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di Stefano Rombi

 Sono passati quasi nove anni dall’approvazione della legge Calderoli. Da allora il voto di preferenza è oggetto di pensosi e più o meno appassionanti dibattiti. La politica sembra dividersi tra chi lo ritiene l’unico baluardo a difesa della democraticità di un sistema elettorale e chi, viceversa, è convinto che si tratti soprattutto della fonte principale del voto di scambio. Senza entrare in questa ormai sterile discussione, possiamo sfruttare l’opportunità offerta dalle elezioni europee per esaminare più da vicino le dimensioni e la distribuzione di questo particolare tipo di voto.

La legge elettorale per le elezioni europee risale al 1979. Tuttavia, il 22 aprile di quest’anno l’articolo 14 è stato modificato secondo la seguente formulazione: “L’elettore può esprimere fino a tre preferenze. Nel caso di più preferenze espresse, queste devono riguardare candidati di sesso diverso, pena l’annullamento della seconda e della terza preferenza”. In altre parole, la legge elettorale ha conservato la preferenza plurima, prevista fin dalla prima stesura, ma ha introdotto l’elemento dell’alternanza dei sessi a tutela del principio della parità di genere.

Alle elezioni europee, dunque, ciascun elettore ha la possibilità di esprimere fino a tre voti di preferenza. Naturalmente, questa previsione produce conseguenze rilevanti anche sull’analisi del voto. Infatti, la necessità di comparare il numero di preferenze espresse tanto sul piano territoriale quanto su quello inter-partitico richiede l’impiego di un indice neutro. In generale, si tratta di mettere in rapporto il numero di preferenze effettivamente espresse, con il numero di preferenze potenzialmente esprimibili. Ovviamente, in caso di preferenza unica la soluzione migliore consiste nel rapportare il numero di preferenze assegnate in un certo territorio con i voti validi. Quando, come nel nostro caso, sono ammessi più voti di preferenza, il calcolo dell’indice è parzialmente diverso. In particolare, se il numeratore rimane invariato, il denominatore cambia ed è dato dal prodotto tra i voti validi e il numero di preferenze ammesse. Naturalmente, l’indice varia tra un minimo di 0 – nessuna preferenza – e un massimo di 1 – tutti gli elettori hanno utilizzato le tre preferenze a disposizione.

Ciò chiarito, in questo paragrafo intendiamo: primo, esaminare l’andamento dell’indice di preferenza (IP) su base regionale; secondo, discutere il peso di IP all’interno di ciascun partito, differenziando l’analisi tra le cinque circoscrizioni elettorali.

Tabella 1. L’indice di preferenza nelle regioni italiane.
Circoscrizione Regione

Preferenze

IP

Meridionale Basilicata

209.628

0,29

Insulare Sicilia

1.419.955

0,28

Meridionale Calabria

622.586

0,28

Meridionale Campania

1.708.568

0,25

Meridionale Puglia

1.126.682

0,23

Insulare Sardegna

372.352

0,22

Centrale Lazio

1.648.897

0,22

Nord-Orientale Trentino-Alto Adige

242.858

0,20

Nord-Occidentale Valle d’Aosta

26.238

0,19

Meridionale Molise

77.320

0,17

Nord-Orientale Friuli-Venezia Giulia

240.248

0,14

Nord-Orientale Veneto

992.579

0,14

Nord-Occidentale Liguria

300.125

0,13

Centrale Umbria

153.041

0,11

Nord-Occidentale Lombardia

1.608.801

0,11

Meridionale Abruzzo

198.423

0,10

Centrale Marche

229.693

0,10

Centrale Emilia Romagna

566.616

0,08

Centrale Toscana

452.194

0,08

Nord-Occidentale Piemonte

518.745

0,08

Italia Italia

12.715.549

0,15

Fonte: nostra elaborazione sui dati ufficiali

Nota: le diverse tonalità di grigio indicano l’appartenenza a diversi quartili.

Tanto per cominciare, la Tabella 1 illustra l’andamento di IP tra le 20 regioni italiane. Come si vede, la Basilicata – l’unica enclave storica della sinistra nel Mezzogiorno – fa registrare un indice molto elevato (0,29): circa il doppio del dato complessivo. Viceversa, Piemonte, Toscana e Emilia-Romagna presentano l’indice di preferenza più contenuto (0,08): circa la metà del dato relativo al livello nazionale, pari a 0,15. Non sorprende che quattro delle cinque regioni collocate nel primo quartile rientrino nella circoscrizione meridionale e una, la Sicilia, appartenga a quella insulare. Come accade ogni volta che le preferenze sono consentite, il Sud (insieme alle isole) ne fa un uso assai più esteso rispetto al resto del Paese. Potrebbe, invece, suscitare qualche punto interrogativo il valore molto contenuto fatto segnare da IP in Abruzzo (0,10). La regione del Gran Sasso, infatti, pur vicina geograficamente alle regioni centrali è, da un punto di vista politico, del tutto affine al resto del Meridione. Come si spiega allora un così limitato ricorso al voto di preferenza? Probabilmente ha giocato un ruolo importante la concomitanza tra elezioni europee e elezioni regionali, una doppia incombenza che potrebbe aver disincentivato l’utilizzo della preferenza; la quale, com’è noto, non è necessaria ad assicurare la validità del voto. Questa ipotesi sembra trovare conferma dal dato piemontese. Esattamente come in Abruzzo, infatti, anche in Piemonte si è votato per il rinnovo dei vertici regionali. E, come vediamo, in questa regione l’indice di preferenza è il più basso in assoluto.

Tabella 2. L’indice di preferenza dei partiti nelle diverse circoscrizioni.
Partito

IP

Nord Ovest

IP

Nord Est

IP

Centro

IP

Sud

IP

Isole

IP

Italia

Ncd-Udc

0,19

0,16

0,27

0,31

0,40

0,27

Lista Tsipras

0,22

0,17

0,22

0,31

0,34

0,24

Svp

0,24

0,24

FdI-An

0,16

0,17

0,22

0,37

0,33

0,24

Scelta Europea

0,10

0,15

0,18

0,26

0,24

0,18

Lega Nord

0,15

0,19

0,14

0,17

0,23

0,16

Fi

0,11

0,09

0,16

0,24

0,21

0,16

Pd

0,09

0,12

0,15

0,25

0,29

0,16

Idv

0,03

0,06

0,06

0,18

0,25

0,11

M5s

0,05

0,06

0,08

0,13

0,21

0,10

Verdi

0,05

0,07

0,08

0,19

0,18

0,09

Io Cambio – Maie

0,03

0,06

0,07

0,06

0,09

0,06

Totale

0,10

0,12

0,15

0,23

0,26

0,15

Fonte: nostra elaborazione.

Nota: l’indice è calcolato considerando anche i voti espressi all’estero.

Stabilito che il panorama illuminato dall’analisi territoriale del voto di preferenza ricalca tendenze ormai consolidate, possiamo ora osservare come esso si distribuisca tra le diverse forze politiche. Innanzitutto, se cominciamo dall’ultima colonna della Tabella 2, notiamo come alcuni partiti riportino un IP superiore al dato nazionale, mentre altri facciano registrare un indice inferiore. Il primo gruppo comprende liste quali: Ncd-Udc, Lista Tsipras, Svp, Fratelli d’Italia, Scelta Europea, Lega Nord e, infine, Forza Italia e Pd. Il secondo gruppo, oltre a tre partiti minori (Idv, Verdi, Io Cambio), comprende il M5s.

La Tabella 2 mostra chiaramente come gli elettori maggiormente propensi ad utilizzare il voto di preferenza siano quelli del Ncd-Udc. Come si vede, il valore di IP è significativamente superiore a tutti gli altri, attestandosi a 0,27. Si tratta di un valore certamente ragguardevole e significativamente più elevato rispetto allo 0,24 della Lista Tsipras, seconda classificata nel nostro ranking. I due partiti maggiori del primo gruppo – Pd e Forza Italia – ottengono un indice di preferenza relativamente contenuto (0,16) e molto vicino al dato nazionale. Prima di guardare all’andamento di IP nelle diverse circoscrizioni, vale la pena segnalare il dato del M5s. Il partito di Grillo fa segnare uno degli indici di preferenza più bassi (0,10), tanto che solo il dato dei Verdi e della lista Io Cambio ha dimensioni inferiori (rispettivamente, 0,09 e 0,06). Si tratta di un valore tutt’altro che sorprendente. Il partito del comico genovese, infatti, da un lato ha una organizzazione territoriale poco radicata e, dall’altro, ha presentato candidati del tutto sconosciuti agli elettori che, peraltro, hanno avuto poche e marginali occasioni di proporsi all’elettorato durante la campagna.

Scendendo al livello delle singole circoscrizioni, emerge come l’IP della lista di Alfano (e Casini) sia risultato il più elevato in tre macro-aree su cinque: Centro (0,27), Sud (0,31) e Isole (0,40). Naturalmente, sappiamo che la circoscrizione meridionale e quella insulare hanno mostrato, come sempre, una propensione relativamente maggiore nel ricorso al voto di preferenza. Tuttavia, date le sue proporzioni, vale comunque la pena rimarcare il peso del voto di preferenza al Ncd-Udc in questi territori: al Sud questo partito neo-democristiano ha conseguito circa 1/3 delle proprie preferenze, pari a 355.852; nelle due isole il numero di preferenze è minore in termini assoluti (203.856), ma addirittura superiore in termini relativi.  Se il dato del Ncd-Udc è perfettamente in linea con le aspettative, l’indice della Lista Tsipras sembra più consistente di quanto ci si sarebbe potuto attendere. Soprattutto se si considera che nel Nord-Ovest la lista guidata da personaggi come Barbara Spinelli e Moni Ovadia ha riportato l’indice di preferenza più elevato (0,22). Nel Nord-Est, inoltre, se si esclude il dato della Svp, il suo IP è secondo solo a quello della Lega Nord e si attesta a 0,17. Oltreché in ragione della capacità di attirare consensi da parte dei candidati più conosciuti, il dato della Lista Tsipras potrebbe essere spiegato dalla sua composizione. Com’è noto, infatti, essa è costituita da diversi partiti della sinistra tra i quali, soprattutto: Sinistra Ecologia e Libertà e Rifondazione Comunista. È probabile che, esattamente come accadeva tra le correnti dei partiti della Prima Repubblica, le preferenze multiple abbiano incentivato accordi di scambio reciproco tra le forze coalizzate al fine di favorire specifici candidati.

Da ultimo, è interessante notare come il Pd, dominatore di queste elezioni, riporti una considerevole variabilità nel comportamento del proprio elettorato. Più esattamente, la differenza tra il dato della circoscrizione in cui IP è più consistente (Insulare) e il dato della circoscrizioni in cui è più contenuto (Nord-Occidentale) è molto significativa (0,20). In assoluto, è inferiore solo a quello di Idv (0,22), Ncd-Udc (0,21) e Lista Tsipras (0,21). Inoltre, è molto superiore rispetto agli altri due partiti rilevanti della competizione: M5s (0,16) e Forza Italia (0,12). Nel caso dei democratici, dunque, se al Nord la macro-personalizzazione ha guidato il successo del partito, al Sud e nelle isole Renzi non è sufficiente e la micro-personalizzazione continua a giocare un ruolo essenziale.

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Stefano Rombi è assegnista di ricerca all’Università di Cagliari. I suoi interessi riguardano i partiti politici, le elezioni e la qualità della democrazia. Recentemente ha pubblicato “L’accountability dei governi democratici” (Carocci, 2014) e “Fallire per vincere” (Epoké, 2014). Ha contribuito a numerosi volumi collettanei, tra cui “La qualità della democrazia in Italia” (Il Mulino, 2013) e “Il Partito Democratico secondo Matteo” (BUP, 2014). È autore di diversi articoli, il più recente è “Cosa non è e cosa è l’accountability elettorale” (Quaderni di Scienza Politica, 2015). È membro dell’APSA, della SISP e di CLS.