Attualità

  • Un doppio turno (ma solo eventuale) per la governabilità

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 5 maggio

    Collegio uninominale o premio di maggioranza? Dopo il fallito tentativo di tornare al proporzionale, se una riforma elettorale si farà, cosa poco probabile, la scelta cadrà tra un sistema con una quota consistente di collegi uninominali e un altro con premio di maggioranza. Il primo sarebbe simile alla legge Mattarella del 1993, il secondo alla legge Calderoli del 2005. Entrambi rafforzerebbero una delle caratteristiche distintive della Seconda Repubblica e cioè l’incentivo per i partiti a formare coalizioni prima del voto per massimizzare le probabilità di vittoria. Rispetto al sistema attualmente in vigore entrambi aumenterebbe la probabilità che le elezioni determinino un vincitore con una maggioranza assoluta di seggi e quindi decidano chi governa.

    Ma ci sono differenze importanti tra collegio e premio. La prima sta nella natura delle coalizioni pre-elettorali. Con il collegio i partiti sono ‘costretti’ a scegliere candidati comuni, collegio per collegio, e a dividersi le candidature in base alla loro forza relativa. In un sistema molto frammentato come il nostro la scelta di candidati unitari e la spartizione dei collegi sono operazioni complicate e conflittuali. Con il premio tutto questo non è necessario.  Ogni partito della coalizione si presenta con il suo simbolo e con la sua lista di candidati. Gli elettori votano il partito, il candidato e la coalizione insieme. È tutto più semplice e rispettoso della autonomia dei singoli contraenti il patto di coalizione. Per questo ci sentiamo di dire che in questa fase storica, e in questo contesto multipartitico, un sistema elettorale a premio di maggioranza sia più adatto al nostro paese rispetto sia al sistema attuale che a un sistema con una quota più consistente di collegi uninominali. Non è un caso, come andiamo ripetendo da tempo, che questo è il tipo di sistema con cui abbiamo assicurato una decente stabilità nei comuni e nelle regioni a partire dal 1993.

    L’ altra differenza importante tra collegio e premio sta nell’effetto disproporzionale associato all’uno e all’altro. Entrambi sono sistemi capaci di trasformare una maggioranza relativa di voti in maggioranza assoluta di seggi.  Sia la legge Mattarella che la legge Calderoli lo hanno fatto fino al terremoto prodotto dal M5s nel 2013. Ma lo fanno in modo diverso. Con il premio di maggioranza l’effetto disproporzionale ha un limite predeterminato. A chi vince viene assegnato un premio in seggi tale da farlo arrivare- diciamo- al 55%.  Se la soglia in termini di voti per far scattare il premio è posta al 40% e la coalizione con più voti arriva al 48% il premio è di 7 punti percentuali. Se invece la coalizione vincente prende il 40% di voti il premio è di 15 punti. E questo è il premio massimo.

    Con il collegio uninominale non ci sono massimi. Più alta è la quota di collegi prevista dal sistema, maggiore è il potenziale di disproporzionalità, e quindi maggiore è il premio in seggi che va al vincente. Due esempi nostrani: nel 1994 alla Camera con il 37,7% dei voti i Poli di Berlusconi presero il 61,8% dei seggi maggioritari; nel 2001 la Casa delle libertà al Senato con il 42,5% dei voti ottenne il 65,5% dei seggi. Il risultato finale fu diverso perché la legge Mattarella prevedeva il 25% di seggi proporzionali e lo scorporo. Ma la disporporzionalità prodotta dai collegi uninominali è un fatto. E potremmo continuare con esempi francesi e inglesi.

    Nel contesto frammentato in cui ci troviamo non è possibile prevedere quale sarebbe l’esito del voto con un sistema come quello francese che piace a molti o anche solo con un sistema con più collegi uninominali rispetto al Rosatellum in vigore oggi, come piace a Letta. Quello che si può dire è che entrambi potrebbero generare una maggioranza molto ampia per chi vince e questo accadrebbe con certezza a favore del centro-destra se per esempio Pd e M5s non si alleassero. Una maggioranza tanto ampia grazie alla quale l’elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura e della Consulta spettanti al Parlamento non dovrebbe essere concordata con l’opposizione.

    Ma quale sistema a premio di maggioranza? Chi scrive è da tempo convinto che il migliore sia un sistema a due turni. Il secondo turno però non piace a tutti. Ma una soluzione di compromesso ci sarebbe. È un sistema in cui il premio viene assegnato alla coalizione che prende più voti al primo turno a patto che arrivi almeno al 40%.  Il secondo turno scatterebbe solo se nessuna delle coalizioni in campo arrivasse al 40%. Anche così il sistema potrebbe funzionare. Sarebbe comunque un modo per dare una maggioranza assoluta di seggi a chi ottiene più voti utilizzando sia le prime che le seconde preferenze degli elettori. L’Italia ha bisogno di uscire dalla trappola della instabilità dei governi. Senza governi stabili non riusciremo a fermare il declino. Un buon sistema elettorale non è una condizione sufficiente per raggiungere l’obiettivo ma è un ingrediente essenziale.

  • Come curare l’instabilità dei governi italiani? L’ipotesi (europea) della sfiducia costruttiva

    Policy Brief n.9/2021 della Luiss School of Government

    L'Italia si trova puntualmente a dover fare i conti con una delle sue caratteristiche politico-istituzionali più gravose e deleterie: l'instabilità di governo. La recente caduta del secondo Governo Conte è solo l'ultima manifestazione di quella che sembra in modo evidente una patologia del nostro sistema politico. Una patologia che comporta ricadute su ambiti che riguardano anche la capacità di programmazione economica, la gestione dei rapporti internazionali e il livello di disaffezione dell'opinione pubblica nei confronti delle istituzioni.

    L’esecutivo guidato da Giuseppe Conte e formato da Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Italia Viva e Liberi e Uguali non si è discostato eccessivamente dalla durata media dei governi italiani, pari circa a un anno. L’instabilità di governo in Italia è una questione attuale, dato il suo assiduo riaffiorare, ma ha radici storiche consolidate. Sin dalla nascita della
    Repubblica, le formule di governo che si sono andate a instaurare hanno assunto varie configurazioni, anche molto diverse tra di loro: governi monocolore e multicolore, di minoranza e maggioranza, totalmente e parzialmente tecnici, con ampio supporto parlamentare e con supporto esterno.

    Se rivolgiamo la nostra attenzione ad altri Paesi dell’Europa occidentale è senz’altro più comune rilevare maggiori livelli di durata e individuare una tipica e caratteristica formula di governo da associare a determinati Paesi. Ad esempio, la Germania è il Paese della Große Koalition e delle coalizioni di governo formate da due partiti. Il Regno Unito, invece, è noto per la sua alternanza di governo, con il frequente avvicendamento tra conservatori e laburisti.

    Se da un lato è vero che in Italia il susseguirsi di molteplici esecutivi non ha provocato necessariamente una instabilità politica, data la presenza costante di un partito pivotale al governo come la Democrazia Cristiana, dall’altro questa anomalia italiana è stata spesso declinata come disfunzione da fronteggiare e attenuare tramite diversi iter di riforma. Giuristi, scienziati politici e sociali si sono infatti interrogati nel corso degli anni circa le possibili modifiche istituzionali utili per incrementare la capacità di sopravvivenza degli esecutivi italiani.

    L’ultima proposta avanzata in ordine temporale, resa esplicita direttamente dall’ex Presidente del Consiglio Conte, riguarda l’introduzione della sfiducia costruttiva nell’ordinamento costituzionale italiano. Nello specifico, lo scorso 26 gennaio, Conte auspicava la nascita di una “alleanza […] per approvare una riforma elettorale di stampo proporzionale e le riforme istituzionali e costituzionali, come la sfiducia costruttiva, che garantiscano il pluralismo della rappresentanza unitamente a una maggiore stabilità del sistema politico”. Come sappiamo, il tentativo di Conte di formare una nuova maggioranza è fallito. Tuttavia, il progetto di riforma rimane in vita. Il governo Draghi continuerà su questa strada?

    Come funziona la sfiducia costruttiva nei paesi europei

    La sfiducia costruttiva è uno degli elementi tipici della razionalizzazione del parlamentarismo. Tra i suoi obiettivi risiede primariamente la funzione di stabilizzazione dei governi. In estrema sintesi, e senza soffermarci sui diversi tipi di sfiducia costruttiva esistenti, l’ipotetica funzione di stabilizzazione si dovrebbe realizzare tramite l’impossibilità di sfiduciare un governo, e quindi portarlo alla caduta, senza accordare la fiducia ad un nuovo esecutivo pronto a subentrargli. Ed è questo l’elemento per l’appunto “costruttivo”. Tuttavia in Europa occidentale sono pochi i Paesi che hanno adottato in Costituzione questo strumento. Il caso originario è costituito dal konstructives Misstrauensvotum tedesco, inserito già nella Legge fondamentale del 1949. Le motivazioni che spinsero il Parlamentarischer Rat, ovvero il Consiglio che elaborò la Costituzione, si poggiavano sull’esperienza dell’instabilità dei governi weimariani. In particolare, fu posto l’accento sull’esigenza di rendere le frequenti crisi di governo maggiormente responsabilizzanti, soprattutto per le forze politiche di opposizione e quelle dissidenti interne alla maggioranza. Una responsabilizzazione perseguita tramite l’espressione, da parte delle forze politiche parlamentari, di un esecutivo alternativo come “soluzione” al problema della caduta del governo.

    Rimanendo nel circuito dei Paesi europei maggiormente simili all’Italia in termini di modelli di democrazia Lijphartiani, accanto al voto di sfiducia costruttivo della Germania si registrano la moción de censura spagnola e la motion de méfiance constructive belga. Nel disegno istituzionale spagnolo, alla sfiducia costruttiva è riservata una posizione periferica nell’ambito del sistema di governo, se comparato allo strumento tedesco. Tuttavia, la moción de censura appariva un utile mezzo per attenuare l’elevata conflittualità presente nella società negli anni immediatamente successivi alla caduta del regime di Franco. Una conflittualità, che, inevitabilmente, si rifletteva anche nella dialettica interpartitica e che avrebbe potuto favorire l’imprevedibilità delle interazioni tra gli attori di governo.

    La medesima esigenza emerge nel caso belga. L’equilibrio tra le varie comunità linguistiche, religiose e culturali, congiuntamente all’esigenza di razionalizzazione dei meccanismi di governo, furono al centro della riforma costituzionale del 1993. Tuttavia, nella scala di centralità nelle varie architetture istituzionali fin qui citate, la sfiducia costruttiva belga appare quella maggiormente marginale.

    Il numero di Paesi che hanno adottato questa misura è, dunque, limitato. Oltre a essere rara la presenza di questo strumento all’interno degli ordinamenti dei Paesi europei, la Tabella 2 mostra come sia rara anche l’adozione e il successo nella sua applicazione.

    Nello specifico, in Germania il voto di sfiducia costruttivo è stato impiegato due volte a livello federale, con esito negativo nel 1972 e positivo dieci anni dopo, con l’avvicendamento tra Helmut Schmidt e Helmut Kohl. Solo pochi anni fa, nel 2018, la moción de censura spagnola ha registrato la sua prima approvazione con la sfiducia dell’ex Primo Ministro Mariano Rajoy in favore del leader del Partito Socialista Pedro Sánchez. Infine, per quanto riguarda il caso belga, nonostante la presenza della sfiducia costruttiva in costituzione dal 1993, tale voto ad oggi non è mai stato adoperato.

    XVIII legislatura e riforme istituzionali: un percorso ancora aperto?

    La necessità di inserire il voto di sfiducia costruttivo in Italia è tornata di recente al centro delle proposte di riforma costituzionale. Non si tratta certamente di un dibattito nuovo: dalla Commissione Bozzi, passando per la Commissione De Mita-Iotti, fino alla tentata riforma costituzionale del 2016, sono stati molteplici i tentativi di rafforzare l’esecutivo, partendo dalla sua durata. La sfiducia costruttiva si inserisce in questo dibattito e trova rinnovata attualità alla luce dell’approvazione della riforma sulla riduzione del numero dei parlamentari e di un tentato accordo tra le forze politiche su una legge elettorale di stampo proporzionale con soglia di sbarramento al 5%. La maggioranza che sosteneva il governo Conte II, in particolar modo il Partito Democratico che ne faceva parte, si era posta l’obiettivo di procedere con l’iter di riforme partendo dalla sfiducia costruttiva fino ad arrivare al superamento del bicameralismo perfetto. Non è sicuro che con la nascita del governo Draghi questo percorso debba conoscere necessariamente una battuta d’arresto. Si tratta infatti di un esecutivo a carattere consociativo, adatto dunque (idealmente) a portare a termine riforme quanto più condivise tra i vari attori in gioco. Tuttavia, le emergenze di carattere sanitario dovute alla pandemia, e le evidenti conseguenze economiche che da essa derivano, occupano inevitabilmente le priorità dell’azione di governo.

    Rimane, dunque, un interrogativo: sapranno i governi instabili di oggi produrre governi stabili per il futuro?

  • Eppure la Raggi potrebbe ancora farcela

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 18 aprile

    Virginia Raggi potrebbe essere rieletta sindaco di Roma. Per due motivi. Il primo è che il centro-destra non ha un candidato competitivo. In un articolo recente su questo giornale abbiamo ipotizzato che il candidato della coalizione Lega-Fdi-Fi potesse essere Bertolaso. Tra tutti i nomi che sono stati fatti è quello più noto. Ma Bertolaso ha già detto di non essere interessato. Sulla sincerità di questa affermazione abbiamo qualche dubbio. Abbiamo meno dubbi su fatto che Bertolaso non sia il candidato preferito di Giorgia Meloni.

    A Roma Fratelli d’Italia è il primo partito del centro-destra. Nel sondaggio Winpoll-Sole24Ore la stima è 22,8%. Nei comuni si vota con un sistema che ‘obbliga’ i partiti affini a mettersi d’accordo su candidati comuni. Solo così possono massimizzare le probabilità di vittoria. Il corollario è la spartizione delle candidature tra i soci della coalizione: un posto a te, un posto a me. È il caso delle elezioni del prossimo autunno che vedono coinvolti molti comuni, tra i quali alcuni capoluoghi importanti. Nella spartizione concordata tra Fdi, Lega e Fi Roma spetta al partito della Meloni. E Bertolaso non vi appartiene. Al momento Fdi non ha candidati competitivi da contrapporre alla sindaca uscente. Ma i giochi non sono ancora conclusi. C’ è tempo. Però, se Fdi insisterà su un suo candidato, e questo non fosse competitivo, la Raggi vedrà soddisfatta la prima condizione per essere rieletta.

    La seconda condizione è interna al centro-sinistra. Al momento i candidati in campo sono due: Raggi e Calenda. Il Pd potrebbe decidere di appoggiare uno dei due. Ma è improbabile. Quindi ci sarà anche un Mister X del Pd. Solo uno dei tre potrà andare al ballottaggio. A disposizione hanno il 65-70% dei voti. L’altro 30-35% andrà al candidato del centro-destra. Infatti, messi insieme i suoi partiti valgono a Roma più del 40%. Come si dividerà il pacchetto di voti destinato ai tre candidati del centro-sinistra? Chi prenderà un voto più degli altri?

    Se il Mr. X del Pd fosse Zingaretti, il biglietto vincente per il ballottaggio lo pescherebbe probabilmente lui con una percentuale superiore al 25%. Fino ad oggi però Zingaretti ha negato di voler candidarsi. Nel suo rifiuto giocano diversi fattori compreso probabilmente una punta di risentimento nei confronti del suo partito per le note vicende legate alla crisi del Conte II. Con Zingaretti in campo le possibilità della Raggi di andare al ballottaggio si ridurrebbero di molto.

    Se invece di Zingaretti il Mr. X del Pd fosse Gualtieri, per la Raggi la partita sarebbe aperta. Non si può escludere infatti che possa avere un pacchetto di voti superiore a quello di Gualtieri e di Calenda. Nonostante il fatto che il suo partito, il M5s, sia stimato intorno al 14%, la sua base di consensi è più ampia, diciamo intorno al 25%. Con un po’ di fortuna potrebbe essere sufficiente. E una volta al ballottaggio il gioco è fatto. Potrebbe essere rieletta, nonostante che solo il 30% dei romani pensi che abbia fatto un buon lavoro some sindaco.

    In conclusione, se Zingaretti non si presenta, solo un accordo tra il Pd e Calenda potrebbe fermare con certezza la Raggi. Altrimenti sarà una lotteria cui la Raggi intende fermamente partecipare perché ha capito che ha qualche possibilità di farcela a dispetto dei santi. E lo stesso vale per Calenda.

  • Roma, se Raggi batte il PD poi perde al secondo turno

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 16 aprile

    Le prossime elezioni comunali a Roma potrebbero nascondere un paradosso. È quello che emerge dai dati del sondaggio Winpoll-Sole24Ore. In questo momento i candidati che potrebbero presentarsi alle elezioni sono quattro, anche se i loro nomi non sono tutti noti: Raggi, Calenda, un candidato del Pd, un candidato del centro-destra. In queste condizioni, e chiunque siano i candidati ancora ignoti, si può dire con certezza che nessuno vincerà al primo turno. Il sindaco di Roma verrà eletto al ballottaggio. Ma lì bisogna arrivarci e i posti a disposizione sono solo due. Ed è qui che si nasconde il paradosso.

    In un contesto quadripolare come quello che potrebbe prospettarsi, con quattro candidati relativamente forti, occorre poter contare su una base di sostegno intorno al 25% per sperare di arrivare al ballottaggio. Stando così le cose, nel centro-sinistra il passaggio al secondo turno sarebbe una sorta di lotteria. Il biglietto vincente potrebbe andare a uno qualunque dei tre candidati in corsa -la sindaca uscente, il candidato del Pd e Calenda- che oggi sono più o meno sullo stesso piano. Solo uno di loro potrebbe andare al secondo turno, visto che è impensabile che, chiunque sia il candidato unico del centro-destra, non ottenga uno dei due posti disponibili al ballottaggio. Tra Raggi, Calenda e il mister x del Pd chi sarebbe il fortunato vincitore della lotteria? 

    Se il candidato del Pd fosse Zingaretti è probabile che il biglietto vincente lo peschi lui. I nostri dati dicono che è quello messo meglio. Ma il punto è che la cosa non è del tutto sicura. Sia la Raggi che Calenda possono contare su un consenso non lontano dal 25%. Anche la Raggi, nonostante che solo il 30% degli intervistati pensi che abbia governato bene e solo il 28% ne ha fiducia. Ma anche un dato così basso che certamente non basta per vincere è pur sempre una base per puntare al ballottaggio. Per questo il passaggio al secondo turno sarebbe una lotteria. E la lotteria potrebbe trasformarsi nel paradosso.  Questo perché, se fosse la Raggi a pescare il biglietto vincente, i nostri dati mostrano che sarebbe destinata a perdere mentre Zingaretti e Calenda avrebbero migliori possibilità di vincere.

    Per esplorare questo punto abbiamo testato quattro ipotetici ballottaggi. In assenza di un candidato certo del centro-destra, cui opporre i diversi candidati del centro-sinistra, abbiamo scelto quello che appare come il candidato potenzialmente più forte anche se per ora si è tirato fuori dalla corsa, e cioè Bertolaso. L’assunzione che facciamo è che se i candidati del centro-sinistra fossero in grado di sconfiggere Bertolaso potrebbero vincere ancora più facilmente contro candidati meno conosciuti e meno forti di lui, per esempio Rampelli o Abodi. Il risultato delle quattro sfide mostra che Calenda e Zingaretti sono i due candidati più forti del centro-sinistra, e potenzialmente vincenti, mentre Gualtieri potrebbe non vincere (Figura 1). Di certo non vincerebbe la Raggi. D’Altronde, non sorprende che un sindaco uscente che raccoglie un giudizio così sfavorevole sul suo operato sia un candidato vulnerabile.

    Fig. 1 – Simulazione esiti ballottaggi

    In sintesi, sia Zingaretti che Calenda sono candidati competitivi. Il primo più del secondo. Il diagramma di Venn ci dice che l’appeal di Zingaretti è più trasversale di quello di Calenda (Figura 2). È gradito anche agli elettori del M5s mentre, come si vede nel diagramma l’elettorato potenziale della Raggi e quello di Calenda non si sovrappongono affatto, e si capisce il perché. Il leader di Azione in compenso ha più appeal tra gli elettori di centro-destra. Però il minor sostegno che riceverebbe da parte dei Cinque Stelle al ballottaggio rende la sua elezione più incerta di fronte ad un candidato forte del centro-destra. 

    Fig. 2 – Sovrapposizione degli elettorati dei diversi candidati

    Zingaretti dunque dovrebbe essere il candidato del centro-sinistra, con o senza il sostegno del M5s al primo turno. Ma non è semplice per il governatore del Lazio lasciare la carica che occupa nel bel mezzo della pandemia per fare il sindaco di Roma. Allora Gualtieri? Ma ce la farà ad arrivare al ballottaggio? E se invece passasse la Raggi? Sarebbe un bel pasticcio per il Pd. Certo, se si ritirassero sia Calenda che la Raggi tutto sarebbe più semplice. Basterebbe anche che si ritirasse uno dei due. Ma per ora non è così. Quanto a Calenda in particolare, la domanda da fargli è questa: come può aspettarsi che il Pd ne appoggi la candidatura a Roma in competizione con la Raggi, o anche senza la Raggi in campo, senza avere una contropartita a livello nazionale? Letta punta a costruire la più ampia coalizione possibile per rendere il centro-sinistra competitivo e comprenderà anche il M5s. Azione ne farà parte o no? Insomma, per Calenda Roma vale o no una messa con i Cinque Stelle alle prossime politiche?

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  • Introducing the Late Spring 2021 CISE Seminar Series

    A new, short series of four weekly online seminars by CISE researchers, running in May and June 2021. See program below!

    The CISE Seminar Series (since 2018, the first regular seminar series in the Luiss Department of Political Science - DiSP) was originally born from the aim to: 1) establish a practice of open discussion for the work in progress of CISE researchers; 2) consolidate a network of in-person scientific interaction among the CISE, the broader LUISS research community, and other universities in the Rome area.

    Later on, a Luiss DiSP Department multi-disciplinary series was established, although with a different format: multi-disciplinary discussion of broad social science topics (usually through presentation of published work).

    As a result, we split our activity in two. On the one hand, we contributed to multi-disciplinary DiSP seminars. On the other hand, we are now reviving a smaller CISE series focusing back on one of our original aims: smaller, focused, detailed, technical discussion of work in progress by CISE (and other) researchers in the area of political science usually known as EPOP (Elections, Public Opinion, Parties).

    These four coming meetings are a first experiment in this direction, which could possibly evolve into an online venue for EPOP research in the future.

    Logistics

    Seminars will be held online, on Wednesdays from 17:30-19:00, in Lorenzo De Sio's virtual meeting room on WebEx.

    It is assumed that all participants have read the paper before the seminar, so that little time (usually 15-20’) will be dedicated to the paper presentation.

    Calendar

    19 May 2021
    EU mobilisation, electoral support and the emergence of a transnational cleavage
    Luca Carrieri (University of Siena), Nicolò Conti (Unitelma Sapienza) and Marco Morini (Sapienza University of Rome)

    9 June 2021
    Going technocratic? Diluting governing responsibility after electoral change in Western Europe
    Vincenzo Emanuele (LUISS Guido Carli), Marco Improta (LUISS Guido Carli), Bruno Marino (University of Bologna) and Luca Verzichelli (University of Siena)

    16 June 2021
    Love interrupted? Left power and the pursuit of equality in Western Europe (1900-2020)
    Vincenzo Emanuele (LUISS Guido Carli) and Federico Trastulli (LUISS Guido Carli)

    23 June 2021
    Issue characterization of electoral change (and how recent elections in Western Europe were won on economic issues)
    Davide Angelucci (LUISS Guido Carli) and Lorenzo De Sio (LUISS Guido Carli)

  • Europe matters … upon closer investigation: a novel approach for analysing individual-level determinants of vote choice across first- and second-order elections, applied to 2019 Italy

    Per citare l’articolo:

    Angelucci, D., De Sio, L., & Paparo, A. (2020). Europe matters … upon closer investigation: A novel approach for analysing individual-level determinants of vote choice across first- and second-order elections, applied to 2019 Italy. Italian Political Science Review/Rivista Italiana Di Scienza Politica, 1-16. doi:10.1017/ipo.2020.21

    Scarica l'articolo qui

    Abstract

    Are European Parliament (EP) elections still second-order? In this article, we test the classical model at the individual level in contrast to an alternative ‘Europe matters’ model, by investigating the relative importance of domestic vs. European Union (EU)-related issues among voter-level determinants of aggregate second-order effects, that is, individual party change. We do so by relying on an original, CAWI pre-electoral survey featuring a distinctively large (30) number of both domestic and EU-related, positional and valence issues, with issue attitudes measured according to the innovative ICCP scheme (De Sio and Lachat 2020) which includes issue positions, issue priorities and respondents' assessment of party credibility on both positional and valence goals. Leveraging the concept of ‘normal vote’, we estimate multivariate models of electoral defections from normal voting separately for general and European elections, based on issue party credibility. This allows us to assess: (a) the distinctiveness of the two electoral arenas in terms of issue content; and (b) the relative impact of EU-related and domestic issues on defections of Italian voters. Our findings show that although second-order effects are still relevant in accounting for results in EP elections, vote choice in the latter is also partly due to specific effects of certain policy issues, including some related to the European dimension. This indicates that EP elections have their own political content, for which Europe matters even after controlling for the importance that EU-related issues have acquired in national elections.

  • The congealing of a new cleavage? The evolution of the demarcation bloc in Europe (1979–2019)

    Per citare l'articolo:

    Emanuele, V., Marino, B. and Angelucci, D. (2020), The congealing of a new cleavage? The evolution of the demarcation bloc in Europe (1979–2019). Italian Political Science Review. doi: https://doi.org/10.1017/ipo.2020.19

    Scarica l'articolo qui

    Abstract

    Over recent years, a new transnational conflict has been deemed to be structuring political conflict in Europe. Several scholars have posited the emergence of a new ‘demarcation’ vs. ‘integration’ cleavage, pitting the ‘losers’ and ‘winners’ of globalization against each other. This new conflict is allegedly structured along economic (free trade and globalization), cultural (immigration and multiculturalism), and institutional [European Union (EU) integration] dimensions. From an empirical viewpoint, it is still a matter of discussion whether this conflict can be interpreted as a new cleavage, which could replace or complement the traditional ones. In this context, the European Parliament (EP) elections of 2019 represent an ideal case for investigating how far this new cleavage has evolved towards structuring political competition in European party systems. In this paper, by relying on an original dataset and an innovative theoretical and empirical framework based on the study of a cleavage's lifecycle, we test whether a demarcation cleavage is structuring the European political systems. Moreover, we assess the evolution of this cleavage across the 28 EU countries since 1979 and the role it plays within each party system. The paper finds that the demarcation cleavage has emerged in most European countries, mobilizing over time a growing number of voters. In particular, this long-term trend has reached its highest peak in the 2019 EP election. However, although the cleavage has become an important (if not the main) dimension of electoral competition in many countries, it has not reached maturity yet.

  • “Where You Lead, I Will Follow”: Partisan Cueing on High‐Salience Issues in a Turbulent Multiparty System

    Per citare l'articolo:

    Brader, T., De Sio, L., Paparo, A. and Tucker, J.A. (2020), “Where You Lead, I Will Follow”: Partisan Cueing on High‐Salience Issues in a Turbulent Multiparty System. Political Psychology. doi:10.1111/pops.12651

    Scarica l'articolo qui.

    Abstract:

    The ability of parties to not only reflect, but actually shape, citizens' preferences on policy issues has been long debated, as it corresponds to a fundamental prediction of classic party identification theory. While most research draws on data from the United States or studies of low‐salience issues, we exploit the unique opportunity presented by the 2013 Italian election, with the four major parties of a clear multiparty setting holding distinct positions on crucial issues of the campaign. Based on an experimental design, we test the impact of party cues on citizens' preferences on high‐salience issues. The results are surprising: Despite a party system in flux (with relevant new parties) and a weakening of traditional party identities, we find large, significant partisan‐cueing effects in all the three experimental issues, and for voters of all the major Italian parties—both old and new, governmental and opposition, ideologically clear or ambiguous.


Volumi di ricerca

  • “La politica cambia, i valori restano” ripubblicato in Open Access

  • Il voto del cambiamento: le elezioni politiche del 2018

  • Cleavages, Institutions and Competition

  • Young People’s Voting Behaviour in Europe. A Comparative Perspective

  • Terremoto elettorale. Le elezioni politiche del 2013

  • Competizione e spazio politico. Le elezioni si vincono davvero al centro?

  • La politica cambia, i valori restano? Una ricerca sulla cultura politica dei cittadini toscani

  • Proporzionale se vi pare. Le elezioni politiche del 2008

  • Elettori in movimento. Nuove tecniche di inferenza ecologica per lo studio dei flussi elettorali

  • La legislazione elettorale in Italia. Come migliorarla e perché.


Dossier CISE

  • The European Parliament Elections of 2019 – individual chapters in PDF

  • The European Parliament Elections of 2019 – the e-book

  • “Goodbye Zona Rossa”: Online il Dossier CISE sulle elezioni comunali 2018

  • Dossier CISE “Goodbye Zona Rossa”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • “Gli sfidanti al governo”: Online il Dossier CISE sulle elezioni del 4 marzo

  • Dossier CISE “Gli sfidanti al governo”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • The year of challengers? The CISE e-book on issues, public opinion, and elections in 2017

  • The year of challengers? Individual PDF chapters from the CISE e-book

  • “Dall’Europa alla Sicilia”: Online il Dossier CISE su elezioni e opinione pubblica nel 2017

  • Dossier CISE “Dall’Europa alla Sicilia”: Scarica i singoli articoli in PDF