Attualità

  • Senza allarmi e senza (grandi) sorprese. Le elezioni parlamentari portoghesi del 2019

    Per molti anni la politica portoghese è stata dominata dagli stessi, resilienti, attori politici. Questo contesto non è stato scosso nemmeno dalla crisi finanziaria dell'Eurozona e dal programma di salvataggio portoghese. La visibilità più elevata che questi partiti hanno ricevuto nei media ed un generalizzato cinismo politico dei cittadini portoghesi (che ironicamente gioca anche contro i nuovi arrivati ​​e i cambiamenti dello status quo) hanno contribuito in modo significativo al mantenimento di questa situazione.

    Dal 1999 fino al 2015, il parlamento portoghese (Assembleia da República) è stato composto dagli stessi sei partiti. I due principali attori in parlamento sono il Partido Socialista (PS) di centrosinistra (partito governativo dal 2015) e il Partido Social Democrata di centrodestra (PSD). Soprattutto dal 1987, e nonostante un sistema elettorale di natura proporzionale, il sistema politico portoghese è stato un sistema dominato da questi due partiti, che insieme hanno costantemente ottenuto almeno il 60% dei voti, alternandosi nella guida del governo. Un altro partito che è stato rappresentato in parlamento sin dalle prime elezioni legislative, nel 1976, è il Partido Popular di destra/centro-destra (CDS-PP). Nonostante sia molto più piccolo, questo partito è stato al governo in diverse occasioni, principalmente nei governi di coalizione con PSD, avendo per questo motivo un ruolo e una storia importanti nella politica portoghese. I restanti partiti che hanno avuto una presenza piuttosto costante nel parlamento portoghese sono il Partido Comunista Português (PCP), Bloco de Esquerda (BE) e il Partido Ecologista “Os Verdes” (PEV). Mentre il BE è entrato in parlamento per la prima volta nel 1999, il PCP (il più antico partito portoghese) è sempre stato in parlamento sin dalle prime elezioni legislative libere. Diversamente, il PEV è un partito minore ecologista, il cui reale peso elettorale è di fatto sconosciuto, poiché ha sempre eletto i suoi parlamentari in una coalizione elettorale con il PCP.

    La stabilità del sistema partitico portoghese è stata finalmente scossa nel 2015, quando il nuovo partito Pessoas-Animais-Natureza (PAN) è riuscito ad eleggere un parlamentare nella più grande circoscrizione elettorale del paese (Lisbona), unendosi al club dei partiti con seggi parlamentari. La composizione parlamentare risultante dalle elezioni del 2015 e la soluzione del governo trovata in seguito a quelle elezioni sono cruciali per comprendere la campagna ed i risultati elettorali delle ultime elezioni di domenica. Nel 2015, a vincere le elezioni fu la coalizione di centrodestra formata dai due partiti allora al governo (PSD e CDS-PP), che aveva fatto affidamento su un programma incentrato sull’austerità per superare i problemi finanziari ed economici del Paese. Tuttavia, senza una maggioranza assoluta in parlamento, i due partiti non furono in grado di ottenere il sostegno parlamentare per un nuovo governo. L'alternativa (nota come Geringonça) fu allora un governo di minoranza del Partito Socialista, sostenuto dal BE e dal PCP. Con questa inaspettata e originale alleanza, il primo ministro António Costa (leader del PS) è stato in grado, contro la maggior parte delle previsioni, di completare il suo mandato.

    Offerta politica e campagna elettorale

    Oltre al PS di Antonio Costa, gli altri attori principali nelle elezioni del 2019 sono stati Rui Rio, leader di PSD dal 2018; Assunção Cristas, il nuovo leader di CDS-PP; Catarina Martins del BE; Jerónimo de Sousa, il leader di CDU; e, infine, il debuttante André Silva, leader del PAN. Oltre a questi cinque partiti, altri 16 partiti minori hanno partecipato alla tornata elettorale, per un totale record di 21 partiti. Con i sondaggi che prevedevano una chiara vittoria del PS (alcuni dei quali a maggioranza assoluta), le sfide e le strategie di campagna di questi diversi attori sono state naturalmente molto diverse. Per Costa e per il PS, era fondamentale vincere queste elezioni al fine di legittimare la Geringonça e il suo governo. Con un vantaggio sostanziale nei sondaggi, Costa ha condotto una campagna di "controllo automatico della velocità" (vale cioè a dire, difensiva e relativamente non informativa), agevolato anche dalle condizioni economiche e finanziarie favorevoli.

    Con i sondaggi che prevedevano un risultato storicamente basso per il PSD e con una nutrita presenza di partiti di destra, il principale avversario di Costa, Rui Rio, ha dovuto affrontare un contesto molto più avverso. La sua leadership era stata fortemente contestata all’interno di un partito noto per le sue frequenti controversie interne. Una contestazione che ha portato alla creazione del partito Aliança (guidato dall'ex premier Pedro Santana Lopes) che, in teoria, aveva aperto un nuovo fronte di sfida per il PSD in queste elezioni. Nel complesso, la campagna elettorale portoghese del 2019, come è stato il caso delle più recenti campagne politiche, non è stata particolarmente informativa per l'elettorato, essendo principalmente concentrata su attacchi personali e non-temi (vale a dire, falsi problemi) come i cambiamenti nel menu della mensa universitaria o le indagini in corso relative alla scomparsa di armamenti da una base militare portoghese. I manifesti e le proposte politiche dei partiti, con poche eccezioni, sono rimasti in gran parte ai margini dalla campagna.

    Risultati

    Per quanto riguarda i risultati (Tab. 1), senza eclatanti colpi di scena, il PS è risultato il vincitore indiscusso con il 36,7% dei voti e 106 seggi parlamentari (almeno 20 seggi in più rispetto al 2015 - 4 seggi devono ancora essere attribuiti nelle circoscrizioni estere). Il secondo partito più votato è stato il PSD con il 27,9% dei voti e almeno 77 (12 in meno rispetto alle precedenti elezioni) dei 230 seggi in parlamento. Ancora una volta, i due principali partiti hanno ricevuto insieme quasi il 65% dei voti e l'80% dei seggi disponibili, rafforzando ancora di più, rispetto al 2015, la natura bipolare del sistema politico portoghese. Il terzo partito più votato è stato il BE con il 9,7% dei voti, che hanno consentito al partito di mantenere i suoi 19 parlamentari. L'altro partner della Geringonça, il CDU, è stato in qualche modo punito in queste elezioni (6,5%), ottenendo 12 seggi e perdendone 5. Il CDS-PP è stato il più grande fiasco delle elezioni (4,3%), perdendo 13 dei suoi 18 seggi parlamentari. Un risultato che rende questo partito -storicamente importante- una presenza quasi insignificante nella prossima legislatura. Il quinto partito più votato è stato ancora PAN, eleggendo questa volta 4 parlamentari con il 3,3% dei voti. Un enorme, ma atteso, successo per questo single-issue party che, in una logica post-ideologica, dichiara di non essere né di sinistra né di destra. Infine, tre nuovi partiti sono entrati in parlamento con un seggio (due dai partiti di destra Iniciativa Liberal (IL) e Chega! e uno dal partito di sinistra LIVRE).

    In questo quadro di continuità con il passato, un dato cruciale è senz’altro relativo al livello estremamente basso di affluenza (54,5%), indicativo non solo di un certo disinteresse per la politica diffuso nella società portoghese, ma anche di una scarsa fiducia nei confronti dei partiti politici (secondo gli ultimi dati Eurobarometro di giugno 2019, il 77% dei portoghesi non si fida dei partiti politici) e di una scarsa capacità di questi stessi partiti (in particolare di quelli all’opposizione) di mobilitare una parte consistente dell’elettorato.

    Cosa significano questi risultati per la politica e il governo portoghesi? In buona sostanza, tutto rimarrà (quasi) invariato. Senza una maggioranza assoluta, Costa ha già espresso il desiderio di rinnovare l'alleanza (Geringonça) con la sinistra (dato lo scarso risultato dei CDS, l'improbabile -ma non senza precedenti- cooperazione tra PS e CDS appare oggi impossibile). La differenza più grande è che, questa volta, il PS ha bisogno solo del sostegno di uno dei partiti che formavano il precedente governo di coalizione (il BE o la CDU) per avere la maggioranza assoluta in parlamento. Anche questi due partiti hanno espresso, non senza porre alcune condizioni, la volontà di aprire i negoziati, in particolare il BE che (in quanto terzo partito più votato) ha anche un certo margine di vantaggio rispetto alla CDU. Pertanto, ciò che non è chiaro ora è con chi e con quali condizioni (coalizione governativa o accordi di negoziazione su base annuale), il PS negozierà. Tutto ciò che sappiamo è che il Portogallo continuerà ad avere un governo ideologicamente schierato a sinistra e il fatto che, questa volta, il PS sia stato anche il partito più votato alle elezioni legittimerà maggiormente le soluzioni di governo proposte da questo partito. Se decidesse di dar vita ad un altro governo di minoranza, questa volta il PS potrà presentare non una, ma tre diverse possibili coalizioni (PS+BE, PS+BE+CDU, BS+CDU).

    Data la storia politica portoghese, la tenuta della nuova Geringonça dipenderà in gran parte dall'evoluzione della situazione economica del paese (che è improbabile che si mantenga stabile come nei quattro anni precedenti). Pertanto, una coalizione di governo tra PS e BE potrebbe probabilmente offrire ai socialisti le migliori prospettive.

    Per quanto riguarda il futuro degli altri partiti, il PSD, attraverserà molto probabilmente una nuova serie di controversie interne per la sua leadership. Benché il suo risultato non sia stato così negativo come previsto dai sondaggi, le richieste di un cambiamento al vertice sono già emerse dalle fazioni ideologicamente più radicali del partito. Assunção Cristas ha immediatamente annunciato la sua intenzione di lasciare la guida di CDS. È certo che nei prossimi anni il nuovo leader dovrà affrontare una sfida enorme per risollevare questo partito dalla sua quasi totale insignificanza politica. È probabile, invece, che tutti gli altri partiti più rilevanti mantengano la propria leadership.

    Infine, due aspetti meritano di essere menzionati sui risultati di queste elezioni e sulle prospettive della politica portoghese. Il primo aspetto è che il Portogallo, con l’ingresso di Chega! nella politica del paese, si è unito per la prima volta all'ormai vasto club di paesi europei con partiti di estrema destra rappresentati in parlamento. Se questo possa costituire un motivo di allarme è difficile da dire, sebbene non pare vi siano oggi margini di crescita rilevanti per il partito. Il secondo aspetto è che il Portogallo, da quando è diventato una democrazia nel 1974, non ha mai avuto così tanti partiti (10) in parlamento. La presenza di un maggior numero di partiti (e quindi di prospettive) rappresentate in parlamento potrebbe favorire una maggiore vitalità del sistema politico e ridurre l'apatia politica dei cittadini portoghesi. Un numero maggiore di partiti con maggiore visibilità mediatica potrebbe infatti avere un effetto positivo sull'affluenza alle prossime elezioni, affluenza che questa volta si è fermata al 54,5% degli aventi diritto.

  • 945 sono troppi? 600 sono pochi? Qual è il numero “ottimale” di parlamentari?

    945 parlamentari erano troppi? 600 sono troppo pochi? Ed esiste un numero “ottimale” di parlamentari? Il problema non è nuovo nella scienza politica, e uno dei contributi più interessanti sul tema è arrivato anni fa da Rein Taagepera, forse uno dei più importanti politologi viventi, insignito nel 2008 dell’ambitissimo premio Skytte, la più prestigiosa onorificenza nell’ambito della scienza politica, equivalente di un premio Nobel per questa disciplina.

    In una serie di articoli Taagepera (2002; 1972) si confrontò con il problema delle dimensioni ottimali di un’assemblea rappresentativa partendo da un punto di vista molto semplice. Il lavoro quotidiano dei parlamentari ruota essenzialmente intorno a due funzioni: rappresentare efficacemente le opinioni dei cittadini che li hanno eletti e dialogare tra loro, confrontando diversi punti di vista, per giungere a decisioni condivise. E questa natura duale è ben rappresentata dalla scansione tipica della settimana dei parlamentari nella maggior parte delle democrazie, che in genere si divide tra alcuni giorni dedicati al lavoro nella capitale (in genere quelli centrali della settimana) ed altri dedicati invece al lavoro sul campo nella circoscrizione che li ha eletti.

    Ora: entrambi i compiti diventano problematici quando aumenta il numero di relazioni sociali da gestire. Rappresentare un collegio di 10.000 abitanti è più agevole rispetto a una circoscrizione di un milione di abitanti; in base a questo criterio quindi bisognerebbe avere un numero molto alto di parlamentari. Tuttavia, come sa chiunque abbia mai partecipato anche solo a un’assemblea di condominio, prendere decisioni in un comitato di 10 persone è senza dubbio più rapido ed efficiente che in un’assemblea di 80; in base a questo criterio quindi bisognerebbe avere un numero basso di parlamentari. Come quasi sempre in politica, ci sono quindi due esigenze confliggenti tra loro. Come conciliarle?

    Taagepera a questo punto formula il problema in semplici termini matematici, alla ricerca – data una popolazione di dimensione X – di quale numero di parlamentari offra il rapporto ottimale, ovvero riesca a rendere il più piccolo possibile (e quindi il più facile possibile da gestire) il numero totale di relazioni sociali (con i propri elettori, e con i propri colleghi) che ogni parlamentare deve gestire.

    La soluzione è quella che è conosciuta come la legge cubica della dimensione delle assemblee: ovvero, se una popolazione ha dimensione X, il numero di parlamentari ottimale corrisponde alla radice cubica di X.

    Legge cubica del rapporto tra popolazione e rappresentanti (Taagepera 1972)

    La cosa affascinante è che questo risultato apparentemente astratto corrisponde in modo sorprendente (a meno di un ovvio margine di errore, dovuto alle particolarità di ogni paese) alle dimensioni effettive delle assemblee rappresentative nella maggior parte dei paesi del mondo. La figura 1 lo mostra bene: nel grafico si nota bene la corrispondenza tra la curva (la previsione teorica della “legge cubica”) e i punti che corrispondono alle effettive assemblee dei vari paesi.

    Fig. 1 – La legge cubica del rapporto tra popolazione e rappresentanti: paesi europei, più Stati Uniti e Russia

    A questo punto la curiosità ovvia riguarda l’Italia. 945 parlamentari erano troppi? 600 sono troppo pochi? Proviamo a vedere l’applicazione della legge cubica riguardo all’Italia. In questo caso la popolazione di riferimento corrisponde al numero di elettori, che per il nostro paese nelle elezioni politiche del 2018 era di 46.505.350 (sono esclusi gli under 18). Ebbene, la radice cubica di questo numero è circa 360.

    Legge cubica del rapporto tra popolazione e rappresentanti nel caso italiano

    Di conseguenza un’assemblea di questa dimensione offrirebbe, secondo la teoria, la combinazione ottimale tra possibilità del parlamentare di rappresentare i propri elettori e capacità di gestire l’assemblea in modo efficiente. Questo risultato quindi parrebbe suggerire che la riforma vada nella direzione giusta. Se si considera la sola Camera (come fa Taagepera nella sua analisi, considerando solo le “Camere basse”), infatti, il numero di 400 sarebbe addirittura superiore al 360 ottimale, suggerendo che la riforma sia andata nella direzione giusta.

    Tuttavia c’è un però. Come abbiamo detto all’inizio, ogni paese ha le sue peculiarità storiche, geografiche e sociali, che portano alcuni paesi a deviare anche molto dalla “legge cubica”. Ebbene, in confronto ad altri paesi, l’Italia ha delle peculiarità che suggerirebbero una deviazione? Quella più importante che viene in mente è che l’Italia è sostanzialmente un paese eterogeneo: un paese di unificazione politica (ma anche linguistica) relativamente tarda, in cui permangono differenze ancora grandissime tra diverse regioni. Come si può incorporare questo dato nel nostro ragionamento teorico? Un modo rozzo, ma che ci può dare un suggerimento sulla direzione di analisi, può essere quello di considerarlo, ad esempio, non come un solo paese di 46 milioni di elettori, ma come due paesi di 23 milioni: un modo sbrigativo ma efficace per incorporare l’idea di un paese eterogeneo. Ora, la radice cubica di 23 milioni è 285. Il che significa che, se una “metà paese” di 23 milioni è rappresentata in modo ottimale da 285 parlamentari, l’intero paese (fatto di due metà molto diverse tra loro) sarebbe rappresentato in modo ottimale dal doppio, ovvero da 570 parlamentari. Senza prendere alla lettera questo risultato (per quanto eterogenea sia l’Italia, è assurdo sostenere che l’Italia sia composta di due paesi separati!), tuttavia si capisce come, in caso di un paese particolarmente eterogeneo, si possa considerare come il numero ottimale potrebbe essere superiore a quello previsto dalla teoria. E quindi la domanda vera non è se 400+200 siano troppi o siano pochi, ma invece: quanto è eterogenea l’Italia?

    Riferimenti bibliografici

    Taagepera, R. e Recchia, S.P. (2002). The size of second chambers and European assemblies, European Journal of Political Research, 41: 165–185

    Taagepera, R. (1972). The size of national assemblies, Social Science Research, 1: 385-401

  • Dalla destra nazionalista alla coalizione europeista? La possibile svolta delle elezioni in Austria

    Domenica 29 Settembre si sono svolte le elezioni politiche in Austria, a soli due anni di distanza dalle precedenti elezioni del 2017. In quelle elezioni era uscito vincitore il Partito Popolare Austriaco (ÖVP), guidato da Sebastian Kurz che aveva poi dato vita a un governo di coalizione insieme al partito di destra nazionalista Partito delle Libertà Austriaco FPÖ (parte del gruppo Identità e Democrazia nell’Europarlamento e alleato della Lega di Salvini), guidato dal vice cancelliere Heinz-Christian Strache. Il ritorno alle urne anticipato è stato decretato dall’ex cancelliere Kurz, in seguito allo scandalo ormai noto come Ibiza Gate, scoppiato lo scorso 17 Maggio. In quella data, il giornale tedesco Süddeutsche Zeitung e la rivista tedesca Der Spiegel hanno pubblicato un video in cui Strache e il suo vice Johann Gudenus discutevano di promesse di appalti pubblici a prezzi gonfiati alla presunta nipote di un oligarca russo, in realtà una giornalista, rivelando così la possibilità di finanziamenti illeciti a FPÖ. Il video è stato girato in assoluta segretezza poco prima delle elezioni nazionali del 2017 in una villa a Ibiza, da cui il nome dello scandalo.

    La legge elettorale e i candidati

    L’Austria ha un sistema proporzionale, in cui non è previsto un premio di maggioranza, e la soglia di sbarramento per poter accedere alla ripartizione dei seggi a livello federale è del 4%. Il paese viene diviso in 9 circoscrizioni plurinominali, corrispondenti agli Stati Federali, e in 39 sub-circoscrizioni. L’assenza di un premio di maggioranza fa si che sia molto difficile ottenere una maggioranza assoluta, anche per il partito che riceve il numero più alto di voti. Per questo motivo, nelle precedenti elezioni del 2017, era stata necessaria un’alleanza post-voto fra ÖVP e FPÖ per poter dare vita al nuovo governo.

    Il grande favorito di queste elezioni era il Partito Popolare Austriaco, guidato ancora dal giovanissimo Sebastian Kurz. Le altre forze in corsa sono state il Partito Socialdemocratico d’Austria (SPÖ), guidato da Pamela Rendi-Wagner, che già aveva ricoperto il ruolo di ministro della salute durante l’ultimo governo di centrosinistra nel 2017. Il partito FPÖ non ha potuto ovviamente riproporre come aspirante cancelliere l’ex vicecancelliere Heinz-Christian Strache, coinvolto nello scandalo, ed ha perciò presentato come candidato l’ex ministro all’innovazione Norbert Hofer. Gli altri principali partiti sono strati i Verdi, i liberali di NEOS e JETZT, altra forza politica di sinistra ed ecologista fondata da Peter Pilz, che nel 2017 aveva raggiunto un inaspettato 4,4%, ottenendo così 8 seggi.

    I risultati e i possibili scenari futuri

    Le elezioni hanno indubbiamente riconfermato la supremazia del Partito Popolare che ha ottenuto il 37,5% dei voti (Tab. 1), migliorando il già ottimo risultato ottenuto nel 2017 (dove aveva raggiunto il 31,5%). Pur essendo tale percentuale molto alta, il risultato non consente tuttavia al partito, in base alla legge elettorale in vigore, la possibilità di ottenere da solo una maggioranza nel Consiglio Nazionale. Infatti, per poter governare, un partito deve ottenere almeno 92 seggi su 183, mentre il partito di Kurz ne ha ottenuti 71, un numero insufficiente, benché in aumento di 9 seggi rispetto alla legislatura precedente. La formazione di una coalizione si rende perciò, di nuovo, necessaria.

    Tab. 1 – Risultati elettorali delle principali forze politiche austriache nelle elezioni di domenica 29 settembre. Fonte: Bundesministerium für Inneres

    Oltre ai Popolari, la forza politica che è uscita vincitrice da queste elezioni è stata quella dei Verdi che, a differenza di quanto avvenuto nel 2017 (3,8% dei voti), ha ottenuto il 13,8% ed entrarà ora nel parlamento austriaco con ben 26 deputati. Analogamente, NEOS guadagna 5 seggi in più rispetto al 2017, arrivando così all’8,1% di voti e a 15 deputati in parlamento. I grandi sconfitti sono, invece, la SPÖ e la FPÖ. I socialdemocratici, infatti, hanno ottenuto il 21,2% di voti, riducendo il loro numero di seggi in parlamento da 52 a 40 deputati rispetto al 2017. Per quanto riguarda la FPÖ, il partito si è fermato al 16,2%, perdendo ben 20 parlamentari rispetto alle elezioni del 2017; pertanto ora potrà appoggiarsi su 31 deputati. Infine, Jetzt si ferma solo all' 1,9%, perdendo gli 8 seggi in parlamento che aveva guadagnato nel 2017.

    Cosa farà dunque Kurz (il cui ritorno al potere è ormai indiscusso), di fronte a questo scenario? Quali sono le possibili alleanze? Al momento risulta che i rapporti fra la ÖVP e il precedente alleato FPÖ si siano deteriorati, in seguito a quanto avvenuto, perciò un ritorno della precedente coalizione è altamente improbabile e la FPÖ tornerà quasi sicuramente all’opposizione. Dunque, il giovane ex (ed anche futuro) cancelliere ha davanti a sé due possibilità. Può scegliere di allearsi con i socialdemocratici, seguendo un modello alla tedesca, incentrato sulla Große Koalition e dando al paese una svolta verso posizioni più moderate, in contrapposizione alla svolta a destra avvenuta nel 2017 (Kritzinger, Oberluggauer e Plescia, 2017), per mano dello stesso Kurz. In alternativa, il giovane politico può scegliere di dare una svolta marcatamente europeista, formando un’alleanza con i Verdi e NEOS. La partita è ora aperta, i prossimi avvenimenti ci diranno quale direzione il nuovo governo deciderà di seguire.

    Riferimenti bilbiografici

    Kritzinger, S., Oberluggauer, P., Plescia, C. (2017), 'Svolta a destra nelle elezioni 2017 in Austria, Centro Italiano Studi Elettorali, disponibile a: https://cise.luiss.it/cise/2017/11/05/svolta-a-destra-nelle-elezioni-2017-in-austria/

  • Una buona notizia: almeno per ora la riforma elettorale non si farà

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del  28 settembre

    La riforma elettorale non si farà. Quanto meno non ora. Il proporzionale può attendere. É una buona notizia per diversi motivi. Negli ultimi 26 anni le regole di voto sono state cambiate sei volte. Quattro riforme elettorali sono state fatte dal Parlamento, due dalla Corte Costituzionale. Un record mondiale. La settima riforma, quella apparentemente rinviata, avrebbe riportato l’Italia ai tempi della Prima Repubblica senza i partiti e la classe politica di allora. Già ora i governi sono poco stabili. Figuriamoci con un sistema elettorale interamente proporzionale.

    L’attuale sistema, il cosiddetto Rosatellum, non è il migliore dei mondi possibili. I seggi proporzionali sono troppi rispetto a quelli maggioritari. I collegi uninominali sono il 37%. Avrebbero dovuto essere il 50% o meglio ancora il 75% come nella legge Mattarella. Ciò nonostante il fatto che siano un terzo fa comunque la differenza perché produce due effetti positivi. Il primo è che i partiti devono dichiarare prima del voto con chi si vogliono alleare per fare il governo. La formazione di coalizioni pre-elettorali è la caratteristica distintiva di tutti i sistemi di voto introdotti nel nostro paese a partire dal 1993. É così a tutti i livelli di governo, dai comuni alle regioni allo Stato.

    Il secondo effetto riguarda la trasformazione dei voti in seggi. Con una percentuale di voti compresa tra il 40 e il 45% si può ottenere la maggioranza assoluta di seggi. É un tasso di disproporzionalità limitato, ma non irrilevante. Se nel Paese esiste un consenso di queste dimensioni a favore di una coalizione saranno gli elettori a scegliere il governo. Se i consensi sono inferiori saranno i partiti dopo il voto a decidere come farlo. Esattamente come è successo con i due governi Conte. Il Rosatellum è un sistema di voto flessibile. Funziona sia come un sistema maggioritario che come un sistema proporzionale. Tutto dipende dal livello di consensi e dalla loro distribuzione territoriale. In sintesi, un tasso di disproporzionalità compreso tra i 5 e i 10 punti percentuali non è elevato ma serve a favorire la creazione di maggioranze in sistemi di partito frammentati. In sua assenza alla disproporzionalità generata dal sistema di voto si sostituirebbe il potere di ricatto di piccoli partiti detentori di piccole quote di seggi necessari per arrivare alla maggioranza assoluta. I Ghino di Tacco di craxiana memoria.

    A questa analisi ne va aggiunta un’altra. A partire dalle elezioni del 2013 il sistema partitico è diventato tripolare grazie al successo clamoroso del M5s. Due volte consecutive il movimento di Grillo è stata la formazione politica più votata, con il 25,6% nel 2013 e con il 32,7% nel 2018. Dopo le ultime elezioni è diventato l’ago della bilancia della politica italiana. E si è visto cosa è successo. Prima ha fatto un governo con la Lega e ora con Pd e Leu. L’introduzione di un sistema di voto interamente proporzionale servirebbe a perpetuare questa dinamica. Anche con una percentuale di voti inferiore a quella del 2013 e del 2018 il Movimento diventerebbe indispensabile per fare qualunque governo. Solo una alleanza Pd-Lega potrebbe evitare questo esito. C’è qualcuno disposto a credere a una operazione del genere? Dunque, il proporzionale conviene al Movimento. Ma perché dovrebbe convenire al Pd? 

    Con la formazione del secondo governo Conte siamo entrati in una nuova fase della politica italiana. Pd e M5s (insieme a Leu) hanno deciso di mettersi insieme. Da tanti punti di vista è un fatto sorprendente che potrebbe rappresentare una vera svolta. I poli intorno a cui si articola la competizione elettorale sono tornati ad essere due, e non più tre.  Non siamo così ingenui da pensare che questo sia ancora un assetto stabile. Il rapporto tra Pd e Movimento è ancora molto fragile. Ci vorrà del tempo per capire se potrà diventare una alleanza strategica. Si vedrà a partire dalle scelte che verranno fatte in tema di politica economica e di alleanze alle regionali dell’anno prossimo. Ma una cosa è certa. L’adozione di un sistema proporzionale non favorirebbe il rafforzamento della alleanza tra i due partiti. E senza questa alleanza come pensa il Pd di poter competere per il governo contro una destra unita?

    In realtà dietro i disegni neo-proporzionalisti coltivati dentro e fuori il Pd si nasconde un altro obiettivo. Non quello di vincere, ma quello di non far vincere la destra, anche a costo di sacrificare la governabilità del paese. Meglio l’instabilità che la vittoria di Salvini. Non sono più i Cinque Stelle il partito anti-sistema. É la Lega di Salvini. E allora davanti al rischio che un partito anti-sistema arrivi al governo del paese diventa legittimo manipolare per l’ennesima volta le regole del voto, come se questa fosse diventata una procedura normale. Il taglio dei parlamentari fornirà l’alibi. Spaventa la leggerezza con cui tanti condividono questa idea senza vederne i rischi. Cambiare, oggi o domani, le regole del gioco non farà altro che indebolire ancora di più la fiducia nelle istituzioni e dividere ulteriormente un paese già spaccato. Non servirà a impedire alla destra di arrivare al governo. Anzi. Ma per adesso la decisione è stata rinviata. Meno male.

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  • The electoral instability in party competition as an evidence of the European crisis

    Nell'intervista a Luiss Open del 7 Ottobre 2019, Vincenzo Emanuele presenta i risultati di un recente articolo pubblicato su Government and Opposition e scritto in collaborazione con Alessandro Chiaramonte e Sorina Soare. Riportiamo di seguito il testo integrale dell'intervista.

    Professor Emanuele, based on your experience, what are the competences that must belong to a researcher interested in political party systems?

    The fundamental feature is flexibility, from two particular points of view. Firstly, “flexibility” in terms of a great international openness: it is necessary to gain experience abroad, to avail of even short periods visiting other universities that deal with issues close to one’s own. This enables us not only to build a network of relationships with other teachers, but also to be able to go into details regarding one’s specific study topic: in our case, for example, it means being able to closely study the party systems of the host country. Secondly, “flexibility” means having the ability to adapt one’s own research product to the journal to which it is addressed, therefore also being able to “model” one’s own research based on the target of the communication.

    Furthermore, another skill, which is fundamental not only for a political science researcher but for anyone who undertakes an academic career, is the study of the theory, an in-depth knowledge of the classics of the literature that constitute the natural starting point for any kind of research. Even if we seek to undertake a kind of research whose impact goes beyond the limits of the political science, our starting point must always be the theoretical basis of the classics: specifically, those who want to understand, and study party systems must begin from the theories of Giovanni Sartori, Peter Mair, etc.

    Focusing on the paper, you and your coauthors showed how, after the end of the Cold War, a rather clear division has persisted for a long time between the party systems of the countries of Western Europe and those of Eastern Europe. Can you explain in what sense?

    The party systems of Western Europe and Eastern Europe have historically been considered to be two separate worlds that did not dialogue with each other.

    Western Europe has always been characterized by a great stability of party systems. This is explained by the “social cleavage theory”, formulated by the two sociologists Lipset and Rokkan, according to which the parties are born from certain social “fractures” (or “cleavages”) of modern society. Once institutionalized, these party systems tend to remain stable, because each party is linked to a specific social group of voters, and as long as that particular social group is significant, as long as it has a role in society, it will continue to vote for that specific party: as a consequence, a stability of social groups will be mirrored by a stability of the parties.

    Whereas in Central Europe the period between 1945 and 1990 was characterized by great electoral stability, Eastern Europe was run by authoritarian systems, and thus lacked the kind of democratic experience that has structured Western party systems. After the fall of the Wall, democracy returned to Eastern Europe in a sudden manner: in a way that had not been adequately prepared in terms of the relationship between the populace, that is the electoral body, and the political elites. For this reason, the Eastern European party systems were immediately characterized by instability: in the absence of structured links between social groups and political elites, in every election, the changes of the political elites went hand in hand with the changes in the citizens’ electoral preferences.

    This was the status quo up until the impact of the economic crisis in Western Europe: as we explain in our paper, it produced an acceleration of the convergence process between the two regions, which to a certain extent led Western Europe to become increasingly similar to Eastern Europe. What is surprising is that this empirical result is the opposite of what a long tradition of research prophesized, namely an adaptation of Eastern Europe to the canons of Western Europe. Indeed, it was always believed that Eastern European countries tended to be more unstable, due to the fact that democracy was recently formed and therefore the “rules of the game” had not yet been introjected by political actors (both citizens and political elites), but over time there would have been a process of institutionalization that would have rendered Eastern European countries increasingly stable, like those of Western Europe. Instead, what is happening is indeed a process of convergence, but in the opposite direction to the one predicted: that is, Western Europe is becoming increasingly unstable, adapting to the canons of Eastern Europe.

    You have talked about “convergence”: can you explain this concept in a little more detail?

    At the basis of the concept of “convergence” lies “electoral stability and instability”, which is manifested by the “electoral volatility” variable, a measure that quantifies the electoral change at an aggregate level, or the percentage of voters who have changed their vote between two subsequent elections: if in two consecutive elections the parties get exactly the same percentage of votes, there will be an electoral volatility of 0%; a volatility of 100%, on the other hand, would mean that the party systems resulting from two consecutive elections are entirely different. Therefore, the greater the aggregate electoral change in two successive elections – that is, the more that citizens have changed their vote – the higher the level of volatility will accrue. And the higher the volatility, the more unstable the system is.

    When we talk about the convergence process, we mean a convergence of electoral volatility levels. In the past, Western Europe tended to be highly stable, with a level of electoral volatility of about 10%, which is considered quite low; in Eastern Europe, instead, volatility levels were constantly higher than 20%, which Peter Mair already considered very high. Between 1990 and 2016, which is the last year considered by our research, there was a convergence process during which the levels of volatility between the two regions have come closer: there was a slight decrease in volatility in Eastern Europe, and conversely a massive increase in volatility in Western Europe. In terms of the end point, which is the one of the last few years following the economic crisis, from a statistical perspective the two regions are indistinguishable, for there is no statistical significance that allows us to identify a  Western European country from an Eastern European country based on electoral volatility. Eastern Europe remains overall “a little more volatile” than Western Europe, but on a statistical level this difference has been exhausted: the convergence process has now occurred, but as a result Europe is overall more unstable than it was 10-15 years ago.

    Naturally, this result has an immediate empirical interest. In our opinion, however, it is especially important in terms of democratic endurance, namely the consequences that this convergence will have on the democratic process. In fact, electoral instability has negative consequences on the citizens’ trust in democracy, in political parties, in the process of accountability (the process of responsibility that connects voters and elected representatives). Whereas all of these elements have been already studied considering other regions of the world, especially Latin America, in Western Europe we did not recognize them, precisely because we were used to a situation of strong stability. Our study can thus also open a new line of research – which I am already working on, indeed – regarding the actual consequences of this so-called “de-institutionalization” process –  the “progressive increase of electoral instability” process – in Western Europe.

    Are we faced with a model in which one party system prevails over another, or are we facing a real disappearance and disintegration of one compared to the other?

    Actually, neither one nor the other: a prevailing model does not exist, given that there are heterogeneities even within the two regions. Nevertheless, we are faced with a general process of de-institutionalization, which means an increase in the unpredictability of party systems. Party systems are nothing more than “aggregates” which are formed based on the interactions and relations between political parties. This happens when these interactions become unpredictable – because new parties constantly emerge, old parties die, and there are thus significant exchanges of votes between parties. Such a situation, however, is a model compatible with democracy: in Eastern Europe it has always been this way. Naturally, though, this model is compatible with a poor quality democracy, because high unpredictability means that citizens tend to be less aware of what the political offer is when they vote, and it therefore means that political parties and political elites are less responsible, since they will no longer be accountable to the voters for their work. So, in summary, democracy is not endangered by deinstitutionalization, but its quality level certainly worsens.

    We are witnessing the current return of nationalisms and the emergence of sovereignty: how much is this de-institutionalization process the cause, and how much is it a symptom and a consequence?

    In this case we must distinguish between two parallel processes. On the one hand, we have the case of already existing nationalisms and parties, that is, parties that have already been in the political framework and that have subsequently become ideologically oriented towards nationalism and populism: they have had an ideological shift towards a radicalization of the system. On the other hand, there is the fact that new parties emerge, and old parties die, and this accelerates the changing of interactions, for a reorganizing political system implies a growth in unpredictability for the system. Not to mention those occasions when whoever emerges and become increasingly important are new parties which are particularly polarized on nationalism, sovereignty and populism: this is the case of Italy with the birth of Five Stars Movement in 2013, or of Spain with Podemos, but we could mention many others. This also leads to a stress on the system, because political actors must readjust and re-adapt their interactions (from interactions between majority and opposition within the Parliament, to electoral interactions relating to the coalition processes, and so on) to cope with the emergence of these new subjects.

    So, on the one hand these processes are clearly a cause of de-institutionalization, while on the other de-institutionalization accelerates such processes, because it provides new opportunities to the political entrepreneurs who want to form new parties, given that in a totally unstable situation the possibilities increase for all. A manifestation of this instability is also the volatility of voting intentions, not only of the actual vote, which changes substantially with a very high frequency. For example, think of how many points the Five Stars Movement has lost from the political elections to the present, and how many the League has earned: just over a year has passed, we are in theory in a situation of potential stability, because we have a government, an opposition, etc. And yet, upon comparing the current situation with the one at the time of the political elections, it seems that we are looking at two different party systems, given the extent to which the dynamic has been triggered that renders the electorate’s preferences extremely fluid.

  • Issue Competition Comparative Project: online dati ed un numero speciale di West European Politics

    Sei importanti paesi al voto tra 2017 e 2018, 40 partiti, ma soprattutto due anni e mezzo di lavoro da parte di 21 studiosi da 13 diverse università europee e americane, coordinati dal CISE in un progetto diretto da Lorenzo De Sio. Sono questi i numeri dell'Issue Competition Comparative Project: un progetto che ha mostrato come, in un contesto sempre più post-ideologico, la competizione partitica vada ormai letta in termini di posizioni e credibilità su specifici temi d'attualità e di policy.

    E' questa l'impostazione di fondo che ha ispirato il disegno generale di questa ampia ricerca internazionale, che ha raccolto e analizzato dati relativi sia all'opinione pubblica (con sondaggi CAWI dedicati) che alle strategie attuate dai partiti (con monitoraggio della comunicazione dei partiti su Twitter), esaminando la sequenza di elezioni politiche che ha portato al voto sei importanti paesi europei (Olanda, Francia, Regno Unito, Germania, Austria, Italia) nel turbolento periodo che è seguito al referendum sulla Brexit e all'elezione di Donald Trump alla Casa Bianca.

    Un progetto di ricerca i cui dati e risultati sono da oggi accessibili alla comunità scientifica, ai media, e a tutti i cittadini interessati. I primi risultati sono già stati divulgati negli ultimi due anni in una serie di articoli sul sito CISE, poi raccolti in un Dossier CISE sia in versione italiana che in inglese; la novità di questi giorni è invece la pubblicazione di:

    - tutti i dati di sondaggio e di Twitter del progetto ICCP: da oggi scaricabili dall'archivio internazionale GESIS e utilizzabili liberamente per finalità di ricerca scientifica;

    - un numero speciale della rivista scientifica internazionale West European Politics (curato da Lorenzo De Sio e Romain Lachat) interamente dedicato al progetto, con analisi dettagliate comparate e sui singoli paesi, da parte di 20 studiosi di 13 università europee e americane; la pubblicazione cartacea è prevista per il 2019, ma gli articoli sono già disponibili online sul sito della rivista.

    I risultati in sintesi

    La strategia di ricerca del progetto ICCP si basa su un disegno fortemente innovativo, in cui per la prima volta gli atteggiamenti degli elettori vengono catturati su un numero molto ampio di temi di attualità (circa 30) specifici per ogni paese, e con una misurazione ricca che copre anche le credibilità che i cittadini assegnano ai diversi partiti su ogni tema. Utilizzando questa strategia (descritta in un articolo di D'Alimonte, De Sio e Franklin) è quindi possibile identificare con precisione i temi più favorevoli per ciascun partito, e poi analizzare la comunicazione di quel partito su Twitter, per vedere quanto un partito riesce ad essere "strategico", ovvero riesce a sfruttare nel modo ottimale le opportunità che ha a disposizione.

    Una prima importante analisi comparata (presentata in un articolo di De Sio e Lachat) mette in evidenza come il contesto della competizione partitica in Europa Occidentale sia sempre più post-ideologico; sono sempre più diffusi tra gli elettori europei atteggiamenti di sinistra sull'economia (ruolo dello Stato) e di destra sull'immigrazione, che vengono sfruttati in modo efficace dai partiti "sfidanti" in contrapposizione a quelli tradizionali. E gli stessi "sfidanti" si contraddistinguono per enfatizzare una strategia di mobilitazione del conflitto (enfatizzando come le grandi trasformazioni del nostro tempo creino vincenti e perdenti), rispetto alla strategia per certi versi "tecnocratica" con cui i partiti tradizionali si presentano invece come competenti problem-solver. E' interessante vedere come, senza dover ricorrere alla complessa e controversa categoria del "populismo", sono queste due caratteristiche (post-ideologia; enfasi sul conflitto) a permettere di identificare in modo efficace la maggior parte dei partiti comunemente etichettati come "populisti", permettendo quindi anche di vedere quanto "populismo" c'è nei partiti tradizionali, e quali partiti si trovano in una posizione intermedia.

    Infine, un risultato rilevante emerge in un'analisi comparata (vedi l'articolo di De Sio e Weber) in cui si mira a spiegare le diverse fortune elettorali dei diversi partiti. I risultati sono sorprendenti: una caratteristica fondamentale per il successo di un partito è la capacità di sfruttare in modo efficace i temi giusti. Si tratta di un risultato per certi versi inatteso: a vincere nelle elezioni in Europa Occidentale nel 2017 e 2018 non sono stati necessariamente i partiti "populisti", ma semplicemente i partiti che hanno sfruttato al meglio i temi a loro più congeniali. Tra questi ci sono peraltro anche alcuni partiti "tradizionali", come ad esempio la ÖVP di Sebastian Kurz in Austria, di nuovo vittoriosa nelle elezioni di pochi giorni fa. Un esempio della tendenza che emerge dall'articolo, e che quindi getta una luce nuova anche sul futuro dei partiti tradizionali: non sono affatto condannati ad estinguersi di fronte ai partiti "populisti", a patto che siano in grado di rispondere in modo efficace alle domande dell'elettorato.

    Queste tendenze generali vengono poi esplorate in dettaglio in sei analisi dedicate ai singoli paesi, di cui tre sono già disponibili online:

    - Nel loro articolo sulla campagna elettorale italiana del 2018, Vincenzo Emanuele, Nicola Maggini e Aldo Paparo hanno analizzato le strategie dei partiti italiani e la loro coerenza con la struttura delle opportunità fornite dalla configurazione dell'opinione pubblica italiana. Gli autori mostrano una complessiva 'incoerenza' ideologica degli elettorati dei principali partiti in termini di posizioni assunte sui vari temi, se viste secondo una classica prospettiva ideologica novecentesca. Si tratta di una dinamica che quindi emerge come non peculiare dell'Italia, ma corrispondente a un modello post-ideologico diffuso anche in altri paesi. Tuttavia, i partiti in campagna elettorale sono stati nel complesso più 'coerenti' dei loro elettori dal punto di vista ideologico rimanendo più ancorati ad una tradizionale strategia di mobilitazione del conflitto di tipo novecentesco e non riuscendo quindi a sfruttare completamente i temi sui quali avevano le migliori opportunità elettorali. Parziali, ma significative eccezioni sono state la Lega e il Movimento 5 Stelle, ossia i due partiti emersi come i veri vincitori delle elezioni. La Lega, infatti, oltre ad enfatizzare tematiche di destra (soprattutto sul piano culturale), ha anche enfatizzato un obiettivo economico tradizionalmente sostenuto dai sindacati come la riduzione dell'età pensionabile, mentre il Movimento 5 Stelle ha focalizzato la sua campagna su temi di valence, per definizione non ideologici in quanto non divisivi. Infine, gli autori mostrano come, in generale, i partiti abbiano agito strategicamente, enfatizzando quelle issues che garantiscono maggiori opportunità di espansione elettorale, sebbene con variazioni rilevanti tra i partiti, con i partiti del centrodestra e Più Europa che sono risultati i più strategici, mentre all'estremo opposto Liberi e Uguali non lo è stato affatto.

    - Carolina Plescia, Sylvia Kritzinger e Patricia Oberluggauer hanno comparato le diverse strategie adottate dai partiti in Austria durante la campagna elettorale del 2017. Due sono in particolare gli approcci considerati: da una parte il cosiddetto ‘riding the wave’, secondo cui i partiti tendono ad enfatizzare le issues che sono attualmente più rilevanti per tutto l’elettorato; dall’altra, invece, il modello dello ‘issue yield’, che suggerisce invece che i partiti agiscono strategicamente, enfatizzando quelle issues che garantiscono maggiori opportunità di espansione elettorale. L’articolo mostra che l'ÖVP è stato il partito austriaco che più di ogni altro ha adottato un comportamento strategico in linea con quanto previsto dallo ‘issue yield model’: si tratta peraltro del vincitore delle elezioni del 2017 (che peraltro è diventato addirittura trionfatore nelle recentissime elezioni del 2019).

    - Nello studio sul Regno Unito, Cristian Vaccari, Kaat Smets e Oliver Heath hanno esaminato il sostegno pubblico alle strategie elettorali dei principali partiti durante la campagna elettorale del 2017. Attingendo al quadro teorico dello ‘issue yield model’, l'articolo mostra che la campagna del partito Conservatore non si è concentrata su quelle issues che avrebbero ampliato le opportunità di espansione elettorale del partito. Al contrario, i laburisti, pur prendendo una chiara posizione di sinistra su molte politiche popolari all’interno del proprio elettorato tradizionale, hanno enfatizzato abilmente anche valence issues (vale a dire, temi non divisivi all’interno dell’elettorato) sulle quali il Labour era spesso visto come più credibile rispetto agli avversari.

  • Explaining the impact of new parties in the Western European party systems

    Negli ultimi anni, i sistemi di partito dell'Europa occidentale sono risultati permeabili all'ingresso di nuovi partiti. Nuove formazioni politiche hanno ottenuto successi elettorali rilevanti, ottenendo rappresentanza in parlamento e, in alcuni casi, accedendo al governo dei rispettivi paesi. Si pensi, solo per menzionare i casi più noti, al Movimento Cinque Stelle, a Podemos, Ciudadanos e Vox in Spagna, al partito del Presidente Macron (La Republique en marche) in Francia, ad Alternativa per la Germania o ad Alba Dorata in Grecia.

    Cosa spiega il successo dei nuovi partiti in Europa occidentale? Quali fattori sono responsabili della capacità dei nuovi partiti di emergere come attori di successo nell'arena elettorale, di ottenere seggi in Parlamento e posizioni di governo?

    Questo articolo, pubblicato sul Journal of Elections, Public Opinion and Parties, risponde a queste domande di ricerca sviluppando un'analisi comparata su 20 paesi dell'Europa occidentale dalla Seconda guerra mondiale a oggi. L'analisi empirica si basa su un dataset originale che raccoglie informazioni sull'innovazione elettorale, parlamentare e governativa del sistema partitico, ossia il successo dei nuovi partiti nelle diverse arene di competizione. Il dataset copre circa 350 elezioni e legislature e 670 governi in Europa occidentale.

    I risultati dell'analisi ci dicono che i sistemi di partito dell'Europa occidentale nell'ultima decade sono diventati molto più "innovativi" rispetto al passato sia a livello elettorale che parlamentare. Nell'arena del governo, invece, l'impatto dei nuovi partiti per il momento è stato più limitato. Il cambiamento nei livelli di affluenza alle urne sembra essere il principale fattore che determina il successo dei nuovi partiti in termini di voti e seggi ricevuti: più cambia il corpo elettorale rispetto alle precedenti elezioni (l'affluenza cresce o diminuisce) più i nuovi partiti hanno successo. Nell'arena del governo, invece, il fattore più importante sembra essere l'andamento dell'economia. I nuovi partiti vanno più facilmente al governo quando l'economia del paese versa in cattive condizioni.

    Questi risultati si inseriscono in un'ampia letteratura sull'impatto dei nuovi partiti e sollecitano la necessità di adottare una prospettiva larga di analisi che, anziché focalizzarsi esclusivamente sul successo elettorale, guardi anche alla penetrazione di queste forze politiche nelle arene decisionali. Solo così otterremo un quadro comprensivo e sistematico sull'impatto dei nuovi partiti e i fattori che spiegano il loro (variabile) successo.

    Scarica l'articolo qui

    Per citare l'articolo:

    Emanuele, V. and Chiaramonte, A. (2019), 'Explaining the impact of new parties in the Western European party systems', Journal of Elections, Public Opinion and Parties, DOI: 10.1080/17457289.2019.1666402.

    ABSTRACT
    In recent years, and particularly following the impact of the “great recession”, Western European party systems have undergone profound change. New parties have emerged and been successful, thus radically changing the structure of inter-party competition. So far, research on new parties has been mainly conducted from party-level and election-centred perspectives. Here, instead, we focus on party system innovation (PSInn), meaning the impact of new parties on Western European party systems, and on the factors that explain such impact, by adopting a systemic perspective and taking into account all the arenas where inter-party competition takes place (i.e. elections, parliaments and governments). For this purpose, this article relies on an original dataset on the performances of new parties in terms of votes, seats, and ministerial posts, covering about 350 elections and 670 governments in 20 countries, over the period 1945–2017. The results of the analysis show a notable increase in PSInn over the last decade, in particular with regard to the electoral and parliamentary arenas. Moreover, data show that PSInn in the electoral and the parliamentary arenas is mainly predicted by turnout change, while in the governmental arena is instead driven by the country’s economic performance.

  • Il congresso scientifico SISP 2019: undici presentazioni CISE

    Settembre si apre con l'evento annuale più importante per la scienza politica italiana: il convegno annuale della Società Italiana di Scienza Politica. L'evento - di respiro internazionale, e che quest'anno si terrà presso l'Università del Salento a Lecce, dal 12 al 14 settembre - ospiterà centinaia di ricercatori italiani e stranieri.

    Anche quest'anno il CISE parteciperà con una nutrita rappresentanza. Saranno ben undici i lavori che verranno presentati e discussi da studiosi CISE durante la conferenza. I temi trattati saranno molteplici e spazieranno dal comportamento di voto a livello locale alle tematiche relative all'Europa ed alla sua politicizzazione.

    Ecco l'elenco delle nostre presentazioni, con i relativi panel e il luogo di svolgimento. Partecipate numerosi!

    Giovedì 12 settembre

    Vincenzo Emanuele
    Bloc without foundations? Class cleavage strength and class bloc electoral support in Western Europe after WWII
    Panel: 9.4 European politics beyond left and right
    13.15-15.00 Monastero - Sala gradonata

    Lorenzo De Sio (con Andrea Ruggeri, Sara Bentivegna, Nicolò Conti, Fabio De Nardis, Stefania Profeti, Alessandra Russo, Laura Sartori, Filippo Tronconi)
    Sessione Plenaria - Le riviste di Scienza Politica in Italia
    17.30-19.15 Edificio Studium 6 - Aula 7-A1

    Venerdì 13 settembre

    Lorenzo Cini e Nicola Maggini
    Il voto a Firenze negli anni della crisi. Un’analisi dell’influenza del disagio socio-economico tra centro e periferia
    Panel: 9.6 e 9.8 (congiunto) Le elezioni locali e regionali nei sistemi di multilevel Governance 09.00-10.45 Studium 6 - Aula 2-B1

    Luca Carrieri e Davide Angelucci
    The Valence Side of the EU: Advocating for National Interests in Europe
    Panel: 12.3a Politicisation and Euroscepticism in the European Union: 'Bottom-up' and 'Top-down' Approaches
     09.00-10.45 Studium 6 - Aula 1-C1

    Nicola Maggini e Alessandro Chiaramonte
    Euroscepticism behind the victory of Eurosceptic parties in the 2018 Italian general election? Not quite like that
    Panel: 12.3b Politicisation and Euroscepticism in the European Union: 'Bottom-up' and 'Top-down' Approaches
    11.15-13.00 Studium 6 - Aula 1-C1

    Davide Angelucci e Maria Giulia Amadio Viceré
    Alive and Kicking? Liberal Intergovernmentalism and the Italian post-EUGS approach on migration
    Panel: 12.6 Turning the tide? The EU Global Strategy's implementation and the EU approach to migration
    14.00-15.45 Donato Valli - Aula 9

    Andres Santana, Jose Rama e Vincenzo Emanuele
    Unexpected partners? The evolving political profiles of the Lega and M5S voters in Italy, 2013-2018 
    Panel: 4.2b La crisi della sinistra in Italia (e in Europa)
    14.00-15.45 Sperimentale Tabacchi - Aula SP7

    Sabato 14 settembre

    Silvia Bolgherini, Selena Grimaldi e Aldo Paparo
    Assessing Voting Multi-Level Congruence in Italy and Spain
    Panel: 10.8 e 9.6b (congiunto) Le elezioni locali e regionali nei sistemi di multilevel governance
    09.00-10.45 Sperimentale Tabacchi - Aula SP4

    Alessandro Chiaramonte e Vincenzo Emanuele
    Party system institutionalization and its consequences on democracy
    Panel: 1.2b Crisi "della" democrazia, o crisi "nella" democrazia?
    11.15-13.00 Studium 6 - Aula 2-B1

    Irene Landini
    Saliency congruence and party preference change: an individual-level comparative analysis in Western Europe
    Panel: 1.2b Crisi "della" democrazia, o crisi "nella" democrazia?
    11.15-13.00 Studium 6 - Aula 2-B1

    Vincenzo Emanuele, Bruno Marino e Davide Angelucci
    The congealing of a new cleavage? The demarcation bloc between identity and competition in the European Parliament elections
    Panel: 9.1b The 2019 European election in Eurosceptic times: still second order elections?
    11.15-13.00 Sperimentale Tabacchi - Aula SP7

    Aldo Paparo, Lorenzo De Sio e Davide Angelucci
    Europe or Italy? The impact of EU-related and domestic issues on vote choice in the 2019 European Parliament election in Italy
    Panel: 9.1b The 2019 European election in Eurosceptic times: still second order elections? 11.15-13.00 Sperimentale Tabacchi - Aula SP7


Volumi di ricerca

  • Il voto del cambiamento: le elezioni politiche del 2018

  • Cleavages, Institutions and Competition

  • Young People’s Voting Behaviour in Europe. A Comparative Perspective

  • Terremoto elettorale. Le elezioni politiche del 2013

  • Competizione e spazio politico. Le elezioni si vincono davvero al centro?

  • La politica cambia, i valori restano? Una ricerca sulla cultura politica dei cittadini toscani

  • Proporzionale se vi pare. Le elezioni politiche del 2008

  • Elettori in movimento. Nuove tecniche di inferenza ecologica per lo studio dei flussi elettorali

  • La legislazione elettorale in Italia. Come migliorarla e perché.

  • Riforme istituzionali e rappresentanza politica nelle Regioni italiane


Dossier CISE

  • The European Parliament Elections of 2019 – individual chapters in PDF

  • The European Parliament Elections of 2019 – the e-book

  • “Goodbye Zona Rossa”: Online il Dossier CISE sulle elezioni comunali 2018

  • Dossier CISE “Goodbye Zona Rossa”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • “Gli sfidanti al governo”: Online il Dossier CISE sulle elezioni del 4 marzo

  • Dossier CISE “Gli sfidanti al governo”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • The year of challengers? The CISE e-book on issues, public opinion, and elections in 2017

  • The year of challengers? Individual PDF chapters from the CISE e-book

  • “Dall’Europa alla Sicilia”: Online il Dossier CISE su elezioni e opinione pubblica nel 2017

  • Dossier CISE “Dall’Europa alla Sicilia”: Scarica i singoli articoli in PDF