Attualità

  • Conte, per un premier senza partito la sfida di amalgamare PD e M5S

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 12 Maggio

    Non ho mai incontrato Giuseppe Conte. Forse ci siamo incrociati nei corridoi dell’Università di Firenze quando lui era professore nella Facoltà di Giurisprudenza e io ero a Scienze Politiche. L’ho visto da vicino (si fa per dire) una sola volta. È stato a Ottobre del 2019 alla Mostra d’Oltremare di Napoli. Ero a Napoli per altri motivi proprio il weekend in cui il M5s festeggiava il decennale dalla sua fondazione. Mi sono seduto sugli spalti insieme a migliaia di aderenti, come se fossi uno di loro. Prima ha parlato Di Maio. E successivamente è stata la volta di Conte.

    Ero molto curioso di sentirlo parlare agli iscritti del Movimento. E la mia curiosità è stata subito ripagata appena l’ho sentito rivolgersi a loro con la seconda persona plurale. I vostri valori, il vostro progetto e così via. Era il presidente del consiglio che parlava, non il leader scelto dal Movimento per ricoprire quella carica prima con la Lega e poi con il Pd. Conte non si presentava come uno del Movimento. E la cosa è diventata ancora più chiara quando immediatamente dopo il suo discorso è stato intervistato sul palco insieme a Di Maio e a una precisa domanda del giornalista che gli chiedeva se si sarebbe mai iscritto a un meet-up la risposta è stata un chiaro e secco no. Eppure prima e dopo l’intervista lui, non Di Maio, è stato il leader più applaudito dai grillini assiepati sugli spalti. Ho pensato a una famosa frase di Churchill a proposito degli inglesi e l’Europa: sono con voi ma non sono uno di voi.

    Questo è il rapporto che lega Conte al Movimento. E lui non ne ha mai fatto mistero. Eppure, la metà degli elettori pentastellati pensa che sia uno di loro (Figura 1), come risulta dal sondaggio Winpoll-Sole24Ore. Qualcuno pensa addirittura che sia più vicino al Pd e il 41% non lo considera vicino né al Movimento né al Pd. Già questo ci fa capire che siamo di fronte a un fenomeno peculiare. Tanto più che i nostri dati dicono che una fetta non irrilevante degli elettori del Pd, il 24%, pensa che sia più vicino al loro partito che al M5s.

    Fig. 1 – La vicinanza politica di Giuseppe Conte. Fonte: Winpoll-Il Sole 24 Ore 

    Giuseppe Conte per sua stessa ammissione è un leader senza partito. Non esiste un caso simile in tutta Europa. Forse al mondo. E si badi bene non è un tecnico. Non si considera tale. E non è considerato tale. Non è paragonabile a Ciampi, Dini o a Monti. È un politico sui generis. È questo che rende la sua figura così anomala e allo stesso tempo così intrigante.

    Per certi aspetti il Conte di oggi ricorda Romano Prodi. Anche lui professore, di economia nel suo caso, prestato alla politica e diventato due volte Presidente del Consiglio. Anche Prodi non aveva un partito alle spalle. La Dc da cui proveniva era sparita. Invece di farsi un partito si è inventato un progetto: l’Ulivo. Cosa era l’Ulivo? Era il tentativo di amalgamare due culture: quella cattolica progressista e quella ex comunista. Conte non ha un progetto simile. Naviga a vista. Prima è stato il mediatore tra Lega e M5s. Adesso svolge lo stesso ruolo tra Pd e M5s. Lo fa bene. Tanto bene da essere diventato indispensabile agli uni e agli altri. È difficile oggi immaginare un altro governo con questa maggioranza senza Conte. Con buona pace di Renzi e di quella parte della leadership del Movimento che non lo sopporta più. Domani non si sa.

    Può essere che la crisi economica prenda una piega talmente catastrofica da non potere essere gestita da un governo con una maggioranza così fragile. In questo caso è difficile che Conte possa restare al suo posto. Ma del domani non c’è certezza. E allora si può continuare a ragionare sul possibile futuro del nostro anomalo presidente del consiglio. Se questo governo durerà, il confronto con Prodi diventerà più pregnante. Conte, come Prodi, potrebbe diventare il leader del polo di centro-sinistra in un sistema non più tripolare.  Sarebbe l’artefice di un nuovo bipolarismo fondato sulla alleanza organica tra Pd e Movimento. Né più né meno di quello che Prodi fece con Ds e Margherita.

    C’è chi inorridisce di fronte a questo scenario pensando alla natura del Movimento e alla sua inaffidabilità. È certamente opinione plausibile, ma intanto l’attuale esecutivo è fondato su questa alleanza che per molti sarà pure innaturale e temporanea, ma è quella che ci consente di avere al governo l’unico grande partito europeista in un momento in cui il rapporto con l’Europa per noi è decisivo. Non c’è dubbio che l’obiettivo di amalgamare Pd e M5s si presenta oggi di gran lunga più arduo del progetto ulivista. Più arduo ma non meno importante. Anzi. In gioco non c’è solo la creazione di un polo alternativo a quello della destra, ma il consolidamento definitivo della nostra appartenenza all’Unione. Prodi ci ha portato dentro l’Euro. Conte ci farebbe restare.

    La differenza tra i due è che il progetto di Prodi è stato facilitato da due sistemi elettorali prevalentemente maggioritari che ‘costringevano’ i partiti ad allearsi prima del voto. Quello di Conte deve vedersela con un sistema elettorale prevalentemente proporzionale. Non è una differenza da poco. Tanto più che quello che oggi è ancora un sistema misto potrebbe domani diventare un sistema totalmente proporzionale. E allora sarebbe tutta una altra storia. Ma per ora c’è la pandemia, che rappresenta un rischio ma anche una grande opportunità. Se Conte riuscisse a gestire in maniera efficace l’emergenza economica con i soldi dell’Unione Europea quello che oggi sembra a molti un progetto irrealistico potrebbe non essere più tale. 

  • Nessuno scambio di voti PD-M5S: così i flussi sostengono l’alleanza

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 5 Maggio

    La stabilità delle coalizioni di governo dipende da molti fattori. Uno di questi è l’equilibrio nei rapporti di forza a livello elettorale tra i partiti che ne fanno parte. Se lo stare insieme al governo fa perdere voti, o ne fa guadagnare, in maniera consistente all’uno o all’altro dei partiti alleati prima o poi le coalizioni si sfasciano. Tanto più se il fenomeno interessa uno dei partiti maggiori. Un caso esemplare è stato il primo governo Conte. Quando fu formato nel Giugno del 2018 il M5s aveva il 33% dei consensi e la Lega di Salvini il 17%. I dati sono quelli delle elezioni politiche del 2018. Quando è caduto i sondaggi dell’epoca davano il M5s sotto il 20% e la Lega sopra il 30%. Le elezioni europee del 2019 hanno sostanzialmente confermato il dato dei sondaggi.

    Tra il Conte I e il Conte II c’è una grossa differenza. La figura 1 ci dice quale. I dati sono quelli del sondaggio Winpoll-Sole24Ore già utilizzati sulle pagine di questo giornale la settimana scorsa (28 Aprile) e elaborati dal Cise. Lo spessore delle fasce colorate misura la consistenza dei flussi. Il punto rilevante è che da quando si sono messi insieme Pd e M5s non hanno sottratto molti voti l’uno all’altro, come invece si era verificato in misura massiccia tra M5s e Lega ai tempi del Conte I.

    Fig. 1 – Flussi elettorali fra europee 2019 (sinistra) e intenzioni di voto dal sondaggio Winpoll-Sole24Ore del 23 aprile 2020 (destra), percentuali sull’intero elettorato.

    Uno scambio di voti tra Movimento e Pd c’è stato, ma modesto. Solo il 4% degli elettori che hanno votato M5s alle elezioni europee del 2019 voterebbe oggi Pd. Un flusso in parte compensato da un 2% di elettori Pd delle Europee orientati a votare il Movimento. Durante il Conte I invece il flusso di voti pentastellati in uscita verso la Lega di Salvini è stato molto più consistente, tra il 15% e il 20% secondo le nostre stime. Tra Lega e M5s continua esserci un passaggio di voti più significativo che tra Pd e Movimento, ma è diventato uno scambio e non un flusso unidirezionale. Infatti, il M5s perderebbe verso la Lega l’8% dei voti ma gliene sottrarrebbe esattamente la stessa percentuale.

    In questa fase della politica italiana sono altri i flussi più consistenti. In particolare quelli dalla Lega a Fratelli d’Italia e dal Pd a Italia Viva. Ma ciò che conta ai fini del nostro ragionamento sulle prospettive di durata del governo è l’elevato tasso di fedeltà dell’elettorato del Pd e di quello del M5s. In entrambi i casi siamo intorno al 70%. In breve, il M5s ha fermato l’emorragia di voti. La media dei sondaggi della scorsa settimana lo dà poco sotto il 15%. Più o meno dove era a Settembre dello scorso anno. Mentre il Pd ha guadagnato, ma non tanto da suscitare il risentimento del partner.

    Dunque, sul piano elettorale i due maggiori partiti di governo non si fanno concorrenza. Basta questo per prevedere lunga vita al Conte II?  Certamente no. Ma ciò non toglie che l’equilibrio elettorale è una condizione importante di convivenza. Poi ci sono le politiche. In che misura gli elettorati dei due partiti hanno posizioni convergenti sui temi più importanti della agenda politica? Quando fu formato, l’attuale governo suscitò molte perplessità. Era opinione largamente diffusa che Pd e M5s fossero incompatibili sul piano dei programmi. In realtà non è mai stato veramente così. L’incompatibilità era più antropologica che programmatica. Il M5s è nato a sinistra e anche quando si è spostato verso destra ha portato con sé molti dei suoi valori originari. I dati del sondaggio Winpoll-Sole24Ore confermano che su molte questioni all’ordine del giorno gli elettori del M5s sono più vicini a quelli del Pd che a quelli della Lega e di Fdi (si veda cise.luiss.it). Tranne che su una questione: l’Europa.

    Sulle differenze tra Pd e M5s in tema di rapporti con l’Unione Europea abbiamo già scritto su questo giornale. Su questo tema i due partiti divergono significativamente. È vero che gli elettori del Movimento sono meno euroscettici di quelli di Lega e Fdi, ma di certo non condividono l’europeismo di quelli del Pd. Questo è senza dubbio un problema. La questione europea è e resterà centrale nei prossimi mesi per l’azione di governo. Tenere insieme due partiti che la pensano tanto diversamente su come gestire i rapporti con la UE non sarà facile. Eppure azzardiamo a dire che l’equilibrio elettorale da cui siamo partiti nella nostra analisi non è indipendente dalla distanza che separa Pd e M5s sulla questione europea. È possibile infatti che il motivo della tenuta elettorale del M5s sia proprio il fatto che riesce a competere con Lega e Fdi proprio sul terreno dell’euroscetticismo. Occorrono altri dati per esserne certi, ma se così fosse, si potrebbe sostenere che la differenziazione di posizioni tra Pd e Movimento sui temi europei sia funzionale alla stabilità dei rapporti tra i due partiti e quindi alla sopravvivenza del governo. Uno dei tanti paradossi della politica italiana. Resta da vedere però se queste differenze non paralizzeranno l’azione del governo nei prossimi mesi. In tal caso l’equilibrio elettorale servirebbe a ben poco. Siamo in una situazione in cui non possiamo più permetterci di ‘sopravvivere senza governare’. 

  • Pd e M5s più vicini, ma non sull’Europa

    L’Italia sta attraversando una fase storica sicuramente eccezionale, colpita duramente da una pandemia globale che ha forti ripercussioni negative sia dal punto di vista della salute pubblica che dal punto di vista sanitario. E dal punto di vista politico? Cosa pensano gli elettorati dei diversi partiti dell’attuale situazione, in particolare circa l’operato del governo, i rapporti dell’Italia con l’Europa e le misure da adottare in futuro per superare l’emergenza economica-finanziaria? In questa sede ci focalizziamo in particolare sulle opinioni degli elettorati dei due principali partiti che formano il governo, il M5s e il Pd, per capire se e in che misura la comune esperienza di governo di questi mesi, sottoposta alla dura prova della gestione di un’emergenza epocale, abbia forgiato una comunanza di vedute tra i due elettorati che possa fare da base per una futura alleanza elettorale. Il primo dato da cui partire è una breve analisi dei flussi elettorali tra le europee del 2019 e le intenzioni di voto registrate ad aprile 2020 dal sondaggio Winpoll per il Sole24Ore in collaborazione con il CISE[1] (Figura 1).

    Fig. 1 – Flussi elettorali fra europee 2019 (sinistra) ed aprile 2020 (destra), percentuali sull’intero elettorato.

    Restringendo lo sguardo sui bacini elettorali del M5s e del Pd, si nota subito come la convivenza al governo non abbia comportato flussi di voto tra i due partiti significativi: il Pd ha perso verso il M5s solo il 2% dei suoi elettori delle europee e il 4% degli elettori M5s si è spostato verso il Pd. In altre parole, non si è determinata una competizione sullo stesso bacino elettorale e nessuno dei due partiti sembra aver esercitato una egemonia tale da attrarre una parte significativa degli elettori dell’altro, come invece era successo ai tempi del governo “gialloverde” quando la Lega riuscì a “rubare” molti elettori al M5s (mentre adesso il partito di Salvini soffre la concorrenza di Fratelli d’Italia). Al riguardo c’è da segnalare come anche dopo le europee l’8% degli elettori del M5s oggi voterebbe per la Lega, quota però perfettamente identica a quelle degli elettori leghisti alle europee che oggi voterebbero per il M5s. L’altro flusso in uscita dal M5s di una qualche rilevanza (8%) è quello verso il non voto. L’unico flusso in uscita dal Pd invece significativo (12%) è verso Italia Viva, come era preventivabile visto che il partito di Renzi è nato da una scissione dal Pd. Nonostante ciò, comunque, l’elettorato del Pd di Zingaretti mostra un’alta fedeltà elettorale: l’82% è composto da elettori che lo avevano già votato alle europee. Molto simile è la fedeltà dell’elettorato pentastellato (80%).

    Se quindi tra Pd e M5s non sembrano esserci vasi elettorali comunicanti, guardiamo se ci sono delle somiglianze in termini di atteggiamenti politici. Dal punto di vista valoriale, la prima somiglianza emerge dalla domanda che abbiamo posto circa il trade-off tra tutela dell’economia e tutela della salute dei cittadini (Tabella 1). Infatti la netta maggioranza degli elettori del Pd (79%) e del M5s (84,9%) si collocano sul versante della tutela della salute, in maniera nettamente maggiore rispetto alla media (58,7%) e differenziandosi chiaramente dagli elettori degli altri partiti, in particolare del centrodestra, tra cui prevale il principio della tutela dell’economia.

    Tabella 1 –  “Lei con quale delle seguenti due affermazioni si trova più d’accordo? Tutelare la salute dei cittadini anche a costo di fermare l’economia; tutelare l’economia anche in presenza di rischi per la salute dei cittadini”.

    Nel questionario avevamo poi posto delle domande su quali misure (tra aumenti di tasse e tagli alla spesa) in futuro potrebbero rivelarsi opportune per rientrare dall’aumento del debito pubblico reso necessario per sostenere l’economia. Come si può vedere dalla Tabella 2, la maggioranza degli intervistati reputa che non sia opportuno aumentare le tasse, mentre la maggioranza degli elettori del M5s e soprattutto del Pd reputa che sarà opportuno farlo in futuro. Da questo punto di vista gli elettorati dei due partiti al governo si differenziano dalle posizioni degli elettori degli altri partiti, che sono invece nettamente contrari a un futuro aumento delle tasse (specialmente gli elettori del centrodestra). Da notare che gli elettori del M5s si collocano in una posizione più intermedia (il 44% non vuole nessun aumento di tasse), ma comunque più sbilanciata verso sinistra (nella sua accezione più tradizionale). E il tipo di tassa che incontra chiaramente il maggiore consenso tra i due elettorati è la patrimoniale (escludendo la prima casa): è appoggiata dal 45,7% degli elettori del M5s e dal 65,3% degli elettori del Pd. Nettamente minoritarie tra tutti gli elettori sono invece le posizioni a favore di un aumento di altre forme di tassazione (reddito persone fisiche, prima casa, prelievo sui conti correnti, iva, tasse sulle imprese).

    Tabella 2 – “Quali tasse sarebbe giusto aumentare o introdurre?” (Risposte multiple).

    La maggioranza degli intervistati senza, grosse distinzioni tra elettori di diversi partiti, sembra al contrario non disdegnare l’opzione dei tagli alla spesa (Tabella 3). In questo caso la voce di spesa più sgradita è quella legata al funzionamento dei ministeri, regioni, comuni e altre amministrazioni dello stato. In questa senso la maggioranza (50,5%) degli elettori del M5s è a favore del taglio di queste spese, mentre tra gli elettori del Pd la percentuale di chi sostiene questa opzione si abbassa al 39,9%. Ovviamente qui pesa la tradizionale retorica “anti-casta” e antipolitica del movimento fondato da Beppe Grillo. Un altro dato interessante è che gli elettori dei due partiti al governo sono accomunati dalla difesa dei sussidi di welfare (sussidi di disoccupazione, ammortizzatori sociali, reddito di cittadinanza), mentre più di un terzo degli elettori degli altri partiti sono per tagliare questa voce di spesa, probabilmente anche a causa della presenza del reddito di cittadinanza tra i sussidi citati, una misura molto connotata politicamente essendo stata la bandiera del M5s (i cui elettori infatti sono i più contrari a ridurre queste misure di welfare). Infine, le altre voci di spesa (in primis servizio sanitario nazionale, ricerca, istruzione e università) non vogliono essere tagliate dalla stragrande maggioranza degli intervistati (con una quota non del tutto insignificante di elettori Pd, forse di convinzioni anti-militariste, che vorrebbe ridurre le spese per forze dell’ordine e forze armate).

    Tabella 3 – “Quali prestazioni o servizi sarebbe giusto ridurre?” (Risposte multiple).

    Oltre che dalle politiche fiscali, gli elettorati di Pd e M5s sono accomunati anche dal giudizio sul governo Conte II (Tabella 4), anche se con delle sfumature diverse. La stragrande maggioranza degli elettori dei due partiti è soddisfatta di come il governo ha affrontato finora l’emergenza sanitaria (88,4% degli elettori Pd e 95,2% degli elettori M5s), mentre il totale degli intervistati si divide sostanzialmente a metà. Se si prende in considerazione l’operato del governo circa la gestione della emergenza economica, la soddisfazione nei due elettorati permane, ma quello del Pd si mostra più freddo: un terzo infatti si dichiara insoddisfatto. Tra tutti gli intervistati l’insoddisfazione raggiunge i due terzi.

    Tabella 4 – “Quanto è soddisfatto di come il governo sta gestendo l’emergenza sanitaria e l’emergenza economica”?

    Che il giudizio positivo sul governo di Giuseppe Conte sia un elemento che accomuna i due elettorati e li differenzia dagli elettori degli altri partiti, lo si capisce anche dalle risposte circa la possibilità di creare un governo di unità nazionale per gestire la ricostruzione economica (Tabella 5). Infatti, la stragrande maggioranza degli elettori del Pd (84,1%) e del M5s (93,6%) è a favore del mantenimento dell’attuale governo. Significativo è anche il fatto che l’opzione governo di unità nazionale sia minoritaria anche tra gli elettori degli altri partiti, tra i quali prevale nettamente l’opzione elezioni anticipate. Il governo di unità nazionale di cui si parla tanto sui giornali sembra quindi essere al momento un’opzione minoritaria nel paese. E se si dovesse formare un governo di unità nazionale, un terzo degli intervistati vorrebbe che a guidarlo fosse Mario Draghi. Tuttavia, la figura dell’ex presidente della Bce non riscontra i favori degli elettori del primo partito in parlamento: l’87% degli elettori pentastellati vorrebbe infatti che a capo del governo rimanesse comunque Conte. L’attuale Presidente del Consiglio riscuote consensi anche tra gli elettori del Pd, tanto quanto Draghi (33,8% vs 34,2%). In generale si conferma come sia soprattutto l’elettorato grillino quello più soddisfatto dell’attuale governo e della sua guida. Conte, in ogni modo, gode di un forte consenso personale come abbiamo visto in una precedente analisi e appare come il vero trait d’union tra i due partiti, come si evince anche dalla Tabella 6. Infatti, se da una parte è vero che la maggioranza relativa degli elettori grillini (47,2%) e del Pd (36,8%) percepisce Conte come politicamente più vicino al M5s, dall’altra il 20,9% degli elettori del Pd lo percepisce come più vicino al proprio partito. Inoltre, il 38,3% degli elettori del M5s e il 29,7% del Pd pensano che non sia vicino a nessuno dei due. In altre parole, Conte è stato abile a costruirsi un profilo abbastanza autonomo, su cui possano riconoscersi (con gradazioni diverse) gli elettorati dei due maggiori partiti al governo. Tra gli elettori leghisti e di Fratelli d’Italia, invece, il Presidente del Consiglio è nettamente visto (probabilmente in maniera negativa) come un uomo del Pd. Non ci sono al contrario grosse distinzioni tra gli elettorati dei diversi partiti circa l’opportunità per Conte di correre con un proprio partito alle prossime elezioni: circa il 20% reputa che sia opportuno.

    Tabella 5 – Opinioni su quale tipo di governo sarebbe più adatto per la gestione del riavvio economico del paese dopo la fine della emergenza sanitaria e su chi dovrebbe essere il Presidente del Consiglio in caso di un governo di unità nazionale.

    Tabella 6 – Percezioni sulla affinità politica di Conte e sulla opportunità che crei un suo partito.

    Se le misure del governo, a partire da quelle di lockdown, sono apprezzate dagli elettori di Pd e M5s, il loro impatto sul reddito dei rispettivi elettorati non è il medesimo (Tabella 7). Solo il 2,6% degli elettori del Pd infatti dichiara un azzeramento del proprio reddito, contro l’11,5% degli elettori del M5s. Così come coloro che dichiarano un reddito invariato/aumentato sono oltre il 67% degli elettori Pd, a fronte di quasi il 50% degli elettori del M5s (in media con il resto del campione). Questo è sicuramente il segnale di un diverso profilo sociale dei due elettorati (altri dati, qui non riportati, mostrano come tra gli elettori del M5s i disoccupati e gli operai siano molto più numerosi che tra gli elettori del Pd). Tuttavia, quando si guarda alle aspettative circa la futura situazione economica, sia dal punto di vista del reddito della propria famiglia che del paese (Tabella 8), i due elettorati tornano ad assomigliarsi, pur con delle differenze. Nel caso delle aspettative sul proprio reddito familiare la maggior parte degli elettori di Pd e M5s credono possa tornare ai livelli pre-crisi tra 6 mesi-1anno (27,4% degli elettori Pd e 26% degli elettori M5s) o tra 2-4 anni (14,8% vs 18,8%). Gli elettori più pessimisti (che pensano ci vogliano più di 4 anni) sono nettamente minoritari, anche se un po' più numerosi tra gli elettori del M5s, che del resto mostrano ancora una volta una più difficile situazione socio-economica rispetto a quella degli elettori del Pd (il 39,3% dichiara che il suo reddito familiare non è stato intaccato, a fronte del 53,6% degli elettori del Pd). Nonostante ciò, quando si guarda alle prospettive del Paese, gli elettori del M5s si mostrano più ottimisti, anche rispetto a quelli del Pd e in generale alla media degli intervistati. Il 21,9% degli elettori pentastellati ritiene che entro 6 mesi-1 anno l’Italia possa tornare alla situazione economica pre-pandemia (la percentuale si abbassa al 10,4% tra gli elettori Pd e la media è pari all’11,9%). La maggioranza assoluta di entrambi i partiti ritiene che ci vogliano  tra i 2 e i 4 anni. Gli elettori degli altri partiti sono invece più pessimisti. Anche in questo caso le aspettative sull’Italia sono probabilmente influenzate dalla fiducia verso il governo, che nel caso degli elettori del M5s sembra anche contare di più rispetto alla effettiva condizione economica personale.

    Tabella 7 – Impatto delle misure di distanziamento sociale sul proprio reddito personale.

    Tabella 8 – Aspettative sui tempi di recupero economico del Paese e della propria famiglia.

    Su quasi tutti i temi analizzati fin qui si può concludere che  gli elettorati dei due partiti abbiano opinioni abbastanza simili tra loro e abbastanza difformi da quelle degli elettori dei partiti di opposizione. Sull’Europa però questo non è più vero.  Sono cinque le domande del sondaggio dedicate ai temi del rapporto tra Italia e Unione Europea. La prima (Tabella 9) riguarda l’aiuto che i singoli paesi dell’Unione stanno dando all’Italia. Il giudizio negativo è prevalente in tutti i partiti, compreso il Pd che è certamente il partito più filo-europeo. Questo atteggiamento diffuso rende meno evidente la distanza che separa gli elettori del Movimento da quelli del Pd, ma anche in questo caso i primi sono decisamente più vicini agli elettori dei partiti di opposizione (che rientrano nella categoria “altri” nella tabella 9) che a quelli del partito alleato.

    Tabella 9 – Sull’aiuto degli altri paesi della Unione Europea

    Questa divergenza  diventa più ampia, e più  rilevante sul piano politico,  quando agli intervistati si chiede se le istituzioni della UE nel loro complesso stiano aiutando l’Italia. In questo caso la maggioranza degli elettori del Pd, il 53%, dà un giudizio positivo (Tabella 10) mentre è così solo per  il 13,6%  di quelli del M5s che anche su questo tema sono chiaramente più vicini agli elettori di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia.  Considerando le posizioni storiche del Movimento sull’Europa, sempre molto critiche, non sorprende la distanza che separa i due maggiori partiti di governo. Resta il fatto che una simile divergenza è un fattore di debolezza dell’attuale governo. I prossimi mesi saranno caratterizzati da tutta una serie di decisioni che verranno prese nelle diverse sedi europee in merito alla ricostruzione delle economie dei paesi membri. Su queste decisioni il governo italiano dovrà prendere posizione. Va da sé che in questi casi la compattezza fa la differenza. I nostri dati dicono che c’è ancora molto lavoro da fare per il Presidente del Consiglio al fine di amalgamare le posizioni dei due maggiori partiti che lo sostengono. Lo si è già visto nelle scorse settimane sulla questione del  MES.  E lo si vede bene anche nel nostro sondaggio.

    Tabella 10 –Sull’aiuto delle istituzioni dell’Unione Europea

    Alla domanda se l’Italia dovrebbe chiedere il prestito agevolato che il MES mette a disposizione per finanziarie le spese sanitarie senza vincoli stringenti l’83,6% degli elettori Pd è d’accordo contro il 20,0% di quelli  del M5s (Tabella 11). Su questo tema il Pd si trova più vicino a Forza Italia che al suo alleato. Si sa che il MES per il Movimento è un tema di grande importanza simbolica da usare anche in chiave identitaria. Ma il vero problema è che non si tratta solo di questo strumento. È la posizione complessiva degli elettori Cinque Stelle nei confronti dell’Unione che fa la differenza tra i due partiti. Sulla questione europea il Movimento continua a voler cavalcare  la diffidenza, se non l’aperta ostilità, nei confronti della UE da parte di una larga fetta dell’elettorato italiano. Così facendo si mette in competizione con la Lega e Fratelli d’Italia che puntano proprio sull’euro-scetticismo e sull’anti-europeismo per raccogliere consensi in questa fase in cui l’immigrazione è diventata una issue meno saliente.

    Tabella 11 – Chiedere o no il prestito ‘sanitario’ del MES senza vincoli stringenti?

    Da molti anni il rapporto tra gli italiani e l’Europa è mutato. Prima della introduzione dell’Euro la partecipazione alla Unione era considerata un fatto positivo dalla larghissima maggioranza. L’atteggiamento è cambiato progressivamente ma costantemente e oggi i dati di questo sondaggio (Tabella 12) dicono che solo il 35% degli italiani dà un giudizio positivo della nostra appartenenza alla UE anche alla luce di quello che è successo con questa crisi. La maggioranza relativa, il 42,5%, ha maturato una opinione negativa mentre il restante 20,5%  resta su una posizione di indifferenza.  Disaggregando i dati sulla base delle intenzioni di voto degli intervistati si vede che solo gli elettori del Pd sono decisamente schierati a favore della Unione, 81,7%, mentre solo il 29,7% di quelli del Movimento condivide il giudizio positivo. Anche su questa domanda dunque il profilo del M5s è più vicino a quello della Lega e di FdI. C’è da dire però che mentre nel caso di questi due partiti il giudizio negativo è largamente maggioritario, con percentuali superiori al 70%, per una fetta rilevante dell’elettorato del Movimento, il 28,6% per la precisione,  l’appartenenza alla Unione è un fatto né positivo né negativo. Nella sostanza molti elettori pentastellati restano alla finestra aspettando gli eventi. L’indifferenza può essere interpretata come una disponibilità futura. Dipende da quello che avverrà a livello europeo,  da quanto il governo Conte riuscirà a ottenere, e da come il rapporto con l’Europa verrà comunicato sui media. Di questi tempi la narrativa spesso conta più della sostanza, soprattutto quando si tratta di temi complessi in cui le emozioni pesano più delle informazioni.

    Tabella 12 – Anche alla luce di quello che è successo con questa crisi, l’appartenenza alla Unione è un fatto positivo o no?

    La pandemia può essere l’occasione per invertire la tendenza negativa nel rapporto tra gli italiani e l’Europa o per rafforzarla. Per ora dobbiamo constatare sulla base dei dati della tabella 13 che nel complesso la maggioranza degli elettori ha un orientamento sfavorevole nei confronti del rimanere nell'Euro: si tratta del 51,6%. È  la somma del 33,4% che aderisce esplicitamente a un'affermazione relativa a uscire dall’ Unione (e quindi, pur se solo implicitamente, dall’Euro) e il 18,2% che dichiara di voler uscire dall’Euro, ma restare nell'Unione. Come va interpretato questo dato? Nell’ultimo sondaggio dell’Eurobarometro fatto a novembre 2019, alla domanda se fossero a favore o contrari alla Unione Economica e Monetaria con l’Euro come moneta unica, l’Italia - tra  tutti i membri dell’Eurozona - è risultata il paese con la percentuale di rispondenti meno a favore, ma era pur sempre il 61%, quindi ancora in maggioranza a favore. La nostra domanda non è direttamente confrontabile con quella Eurobarometro, perché nel nostro caso attribuiamo implicitamente il desiderio di uscire dall'Euro anche a chi risponde semplicemente di voler uscire dalla UE. Sul piano logico l'operazione sarebbe lecita (non è concepibile di uscire dalla UE restando nell'Euro), ma sul piano dello stimolo psicologico della domanda, è plausibile che un'affermazione esplicita di voler uscire "dalla UE e anche dall'Euro" avrebbe forse registrato un consenso inferiore. Di conseguenza è difficile confrontare i due risultati. E' verosimile che la pandemia abbia accentuato il trend negativo, ma non è possibile usare la nostra domanda per trarre conclusioni così nette.

    Riguardo alle differenze tra i partiti, sono sostanzialmente quelle che abbiamo visto in precedenza. La quasi totalità degli elettori Pd, 94,6%, non ne vuole sapere di uscire né dalla UE né dall’Euro. Quelli del Movimento in maggioranza vorrebbero restare nella UE. È  la somma del 35,5% che vuole restare nella UE più il 27,9% che vuole restare nella UE, ma non nell’Euro. Il totale fa 63,4%, con un 13,1% che non sa o non risponde alla domanda. Quest’ultimo dato sulle non risposte è decisamente più elevato che nel caso degli altri partiti ed è un ulteriore segnale, dopo quello sulla indifferenza che abbiamo visto nella tabella 12, della incertezza che regna nel Movimento rispetto al rapporto con l’Europa. Nessuna incertezza invece nel campo degli altri partiti. In questo caso non si può parlare nemmeno di euroscetticismo ma di atteggiamento chiaramente negativo nei confronti della UE. E questo vale soprattutto per gli elettori della Lega e di FdI. Nel complesso il 47,6% degli ‘altri’ vuole uscire dall’Unione (e quindi, seppur implicitamente, dall’Euro) e il 21,9 vuole restare nella Unione, ma uscire dall’Euro. Sommando i due dati la conclusione è che quasi il 70%, in questi due partiti, condivide un orientamento negativo verso il rimanere nell’Euro. 

    Tabella 13 –Uscire o non uscire dalla UE e/o dall’Euro, anche alla luce di quello che è successo con questa crisi

    In conclusione, cosa si può dire sulla distanza che separa Pd e Movimento sui problemi che il governo da loro sostenuto deve affrontare in questa fase e soprattutto nella prossima quando si dovrà mettere mano alla ricostruzione dell’economia italiana? Detto in altro modo,  l’esperienza di governo fatta in questi mesi ha avvicinato o meno i due partiti? Va da sé che la domanda è rilevante non solo con riferimento ai problemi sul tappeto ma più in generale per capire se questa alleanza, che quando è nata è sembrata a molti una alleanza innaturale e contingente, possa trasformarsi in una alleanza strategica a cominciare dalle prossime elezioni regionali e amministrative che prima o poi si terranno.  Dai dati che abbiamo analizzato qui a noi pare che si possa con molta cautela trarre la conclusione che su molti temi i due partiti sono meno distanti che in passato. Resta però la divisione sull’Europa. Naturalmente non è una divisione da poco. Ci sono pochi dubbi che l’Europa sarà nei prossimi mesi/anni la issue intorno alla quale si definiranno i rapporti all’interno della coalizione di governo e tra questa e i partiti di opposizione.

    Su questo punto azzardiamo una ipotesi tornando ai dati sui flussi elettorali da cui siamo partiti in questo articolo. Come si è visto sopra tra Pd e M5s non si è verificato nel corso di questa esperienza di governo un significativo passaggio di consensi. Dal punto di vista della stabilità del governo questo è un fattore positivo. Si pensi a quanto è successo invece nel caso del Conte 1. Tutti i sondaggi condotti nelle ultime settimane confermano che la collaborazione al governo non ha cambiato in maniera netta i rapporti tra i due maggiori protagonisti della coalizione. L’ipotesi che azzardiamo è che almeno in parte questo sia avvenuto grazie alla differenziazione di posizioni sull’Europa tra Pd e M5s. L’euroscetticismo del Movimento potrebbe essere la ragione della sua tenuta elettorale. A sostegno di questa ipotesi si può anche citare il fatto che un certo numero di sondaggi recenti danno il movimento di Grillo in leggera ascesa proprio in concomitanza con le sue prese di posizioni critiche sul MES. Se questa ipotesi fosse valida, saremmo di fronte ad un altro dei paradossi della politica italiana: la divisione sull’Europa sarebbe un fattore di stabilità della coalizione di governo e non il contrario. Naturalmente le cose non sono così semplici. La divisione peserà sulla azione di governo e metterà a dura prova le capacità di mediazione del Presidente del Consiglio. Lo si è visto nelle scorse settimane e lo si vedrà ancora di più nelle prossime. Ma intanto, nonostante tutto, il calabrone vola.


    [1] Il sondaggio è stato realizzato con metodo CAWI tra il 21/04/2020 ed il 23/04/2020 su un campione (N=1643) della popolazione maschile e femminile italiana dai 18 anni in su, stratificato per genere, età e provincia di residenza in proporzione all’universo della popolazione italiana.

  • Italiani spaccati sull’Europa, ma non è solo una questione di destra vs sinistra

    Nei giorni scorsi il CISE ha commissionato un sondaggio per testare l’opinione degli italiani rispetto alla crisi sanitaria in corso e a quella economica che arriverà nei prossimi mesi[1]. Abbiamo chiesto ai cittadini di esprimersi rispetto a vari temi collegati all’emergenza Covid-19, dal giudizio sull’operato del governo e dei principali leader alle responsabilità sulla gestione della crisi, fino alle misure economiche da adottare per ripartire.

    Fra i vari argomenti toccati dal sondaggio c’erano anche una serie di domande relative al rapporto tra italiani e Unione Europea (UE). Un tema al centro del dibattito pubblico ormai da molto tempo e che negli anni più recenti ha mostrato un trend di crescente euroscetticismo fra gli italiani, un tempo uno fra i popoli più eurofili della UE (Bellucci e Conti 2012; Carrieri 2019)[2].

    Il tema diventa ancor più d’attualità in queste settimane, vista la cruciale importanza delle istituzioni UE per far fronte alla crisi economica in arrivo e le aspre polemiche tra governo e opposizione e perfino all’interno della stessa maggioranza di governo sull’opportunità di attivare il MES (vedi articolo di D’Alimonte) e, più in generale, sull’effettivo supporto che le istituzioni UE sono in grado di garantire ai paesi maggiormente in difficoltà.

    Come incide quindi l’emergenza sanitaria sull’atteggiamento degli italiani verso la UE? Quanto sono polarizzate le opinioni degli italiani sulla UE da un punto di vista socio-demografico e politico?

    Per rispondere a queste domande abbiamo analizzato tre aspetti relativi all’UE, testandoli con altrettante domande nel nostro sondaggio. Si tratta del giudizio generale degli italiani rispetto all’appartenenza all’UE, dell’opportunità di una “Italexit” e infine dell’opinione rispetto ad una eventuale solidarietà europea mostrata dagli altri paesi UE all’Italia in questo momento di difficoltà. Per ciascuna di esse mostriamo la distribuzione nell’intero campione di intervistati e successivamente riportiamo i risultati dell’incrocio con le intenzioni di voto rilevate dal sondaggio e la categoria professionale dell’intervistato. In questo modo possiamo rispondere alle domande formulate in precedenza cogliendo nello specifico quanto l’atteggiamento degli italiani nei confronti della UE sia trasversale rispetto alle preferenze politiche e alla posizione occupata dall’intervistato nel mercato del lavoro, o invece sia in qualche modo correlata ad esse e, in questo caso, in che direzione.

    La Tabella 1 riporta la distribuzione del campione rispetto al giudizio generale verso l’appartenenza all’UE. Nel complesso, la maggioranza relativa degli italiani (42%) ha un’opinione negativa dell’appartenenza dell’Italia all’UE. Coloro che esprimono un’opinione positiva sono poco più di un terzo (35%), mentre quasi un quarto rimane in posizione neutrale (il 23% risponde infatti indicando la categoria “Né positivo né negativo”).

    Tabella 1- Giudizio sull’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea

    Anche alla luce di quello che è successo con questa crisi, per l’Italia è un fatto positivo o no far parte della Unione Europea?  %
    Negativo 42
    Né positivo né negativo 23
    Positivo 35
    Totale (N=1601) 100

    La virata euroscettica degli italiani avvertibile già dalla Tabella 1 è ancora più evidente se osserviamo la Tabella 2 che riporta la distribuzione del campione alla domanda sulla permanenza nell’UE. All’intervistato sono state fornite tre opzioni di risposta: 1) Uscire dall'UE; 2) Uscire dall'Euro, ma non dall'UE; e infine 3) Restare nell'UE. Abbastanza sorprendentemente, solo una minoranza degli intervistati (47%) vorrebbe che l’Italia rimanesse sia nella moneta unica che nell’UE. Questa cifra è la più bassa mai registrata nei sondaggi a cura CISE che, seppur con livelli diversi di supporto, avevano sempre mostrato una maggioranza a favore della piena permanenza del paese nell’UE[3]. Al contrario, la maggioranza assoluta degli intervistati (53%) vorrebbe modificare lo status quo: il 18% vorrebbe abbandonare l’Euro, mentre addirittura il 35% opta per l’opzione più “hard”, cioè la completa uscita dall’UE, alla stregua di quanto fatto dal Regno Unito nei mesi scorsi.

    Tabella 2 – Opinione sulla permanenza dell’Italia nell’Unione Europea

    Anche alla luce di quanto è successo con questa crisi, l’Italia dovrebbe… %
    Uscire dall'UE 35
    Uscire dall'Euro ma non dall'UE 18
    Restare nell'UE 47
    Totale (N=1556) 100

    Sulla base di queste premesse, non stupirà la netta maggioranza che non rintraccia alcuna solidarietà europea negli avvenimenti di queste ultime settimane. L’emergenza Covid-19 ha messo in seria crisi la tenuta del nostro sistema-paese e l’Italia è rimasta sola ad affrontare l’emergenza, senza ricevere aiuto dagli altri partner europei. È questo ciò che sembra pensare l’85% degli intervistati, contro il 15% circa che invece ritiene che gli altri paesi EU stiano aiutando l’Italia (Tabella 3).

    Tabella 3 – Opinione sulla solidarietà europea

    Secondo lei, in questo momento gli altri paesi della UE nel complesso stanno aiutando il nostro paese…  %
    No 85
    Si 15
    Totale (N=1643) 100

    Fin qui l’analisi “monovariata” del campione ha fornito un quadro piuttosto coerente: gli italiani manifestano un crescente euroscetticismo e, sebbene permanga in una quota importante del campione un’idea di fondo sulla positività dell’appartenenza all’UE e alle sue istituzioni, l’ostilità verso i nostri partner europei è invece condivisa da una larghissima maggioranza dell’elettorato.

    Vediamo adesso se e in che modo l’atteggiamento nei confronti dell’Europa polarizza l’elettorato italiano.

    Tabella 4 – Incrocio tra giudizio sull’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea e intenzioni di voto alle elezioni politiche

    Anche alla luce di quello che è successo con questa crisi, per l’Italia è un fatto positivo o no far parte della Unione Europea? Pd IV M5S FI FdI Lega Totale campione
    Negativo 2 12 37 30 71 79 42
    Né positivo né negativo 14 19 34 42 23 18 23
    Positivo 84 69 29 28 6 3 35
    Totale (N=1601) 100 100 100 100 100 100 100


    Tabella 5 – Incrocio tra opinione sulla permanenza dell’Italia nell’Unione Europea e intenzioni di voto alle elezioni politiche

    Anche alla luce di quanto è successo con questa crisi, l’Italia dovrebbe… Pd IV M5S FI FdI Lega Totale campione
    Uscire dall'UE 3 15 28 25 60 65 35
    Uscire dall'Euro ma non dall'UE 2 4 32 33 29 27 19
    Restare nell'UE 96 81 40 42 12 8 47
    Totale (N=1556) 100 100 100 100 100 100 100


    Tabella 6 – Incrocio tra opinione sulla solidarietà europea e intenzioni di voto alle elezioni politiche

    Secondo lei, in questo momento gli altri paesi della UE nel complesso stanno aiutando il nostro paese... Pd IV M5S FI FdI Lega Totale campione
    No 64 67 90 95 98 98 85
    Si 36 33 10 5 2 2 15
    Totale (N=1643) 100 100 100 100 100 100 100


    Da un rapido sguardo alle Tabelle 4, 5 e 6 che riportano i risultati degli incroci con le intenzioni di voto, risulta evidente che il tema dell’Europa divide non solo l’elettorato nel suo complesso ma anche i singoli partiti. Utilizzando una terminologia Rokkaniana, diremmo che quella europea è una frattura “crosscutting” piuttosto che “overlapping” rispetto alla tradizionale divisione sinistra-destra. Ma andiamo con ordine. Il Partito democratico (Pd) è in assoluto la forza politica con la maggiore omogeneità interna rispetto al tema della UE. Più di 4 elettori democratici su 5 hanno un atteggiamento positivo rispetto alla UE e la quasi totalità di loro vuole restare nell’UE e nell’euro (96%). Rispetto alla questione della solidarietà degli altri paesi UE, “solo” il 36% pensa che i nostri partner ci stiano aiutando, ma questa percentuale è comunque più che doppia rispetto alla media nazionale. Su posizioni molto simili a quelle del Pd c’è Italia Viva, i cui elettori sono ampiamente eurofili, sebbene un po’ meno entusiasti di quelli del Pd. Del resto, tra i molti motivi della scissione renziana dal Pd di Zingaretti, certamente non compare il tema della UE che invece unisce i due partiti nel fronte pro-Europa del governo. Dall’altra parte, su posizioni sensibilmente diverse e decisamente più euroscettiche compare l’altro partner del governo Conte, il Movimento Cinque Stelle (M5S), che risulta profondamente diviso su atteggiamento nei confronti dell’Unione e Italexit e invece quasi plebiscitariamente scettico sulla solidarietà mostrata dagli altri paesi UE all’Italia. Meno di un intervistato su 3 del partito di Grillo e Di Maio ha un atteggiamento positivo verso l’UE e “solo” il 40% vuole restare in Europa, contro il 60% che invece vuole modificare lo status quo, abbandonando la moneta unica o uscendo del tutto dall’UE. Questi dati, e lo stridente contrasto fra Pd e Italia Viva da una parte, e M5S dall’altra, fanno emergere un gigantesco nodo gordiano del governo giallo-rosso. La divisione sul tema europeo non è certamente una novità emersa in questi mesi ma un elemento già presente al momento della formazione del governo. Eppure, la gestione di questo potenziale conflitto interno sarà uno dei punti chiave del governo Conte da qui in avanti, soprattutto alla luce della difficilissima negoziazione che l’esecutivo dovrà portare avanti con le istituzioni UE e gli altri partner europei.

    A destra, invece, il tema dell’Europa è molto meno divisivo. Lega e Fratelli d’Italia (FdI), che hanno in mano la golden share del blocco conservatore, sono ormai due partiti apertamente euroscettici. Circa i tre quarti dei rispettivi elettorati manifestano un atteggiamento negativo verso l’UE, mentre coloro che esprimono un giudizio positivo verso l’Europa si contano sulle dita di una mano (tra il 3% ed il 6% circa). Pochissimi, fra i seguaci di Salvini e Meloni, vorrebbero restare in Europa mantenendo anche la moneta unica. La maggioranza assoluta di entrambi gli elettorati (rispettivamente il 65% ed il 60%) vorrebbe piuttosto seguire il Regno Unito con l’Italexit, mentre poco più di un quarto vorrebbe uscire dall’Euro rimanendo però nell’UE (il 27% ed il 29% rispettivamente). Le posizioni di duro euroscetticismo dei due partiti di destra si riflettono anche nelle risposte alla domanda sulla solidarietà in Europa, con circa il 98% degli intervistati dei due elettorati che nega che gli altri paesi UE stiano aiutando l’Italia. Infine, Forza Italia, presenta posizioni più moderate, con una maggioranza relativa degli intervistati che è neutrale sull’UE (42%) e vorrebbe restarci (42%). Nel complesso, le posizioni di Forza Italia rispetto all’Europa sono simili a quelle del M5S, un risultato già emerso nel recente passato (De Sio, De Angelis e Emanuele 2018; Emanuele, Maggini e Paparo 2020)[4].

    Spostando ora l’attenzione dalla dimensione partitica a quella socioeconomica, passiamo ad analizzare il modo in cui diversi gruppi socioeconomici guardano all’Europa. Il primo dato che emerge dalle nostre analisi è una polarizzazione sicuramente meno accentuata rispetto a quanto osservato in relazione alle linee di divisione partitiche, ma non per questo meno rilevante. Non mancano, infatti, sostanziali elementi di differenziazione tra diversi gruppi sociali, nonché indicazioni che sembrano mostrare l’emergere di ‘alleanze sociali’ per certi versi inedite.

    Sul versante decisamente europeista si collocano i dirigenti, i liberi professionisti e gli imprenditori -il gruppo socioeconomico con maggiore disponibilità di capitale economico (Tabella 7). È una maggioranza assoluta di questa categoria (52%), infatti, che esprime un giudizio positivo sull'appartenenza dell'Italia all'Unione Europea. Un giudizio negativo è espresso invece “soltanto” da un terzo, mentre una minoranza del 16% si colloca su una posizione neutrale.

    Tabella 7 – Incrocio tra giudizio sull’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea e classe occupazionale

    Anche alla luce di quello che è successo con questa crisi, per l’Italia è un fatto positivo o no far parte della Unione Europea? Imprenditori/Dirigenti Impiegati Professioni sociocult. Commercianti Operai Disoccupati Studenti Pensionati Totale campione
    Negativo 32 39 14 50 57 58 46 37 42
    Né positivo né negativo 16 23 43 24 25 18 11 23 23
    Positivo 52 38 43 26 18 25 43 40 35
    Totale (N=1601) 100 100 100 100 100 100 100 100 100

    Relativamente positivo è il giudizio espresso anche dagli impiegati nei settori socioculturali (come ad esempio gli insegnanti di scuola superiore ed i professori universitari). In questo caso, però, non si tratta di una maggioranza assoluta, ma del 43%, contro il 14% che esprime un giudizio negativo. Sebbene la proporzione di coloro che rivelano un atteggiamento positivo nei confronti dell’UE sia relativamente ampia, vale la pena notare che il gruppo non è compatto, come nel caso dei dirigenti e degli imprenditori. Una maggioranza relativa, infatti, si colloca in una posizione di neutralità, esprimendo un giudizio né positivo né negativo (si tratta del 43%). Più frammentate le posizioni di quello che potremmo definire il ceto medio impiegatizio. Sebbene vi siano quote rilevanti di questo segmento sociale che guardano positivamente alla membership europea dell'Italia (38%), una porzione sostanzialmente identica la giudica negativamente (39%), mentre una minoranza del 23% è di fatto neutrale.

    Sul versante euroscettico si collocano invece le classi più deboli dal punto di vista economico, vale a dire i disoccupati e gli operai. In questo caso è la maggioranza assoluta (rispettivamente il 57% ed il 58%) che giudica negativamente l’appartenenza del paese all’Unione. Sebbene entrambi i gruppi manifestino uno stesso livello di euroscetticismo, l’atteggiamento più negativo è espresso soprattutto dagli operai. Se, infatti, un disoccupato su quattro esprime un giudizio positivo sull’appartenenza dell’Italia all’UE, il rapporto scende di circa sette punti percentuali tra gli operai, dove solo il 18% è disposto ad esprimere un giudizio positivo sull’Unione Europea. Al gruppo euroscettico si aggiungono infine -seppur in misura leggermente minore rispetto a disoccupati ed operai-, i commercianti (un commerciante su due esprime un giudizio negativo). Il dato relativo a quest'ultimo gruppo occupazionale è di particolare interesse, soprattutto se visto in prospettiva. Si tratta infatti di una delle categorie professionali maggiormente penalizzate dalle misure del lockdown e che probabilmente risentirà degli effetti dell'imminente crisi economica prima delle altre. La negatività espressa da questo gruppo non sorprende, ed è, per certi versi, preoccupante. Qualora il nesso tra condizione socioeconomica e atteggiamenti verso l'Europa fosse confermato, all'incedere rapido della crisi potrebbe seguire una virata in direzione ancor più euroscettica della categoria, che potrebbe così diventare un bacino elettorale ideale per partiti genuinamente euroscettici come Lega e FdI.

    Infine, vale la pena notare un ultimo dato interessante relativo agli studenti, tradizionalmente individuati come sostenitori del progetto di integrazione. Il dato della nostra rilevazione sembra in qualche modo contraddire questa narrazione: è il 43% degli studenti a considerare positivamente la membership dell'Italia, contro una maggioranza relativa del 46% che invece esprime un giudizio negativo. Allo stesso tempo, solo una minoranza mantiene una posizione neutrale (il 11%)[5].

    Se il giudizio sulla membership è ampiamente divisivo tra le diverse classi occupazionali, registriamo invece una sostanziale coesione, di fatto trasversale ad ogni classe occupazionale, sul modo in cui vengono percepiti i partner europei nel contesto dell’emergenza sanitaria (Tabella 8).

    Tabella 8 - Incrocio tra opinione sulla solidarietà europea e classe occupazionale

    Secondo lei, in questo momento gli altri paesi della UE nel complesso stanno aiutando il nostro paese… Imprenditori/Dirigenti Impiegati Professioni sociocult. Commercianti Operai Disoccupati Studenti Pensionati Totale campione
    No 75 83 85 86 95 88 71 84 85
    Si 25 17 15 14 5 12 29 16 15
    Totale (N=1643) 100 100 100 100 100 100 100 100 100

    Infatti, indipendentemente dal ruolo occupato all’interno del mercato del lavoro, una maggioranza assoluta dei rispondenti ritiene che gli altri paesi europei non abbiano aiutato l’Italia a sufficienza nel fronteggiare l’emergenza sanitaria. Tuttavia, ancora una volta il maggiore disappunto nei confronti degli altri paesi europei è espresso dalle classi economicamente più fragili, mentre sono le classi più alte (in particolare dirigenti ed imprenditori) ad avere posizioni leggermente più positive. In altre parole, sebbene gli atteggiamenti verso l’Europa siano chiaramente strutturati sulla base della condizione socioeconomica, esiste un sentimento di sfiducia trasversale a tutte le classi sociali e che riguarda gli alleati dell’Italia in Europa. Se questo sentimento di sfiducia sia il portato di posizioni genuinamente euroscettiche radicate nei cittadini già prima dell’esplosione della pandemia oppure un diretto effetto delle vicende delle ultime settimane è difficile da dire. Per alcuni (in special modo per i più convinti sostenitori dell’Unione Europea, come ad esempio insegnanti ed accademici), la posizione critica espressa nei confronti degli alleati potrebbe essere il risultato del momento e cioè di un giudizio relativo alle modalità con le quali l’Europa (e gli altri paesi europei) sta gestendo la crisi. Per altri, in particolare per chi ha posizioni più euroscettiche, non è possibile escludere che queste posizioni siano, almeno in parte, indipendenti dalla crisi -la quale non avrebbe fatto altro che catalizzarle e radicalizzarle- e per lo più innescate da un euroscetticismo già radicato. Ad ogni modo, esiste una sacca consistente di insoddisfazione e di frustrazione trasversale alla società italiana, un’insoddisfazione che potrebbe rappresentare carburante prezioso per i principali partiti euroscettici. Partiti che, in questa fase, hanno tutto l’interesse a spostare l’asse del conflitto politico proprio sull’Europa.

    Il dato sinora discusso va inserito e letto all'interno del contesto dell'emergenza sanitaria. Il giudizio espresso dagli intervistati riflette infatti una valutazione della membership e della solidarietà europea alla luce degli effetti provocati dalla pandemia. Non è quindi sorprendente che tali giudizi non si traducano in modo automatico in atteggiamenti favorevoli o contrari all'uscita dell'Italia dall'Unione Europea. E infatti, quando si analizza la desiderabilità dell'uscita dall'Unione Europea per categoria professionale, i dati mostrano risultati leggermente diversi -sebbene coerenti- con quanto discusso in precedenza (Tabella 9).

    Tabella 9 - Incrocio tra opinione sulla permanenza dell’Italia nell’Unione Europea e classe occupazionale

    Anche alla luce di quanto è successo con questa crisi, l’Italia dovrebbe… Imprenditori/Dirigenti Impiegati Professioni sociocult. Commercianti Operai Disoccupati Studenti Pensionati Totale campione
    Uscire dall'UE 25 32 13 26 49 48 36 32 35
    Uscire dall'Euro ma non dall'UE 11 15 4 38 23 21 13 21 19
    Restare nell'UE 63 53 83 36 28 31 51 47 47
    Totale (N=1556) 100 100 100 100 100 100 100 100 100

    Emerge innanzitutto in modo più chiaro una linea di frattura pro/anti Europa, strutturata sulla base della classe occupazionale. Da una parte, una maggioranza assoluta tra professionisti socioculturali (83%), dirigenti/liberi professionisti/imprenditori (63%), e, in misura minore, impiegati (53%) e studenti (51%) sostiene la permanenza dell'Italia nell'UE. Sul fronte opposto, convintamente euroscettico, troviamo invece commercianti, operai e disoccupati, che optano per una qualche forma di sganciamento dalle strutture istituzionali europee. Tra i commercianti, una maggioranza (relativa) del 38% ritiene che l'Italia debba uscire dall'Euro (ma non dall’Unione Europea) e circa il 26% considera più opportuna l’opzione hard dell’Italexit (uscire sia dall’Unione Europea che dall’Euro). Più radicali sono invece le posizioni di operai e disoccupati. Per i primi, la soluzione Italexit è la decisione più auspicabile (un operaio su due); mentre l'uscita dall'euro (ma non dall'Unione) è supportata dal 23%. Per i secondi il dato è sostanzialmente analogo: quasi un disoccupato su due sostiene l’uscita sia dall’Unione che dall’Euro; è invece il 21% a preferire un’opzione parziale di uscita (uscita dall’Euro ma non dall’Unione).

    I dati sembrano profilare una chiara contrapposizione tra diverse classi occupazionali, in linea con diversi studi sul tema (Kriesi et al. 2006): da un lato (quello europeista) i cosiddetti vincitori della globalizzazione, vale a dire le classi sociali più benestanti dal punto di vita economica e/o con un capitale culturale relativamente più elevato (la cosiddetta medio-alta borghesia). Sul lato opposto della barricata (quello profondamente euroscettico), invece, troviamo i cosiddetti perdenti della globalizzazione, cioè una buona porzione di ceto medio, duramente colpito dalla recente crisi economica e che probabilmente subirà più di altri gruppi socioeconomici gli effetti economici della pandemia da Covid-19, e le classi sociali più disagiate (operai e disoccupati), generalmente meno istruite (e quindi dotate di un capitale culturale ridotto da poter spendere sul mercato del lavoro) e più fragili dal punto di vista economico.  

    La strutturazione su base socioeconomica del conflitto sull’Europa è ulteriormente confermata dai risultati di un’analisi di regressione logistica, in cui abbiamo utilizzato come variabile dipendente una variabile dicotomica, distinguendo coloro che vogliono restare nell’Unione Europea da coloro che invece optano per una trasformazione dello status quo (sia attraverso l’uscita dall’Euro -ma non dall’UE, sia attraverso una soluzione hard che preveda l’uscita sia dall’UE, sia dalla moneta unica). Oltre ad includere l’occupazione come variabile indipendente, il modello controlla per regione di residenza, genere, età e titolo di studio. I risultati della nostra analisi confermano ampiamente quanto descrittivamente osservato nell’analisi bivariata. In Figura 1 riportiamo per ciascuna categoria professionale la probabilità predetta dal modello di preferire l’opzione di restare all’interno dell’UE (al netto dell’effetto delle altre variabili di controllo).

    Figura 1 - Probabilità predetta da un modello di regressione logistica di preferire l’opzione “Rimanere nell’Unione Europea” per classe occupazionale e controllando per genere, età, istruzione e regione di residenza.

    Le radici socioeconomiche del conflitto pro-anti Europa emergono con chiarezza: le classi a più alto livello di capitale economico e culturale hanno una probabilità significativamente maggiore di scegliere il “remain” rispetto alle classi con un più basso livello di capitale economico e culturale (commercianti, operai e disoccupati). Inoltre, vale la pena notare che, sul versante eurofilo, spicca tra gli altri il gruppo dei professionisti socioculturali, con una probabilità significativamente più alta rispetto ad ogni altro gruppo sociale di manifestare posizioni pro-UE. Al contrario, sul versante euroscettico, commercianti, operai e disoccupati non differiscono in alcun modo tra di loro, a dimostrazione del fatto che, benché in condizioni socioeconomiche differenti, rappresentano di fatto un unico blocco sociale compatto quando si tratta di esprimere la propria posizione sull’appartenenza dell’Italia all’UE. Insomma, la categoria che ha storicamente rappresentato la base sociale della sinistra (la classe operaia) e la categoria che invece ha rappresentato negli ultimi 25 anni la base sociale di riferimento della destra (le partite IVA) (vedi Bellucci e Segatti 2012) sono accomunate da un viscerale euroscetticismo. Si tratta di dati che, naturalmente, necessiterebbero di ulteriori elaborazioni, però questi risultati sembrano fornirci ulteriori conferme sul fatto che Prima e Seconda Repubblica sono ormai definitivamente alle spalle.

    Riferimenti bibliografici

    Bellucci, P. e Segatti, P. (2012), Votare in Italia: 1968-2008. Dall’appartenenza alla scelta, Bologna, Il Mulino

    Carrieri, L. (2019), ‘The limited politicization of the European integration in Italy: Lacking issue clarity and weak voter responses’, Italian Political Science Review 50(1), pp. 52-69.

    Conti, N. e Bellucci, P. (2012), Gli Italiani e l’Europa. Opinione pubblica, élite politiche e media, Roma, Carocci.

    D’Alimonte, R. (2020), ‘Il virus spinge l’antieuropeismo. E Zaia scala la classifica dei leader’, disponibile presso: https://cise.luiss.it/cise/2020/04/29/il-virus-spinge-lantieuropeismo-e-zaia-scala-la-classifica-dei-leader/

    De Sio, L., De Angelis, A., e Emanuele, V. (2017), ‘Issue Yield and Party Strategy in Multiparty Competition’, Comparative Political Studies 51 (9), pp. 1208-1238.

    Emanuele, V., Maggini, N. e Paparo, A. (2020), ‘The times they are a-changin’: party campaign strategies in the 2018 Italian election’, West European Politics 43 (3), pp.665-687.

    Kriesi, H., Grande, E., Lachat, R., Dolezal, M., Bornschier, S. e Timotheus, F. (2006) ‘The globalization and the transformation of the national political space: Six European countries Compared’, European Journal of Political Research 45(6), pp. 921-956.


    [1] Il sondaggio è stato realizzato con metodo CAWI tra il 21/04/2020 ed il 23/04/2020 su un campione (N=1643) della popolazione maschile e femminile italiana dai 18 anni in su, stratificato per genere, età e provincia di residenza in proporzione all’universo della popolazione italiana.

    [2] Si vedano inoltre sul punto le analisi semestrali dell’Eurobarometro.

    [3] È importante ricordare che le formulazioni utilizzate nei precedenti sondaggi CISE erano significativamente differenti rispetto a quella utilizzata nel sondaggio attuale. Nei precedenti sondaggi si chiedeva al rispondente di esprimere la propria preferenza sulla permanenza dell’Italia nell’Unione Europea e nell’Euro in due domande separate. L’accorpamento delle due domande in unico quesito che contemporaneamente misura gli atteggiamenti sull’Euro e sull’Unione Europea potrebbe aver generato una sovrarappresentazione delle posizioni euroscettiche nel nostro sondaggio attuale.

    [4] Vale la pena notare che il numero di elettori di Forza Italia nel nostro campione è relativamente basso. Di conseguenza, i dati mostrati vanno letti ed interpretati con una certa dose di cautela.

    [5] Il numero di studenti incluso nel campione è relativamente basso. Di conseguenza, le analisi che vengono riportate nel testo vanno lette ed interpretate con cautela.

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  • “Where You Lead, I Will Follow”: Partisan Cueing on High‐Salience Issues in a Turbulent Multiparty System

    Per citare l'articolo:

    Brader, T., De Sio, L., Paparo, A. and Tucker, J.A. (2020), “Where You Lead, I Will Follow”: Partisan Cueing on High‐Salience Issues in a Turbulent Multiparty System. Political Psychology. doi:10.1111/pops.12651

    Scarica l'articolo qui.

    Abstract:

    The ability of parties to not only reflect, but actually shape, citizens' preferences on policy issues has been long debated, as it corresponds to a fundamental prediction of classic party identification theory. While most research draws on data from the United States or studies of low‐salience issues, we exploit the unique opportunity presented by the 2013 Italian election, with the four major parties of a clear multiparty setting holding distinct positions on crucial issues of the campaign. Based on an experimental design, we test the impact of party cues on citizens' preferences on high‐salience issues. The results are surprising: Despite a party system in flux (with relevant new parties) and a weakening of traditional party identities, we find large, significant partisan‐cueing effects in all the three experimental issues, and for voters of all the major Italian parties—both old and new, governmental and opposition, ideologically clear or ambiguous.

  • PTV gap: A new measure of party identification yielding monotonic partisan attitudes and supporting comparative analysis

    Per citare l’articolo:

    Paparo, A., De Sio, L., & Brady, D. W. (2020). PTV gap: A new measure of party identification yielding monotonic partisan attitudes and supporting comparative analysis. Electoral Studies, 63, 102092, https://doi.org/10.1016/j.electstud.2019.102092

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    Abstract:

    Despite the cornerstone role of party identification for analyzing voting behavior in the United States, its measurement (in terms of the classic American National Electoral Studies – ANES – seven-point scale) is affected by a systematic problem of non-monotonicity, and it proved impossible to be directly applied outside the United States. We introduce a novel, complementary measurement approach aimed at addressing both problems. We test on US data (an expressly collected computer-assisted web interviewing survey dataset) a new, seven-point scale of partisanship constructed from PTV (propensity-to-vote) items, acting as projective devices for capturing partisan preferences, and routinely employed in multi-party systems. We show that a PTV-based (suitable for comparative analysis) seven-point scale of partisanship outperforms the classic ANES scale. Groups identified by the new scale show monotonic partisan attitudes, and the comparison of multivariate models of political attitudes testify significantly larger effects for the new scale, as well as an equal or higher predictive ability on a range of political attitudes.

    Per citare l’articolo:

  • Salvini’s success and the collapse of the Five-star Movement: The European elections of 2019

    Per citare l’articolo:

    Chiaramonte, A., De Sio, L. and Emanuele, V. (2020), ‘Salvini’s success and the collapse of the Five-star Movement: The European elections of 2019', Contemporary Italian Politics, DOI:10.1080/23248823.2020.1743475.

    Scarica l’articolo qui

    ABSTRACT
    The European Parliament elections of 2019 in Italy can be considered as a crucial turning point for the national political system. Indeed, both the balance of power among parties and the governmental dynamics were deeply affected by the outcome of the 2019 elections. In a context of notable electoral instability, an almost perfect turnaround among the two partners of the so-called yellow-green majority occurred: Matteo Salvini’s League doubled its vote share compared to the 2018 parliamentary elections, while the Five-star Movement halved its support. By revealing the asymmetry in the distribution of power in Parliament and in the electorate between the two governing partners, the election outcome marked the beginning of the end for the first Conte government. It eventually led to the unexpected reconciliation between the M5s and the Democratic Party, which in turn resulted in the formation of the second Conte government at the end of the summer. This article analyses the outcome of the European Parliament elections of 2019 in Italy. In particular, it focuses on the context of the electoral campaign and trends in public opinion, the election results in terms of turnout and party support, and the vote shifts experienced by the main parties between 2018 and 2019. Finally, the article also discusses the implications of the election outcome for the evolution of the Italian party system

    KEYWORDS: 2019 European elections, Italy, League, Five-star Movement, vote shifts, Conte government

  • Party crashers? Modeling genuinely new party development paths in Western Europe

    Per citare l'articolo:

    Emanuele, V. and Sikk, A. (2020), '​Party crashers? Modeling genuinely new party development paths in Western Europe', Party Politics, DOI:10.1177/1354068820911355.

    Scarica l'articolo qui

    Abstract

    Western Europe has recently experienced the emergence of successful new parties, but while single parties or countries have been extensively studied, insufficient attention has been devoted to this phenomenon from a comparative and long-term perspective. By relying on an original data set covering 20 countries and 344 parliamentary elections, this article presents the first analysis of West European ‘genuinely new parties’ (GNPs) across time, countries and party families. We hypothesize that the parties differ not only in terms of their short- and long-term success but have a range of distinct development paths. Through a latent growth model, we provide a classification of GNPs in terms of their breakthrough and initial performance. According to the specific trajectory followed by new parties in the first five elections they contest, the model suggests five different classes of new parties in Western Europe: ‘explosive’, ‘meteoric’, ‘contender’, ‘flat’ and ‘flop’. The article discusses the implications of these findings also regarding the ability of the model to produce estimates and predictions about the future electoral performances of GNPs.

    Keywords: genuinely new parties, latent growth models, Western Europe


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  • The European Parliament Elections of 2019 – the e-book

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  • “Dall’Europa alla Sicilia”: Online il Dossier CISE su elezioni e opinione pubblica nel 2017

  • Dossier CISE “Dall’Europa alla Sicilia”: Scarica i singoli articoli in PDF