per il buon governo ci vuol la buona politica. E’ questa la prossima scommessa.

  • Per una soluzione serve l’accordo nel centrodestra

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 10 gennaio 2014

    In materia elettorale le preferenze dei partiti tra i diversi sistemi di voto sono dettate dalle convenienze, cioè dal calcolo dei costi e dei benefici attesi associati a ciascun sistema. E questi variano in funzione di molti fattori che vanno dalla dimensione dei partiti, al tipo di elettorato, al posizionamento che hanno nello spazio politico.  Tenendo conto di ciò, dei tre modelli proposti da Renzi quale conviene più o meno ai vari partiti presenti in Parlamento?

                Partiamo dallo ‘spagnolo’, il proporzionale con piccole circoscrizioni e premio di maggioranza. In questo caso la risposta è ancora più netta che negli altri casi: questo modello conviene solo ai tre partiti maggiori, Pd, Forza Italia e M5s. Infatti, con circoscrizioni elettorali in cui si eleggono 4 o 5 deputati la percentuale di voti necessaria per ottenere uno di questi seggi è talmente elevata che anche partiti con il 10% dei voti sarebbero fortemente penalizzati. Quindi è un modello che certamente non va bene a Sel, Lega Nord, Lista civica e  soprattutto al partito di Alfano.

                Il secondo modello è una versione rivista della legge Mattarella. I collegi uninominali e un premio di maggioranza del 15% sono le sue caratteristiche principali. La prima di queste caratteristiche è la più rilevante.  Sulla carta un sistema elettorale in cui in ciascun collegio vince il candidato che riceve più voti dovrebbe favorire esclusivamente i partiti maggiori.  Ma l’esperienza recente italiana dice una altra cosa. Nel periodo in cui sono stati utilizzati i collegi, cioè tra il 1994 e il 200,  i partiti maggiori hanno rinunciato a presentarsi da soli e hanno preferito formare delle coalizioni pre-elettorali con partiti affini per massimizzare le loro possibilità di vittoria. Questi accordi prevedevano candidati comuni distribuiti più o meno proporzionalmente tra i partiti della coalizione.  In un certo numero di collegi il candidato dell’Ulivo o della Casa delle Libertà era del partito A e in altri era del partito B e così via.  Detto altrimenti i collegi uninominali sono stati lottizzati con il risultato che il sistema maggioritario è stato ‘proporzionalizzato’ e così i piccoli partiti sono sopravvissuti. Tutto fa pensare che, reintrodotti i collegi,  il sistema funzionerebbe più o meno allo stesso modo. Per questo i piccoli partiti , tra cui la Lega , non sono del tutto contrari. Con i loro pochi voti possono comunque contare. Soprattutto se sono voti ‘fedeli’ per ragioni ideologiche o clientelari. E anche Grillo si era tempo fa espresso a favore

                Questo modello però pone un problema a Berlusconi e un altro ad Alfano. Il Cavaliere non ha mai amato i collegi uninominali.  Nel passato si è sempre lamentato del fatto che i suoi candidati nei collegi prendevano meno voti delle liste di partito che li sostenevano. Nel 2005 la riforma elettorale ha avuto come obiettivo proprio l’eliminazione dei collegi a favore di un sistema proporzionale con liste di partito e premio di maggioranza, il famigerato – si fa per dire- porcellum.

                Forse Berlusconi ha cambiato idea. Se lo ha fatto è per la ragione per cui questo sistema non è gradito a Alfano.  Infatti se tornano i collegi Alfano deve tornare sotto l’ombrello del Cavaliere. Senza di lui non ne vincerebbe neanche uno. Ma senza Alfano Berlusconi correrebbe il rischio di perderne parecchi. Quindi si siederanno intorno a un tavolo a trattare sulla spartizione dei seggi.  Né più né meno di come è avvenuto dal 1994 al 2001 tra Berlusconi, Casini, Fini e Bossi. Si tratterebbe di una coesistenza complicata e forzosa. Per Berlusconi presenta però il vantaggio di limitare fortemente la visibilità e l’autonomia del Ncd.  Ma questo è proprio il motivo per cui  Alfano dovrebbe preferire la terza proposta di Renzi, e cioè il doppio turno di lista, il modello che più si avvicina a quello dei sindaci.

                Anche questo modello costringerà Alfano e Berlusconi  a coabitare per puntare alla conquista del premio di maggioranza, ma in questo caso l’alleanza tra i due sarebbe molto diversa. La coalizione non sarebbe basata su candidati comuni. Ogni partito manterrebbe invece il suo simbolo e la sua lista di candidati. Tutto sarebbe molto più semplice e più chiaro. Questo sistema può andare bene anche agli altri partiti piccoli e medi che sarebbero poco o per nulla penalizzati se entrano in coalizione, mentre se ne restano fuori potrebbero contare comunque su un diritto di tribuna. Il problema è che questo modello non va bene a Berlusconi. Da tempo il Cavaliere ha maturato la radicata convinzione che il doppio turno non si addice al suo elettorato. Neanche lui si fida della sua capacità di portare alle urne i suoi elettori due volte in pochi giorni. Figuriamoci il suo successore, chiunque sia.

                Tirando le somme, tra i tre modelli a Alfano conviene senza dubbio il terzo. Se poi a quella proposta Renzi aggiungesse anche il voto di preferenza e la garanzia di non tornare alle urne troppo presto è difficile che il leader del Ncd possa dire di no, viste le alternative in campo. Quindi se Berlusconi e Alfano si mettono d’accordo la riforma si farà senza troppi problemi. Ma se Berlusconi puntasse al primo o al secondo modello e Alfano scegliesse il terzo, Renzi che fa?

  • Le 3 proposte di Renzi: mix di opzioni, esito maggioritario garantito

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore il 7 gennaio 2014

    Adesso viene il bello. La partita vera sulla riforma elettorale comincia ora. Matteo Renzi ha fatto una proposta chiara. Ha fissato un paletto. Il nuovo sistema elettorale deve essere un sistema con forti effetti maggioritari. In altre parole deve consentire agli elettori di scegliere allo stesso tempo chi li rappresenta e chi li governa. L’esito del voto deve essere chiaro, decisivo. Non deve lasciar spazio né a larghe intese né a estenuanti trattative parlamentari per la formazione del governo. Questo è un punto non negoziabile. Sul resto si può trattare. Per facilitare l’ accordo il segretario del Pd ha proposto tre modelli molto diversi tra loro ma accomunati dal fatto di soddisfare il requisito essenziale della decisività del voto. Per questo motivo tutti prevedono un premio di maggioranza.

    Sono modelli in cui molti ‘dettagli’  sono lasciati indefiniti. E si sa che in questa materia i ‘dettagli’ sono cruciali. Ma questo non è il momento dei ‘dettagli’. E’ il momento delle scelte di fondo. Ora tocca ai partiti presenti in parlamento rispondere. Sono loro a dover scegliere tra questi modelli o a proporne un altro, purchè produca gli stessi effetti. E tocca ai parlamentari dello stesso Pd constatare quello che è realisticamente possibile fare in una situazione in cui il Pd non ha i voti per far approvare la sua riforma ‘ideale’.

    I tre modelli offrono ampia libertà di scelta. Il primo è un sistema proporzionale con premio di maggioranza del 15 %.  A differenza del vecchio sistema elettorale si tratta di un premio fisso e limitato. La Consulta è accontentata.  Nel cosidetto porcellum infatti il premio era variabile e potenzialmente illimitato. La chiave di questo modello sta nella dimensione delle circoscrizioni. Ne sono previste 118 il che vuol dire che con una Camera di 630 membri verrebbero eletti 4 o 5 deputati per circoscrizione. Sono pochi.  Insieme al premio, questo è il meccanismo che caratterizza questo sistema elettorale in senso maggioritario. Infatti con circoscrizioni così piccole qualunque formula proporzionale per la trasformazione dei voti in seggi avvantaggia i partiti maggiori e penalizza significativamente tutti gli altri. Tanto più che viene prevista anche una soglia di sbarramento nazionale del 5%. Questo è il modello che non solo favorisce il bipolarismo, ma che nel medio periodo produce anche una forte spinta verso il bipartitismo.

    La seconda proposta è una riedizione della legge Mattarella.  I tre quarti dei seggi (475) sono assegnati in collegi uninominali in cui il seggio va a chi prende un voto più degli altri. Esattamente come è stato tra il 1994 e il 2001. Scompare lo scorporo e appaiono un premio del 15 % da assegnare alla lista vincente e una quota del 10 % da ripartire tra i partiti minori come diritto di tribuna.  Anche in questo caso la combinazione di collegi uninominali e premio assicura che il sistema produca un forte effetto maggioritario.

    La terza proposta, come la prima, è un modello che prevede liste di partito e non collegi maggioritari. La differenza sta nel fatto che i seggi non vengono assegnati in piccole circoscrizioni come nel primo modello. Quindi i partiti piccoli e medi non sono penalizzati. Dovranno solo fare i conti con la eventuale soglia di sbarramento a livello nazionale. Anche in questo caso è previsto un premio di maggioranza che però viene assegnato con un doppio turno e assicura il 60 % dei seggi.  I partiti si possono presentare da soli o in coalizione . Se nessuno arriva ad una certa soglia di voti scatta il ballottaggio tra i primi due. Il vincente incassa il premio. I perdenti si dividono proporzionalmente i seggi restanti. E’ stato indicato come il modello con cui si eleggono i sindaci. Ma non è così. Quel modello prevede l’elezione diretta del sindaco. Questo non prevede l’elezione diretta del presidente del consiglio. In realtà questo modello è il doppio di lista di cui si è parlato a lungo sulle pagine di questo giornale.

    Come si vede, ce n’è per tutti i gusti. E la stessa cosa vale per l’altro aspetto importante di qualunque sistema elettorale: la modalità di selezione dei candidati. Anche su questo punto Renzi non prende una posizione precisa. Lascia libertà di scelta. Il vecchio sistema prevedeva liste lunghe bloccate. Il nuovo sistema potrebbe includere liste bloccate corte, il ritorno del voto di preferenza, le liste flessibili o, nel caso del primo e del terzo modello, i collegi usati per eleggere i consiglieri provinciali.

    L’obiettivo dichiarato  è quello di raccogliere il consenso più ampio possibile su uno di questi modelli. E questo dipenderà dalle convenienze dei vari partiti. Ma tutto ciò non basta. Oltre alla riforma elettorale sul tappeto ci sono anche la riforma del Senato e quella del titolo V. Sembra di capire che la trattativa tra i partiti debba essere su tutto il pacchetto. Ma forse il segretario del Pd si rende conto che potrebbe essere un programma troppo ambizioso. Per questo forse nei suoi tre modelli elettorali è ancora prevista una Camera con 630 membri. Altrimenti che senso avrebbe cancellare l’attuale Senato e non ridurre il numero dei deputati ?  L’unica risposta plausibile è che in ogni caso si debba fare la riforma elettorale. Anche a costituzione vigente. Anche correndo il rischio di una Camera e di un Senato eletti da corpi elettorali diversi. Poi si vedrà.

     

  • Il Senato: una lotteria senza vincitori

    D’ALIMONTE, R. D. R. (2014). Il Senato:una lotteria senza vincitori. In A. C. e. L. D. Sio (Ed.), Terremoto elettorale. Le elezioni politiche del 2013 (pp. 153–172). BOLOGNA: Il Mulino.

    Un terremoto: così si può definire il risultato elettorale del 2013, con un sistema che da bipolare diventa a «tre poli e mezzo», e il M5S che dal nulla diventa il primo partito, sospinto da oltre otto milioni di voti. Per la prima volta, dalla fine della Prima Repubblica, a determinare l’esito non è solo una bizzarra legge elettorale, né le scelte coalizionali dei partiti: è invece un massiccio cambiamento nelle scelte di voto degli elettori. Di qui la necessità di un’analisi rigorosa e approfondita di queste elezioni cruciali, che il libro affronta a tutto campo: dalla costruzione dell’offerta politica alla campagna elettorale, dalle dinamiche dell’astensionismo a quelle del voto e dei flussi elettorali, dalla novità del M5S al significativo ricambio della classe politica.

  • Usa e Italia: la politica nell’era digitale

    D’ALIMONTE, R. D. R. (2014). Usa e Italia: la politica nell’era digitale. In S. L. e. R. Matarazzo (Ed.), La lezione di Obama. Come vincere le elezioni nell’era della politica 2.0 (pp. 113–118). Milano: Baldini&Castoldi.

    Nel momento in cui l’antipolitica tocca il suo apice, questo viaggio nei segreti della campagna più innovativa del mondo dispiega una prima mappa sulle strategie delle prossime elezioni del 2016, ma soprattutto fornisce una formidabile raccolta di idee e spunti per il dibattito pubblico italiano.

    Che ruolo hanno svolto le nuove tecnologie nella campagna più finanziata della storia, quali innovazioni si sono sperimentate, e come è stato costruito l’intreccio delle informazioni sugli elettori tratte dai social media e dalla rete sino a permettere l’elaborazione di spot mirati quasi a livello personale (microtargeting)? E soprattutto: quale è stata la chiave comunicativa di fondo, senza la quale nulla avrebbe funzionato?

  • Proporzionale puro se le Camere non interverranno

    di Roberto D’Alimonte
    Pubblicato sul Sole 24 Ore del 5 dicembre 2013

    E adesso che succede?  Se i partiti non facessero nulla da oggi al momento in cui la sentenza della Consulta sulla attuale legge elettorale verrà pubblicata con quale sistema elettorale si andrebbe a votare alle prossime elezioni? Tutto quello che abbiamo in mano per dare una risposta è un comunicato dell’ufficio stampa della Corte. Non è molto, ma basta per concludere che sarebbe un sistema elettorale proporzionale. Questo ha deciso la Consulta. Dichiarando l’illegittimità del premio di maggioranza ne ha sancito l’abolizione. Di fatto questo introduce un sistema proporzionale. Una decisione grave che crea una situazione incerta e rischiosa. Meglio sarebbe stato reintrodurre la legge Mattarella, ma così non è stato.

    Fino ad oggi lo status quo, cioè il punto che definisce le convenienze e le preclusioni dei partiti, era rappresentato da un sistema di voto imperfetto, ma comunque maggioritario. Il nuovo status quo è il peggior sistema che il paese possa avere in questa fase della sua storia. Il ritorno al proporzionale insito nella decisione della Corte condanna l’Italia alla ingovernabilità. Una ingovernabilità fatta di coalizioni acchappatutti o di grandi coalizioni inconcludenti. Certo, non è questo che vogliono i giudici. I giudici vorrebbero che sotto la spada di Damocle della loro decisione a orologeria il Parlamento agisse finalmente per dare al paese un sistema elettorale migliore dell’attuale. E’ una speranza, non una certezza.

    In politica lo status quo ha un peso molto rilevante, spesso decisivo.  Adesso i tanti proporzionalisti che si annidano nelle fila di tutti i partiti sanno che quando la sentenza della Corte verrà pubblicata il sistema elettorale che entrerà in vigore  sarà quello che da sempre hanno considerato dal loro punto di vista  il migliore per il paese.  La Corte non ha creato un vuoto normativo. Ha sostituito un sistema elettorale maggioritario con un sistema proporzionale. E nel frattempo ha anche destabilizzato i sistemi di governo regionali. In tutte le regioni infatti i consigli sono eletti con sistemi a premio di maggioranza senza soglia per l’attribuzione del premio. Sono tutti porcelli. Ed è andata anche oltre. Ha dichiarato illegittime anche le liste bloccate. Un meccanismo con cui in Spagna si scelgono il 100% dei parlamentari, in Germania il 50% e in Toscana tutti i consiglieri regionali. E con quale logica costituzionale? Sarà interessante saperlo.

    Ma forse i partiti si daranno una mossa. In che direzione? E’ tutto da vedere. Alla luce di questa sentenza  le primarie del Pd di Domenica prossima acquistano un rilievo  maggiore. Cosa succede se Renzi ne venisse fuori ammaccato? La voglia di proporzionale si rafforzerebbe ancora di più. Naturalmente sarà camuffata con il ricorso a modelli spagnoli o tedeschi. Ma tutti in versione largamente italiana. Oppure i partiti prenderanno spunto da questa decisione per modificare in senso maggioritario il meccanismo di attribuzione del premio. (https://mgtrailer.com) Non ci crediamo. Ma ci auguriamo di sbagliarci. Forse la spada di Damocle funzionerà. Forse. Intanto incrociamo le dita.

     

  • Lo statuto del Pd, una corsa a ostacoli

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 ore del 19 novembre 2013

    Lo statuto del Pd è una cosa molto complicata. Anche gli addetti ai lavori fanno fatica a capire cosa sta succedendo. Figuriamoci i cittadini.  Da giorni i giornali danno le cifre della competizione tra i quattro candidati che si sono presentati per la segreteria del partito  ma chi veramente conosce il significato di questi numeri ?  Non è da questi numeri che verrà fuori il nuovo segretario nazionale del PD né la composizione del massimo organo dirigente del partito che è l’assemblea nazionale. Tutto questo verrà deciso  dalle primarie aperte che si svolgeranno l’ 8 dicembre. Ma intanto i contendenti si sono fronteggiati in una gara che apparentemente non ha una vera posta in palio. Solo apparentemente però.

    In questo momento il Pd è alle prese con uno dei passaggi di un percorso logorante fissato dallo statuto e che non finirà nemmeno l’ 8 dicembre ma che andrà avanti fino alla prossima primavera. Questo percorso è iniziato con il voto nei circoli per la nomina dei segretari dei circoli, segretari cittadini e di federazione da parte degli iscritti. Questa fase si è conclusa qualche giorno fa. Poi si è aperta la fase attuale che ha visto ancora come protagonisti i circoli e gli iscritti.  In questa fase si dovevano selezionare i candidati alla segreteria nazionale che si contenderanno la carica nelle primarie dell’  8 Dicembre. Ne sono stati ammessi tre. Pittella non ce l’ha fatta. Ma in ogni caso ciò che veramente contava in questa fase non è se siano tre o quattro i candidati ammessi . La vera e unica posta in palio era il primato all’interno del partito.

    Renzi ha preso più voti di Cuperlo, 46,7 % contro 38,4 % . Con questa vittoria può rivendicare da oggi di essere il candidato preferito dagli iscritti di un partito in cui tanti fino a qualche mese fa lo consideravano un alieno . Per lui, che è il candidato favorito per la vittoria finale, questo è un fatto che non si può sottovalutare. Ha conquistato il Pd da dentro. E’ questo che spiega la durezza dello scontro e le ripetute battute polemiche tra lui e D’Alema. Questo esito non era affatto scontato. Dai dati al momento disponibili sembra che la vittoria del sindaco di Firenze sia non solo netta ma anche ben distribuita su tutto il territorio nazionale. Non c’è dubbio che questo successo rappresenta un viatico molto importante in vista delle prossime primarie. Prima del 25 Febbraio che Renzi potesse prevalere contro il vecchio apparato era una cosa impensabile. E questo la dice lunga su quanto abbia pesato quella sconfitta elettorale nel cambiare lo scenario politico dentro il Pd e fuori.

    I conti definitivi però si faranno solo alla fine del percorso statutario. Infatti l’ 8 dicembre non si sceglierà solo il segretario ma verranno eletti anche i componenti della assemblea nazionale che a sua volta eleggerà la direzione nazionale. I seggi saranno ripartiti tra le liste collegate ai candidati con metodo proporzionale. Sia l’assemblea che la direzione sono organi pletorici ma con poteri rilevanti. E’ l’assemblea che deve decidere su eventuali modifiche dello statuto ed è la direzione nazionale che deve approvare le liste di candidati alle prossime elezioni politiche. Solo se Renzi vincerà bene a dicembre controllerà veramente il partito. E a questo proposito non potrà nemmeno trascurare l’ultima fase di questo lungo percorso, quella in cui verranno scelti con le primarie aperte i segretari regionali. Questo avverrà nella primavera 2014. A quel punto, e solo allora, si potrà fare un bilancio complessivo. Ma per Renzi la vittoria di oggi è un tassello importante. Non si potrà più dire che è il candidato che viene da Marte.

  • Voto col Mattarellum? Niente vincitori

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 ore del 17 novembre 2013

    L’ennesima scissione nella politica italiana non solo complicherà la vita del governo ma anche le prospettive della riforma elettorale. Con la formazione del partito di Alfano si accrescono le fila di coloro che vorrebbero il ritorno al proporzionale visto che anche il nuovo partito intende collocarsi al centro della politica italiana sperando di diventare l’ago della bilancia tra destra e sinistra. Invece in questi giorni si è tornato a parlare di ritorno al mattarellum, che è cosa ben diversa da quella che servirebbe in questo momento a Alfano e Casini.

    Se alle ultime politiche si fosse votato con il mattarellum quale sarebbe stato il risultato ? A questa domanda non si può rispondere con assoluta certezza. Infatti l’espressione del voto non è indipendente dalle regole con cui si vota. Se si cambia il sistema elettorale cambia anche il comportamento degli elettori. Questo succede perché le regole elettorali influenzano la competizione tra i partiti e il rapporto tra partiti e elettori. Quindi utilizzare i risultati di una elezione con un dato sistema elettorale per simulare i risultati della stessa elezione con un altro sistema elettorale è una operazione che va presa con molta cautela.  E’ comunque un esercizio utile perché consente di analizzare i possibili effetti di diversi sistemi elettorali.

    Ciò premesso, vediamo cosa sarebbe successo a Febbraio se al posto del porcellum ci fosse stato il mattarellum.  Ricordiamo che quest’ ultimo  è un sistema in cui il 75 % dei seggi vengono assegnati in collegi uninominali a un turno e il 25 % con formula proporzionale. Come si vede nella prima tabella in pagina, con questo sistema alla Camera non avrebbe vinto nessuno, perché nessuno avrebbe ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi (316). Esattamente quello che è successo con il porcellum a causa della lotteria dei premi regionali del Senato. L’altro risultato interessante è che la coalizione di Berlusconi avrebbe avuto più seggi (259) di quella di Bersani (234). La spiegazione del primo risultato sta nel successo del partito di Grillo: 74 seggi uninominali e 121 seggi totali. Con un sistema di collegi uninominali a un turno se i terzi poli hanno abbastanza voti possono riuscire a ottenere seggi. A certe condizioni possono prenderne addirittura tanti da rendere impossibile che uno degli avversari maggiori possa arrivare alla maggioranza assoluta.  Recentemente è successo anche in Gran Bretagna, la patria dei collegi uninominali a un turno. E il partito di Cameron ha dovuto per la prima volta dalla fine della guerra rassegnarsi a fare una coalizione con i liberal democratici  Con i liberali, non con il M5s o con il Pdl  Questa è la differenza con l’Italia.

    A dire il vero, il collegio uninominale a un turno nella maggiore parte dei casi rende la vita molto difficile ai terzi poli. Ma il caso inglese non è unico.  Quando i due maggiori partiti si indeboliscono, quando la protesta anti-establishment prende piede, quando si allentano i legami elettorali e crescono disaffezione e volatilità un terzo polo ben costruito può farcela a rompere lo schema bipolare. Ed è quello che è successo alle ultime elezioni con il M5s.  E’ successo con il porcellum, ma potrebbe succedere anche con il mattarellum. La Lega Nord nel 1996 ci andò vicino. Con il suo 10,8 % dei voti vinse in 39 collegi alla Camera. Pochi seggi in più e Prodi non avrebbe avuto la maggioranza. Non così il Patto per l’Italia nel 1994 perché il suo 15,6 % distribuito a pioggia in tutto il paese, e non concentrato in alcune zone come nel caso della Lega, non fu sufficiente a battere la concorrenza dello schieramento di sinistra e di quello di Berlusconi. (https://uniforumtz.com/)

    Una possibile, e legittima obiezione, che si può fare alla nostra simulazione è che con il mattarellum la sinistra, anche nel 2013, avrebbe preso più voti e quindi più seggi uninominali grazie al suo miglior rendimento nei collegi. E’ un fatto che sia nelle elezioni del 1996 che in quelle del 2001 la coalizione di Berlusconi  prese più voti alla Camera nella parte proporzionale (le liste di partito) che nella parte maggioritaria (i candidati nei collegi), mentre per la sinistra fu il contrario.  In media questa perdita fu di 3.5 punti percentuali. Senza questo fattore Berlusconi avrebbe vinto le elezioni del 1996 e si sarebbe avvicinato alla maggioranza dei due terzi dei seggi in quelle del 2001. Questa fu la vera ragione che convinse il Cavaliere a fare la riforma elettorale nel 2005. Fu un errore perché senza il porcellum avrebbe probabilmente vinto le elezioni del 2006. Ma questa è una altra storia.

    Proprio per tener conto di questo fattore che a suo tempo definimmo come  il cattivo rendimento coalizionale della destra abbiamo voluto fare una altra simulazione togliendo , collegio per collegio, ai voti presi dalla coalizione di  Berlusconi nel 2013 quei 3,5 punti persi nel passato. I voti tolti a Berlusconi sono stati distribuiti agli altri partiti e verso l’astensione in proporzione al loro peso. Come si vede, nemmeno in questo caso lo scorso Febbraio ci sarebbe stato un vincitore.  La differenza è che la coalizione di Bersani avrebbe preso più seggi (272) di quella di Berlusconi (194).

    In conclusione, in un contesto tripolare un sistema elettorale con collegi uninominali a un turno non garantisce una maggioranza assoluta dei seggi a nessuno. Tanto più che nel caso del mattarellum  il 25 % di quota proporzionale e lo scorporo (di cui non abbiamo tenuto conto nelle simulazioni) attenuano l’effetto maggioritario rendendo ancora meno probabile un esito decisivo. Solo il premio di maggioranza con il doppio turno può garantire in maniera accettabile che il partito o la coalizione più votati abbiano la maggioranza assoluta dei seggi. Nemmeno un sistema di collegi uninominali a due turni come in Francia può farlo. Ma è certamente vero che un tale sistema aumenterebbe le probabilità di un esito maggioritario.

    Detto questo, è anche vero però che l’offerta politica può fare la differenza. Questo è vero sempre, ma lo è ancor più con un sistema maggioritario. Basterebbero pochi voti in più a Bersani nella nostra seconda simulazione per dare alla sinistra la maggioranza assoluta. Anzi, l’ offerta politica ‘giusta’  potrebbe dare al vincente una maggioranza assoluta di seggi ben più alta di quella del porcellum. Con l’attuale sistema al massimo si può avere il 54 % dei seggi. Con il mattarellum, nelle mani di chi lo sappia sfruttare appieno, questa percentuale potrebbe essere molto più alta. Con buona pace di chi vuole modificare ora il porcellum perché potrebbe distorcere troppo la rappresentanza con il suo premio senza soglia.

    Simulazione   sui 474 collegi della Mattarella, Camera dei deputati

    Berlusconi Bersani Grillo

    Monti

    Totale

    Seggi Maggioritari

    Nord-Ovest

    17

    21

    12

    50

    Nord-Est

    81

    44

    4

    129

    ex Zona   rossa

    1

    71

    8

    80

    Sud

    113

    52

    50

    215

    Italia

    212

    188

    74

    474

    Seggi Totali

    Nord-Ovest

    20

    27

    18

    3

    68

    Nord-Est

    98

    55

    14

    5

    172

    ex Zona   rossa

    6

    80

    15

    2

    103

    Sud

    135

    72

    74

    5

    286

    Italia

    259

    234

    121

    15

    629

     

     

    Simulazione   sui 474 collegi della Mattarella con correzione (1), Camera dei deputati

    Berlusconi Bersani Grillo Monti Totale

    Seggi Maggioritari

    Nord-Ovest

    12

    22

    16

    50

    Nord-Est

    62

    57

    10

    129

    ex Zona   rossa

    1

    71

    8

    80

    Sud

    72

    76

    67

    215

    Italia

    147

    226

    101

    474

    Seggi Totali

    Nord-Ovest

    15

    28

    22

    3

    68

    Nord-Est

    79

    68

    20

    5

    172

    ex Zona   rossa

    6

    80

    15

    2

    103

    Sud

    94

    96

    91

    5

    286

    Italia

    194

    272

    148

    15

    629

    Note: è escluso il collegio valdostano; Nord Ovest = Piemonte e   Liguria; Nord Est: Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia   Giulia; ex Zona Rossa = Emilia Romagna, Toscana, Marche e Umbria; Sud = le   altre regioni
    (1) alla coalizione di Berlusconi sono stati sottratti 3 punti e   mezzo in ogni collegio, riassegnati agli altri partiti in proporzione al loro   peso elettorale (astensione inclusa)
    Fonte: Cise – Centro italiano studi elettorali – cise.luiss.it

    Nota metodologica

    Le simulazioni sono state ottenute grazie ai dati elettorali di tutte le circa 60.000 sezioni in cui si è votato alle ultime politiche per l’ elezione della Camera dei deputati. I dati sono stati proiettati sui 474 collegi uninominali della legge Mattarella. Ringraziamo la Camera e in particolare il suo vice-presidente, on. Luigi Di Maio,   per la disponibilità di questi dati.