Attualità

  • I sondaggisti sulle elezioni americane? Non sono da bocciare, ma nemmeno da promuovere a pieni voti

    Pubblicato su Luiss Open il 16 novembre 

    Nelle ore immediatamente successive alla chiusura delle urne negli Stati Uniti, lo scorso 3 novembre, non è stato possibile attribuire subito la vittoria al candidato democratico Joe Biden né escludere a strettissimo giro una riconferma del Presidente uscente Donald J. Trump. Questa situazione, in parte inedita, ha fatto scattare in poche ore l’ennesimo processo ai sondaggi di opinione, giudicati ancora una volta fallimentari, soprattutto alla luce del fatto che non si era materializzata la prevista “ondata blu” a favore di Biden e dei Democratici. Prudenza avrebbe voluto, in realtà, che si aspettasse il sedimentarsi del risultato effettivo. A maggior ragione in una elezione come questa in cui, già prima dell’apertura delle urne, si attendeva un numero molto consistente di voti postali, i cui risultati sarebbero arrivati in coda allo scrutinio ufficiale. Ecco perché il momento migliore per valutare in maniera ponderata l’accuratezza dei sondaggi è adesso, con risultati praticamente definitivi.

    Sondaggi della vigilia vs. risultati effettivi

    Iniziamo, dunque, dal prendere visione dei dati, sintetizzati nella tabella qui di seguito (Tabella 1). Essi si riferiscono ai 17 Stati americani considerati “battleground”, cioè “contendibili”, dal sito RealClearPolitics. Questa testata ha elaborato una media dei principali sondaggi della vigilia, indicata per ogni Stato nella prima colonna da sinistra. Nella seconda colonna è indicata invece la differenza effettiva tra i voti ricevuti in ogni Stato da Biden e quelli ricevuti da Trump. Nella terza e ultima colonna, poi, è indicata la differenza tra i sondaggi e i risultati effettivi. Tale differenza può essere considerata all’interno del margine di errore dei sondaggi quando è uguale o inferiore a 3,1% (per semplicità, visto che questo è il margine di errore tipico di un sondaggio con 1000 intervistati; a voler essere precisi, non direttamente applicabile a queste “medie di sondaggi”, né a sondaggi con diverso numero di intervistati). In fondo alla tabella, infine, è presentato il dato nazionale.

    Per semplificare la lettura sono evidenziati in giallo tutti i casi in cui la distanza tra sondaggio e risultato effettivo è stata superiore al normale margine di errore (in 7 Stati sui 17 considerati), in rosso invece gli errori più macroscopici (superiori al 6%).

    Tab. 1 – Media sondaggi e risultati effettivi delle elezioni presidenziali USA. Fonte: RealClearPolitics

    Cosa emerge? Sui 17 Stati considerati, in 15 casi i sondaggi hanno previsto correttamente l’assegnazione dello Stato al candidato Presidente, sbagliando dunque solo in due casi.

    A livello nazionale, infine, i sondaggi prevedevano un distacco di 7,2 punti a favore di Biden; allo stato attuale del conteggio, il distacco è di 3,4 punti, meno della metà. La differenza, anche in questo caso, è di poco superiore al margine di errore normalmente considerato.

    In definitiva, i sondaggi ci hanno preso oppure no? Potremmo rispondere “sostanzialmente sì”, se oltre ai numeri nudi e crudi consideriamo anche altri fattori.

    I limiti di tutti i campioni dei sondaggi

    Iniziamo da una precisazione sul concetto di “margine di errore”. A rigore applicare i “margini di errore” previsti dalla teoria statistica agli attuali sondaggi, negli Stati Uniti e non solo, non sarebbe possibile. Per applicare il margine di errore che abbiamo considerato, cioè il 3% circa per i sondaggi con 1.000 o più intervistati, infatti, il campione dovrebbe essere “probabilistico”: a essere intervistati ai fini del sondaggio dovrebbero essere soltanto individui estratti in modo casuale dall’intera popolazione di riferimento. Nella realtà, però, intervistare effettivamente le “prime scelte” del campione sarebbe impossibile o troppo costoso. Anzitutto, perché elenchi del tutto esaustivi degli elettori e dei loro recapiti non esistono o sono troppo costosi da realizzare. Poi, perché può capitare che una persona estratta sia tecnicamente – anche solo momentaneamente – irraggiungibile. Di conseguenza i sondaggisti la sostituiranno con una persona “simile”. Così facendo, però, viene compromessa la costruzione probabilistica del campione, e il margine di errore effettivo diventa di fatto sconosciuto. Alla luce di questo punto, in realtà dovremmo rovesciare le nostre considerazioni: con campioni non probabilistici, il fatto che i risultati effettivi delle elezioni rientrino quasi sempre nel margine di errore è paradossalmente un piccolo miracolo (!) e segna un punto a favore dei sondaggisti.

    Le polemiche sull’“ondata blu”

    Ma c’è stata o no l’“ondata blu”? Parliamone. Riportando la maggioranza assoluta dei voti, cioè superando il 50% dei consensi, Biden è risultato il candidato più votato della storia americana con 78,2 milioni di voti raccolti. Inoltre, Biden ha aumentato i suoi voti non facendo solo riferimento al proprio tradizionale elettorato concentrato nei Blue States (riconquistando tre Stati persi da Hillary Clinton nel 2016), ma addirittura strappando alcuni stati (Georgia e Arizona) che erano repubblicani da molti anni. Il risultato, in base allo stato attuale dello scrutinio, potrebbero essere addirittura 306 voti elettorali: se fosse così, sarebbe un risultato addirittura superiore a quello di Trump nel 2016, che aveva vinto 304 a 227 contro Hillary. Certamente, l’idea di una “ondata blu” di cui si era parlato alla vigilia suggeriva anche un successo ancora più netto dei democratici, con la possibilità di riconquistare il controllo del Senato (questione, comunque, attualmente appesa ai ballottaggi che ci saranno tra alcune settimane in Georgia). Tuttavia, con un risultato come quello che si è andato definendo in queste ore è difficile sostenere che la vittoria di Biden non sia stata chiara e inequivocabile, e su questo decisamente in linea con le previsioni della vigilia (ricordiamo che per Nate Silver, alla vigilia del 3 novembre, il candidato democratico aveva l’89% di possibilità di farcela).

    Il fattore mobilitazione in America

    C’è però una domanda legittima che potrebbe sorgere dalla lettura dei sondaggi di cui abbiamo parlato finora: passi per il margine di errore, passi pure per la vittoria inequivocabile di Biden, ma perché quasi tutti i sondaggi della vigilia tendevano a “sbagliare” in una direzione favorevole al candidato democratico? Per rispondere occorre considerare come il fattore “mobilitazione” degli elettori possa influenzare il risultato di una qualsiasi elezione, e come questo possa accadere in particolar modo negli Stati Uniti contemporanei. Già prima del voto, commentando i risultati di un nostro sondaggio (https://open.luiss.it/2020/10/29/non-saranno-strategie-basate-su-temi-concreti-ad-aiutare-trump-ecco-perche/) avevamo suggerito che di fronte al netto predominio di Biden sui vari temi di interesse dell’opinione pubblica, un eventuale successo inferiore alle aspettative o addirittura una vittoria di Trump avrebbero dovuto essere imputati a dinamiche legate alla mobilitazione elettorale. Il perché è presto spiegato: i sondaggi scattano un’istantanea dell’opinione pubblica, ma poi bisogna vedere quanti elettori dei due campi avversi vanno effettivamente a votare e quanti invece alla fine per vari motivi rinunciano. Le varie cronache arrivate dagli Stati Uniti ci hanno confermato che questo è stato uno dei fattori fondamentali: il campo di Trump, soprattutto negli ultimi giorni, si è mobilitato con forza per cercare di portare più elettori possibili al voto. Trump, che nel 2016 ottenne 62,9 milioni di voti, stavolta è riuscito a conquistare 72,8 milioni di elettori, quasi 10 milioni di voti in più rispetto a 4 anni fa: di fatto un’“ondata rossa” che ha tentato di contrastare e fermare una possibile “ondata blu”. Tuttavia, anche a fronte di questa ondata rossa, Biden è riuscito a mobilitare un’ondata ancora più ampia: aumentando di 12,4 milioni di voti il bottino dei Democratici rispetto al 2016 e, quindi, incrementando ulteriormente da 2,9 a 5,4 milioni di voti il distacco sullo sfidante repubblicano nel voto popolare. È in queste dinamiche che si cela il motivo principale delle differenze tra sondaggi e risultato finale. Nel momento in cui milioni e milioni di persone in più rispetto alle attese si recano alle urne, soprattutto persone con livelli di istruzione più bassa e in alcuni casi anche americani di origine ispanica, si palesa con maggior evidenza l’indiscutibile difficoltà dei sondaggisti contemporanei di intercettare alcuni gruppi demografici. Un limite su cui occorrerà necessariamente lavorare, anche ampliando campioni di intervistati, in alcuni casi sottodimensionati per Stati americani così combattuti e allo stesso tempo potenzialmente decisivi per l’assegnazione della Casa Bianca.

  • L’anatra zoppa: quando il presidente non ha la maggioranza nel congresso

    Il presidente degli Stati Uniti gode di prerogative uniche tra le democrazie occidentali. Cumula le cariche di capo di Stato, di governo e delle forze armate. Nomina i vertici delle agenzie federali e – con ratifica del Senato - i giudici della Corte Suprema. La sua primazia istituzionale non costituisce però una variabile indipendente, quanto il prodotto di una condizione necessaria, e talvolta insufficiente: l’orientamento politico del Congresso, ovvero di due assemblee – la Camera dei Rappresentanti e il Senato - elette in un tempo e con funzioni diverse.

    L’organo legislativo ha rappresentato a lungo il perno del meccanismo decisionale americano. Nel XIX secolo, il presidente - con le eccezioni di Andrew Jackson e Abraham Lincoln - pativa un ruolo di subordine, a scapito di un “governo congressuale” (Fabbrini 2011). La svolta maturò nei primi decenni del Novecento. Presidenti come i Roosevelt, sia il repubblicano Theodore che il democratico Franklin Delano, e Woodrow Wilson, modificarono gli equilibri in favore della Casa Bianca, accrescendo la burocrazia federale e le responsabilità dell’esecutivo. Questo avvenne senza innovare la Costituzione, tranne con l’introduzione – risalente al 1951 - del 22° emendamento sul vincolo dei due mandati. Sebbene rimanesse un’elezione indiretta per il tramite dei grandi elettori, il presidente trasformò la propria legittimazione in un’investitura popolare. Il suo ufficio divenne un pulpito da cui predicare alla nazione (Testi, 2008).

    Ciononostante, l’acquisita preminenza non equivalse affatto a sistematica predominanza. Tutt’altro: dal 1969 almeno un ramo del Congresso appartiene di base all’opposizione, dove il governo diviso rende il presidente un’anatra zoppa (Fabbrini 2011), pur a fronte del suo diritto di veto alle leggi approvate. Negli ultimi 50 anni, appena in 14 il presidente ha contato sull’appoggio contestuale di Camera e Senato, perlopiù in periodi limitati: Bill Clinton (1993-1995), George W. Bush (2003-2007), Barack Obama (2009-2011), Donald Trump (2017-2019). Il democratico Jimmy Carter ne beneficiò per l’intero quadriennio (1977-1981), salvo poi perdere nettamente le elezioni presidenziali del 1980 contro Ronald Reagan. Il repubblicano, eletto e riconfermato con numeri plebiscitari, non ricevette mai a sua volta il sostegno della Camera, saldamente in mano ai democratici per tutti gli anni Ottanta.

    Quest’asimmetria viene fotografata dai grafici qui realizzati (Figura 1 e 2) , che riproducono lo scarto ottenuto dalla Tabella 1, riportante il numero dei seggi al Congresso distinto per biennio e parte politica. I grafici mostrano l’affiliazione del ramo assembleare e la consistenza delle maggioranze dei partiti americani dal 1900 ad oggi. Un dato valutabile dall’intensità del colore, che misura il margine di seggi in più vantato sull’opposizione. I colori diluiti per partito sono i quartili ottenuti dalla distribuzione della grandezza delle maggioranze, calcolati separatamente per i democratici e i repubblicani. Ciò permette di comprendere come, tanto alla Camera quanto al Senato, le vittorie dei blu sui rossi s’attestino storicamente su un margine più ampio di quelle dei rossi sui blu.

    Negli ultimi 120 anni, i democratici hanno controllato la Camera per 70. I repubblicani, al contrario, lo hanno fatto per 50 anni, di cui però 20 negli ultimi 25. Un esito sorprendente: i deputati vengono eletti con metodo proporzionale, e ciascun Stato esprime seggi in relazione al numero di abitanti. Una dinamica che a ragione dovrebbe legarsi meglio al partito democratico, che nello stesso periodo ha sempre primeggiato - escludendo la riconferma di George W. Bush nel 2004 - nel voto popolare per l’elezione del presidente.

    La futura geografia elettorale statunitense alle presidenziali del 2024 risentirà del censimento che ogni dieci anni ridistribuisce i seggi nella Camera, recependo l’evoluzione demografica dei territori. Le proiezioni premiano al momento Texas e Florida, mentre puniscono il Mid-West (Ohio, Michigan, Illinois).

    Al Senato invece i repubblicani hanno governato in 16 degli ultimi 25 anni. Lo scenario di lungo periodo suggerirebbe allora che questo ramo del Congresso, dove ogni Stato conta un numero fisso di 2 membri, diventi una possibile roccaforte dei conservatori.

    Fig. 1 – Margine delle maggioranze nella Camera dei Rappresentanti 

    Fig. 2 – Margine delle maggioranze in Senato

    In ultimo, questo grafico (Figura 3) presenta la differenza tra i grandi elettori conquistati dai due partiti della Tabella 2, certificando la larghezza delle vittorie dei presidenti grazie ai quartili calcolati per ciascun partito. Il trend recente vede una riduzione dei successi presidenziali: le vittorie di Barack Obama non eguagliano quelle di Bill Clinton, mentre George W. Bush e Donald Trump non replicano i successi reaganiani degli anni Ottanta. A prescindere dal risultato del 2020 – un’elezione svolta in circostanze irripetibili - questo dato riflette una maggiore competitività per la presidenza, nonché il ruolo determinante, e forse intramontabile, degli swing states.

    Fig. 3 – Margine delle vittorie: scarto grandi elettori

    Riferimenti bibliografici

    Fabbrini S. (2011). Addomesticare il principe. Perché i leader contano e come controllarli, Marsilio.

    Testi A. (2008). Il secolo degli Stati Uniti, il Mulino.

  • Non saranno strategie basate su temi concreti ad aiutare Trump. Ecco perché

    Riproduciamo qui tradotto un articolo apparso oggi sul blog EUROPP della London School of Economics
    (traduzione di Federico Trastulli)

    Le elezioni presidenziali americane del 3 novembre saranno seguite dall'Europa con grande intersse. Basandosi su recenti dati di sondaggio originali, Davide Angelucci, Lorenzo De Sio, Morris P. Fiorina e Mark N. Franklin illustrano la sfida che attende Donald Trump nel suo tentativo di rielezione. Al momento non ci sono temi divisivi su cui Trump si trova a ottenere più sostegno da indipendenti e democratici di quanto non possa perdere dalla sua stessa base elettorale; mentre su questioni per le quali gli obiettivi sono ampiamente condivisi, Trump manca di credibilità rispetto a Joe Biden.

    Con la campagna elettorale per le elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2020 che volge al termine (e la maggior parte dei sondaggi che riportano un vantaggio di Biden di 10 punti nelle intenzioni di voto popolare), Donald Trump si concentra sui valori, non sui problemi; sul carattere, non sulle politiche. Alcuni strateghi repubblicani sono disperati per la scelta di Trump di coltivare l'entusiasmo della sua base piuttosto che di tentare di raggiungere gli indipendenti. Alcuni commentatori ci dicono che questo è "ciò che a Trump piace fare". Ma forse la verità è che non ha scelta. I dati di un sondaggio originale che abbiamo condotto su un campione statunitense di 1.550 intervistati tra il 28 settembre e il 5 ottobre suggeriscono che in realtà potrebbe non esserci più praticamente nessun tema che Trump potrebbe utilizzare per andare oltre la sua base.

    In genere i candidati si affidano a temi di campagna con alto rendimento (issue yield), ma...

    I dati che abbiamo raccolto fanno parte del più ampio progetto internazionale ICCP, che ha già studiato le elezioni generali in sei paesi dell'Europa occidentale. Il progetto si basa sulla teoria del rendimento dei temi (issue yield theory): l'idea che, in un'epoca in cui le campagne non giocano più sulle differenze ideologiche, i partiti e i candidati costruiscono le loro strategie facendo leva su specifici pacchetti tematici a loro elettoralmente più favorevoli. Gli obiettivi tematici con il rendimento pià alto sono quelli che combinano l'unanimità all'interno del partito, un ampio sostegno del pubblico in generale e una forte credibilità del partito / leader.

    Il problema per Trump nel 2020 è che, secondo i nostri dati, qualsiasi tema che potrebbe cercare di sfruttare durante il resto di questa campagna probabilmente aumenterebbe il sostegno a Biden almeno quanto lo aumenterebbe a se stesso. Biden, al contrario, sembra in una posizione molto migliore.

    I dati (1): Joe Biden gode di un maggiore sostegno elettorale sulla maggior parte dei "suoi" temi

    Nel nostro sondaggio, abbiamo posto ai potenziali elettori circa 30 domande (alcune relative a obiettivi ampiamente condivisi dall'elettorato statunitense - come la riduzione della disoccupazione -; altre "divisive", che prevedono obiettivi opposti - come il controllo su possesso e vendita delle armi). Quando si applica a temi divisivi, la teoria della issue yield suggerisce che i candidati dovrebbero promuovere gli obiettivi sui quali: 1) i loro sostenitori sono d'accordo; e che, allo stesso tempo, 2) sono fortemente popolari nell'elettorato complessivo.

    Nella Figura 1, le barre gialle indicano il sostegno per una posizione tematica all'interno della base del candidato; mentre le barre verdi indicano il sostegno in generale. I temi sono ordinati approssimativamente in base a quanto avvantaggiano Trump. I dati mostrano una chiara divisione tra i due candidati. Trump può guadagnare molto meno di Biden con una strategia elettorale basata sui singoli temi, poiché il sostegno complessivo (barre verdi) per le tematiche a lui più favorevoli è decisamente inferiore al sostegno generale (anche questo raffigurato dalle barre verdi) per i temi di Biden. Inoltre, il sostegno all'interno del partito repubblicano per questi obiettivi è generalmente inferiore per Trump che per Biden (le barre gialle di Trump sono generalmente più corte di quelle di Biden).

    Figura 1 - Sostegno generale (verde) e interno al partito (giallo)
    su varie posizioni tematiche
    (elaborazione originale degli autori)

    Anche solo enfatizzando uno qualsiasi dei "suoi" temi, Trump di conseguenza potrebbe guadagnare piuttosto poco, mentre rischierebbe invece di perdere il suo sostegno attuale. Biden sembra maggiormente favorito da obiettivi che sono più popolari in generale, e su cui i suoi sostenitori sono più uniti.

    I dati (2): sugli obiettivi condivisi da tutti, Donald Trump non è quasi mai percepito come più credibile di Biden

    E per quanto riguarda gli obiettivi condivisi? La figura 2 mostra un quadro ancora più cupo per Trump quando guardiamo ai temi trasversali, condivisi dai sostenitori di entrambi i candidati. Questo perché, con questo tipo di obiettivi politici, entra in gioco una nuova considerazione: quella della credibilità. Quasi tutti vorrebbero vedere una maggiore crescita economica, ad esempio; ma i candidati possono essere più o meno credibili per raggiungere questo obiettivo.

    Nella figura 2 (per ragioni di spazio limitata ai temi più favorevoli a Trump) vediamo che il presidente in carica soffre di un significativo svantaggio di credibilità. Ancora una volta, in questo grafico, più le barre sono lunghe e meglio è per ciascun contendente. Tuttavia, questa volta le barre sono colorate in base al candidato in questione; e vi sono un paio di barre per ogni tematica (una rossa per la credibilità di Trump, una blu per la credibilità di Biden). Di nuovo, i temi sono ordinati in base a quanto siano favorevoli a Trump.

    Figura 2: Credibilità di ogni candidato su obiettivi condivisi
    (elaborazione originale degli autori)

    Solo sui tre temi a lui più favorevoli vediamo Trump in parità statistica con Biden in termini di credibilità. Questi tre temi (crescita economica, disoccupazione e protezione dal terrorismo) sono quelle sulle quali Biden gode di minore credibilità; ma, anche su queste, la credibilità di Biden è praticamente identica a quella di Trump. Ironia della sorte, le tematiche a marchio Trump (ridurre l'immigrazione e mettere gli Stati Uniti al primo posto) sono diventate questioni sulle quali Trump ha così poca credibilità che nessuna di loro appare nemmeno in questo elenco delle tematiche a lui più favorevoli (essendo la sua credibilità su di esse attualmente inferiore a 25 %).

    Si noti che molti dei temi che premiano Biden (come la sua posizione sull'assistenza sanitaria) non compaiono nel grafico perché sono molto sfavorevoli a Trump. In particolare, la migliore tematica di Biden ruota attorno all'obiettivo "Black Lives Matter" di ritenere gli agenti di polizia responsabili dell'uso della forza mortale. Questo traguardo è supportato dall'86% dei sostenitori di Biden e ha il 74% di sostegno nel paese.

    Non ci sono vere risorse tematiche per Trump

    Secondo la teoria della issue yield, la risorsa chiave per un partito o un candidato sta nell'enfatizzare le questioni su cui gode di un vantaggio competitivo, sperando che questo induca l'opinione pubblica a spostarsi a suo favore. Il problema è che Trump si trova a corto di questi temi. In primo luogo, per la mancanza di questioni divisive sulle quali, sottolineandole, potrebbe guadagnare, pescando dal bacino degli indipendenti e dei democratici, più di quanto non perderebbe nella sua attuale base. In secondo luogo, fatto ancora più importante, perché - sui grandi obiettivi condivisi dagli americani - Trump manca di credibilità rispetto a Biden.

    Con questa configurazione dell'opinione pubblica, nessuna strategia basata sui singoli temi sembra in grado di produrre per Trump un chiaro vantaggio nei restanti giorni di campagna elettorale. Questo potrebbe spiegare perché lo vediamo tentare di accendere nuove questioni nella speranza di trovarne una che prenda poi fuoco; concentrandosi anche, nel frattempo, su strategie non tematiche, come il mettere in discussione l'integrità e l'idoneità di Biden per il ruolo di presidente.

  • Affluenza e dieci Stati chiave, a Biden mancano 38 delegati

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 25 ottobre

    Le elezioni presidenziali USA sono un puzzle e allo stesso tempo una lotteria. Donald Trump ha vinto nel 2016 per 77.744 voti (lo 0,06 % del totale nazionale). Per la precisione ha battuto Hillary Clinton in Michigan per 10.704 voti (lo 0,2%), nel Wisconsin per 22.748 (lo 0,6%) e in Pennsylvania per 44.292 (lo 0,7 %).  Se la Clinton avesse conquistato questi tre stati, dove prima di lei avevano vinto Obama, Bush, Gore e suo marito, avrebbe ottenuto 278 grandi elettori contro i 260 di Trump e sarebbe diventata presidente. Domanda: è possibile che dopo quattro anni di presidenza Trump, con il Covid che ancora imperversa, con la disoccupazione al 7.9% Trump riesca a conservare un vantaggio così esiguo in questi tre stati?  La domanda ha senso, ma la risposta non è semplice. Sono molti i fattori in gioco. I principali sono due: l’affluenza alle urne e quel peculiare meccanismo- il collegio elettorale-con cui si elegge il presidente.

    Il puzzle del collegio elettorale

    Il presidente degli USA non viene eletto direttamente dal popolo. Nel 2016, per la quinta volta nella storia del Paese, è stato eletto con meno voti del suo rivale. Una delle poche cose sicure oggi è che Trump, se vince, non avrà di nuovo la maggioranza del voto popolare. Attualmente il suo distacco da Biden a livello nazionale si aggira tra gli 8 e i 10 punti. E su questo è difficile che i sondaggi sbaglino di grosso. Ma è il collegio elettorale l’arena in cui si decide chi vince. E per vincere occorre comporre il puzzle in modo da arrivare a 270 voti su 538.

    All’interno del collegio gli stati non pesano tutti allo stesso modo. Gli stati che contano sono quelli in cui il risultato è incerto. In molti casi invece la partita è già decisa prima ancora del voto. Non sono solo i sondaggi a dirlo, ma soprattutto i risultati storici. Come si vede nella mappa in Figura 1, in sette stati (più il Distretto di Columbia) è certo che vinca Biden. Nel caso di Trump gli stati sicuri sono dieci. Aggiungendo a questi gli stati in cui è probabile o molto probabile che vinca l’uno o l’altro dei due contendenti arriviamo a quaranta stati in cui le elezioni sono praticamente già decise. Sono anni che a Ovest del Mississippi si muove poco o nulla dal punto di vista elettorale. Nel 2016 Clinton ha vinto esattamente gli stessi stati in cui aveva vinto Obama nel 2012 e nel 2008. Lo stesso si può dire a proposito degli stati del New England tradizionalmente democratici o quelli del Sud tradizionalmente repubblicani.

    Fig. 1 – Variazioni tra 2016 e 2012. Voti nel collegio elettorale

    La novità di questo anno è che gli stati contendibili sono più del 2016. È un segno della crescente volatilità dell’elettorato legata anche ai mutamenti demografici. Non solo Michigan, Wisconsin, Pennsylvania sono in bilico, ma anche Arizona, North Carolina, Georgia e Texas che una volta invece erano stabilmente nel campo repubblicano. E poi ci sono gli stati ballerini come Nevada, Ohio e Florida. In totale fanno 181 grandi elettori su 538. È in questi stati che si gioca la partita. Per Trump si tratta di una partita ancora più difficile di quella del 2016. Contando gli stati in cui la vittoria dell’uno e dell’altro è certa o probabile, Biden parte con una base di 232 grandi elettori contro i 125 di Trump. Gli ne mancano 38 per arrivare a 270 e diventare presidente. Gli basterebbe vincere in Michigan, Wisconsin e Pennsylvania dove è nettamente favorito. È in vantaggio, ma con un margine minore, anche in Florida dove nel 2016 Trump ha vinto con l’ 1,2%. Se Biden vincesse in questo stato pivotale, con i suoi 29 voti, gli basterebbe vincere solo in Wisconsin per arrivare a 271. Insomma le combinazioni del puzzle con cui Biden può vincere sono numerose, più numerose di quelle a disposizione di Trump. Potrebbe addirittura stravincere. Ma i sondaggi non sono a prova di errore. Questa volta però, Biden non dovrà fare i conti con un fattore che invece ha gravemente danneggiato Clinton: il voto disperso.

    Il voto disperso

    Il 2016 è stata una elezione particolare anche per la entità del voto dato a candidati senza alcuna possibilità di successo. A livello nazionale sei milioni di elettori hanno votato per il candidato del partito Libertarian (Gary Johnson) o per la candidata dei Verdi (Jill Stein), il 4,4 % dei voti validi. Nel 2012 per gli stessi candidati avevano votato circa 1.750.000 elettori, l’1,4%. Ma quello che più conta è stato il risultato di questi due partiti in Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. In tutti e tre questi stati i loro voti sono stati molti di più del 2012 e hanno fatto la differenza. Alla Clinton sarebbero bastati i voti dei Verdi per diventare presidente. L’entità ‘anomala’ del voto disperso è un chiaro segnale del fatto che, davanti a candidati molto sgraditi come Trump e Clinton, una quota marginale ma decisiva di elettori ha preferito votare figure terze. Questa volta il voto disperso tornerà su valori ‘normali’. Il suo declino favorirà Biden che è un candidato più gradito in assoluto rispetto alla Clinton e più gradito tra gli elettori libertari e verdi. Ma un fattore che avrà un impatto ancora più decisivo sul voto sarà l’affluenza alle urne.

    Il rebus della affluenza

    Nelle elezioni di medio-termine del 2018 i Democratici hanno conquistato la maggioranza dei seggi alla Camera grazie a un aumento eccezionale della affluenza. Tra le elezioni di medio-termine del 2014 e quelle del 2018 è passata dal 41,9% al 53,4 %, secondo i dati del US Census Bureau. In particolare sono andati a votare molti più giovani, più elettori appartenenti a minoranze etniche e più abitanti dei centri metropolitani. Sono tutte categorie che tendono a preferire il Partito Democratico. Il fenomeno potrebbe ripetersi il 3 Novembre e decidere l’esito. A favore di questa ipotesi gioca anche il fatto che, a differenza del 2016, il Partito Democratico oggi è unito nel sostenere il suo candidato. I sostenitori di Bernie Sanders non amano particolarmente Biden ma questa volta è molto probabile che non diserteranno le urne. La voglia di battere Trump trascende le differenze ideologiche.

    Ma quale sarà l’impatto della pandemia sulla affluenza e quindi sul voto? È impossibile da prevedere. Per questo motivo i sondaggi devono essere presi con ancora maggiore cautela. In tutti i paesi occidentali è diventato difficile stimare i votanti ed è proprio questo il fattore principale che rende meno affidabile la stima delle intenzioni di voto. La pandemia rende tutto ancora più complicato. Però, il numero eccezionale di elettori che hanno già votato, in persona o per posta, fa pensare che il Covid non deprimerà l’affluenza. Al contrario, nonostante il Covid, queste elezioni, come quelle di medio-termine del 2018, potrebbero stabilire un record di votanti. Per i Democratici sarebbe una ottima notizia che renderebbe forse possibile anche la conquista della maggioranza dei seggi al Senato.

    La base elettorale di Trump e il partito-setta

    Trump non è particolarmente popolare (Figura 2). Non lo era nel 2016 e non lo è oggi. Nel corso della sua presidenza il giudizio positivo degli elettori sul suo operato è sempre stato intorno al 40%. Un valore basso, ma eccezionalmente stabile. Quello di Trump è un elettorato motivato e fedele. Nemmeno il Covid ne ha scalfito la fedeltà. Per il 56,6% degli elettori la sua gestione della pandemia è stata negativa. Ma non per i suoi elettori. Covid o no lo voteranno in maniera massiccia recandosi personalmente alle urne. Trump ha trasformato il Partito Repubblicano in una setta di cui lui è il guru indiscusso. Ed è proprio sulla mobilitazione della sua base che si fonda la sua strategia elettorale. Ma chi sono i suoi elettori? 

    Fig. 2 – Giudizio sull'operato di Trump 

    Sono prevalentemente elettori bianchi, soprattutto maschi e senza laurea. Vivono più in piccoli centri o in zone rurali che nelle grandi città. Sono religiosi, in particolare evangelici e contrari all’aborto. Vogliono meno tasse, meno immigrati e uno stato meno invadente. Sono affezionati alle loro armi. Vogliono un paese che pensa più ai propri interessi che a coltivare alleati. Ma il loro numero non è sufficiente per far vincere il loro capo. Trump ha vinto nel 2016 perché ha conquistato non solo il 90% degli elettori che si auto-definiscono Repubblicani ma anche la maggioranza relativa degli Indipendenti che sono circa il 40% dell’elettorato. È successo perché Clinton era straordinariamente poco gradita e a Trump è stato concesso il beneficio del dubbio. In fondo era l’uomo nuovo della politica americana.

    Cosa è successo dal 2017 a oggi? Molti dati evidenziano l’erosione della sua base elettorale. Percentuali marginali ma decisive di donne bianche e di anziani sembrano averlo abbandonato a favore di Biden. Restano straordinariamente fedeli i bianchi senza laurea che rappresentano il nocciolo duro del suo consenso. Ma non bastano. Il voto degli Indipendenti sarà di nuovo importante. La maggioranza di loro però non è soddisfatta di come il presidente sta gestendo la pandemia. Non è una buona notizia per lui. E non c’è più la ‘antipatica’ Clinton a dargli una mano. Ma la storia non finisce qui.

    Chi vincerà?

    Il quadro che abbiamo tracciato fa pensare che Biden abbia una possibilità molto concreta di diventare presidente. Le probabilità sono a suo favore. Nate Silver del sito FiveThirtyEight le stima all’ 87%. Eppure, resta ancora il dubbio che una altra sorpresa possa essere dietro l’angolo. Come nel 2016. È vero che gli stati contendibili sono tanti e quasi tutti i sondaggi danno Biden in vantaggio. In particolare in Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Ma non si tratta di un vantaggio decisivo, con l’eccezione del Michigan. E il fatto che i sondaggi di oggi, soprattutto a livello statale, siano di qualità superiore a quelli del 2016 non elimina completamente il dubbio. È vero anche che quest’ anno gli indecisi sono meno che nel 2016 e questo dovrebbe aumentare l’affidabilità dei sondaggi. Ma è anche vero che è difficile stimare quanti siano gli elettori di Trump ‘nascosti’, che i sondaggi non intercettano. Soprattutto è impossibile escludere del tutto che nella ultima fase della campagna elettorale non riaffiori prepotentemente tra gli elettori bianchi d’America, che sono ancora il 66 % della popolazione, quella rabbia che ha fatto vincere Trump nel 2016 e che è stata descritta in questi termini da P. Hart e D. McGinn: ‘un ampio settore della nostra società è profondamente, visceralmente arrabbiato… Le persone che hanno guidato questa rivoluzione non hanno nulla a che vedere con Washington, Los Angeles e New York.  Non vanno da Starbucks, non mandano I loro figli all’università, né guardano i programmi di NPR. Fanno i loro acquisti da Wal-Mart, mangiano da McDonald’s, e si interessano più degli sport a scuola che delle partite di football professionale. I loro redditi stanno diminuendo e non hanno fondi pensione. Pensano che i loro genitori e i loro nonni hanno costruito questo paese. E martedì notte hanno urlato a gran voce che lo rivogliono indietro’.

    Questa volta però l’urlo potrebbe non bastare al presidente uscente per restare alla Casa Bianca. A decidere sarà l’affluenza al tempo del Covid. Se non lo faranno le corti, o addirittura la Corte Suprema, come nel 2000. Speriamo di no.

Ricerca

  • Europe matters … upon closer investigation: a novel approach for analysing individual-level determinants of vote choice across first- and second-order elections, applied to 2019 Italy

    Per citare l’articolo:

    Angelucci, D., De Sio, L., & Paparo, A. (2020). Europe matters … upon closer investigation: A novel approach for analysing individual-level determinants of vote choice across first- and second-order elections, applied to 2019 Italy. Italian Political Science Review/Rivista Italiana Di Scienza Politica, 1-16. doi:10.1017/ipo.2020.21

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    Abstract

    Are European Parliament (EP) elections still second-order? In this article, we test the classical model at the individual level in contrast to an alternative ‘Europe matters’ model, by investigating the relative importance of domestic vs. European Union (EU)-related issues among voter-level determinants of aggregate second-order effects, that is, individual party change. We do so by relying on an original, CAWI pre-electoral survey featuring a distinctively large (30) number of both domestic and EU-related, positional and valence issues, with issue attitudes measured according to the innovative ICCP scheme (De Sio and Lachat 2020) which includes issue positions, issue priorities and respondents' assessment of party credibility on both positional and valence goals. Leveraging the concept of ‘normal vote’, we estimate multivariate models of electoral defections from normal voting separately for general and European elections, based on issue party credibility. This allows us to assess: (a) the distinctiveness of the two electoral arenas in terms of issue content; and (b) the relative impact of EU-related and domestic issues on defections of Italian voters. Our findings show that although second-order effects are still relevant in accounting for results in EP elections, vote choice in the latter is also partly due to specific effects of certain policy issues, including some related to the European dimension. This indicates that EP elections have their own political content, for which Europe matters even after controlling for the importance that EU-related issues have acquired in national elections.

  • The congealing of a new cleavage? The evolution of the demarcation bloc in Europe (1979–2019)

    Per citare l'articolo:

    Emanuele, V., Marino, B. and Angelucci, D. (2020), The congealing of a new cleavage? The evolution of the demarcation bloc in Europe (1979–2019). Italian Political Science Review. doi: https://doi.org/10.1017/ipo.2020.19

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    Abstract

    Over recent years, a new transnational conflict has been deemed to be structuring political conflict in Europe. Several scholars have posited the emergence of a new ‘demarcation’ vs. ‘integration’ cleavage, pitting the ‘losers’ and ‘winners’ of globalization against each other. This new conflict is allegedly structured along economic (free trade and globalization), cultural (immigration and multiculturalism), and institutional [European Union (EU) integration] dimensions. From an empirical viewpoint, it is still a matter of discussion whether this conflict can be interpreted as a new cleavage, which could replace or complement the traditional ones. In this context, the European Parliament (EP) elections of 2019 represent an ideal case for investigating how far this new cleavage has evolved towards structuring political competition in European party systems. In this paper, by relying on an original dataset and an innovative theoretical and empirical framework based on the study of a cleavage's lifecycle, we test whether a demarcation cleavage is structuring the European political systems. Moreover, we assess the evolution of this cleavage across the 28 EU countries since 1979 and the role it plays within each party system. The paper finds that the demarcation cleavage has emerged in most European countries, mobilizing over time a growing number of voters. In particular, this long-term trend has reached its highest peak in the 2019 EP election. However, although the cleavage has become an important (if not the main) dimension of electoral competition in many countries, it has not reached maturity yet.

  • “Where You Lead, I Will Follow”: Partisan Cueing on High‐Salience Issues in a Turbulent Multiparty System

    Per citare l'articolo:

    Brader, T., De Sio, L., Paparo, A. and Tucker, J.A. (2020), “Where You Lead, I Will Follow”: Partisan Cueing on High‐Salience Issues in a Turbulent Multiparty System. Political Psychology. doi:10.1111/pops.12651

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    Abstract:

    The ability of parties to not only reflect, but actually shape, citizens' preferences on policy issues has been long debated, as it corresponds to a fundamental prediction of classic party identification theory. While most research draws on data from the United States or studies of low‐salience issues, we exploit the unique opportunity presented by the 2013 Italian election, with the four major parties of a clear multiparty setting holding distinct positions on crucial issues of the campaign. Based on an experimental design, we test the impact of party cues on citizens' preferences on high‐salience issues. The results are surprising: Despite a party system in flux (with relevant new parties) and a weakening of traditional party identities, we find large, significant partisan‐cueing effects in all the three experimental issues, and for voters of all the major Italian parties—both old and new, governmental and opposition, ideologically clear or ambiguous.

  • PTV gap: A new measure of party identification yielding monotonic partisan attitudes and supporting comparative analysis

    Per citare l’articolo:

    Paparo, A., De Sio, L., & Brady, D. W. (2020). PTV gap: A new measure of party identification yielding monotonic partisan attitudes and supporting comparative analysis. Electoral Studies, 63, 102092, https://doi.org/10.1016/j.electstud.2019.102092

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    Abstract:

    Despite the cornerstone role of party identification for analyzing voting behavior in the United States, its measurement (in terms of the classic American National Electoral Studies – ANES – seven-point scale) is affected by a systematic problem of non-monotonicity, and it proved impossible to be directly applied outside the United States. We introduce a novel, complementary measurement approach aimed at addressing both problems. We test on US data (an expressly collected computer-assisted web interviewing survey dataset) a new, seven-point scale of partisanship constructed from PTV (propensity-to-vote) items, acting as projective devices for capturing partisan preferences, and routinely employed in multi-party systems. We show that a PTV-based (suitable for comparative analysis) seven-point scale of partisanship outperforms the classic ANES scale. Groups identified by the new scale show monotonic partisan attitudes, and the comparison of multivariate models of political attitudes testify significantly larger effects for the new scale, as well as an equal or higher predictive ability on a range of political attitudes.

    Per citare l’articolo:


Volumi di ricerca

  • “La politica cambia, i valori restano” ripubblicato in Open Access

  • Il voto del cambiamento: le elezioni politiche del 2018

  • Cleavages, Institutions and Competition

  • Young People’s Voting Behaviour in Europe. A Comparative Perspective

  • Terremoto elettorale. Le elezioni politiche del 2013

  • Competizione e spazio politico. Le elezioni si vincono davvero al centro?

  • La politica cambia, i valori restano? Una ricerca sulla cultura politica dei cittadini toscani

  • Proporzionale se vi pare. Le elezioni politiche del 2008

  • Elettori in movimento. Nuove tecniche di inferenza ecologica per lo studio dei flussi elettorali

  • La legislazione elettorale in Italia. Come migliorarla e perché.


Dossier CISE

  • The European Parliament Elections of 2019 – individual chapters in PDF

  • The European Parliament Elections of 2019 – the e-book

  • “Goodbye Zona Rossa”: Online il Dossier CISE sulle elezioni comunali 2018

  • Dossier CISE “Goodbye Zona Rossa”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • “Gli sfidanti al governo”: Online il Dossier CISE sulle elezioni del 4 marzo

  • Dossier CISE “Gli sfidanti al governo”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • The year of challengers? The CISE e-book on issues, public opinion, and elections in 2017

  • The year of challengers? Individual PDF chapters from the CISE e-book

  • “Dall’Europa alla Sicilia”: Online il Dossier CISE su elezioni e opinione pubblica nel 2017

  • Dossier CISE “Dall’Europa alla Sicilia”: Scarica i singoli articoli in PDF