Attualità

  • Dopo il voto ai diciottenni, la riforma delle Camere

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore dell' 11 luglio

    Era ora. Finalmente è stata approvata la riforma costituzionale che consente ai diciottenni di votare anche al Senato. La differenziazione dei corpi elettorali nei due rami del Parlamento aveva poco senso già nel 1947, ma allora era tutto sommato una peculiarità innocua. Erano i tempi in cui deputati e senatori venivano eletti con un sistema proporzionale che pur essendo sulla carta diverso al Senato rispetto alla Camera in realtà funzionava più o meno allo stesso modo.  Per di più a quell’epoca il voto era più stabile. In quel contesto il fatto che al Senato votasse chi aveva compiuto 25 anni non produceva danni. I risultati elettorali nelle due camere erano sostanzialmente gli stessi.

    Poi è cambiato il mondo. Non solo il voto è diventato più fluido, quello dei giovani in primis, in una società sempre più secolarizzata. Soprattutto sono cambiati i sistemi elettorali. A partire dal 1994 abbiamo sempre votato con sistemi misti caratterizzati dalla presenza di una componente più o meno rilevante di elementi maggioritari. Come è noto, mentre con i sistemi proporzionali piccole differenze di voti tendono a tradursi in piccole differenze di seggi, questo non è vero nel caso dei sistemi maggioritari. Con questi piccole differenze di voti si possono tradurre in grandi differenze di seggi. Quindi l’adozione di sistemi del genere amplifica il rischio che camere elette con due corpi elettorali diversi possano avere maggioranze diverse.  Un rischio grave in un sistema, come il nostro, in cui le due camere hanno le stesse funzioni, compresa quella di dare e togliere la fiducia ai governi.

    Perciò già nel 1993 quando fu approvata la legge Mattarella, che ha introdotto un sistema elettorale in cui il 75 % dei seggi veniva assegnato con la maggioranza semplice in collegi uninominali, si sarebbe dovuto modificare contestualmente la Costituzione per unificare i corpi elettorali delle due camere. Non fu fatto allora. Né fu fatto dopo, quando nel 2005 fu approvata la riforma Calderoli che sostituiva i collegi con il premio di maggioranza. Anzi. Allora fu fatto l’errore di introdurre un premio unico alla Camera e 17 premi al Senato moltiplicando ulteriormente il rischio di esiti diversi tra le due camere. E così è stato, per esempio, nelle elezioni del 2006 quando la coalizione di Prodi ebbe la maggioranza dei voti alla Camera, ma non al Senato. Ma già con la legge Mattarella si sono registrati esiti diversi tra le due camere.

    La responsabilità del fenomeno non è da attribuire interamente alla differenza dei corpi elettorali ma indubbiamente questo elemento vi ha contribuito e comunque ha sempre rappresentato un inutile fattore di rischio.  La riforma della costituzione approvata in questi giorni riduce il rischio, ma non lo elimina. Offerte elettorali diverse, in un contesto di grande volatilità elettorale, possono comunque produrre esiti diversi. Il prossimo passo deve essere quello di differenziare le funzioni delle due camere.  Anche questa è una riforma da troppo tempo attesa.  Siamo rimasti l’unico paese dell’Unione con due camere che hanno esattamente gli stessi poteri.

  • Roma, la lotteria del primo turno decisiva anche per il ballottaggio

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 26 giugno

    Tra tutti i comuni capoluogo in cui si voterà il prossimo autunno Roma è certamente il caso più interessante. Nella capitale sono quattro i candidati competitivi. Chi più, chi meno. Nessuno di loro ha oggi un vantaggio decisivo sugli altri. Sarà decisivo il primo turno. I posti disponibili al ballottaggio sono due. Uno andrà molto probabilmente all’unico candidato del centro-destra,  Michetti. L’altro se lo contenderanno i tre candidati del centro-sinistra. Sarà una gara all’ultimo voto. Se Gualtieri o Calenda andranno al ballottaggio hanno buone possibilità di vincere. Se invece fosse Raggi a passare il turno Michetti sarebbe il favorito. Questo in sintesi il quadro della situazione oggi. Ma molto potrebbe cambiare nel corso dei mesi che ci separano dal voto.

    Enrico Michetti. È l’unico candidato che non dovrebbe avere nulla da temere dall’esito della lotteria del primo turno. Con il 29,2% delle intenzioni di voto è in pole position (Figura 1). Uno dei due posti al ballottaggio è suo. Sarebbe clamoroso che a Roma il centro-destra unito non riuscisse a far arrivare al ballottaggio il suo unico candidato. Però, una volta arrivato lì per Michetti cominciano i problemi (Figura 2). Quello principale è mobilitare i suoi elettori. Alla luce delle stime del sondaggio Winpoll la coalizione che lo sostiene conta su circa il 45% dei voti. Tra i voti a lui e quelli alla coalizione ci sono quindici punti di differenza. C’è spazio per crescere. Al momento però sembra che l’unico avversario che è in condizioni di battere al ballottaggio è Raggi. In questo caso potrebbe contare su una quota di elettori di Calenda e di Gualtieri che preferiscono lui alla sindaca uscente. I flussi tra primo e secondo turno dicono che, contro Raggi, lo voterebbero il 54% degli elettori di Calenda e il 23% di quelli di Gualtieri. Invece nel caso in cui al ballottaggio si trovasse a sfidare Gualtieri o Calenda sarebbe per lui molto più difficile. Soprattutto contro il secondo. Molto dipenderà dalla mobilitazione dei diversi elettorati e dalle divisioni all’interno del centro-sinistra.

    Fig. 1 –  Il primo turno

    Fig. 2 –  I ballottaggi

    Roberto Gualtieri. È il candidato al momento apparentemente più competitivo. Non deve ingannare il fatto che sia solo al secondo posto nelle intenzioni di voto al primo turno con il 25,5%. Questo dato sconta la presenza in campo di ben tre candidati di centro-sinistra che si dividono i voti. Tra questi tre candidati è quello messo meglio per andare al ballottaggio. Oggi la sfida tra lui e Michetti è lo scenario più probabile. Gualtieri parte in vantaggio: 53,5% contro il 46,5% del rivale. Per lui al ballottaggio voterebbero il 48% degli elettori di Calenda e il 34 % degli elettori di Raggi. Ma il suo vero punto di forza è il Pd che si conferma primo partito nella capitale con il 27,7%. Gualtieri non ha l’appeal trasversale di Calenda. Gode di scarsa fiducia al di fuori del Pd, con la parziale eccezione -curiosamente- degli elettori della Lega.  Ma, come si è visto alle primarie, ha una solida base nel Pd romano. Se il Pd si mobilita a suo favore e se non si alienerà in toto gli elettori di Calenda e di Raggi, di cui ha bisogno al ballottaggio, potrebbe vincere. Ma il suo attuale vantaggio su Michetti, pari a sette punti percentuali, non lo mette al sicuro.

    Virginia Raggi. La sindaca uscente non è messa bene. Il 66% degli intervistati pensa che nei cinque anni del suo mandato la vita a Roma sia peggiorata e dà un giudizio negativo sulla sua amministrazione (Figura 3). Nonostante ciò, il 21,3% dice di volerla votare al primo turno. Una percentuale nettamente superiore a quella raccolta dal suo partito che si ferma al 12,9%. Evidentemente ha saputo costruirsi una sua base elettorale con una significativa componente personale. Non le basterà però per vincere. Se fosse lei and andare al ballottaggio contro Michetti verrebbe nettamente sconfitta. Nel nostro sondaggio viene data perdente per 44,2% a 55,8%. Più di dieci punti di differenza sono tanti. I flussi tra il primo e il secondo turno fanno vedere perché. Sono troppo pochi gli elettori di Calenda (29%) e di Gualtieri (31%) disposti a votarla al ballottaggio contro Michetti. Per la Raggi sarà difficile superare lo scoglio del primo turno e ancora più difficile vincere al secondo. Ma una lotteria è una lotteria. Tutto può succedere, ma saremmo veramente sorpresi se una sindaca così impopolare dovesse essere rieletta.

    Fig. 3 –  Il giudizio su Raggi

    Carlo Calenda. È il vero outsider. Non ha un partito solido alle spalle. Azione raccoglie solo il 3,9% dei voti. Eppure il 17,8% degli intervistati dichiara di volerlo votare al primo turno. È la percentuale più bassa tra i quattro candidati. Il paradosso è che il candidato meno votato al primo turno è quello che ha il maggior vantaggio su Michetti al secondo: 54,8% a 45,2%. La forza di Calenda sta nel suo appeal trasversale. Gode della fiducia del 70% degli elettori del Pd e del 62% di quelli di Forza Italia. Ma la cosa forse più sorprendente è il dato relativo a M5S (42%) e Fdi (39%). Nessuno dei candidati in lizza ha lo stesso profilo. È lui la seconda preferenza del maggior numero di elettori. Il 68% degli elettori di Gualtieri al primo turno e il 34% di quelli di Raggi lo voterebbero al secondo. Resta il fatto che per Calenda arrivare al ballottaggio sarà dura. Cercherà di trasformare in un vantaggio la mancanza di un vero partito alle spalle presentandosi come candidato civico appoggiato da una lista civica. Punterà sulla sua competenza e sulla sua indipendenza dagli apparati che hanno ingessato Roma. Ma è comunque una sfida difficile. Deve competere con Gualtieri e Raggi al primo turno, strizzando l’occhio agli elettori moderati di centro-destra, sapendo che avrà bisogno dei voti di Pd e M5s al ballottaggio per battere Michetti. Ci vorrà molta abilità e tanta fortuna.

  • ‘Voters’ Behavior and Party Competition in Turbulent Times’ summer school

    We are glad to advertise the launch of the second edition of the summer school ‘Voters’ Behavior and Party Competition in Turbulent Times’. The course is promoted and organized by Luiss within the framework of the Luiss ‘Summer University in Advanced Political and Social Sciences’ program. The course is directed by Prof. Lorenzo De Sio and benefits from the expertise of several scholars and researchers from different Italian and foreign universities all collaborating in the CISE (Italian Center for Electoral Studies).

    This course introduces students to the analysis of all aspects of the chain of representation (citizens, elections, parties) through the presentation of recent theories and empirical findings, and through interactive data analysis labs. By adopting a comparative and longitudinal perspective across European countries, the course aims at making students familiar with the evolution of party systems, party competition and voting behavior in Western Europe in the last decades, with a specific focus on the disruptive changes occurred in the last years. The course has an empirical approach, as data analysis goes hand in hand with theoretical explanations. Moreover, the course also provides students with networking opportunities, by adding dedicated meetings with leading figures and observers of European politics and institutions.

    The course can be of interest to a wide variety of audiences. First of all, it is devoted M.A. students with a keen interest in contemporary politics or who want to start a career as journalists, lobbyists, political advisors or strategist. Second, given its emphasis on cutting-edge empirical research, the course may be of interest to all those PhD students focusing on political representation-related topics. Finally, the course is also devoted to practitioners and professionals: from journalists to lobbyists, from think-tank analysts to all specialists in the field of political communication and advice, up to local politicians and parliamentary staff.

    By the end of the course students will be able to: 1) Know the fundamental theories related to party systems, party competition, and voting behavior; 2) Understand the evolution of party politics in comparative perspective and the disruptive challenges of contemporary politics in recent years; 3) Read and comment on electoral data.

    Classes adopt a variety of teaching methods, including: 1) Traditional instructor’s lectures; 2) Seminar lectures with open discussion and debate among students moderated by the instructor; 3) Data lab classes based on analysis and comment on electoral data; 4) Dedicated meetings with leading figures and observers of European politics and institutions.

    Schedule of classes and instructors

    Lessons   Content/Material covered Instructor
    28 June 2021 (9.00 - 11.00 am) What political conflicts, where and when? Dimensions of party competition in Western Europe Davide Angelucci (Luiss)
    28 June 2021 (11.00am-1pm)   A new political conflict? Parties, voters and the European Union Luca Carrieri (University of Siena)
    28 June 2021 (2.00pm – 4.00pm) Meet leading figures and observers of Italian politics and institutions Roberto D’Alimonte (Luiss)
    28 June2021 (4.00pm – 6.00 pm) Data lab: analysis and comment on cross-national datasets Davide Angelucci (Luiss) and Luca Carrieri (University of Siena)
    29 June 2021 (9.00 - 11.00 am) Why people vote the way they vote? Sociology of voting behavior Aldo Paparo (Luiss)
    29 June 2021 (11.00am-1pm) Generations and voting behavior in Europe Nicola Maggini (University of Milan)
    29 June2021 (3.00pm – 5.00 pm) Data lab: analysis and comment on cross-national datasets Aldo Paparo (Luiss) and Nicola Maggini (University of Milan)
    30 June 2021 (9.00 - 11.00 am) Inside party strategy: Models of party competition Lorenzo De Sio (Luiss)
    30 June 2021 (11.00am-1pm) The impact of institutions: how electoral systems shape the chain of representation Alessandro Chiaramonte (University of Florence)
    30 June 2021 (2.00pm – 4.00 pm) Meet leading figures and observers of Italian politics and institutions Roberto D’Alimonte (Luiss)
    30 June 2021 (4.00pm – 6.00 pm) Data lab: analysis and comment on cross-national datasets Lorenzo De Sio (Luiss)
    1 July 2021 (9.00 - 11.00 am) The evolution of party systems Vincenzo Emanuele (Luiss)
    1 July 2021 (11.00am-1pm) Challenger parties in turbulent times: Syriza, Podemos, and the Five Star Movement Davide Vittori (Université Libre de Bruxelles)
    1 July 2021 (3.00pm – 5.00 pm) Data lab: analysis and comment on cross-national datasets Vincenzo Emanuele (Luiss) and Davide Vittori (Université Libre de Bruxelles)

    More details on the course and the full downloadable program is available here.

  • Un doppio turno (ma solo eventuale) per la governabilità

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 5 maggio

    Collegio uninominale o premio di maggioranza? Dopo il fallito tentativo di tornare al proporzionale, se una riforma elettorale si farà, cosa poco probabile, la scelta cadrà tra un sistema con una quota consistente di collegi uninominali e un altro con premio di maggioranza. Il primo sarebbe simile alla legge Mattarella del 1993, il secondo alla legge Calderoli del 2005. Entrambi rafforzerebbero una delle caratteristiche distintive della Seconda Repubblica e cioè l’incentivo per i partiti a formare coalizioni prima del voto per massimizzare le probabilità di vittoria. Rispetto al sistema attualmente in vigore entrambi aumenterebbe la probabilità che le elezioni determinino un vincitore con una maggioranza assoluta di seggi e quindi decidano chi governa.

    Ma ci sono differenze importanti tra collegio e premio. La prima sta nella natura delle coalizioni pre-elettorali. Con il collegio i partiti sono ‘costretti’ a scegliere candidati comuni, collegio per collegio, e a dividersi le candidature in base alla loro forza relativa. In un sistema molto frammentato come il nostro la scelta di candidati unitari e la spartizione dei collegi sono operazioni complicate e conflittuali. Con il premio tutto questo non è necessario.  Ogni partito della coalizione si presenta con il suo simbolo e con la sua lista di candidati. Gli elettori votano il partito, il candidato e la coalizione insieme. È tutto più semplice e rispettoso della autonomia dei singoli contraenti il patto di coalizione. Per questo ci sentiamo di dire che in questa fase storica, e in questo contesto multipartitico, un sistema elettorale a premio di maggioranza sia più adatto al nostro paese rispetto sia al sistema attuale che a un sistema con una quota più consistente di collegi uninominali. Non è un caso, come andiamo ripetendo da tempo, che questo è il tipo di sistema con cui abbiamo assicurato una decente stabilità nei comuni e nelle regioni a partire dal 1993.

    L’ altra differenza importante tra collegio e premio sta nell’effetto disproporzionale associato all’uno e all’altro. Entrambi sono sistemi capaci di trasformare una maggioranza relativa di voti in maggioranza assoluta di seggi.  Sia la legge Mattarella che la legge Calderoli lo hanno fatto fino al terremoto prodotto dal M5s nel 2013. Ma lo fanno in modo diverso. Con il premio di maggioranza l’effetto disproporzionale ha un limite predeterminato. A chi vince viene assegnato un premio in seggi tale da farlo arrivare- diciamo- al 55%.  Se la soglia in termini di voti per far scattare il premio è posta al 40% e la coalizione con più voti arriva al 48% il premio è di 7 punti percentuali. Se invece la coalizione vincente prende il 40% di voti il premio è di 15 punti. E questo è il premio massimo.

    Con il collegio uninominale non ci sono massimi. Più alta è la quota di collegi prevista dal sistema, maggiore è il potenziale di disproporzionalità, e quindi maggiore è il premio in seggi che va al vincente. Due esempi nostrani: nel 1994 alla Camera con il 37,7% dei voti i Poli di Berlusconi presero il 61,8% dei seggi maggioritari; nel 2001 la Casa delle libertà al Senato con il 42,5% dei voti ottenne il 65,5% dei seggi. Il risultato finale fu diverso perché la legge Mattarella prevedeva il 25% di seggi proporzionali e lo scorporo. Ma la disporporzionalità prodotta dai collegi uninominali è un fatto. E potremmo continuare con esempi francesi e inglesi.

    Nel contesto frammentato in cui ci troviamo non è possibile prevedere quale sarebbe l’esito del voto con un sistema come quello francese che piace a molti o anche solo con un sistema con più collegi uninominali rispetto al Rosatellum in vigore oggi, come piace a Letta. Quello che si può dire è che entrambi potrebbero generare una maggioranza molto ampia per chi vince e questo accadrebbe con certezza a favore del centro-destra se per esempio Pd e M5s non si alleassero. Una maggioranza tanto ampia grazie alla quale l’elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura e della Consulta spettanti al Parlamento non dovrebbe essere concordata con l’opposizione.

    Ma quale sistema a premio di maggioranza? Chi scrive è da tempo convinto che il migliore sia un sistema a due turni. Il secondo turno però non piace a tutti. Ma una soluzione di compromesso ci sarebbe. È un sistema in cui il premio viene assegnato alla coalizione che prende più voti al primo turno a patto che arrivi almeno al 40%.  Il secondo turno scatterebbe solo se nessuna delle coalizioni in campo arrivasse al 40%. Anche così il sistema potrebbe funzionare. Sarebbe comunque un modo per dare una maggioranza assoluta di seggi a chi ottiene più voti utilizzando sia le prime che le seconde preferenze degli elettori. L’Italia ha bisogno di uscire dalla trappola della instabilità dei governi. Senza governi stabili non riusciremo a fermare il declino. Un buon sistema elettorale non è una condizione sufficiente per raggiungere l’obiettivo ma è un ingrediente essenziale.

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  • Un Presidente, due approcci. Il rapporto tra governi Conte e Unione Europea attraverso l’analisi della politica di bilancio e le caratteristiche degli esecutivi

    Dopo il terremoto elettorale del 2013 (Chiaramonte e De Sio 2014), il sistema politico italiano ha conosciuto ulteriori scosse telluriche in seguito all'esito delle elezioni politiche del 2018. Quest'ultime, infatti, hanno certificato il successo di partiti challenger (Bellucci 2018) - su tutti il Movimento 5 Stelle (M5S) - e il rovesciamento dei rapporti di forza all'interno della coalizione di centrodestra. Il verdetto emerso dalle urne nel 2018 ha confermato la fluidità del sistema politico italiano (Chiaramonte et al. 2018). Il "voto del cambiamento" (Chiaramonte e De Sio 2019) ha infatti - indirettamente - trovato esito nella nascita del "governo del cambiamento" (Pedrazzani 2018). Uno degli elementi più innovativi del primo governo della XVIII legislatura risiede nella figura del Presidente del Consiglio: Giuseppe Conte. Avvocato, giurista, e nessuna esperienza di politica partisan pregressa. Una figura nuova della politica italiana, inizialmente proposta nella squadra di governo del M5S alla guida del Ministero della Pubblica Amministrazione.

    Gli sviluppi politici occorsi durante il turbolento ciclo di vita del primo governo Conte hanno progressivamente rafforzato il ruolo del Presidente del Consiglio, segnando un passaggio da arbitro dei conflitti intracoalizionali tra M5S e Lega a una più spiccata autonomia nei processi decisionali della macchina esecutiva. La crisi di governo di Agosto 2019 ha posto fine all'esperienza della coalizione "giallo-verde", fornendo opportunità per le forze politiche di portare a termine le trattative per la formazione del secondo governo Conte. Il cambiamento cromatico - da giallo-verde a giallo-rosso - dovuto al ritorno al governo del Partito Democratico e al simultaneo ritorno all'opposizione della Lega ha aperto la strada a nuovi interessanti interrogativi di ricerca.

    Nel passaggio dal governo Conte I al governo Conte II alcuni osservatori hanno rilevato cambiamenti importanti in termini di proposte e stile di policy e approccio verso gli attori politici sovranazionali. L'arena di concertazione tra governo italiano e istituzioni dell'Unione Europea è, in questo senso, centrale e rappresentativa di queste trasformazioni. Nell'articolo di recente pubblicazione per Italian Political Science, Andrea Capati e Marco Improta indagano gli approcci dei governi Conte nei confronti dell'Unione Europea. Per apprezzare e valutare questi approcci, l'attenzione è rivolta a molteplici livelli. Da un lato, l'analisi si basa sulle caratteristiche strutturali e le preferenze dei due esecutivi: composizione partitica, centralità dei ministeri affidati a figure partitiche o tecniche, frammentazione, programmi di policy, presenza di watchdog. Dall'altro, per studiare i diversi approcci dei governi Conte, si privilegia l'arena - tipicamente intergovernativa - della politica di bilancio nel contesto del Semestre Europeo.

    Lo studio mostra risultati interessanti. In primo luogo, dal programma del primo governo Conte emerge la marcata opposizione alle regole europee, tramite un evidente ricorso a deficit e la proposta di una radicale revisione dell'assetto di governance economica dell'Unione. La nascita del secondo governo Conte segna una decisa inversione di marcia, enfatizzando la necessità di agire di concerto con le istituzioni europee e orientare l'azione di governo secondo una chiara prospettiva europeista.

    In secondo luogo, la composizione ministeriale del Conte I - considerata da alcuni sovranista (Fabbrini 2019) e nazionalista (Kriesi 2018) - conosce un profondo mutamento con la nomina degli europeisti Roberto Gualtieri e Vincenzo Amendola in posizioni di governo chiave per il rapporto con l'Unione Europea (Ministero dell'Economia e Ministero per gli Affari Europei). Posta dall'ex segretario del Partito Democratico Nicola Zingaretti come condizione necessaria per la nascita del governo Conte II, la fedeltà alla prospettiva europea si è inoltre manifestata con la proposta di Paolo Gentiloni a Commissario Europeo per gli affari economici. In linea con il suo convinto europeismo, il PD ha esercitato un ruolo di mitigazione sia nei confronti del principale partner di governo (il M5S), sia, più in generale, riguardo l'intera coalizione di governo.

    Un ulteriore elemento interessante emerge dall'analisi della politica di bilancio. Entrambi gli esecutivi hanno conosciuto instabilità e hanno fallito nel rispettare le raccomandazioni specifiche per paese della Commissione e le regole del Patto di Stabilità e Crescita. Tuttavia, le loro proposte di bilancio sono state ricevute dalle autorità europee in modo differente. Il governo Conte I si è visto rigettare dalla Commissione Europea la bozza di legge di bilancio, evento senza precedenti nella storia del Semestre Europeo. Dopo la revisione insoddisfacente della bozza, la Commissione ha mosso i primi passi verso una procedura di infrazione per deficit eccessivo. Il rischio di non-compliance si è riproposto anche per il secondo esecutivo a guida Conte. Tuttavia, in questo caso, la Commissione non ha richiesto la revisione del budget, apprezzando l'impegno dell'Italia a rispettare i criteri di bilancio.

    L'interdipendenza tra politica domestica e istituzioni sovranazionali e la crescente importanza dei vincoli esterni che derivano dall'appartenenza all'Unione Europea rappresentano fattori fondamentali per l'analisi delle condotte dei governi nazionali. Questi ultimi si trovano progressivamente a dover orientare le proprie scelte, e dunque rimodellare anche le loro preferenze, secondo regole e procedure stabilite anche al di fuori delle rispettive capitali. Questi processi pongono interrogativi di ricerca rilevanti, che possono essere approfonditi anche oltre il caso italiano.

    Per maggiori informazioni, consultare l'articolo completo su Italian Political Science

    Bibliografia:

    Bellucci, P. (2018). ‘Introduction: why populism won’. Contemporary Italian Politics, 10(3), 218-223.

    Chiaramonte, A. and De Sio, L. (2014).Terremoto elettorale: le elezioni politiche del 2014. Bologna: Il Mulino.

    Chiaramonte, A., Emanuele, V., Maggini, N. and Paparo, A. (2018). ‘Populist success in a hung parliament: The 2018 general election in Italy’. South European Society and Politics, 23(4), 479-501

    Fabbrini, S. (2019). ‘A Bruxelles una scintilla della crisi italiana’. Il Sole 24 Ore.

    Kriesi, H. (2018). ‘The Political Space in Italy and Germany during the Crisis: Italian and Ger-man Populism Compared’. In Responses of European Economic Culture to Europe’s Crisis Politics: The Example of German-Italian Discrepancies, edited by J. Hien and C. Joerges, 148-156, Firenze: European University Institute.

    Pedrazzani, A. (2018). ‘Introduction to the Special Issue: Governo del Cambiamento? Italian Politics under the Yellow-Green Government’. Italian Political Science,13(2), 1-10.

  • Can the class cleavage still explain support for left-wing parties?

    *This post has been originally published on the LSE EUROPP Blog

    The electoral strength of left-wing parties has traditionally been linked to the size and nature of a country’s working class and the existence of strong organisations such as trade unions. But are these ‘class cleavage’ factors still important in today’s politics? Drawing on a new study, Vincenzo Emanuele finds that while the characteristics of the working class are still a significant predictor of votes for the left, the importance of the organisational dimension has largely disappeared over the last two decades.

    Conventional wisdom in today’s Western European politics is that left parties, and especially social democratic parties, have been experiencing an unrestrainable electoral decline. Journalists and pundits have highlighted the recent dramatic collapse of social democratic parties in several countries. In France, the Socialist Party fell from 29.4% to 7.4% in the 2017 legislative elections. In Germany, the support for the Social Democratic Party halved over the course of two decades, from 40.9% in 1998 to 20.5% in 2017, and the party is expected to be replaced by the Greens as the main political force of the centre-left camp in the next elections to be held in September.

    The Italian centre-left coalition reached a new record-low result in the 2018 parliamentary elections (23.3%). Similar record-low results for social democratic parties occurred in Sweden in 2018 (28.3%), in Switzerland in 2019 (16.8), and especially in the Netherlands, where the Labour party collapsed to 5.7% in the last two parliamentary elections (2017 and 2021). Although in some countries the social democratic fall has been counterbalanced by the rise of radical left parties, like in Greece and Spain, the general picture of the European left is indisputably a gloomy one.

    Based on such evidence, comparative politics scholars have investigated the factors explaining the fall of the Western European left, ranging from transformations in social structures (the working-class shrinking) to behavioural changes (voters are mobilised according to post-materialist issues cutting across traditional class loyalties). Other scholars have pointed to the ideological moderation of parties on the left and their convergence with the mainstream right through a decreased emphasis on traditional economic left goals. This is claimed to have alienated the support of the traditional working-class base.

    However, a smoking gun has yet to be found. According to the classical cleavage theory by Seymour Martin Lipset and Stein Rokkan, the left’s electoral mobilisation is a function of class cleavage strength. The latter can be empirically measured by looking at two main elements: social group strength and organisational density. The former refers to the characteristics of its core social constituency, namely the working class. The more sizeable and industry-based the working-class is, the larger the expected support for the left. The latter instead refers to the corporate and partisan components of the cleavage, namely trade unions and left party organisations. The denser the organisational encapsulation within trade unions and left parties, the larger the electoral support for the left.

    Class cleavage roots and electoral mobilisation

    Starting from these premises, in a new study, I investigate whether left parties are still linked to their historical class cleavage roots or, instead, whether the electoral support for the former is completely detached from the socio-structural and organisational features from which such parties originally stemmed.

    The link between class cleavage roots and left electoral mobilisation is tested through a comparative longitudinal research design that takes into account 19 Western European countries and their parliamentary elections in the whole post-World War II period (345 elections) so as to offer a comprehensive perspective that goes beyond the mere assessment of the last few years and allows for an accurate analysis of long-term changes.

    The analysis shows that support for left parties – communist, socialist, social-democratic, and labour parties – has remained quite stable from 1946 to 2010, with an average of 38% and a peak of 40.4% in the 1970s. Notably, the last decade is characterised by a remarkable decline: the aggregate vote share of left parties decreases to an average of 31.9% in the 2010s, and this decline is even more pronounced if one excludes Southern European countries (27.6%).

    Moreover, contrary to many claims about the recent alleged right-wing shift of left parties, an empirical test based on Comparative Manifesto Project data from 1945 and 2018 unequivocally rejects the hypothesis that left parties have shifted ideologically away from traditional economic left goals. Conversely, the analysis shows that left parties can still be safely considered as the legitimate representatives of the working-class side of the class cleavage.

    Figure 1: Social group strength and organisational density

    Note: The figures are country averages. For more information, see the author’s accompanying study.

    Moving to focal predictors, Figure 1 shows that the class cleavage may assume different configurations in Western European countries. Not surprisingly, Scandinavian countries like Sweden and Denmark, as well as Austria, show the strongest class cleavage, while Greece and Ireland fall at the bottom of the ranking. However, the two aspects may not converge, and the development of dense organisational networks (strong trade unions and left parties) is not necessarily linked to the presence of a sizeable and industry-based working class.

    This is the case of Cyprus and Iceland, which display relatively strong organisations in the context of a small and heterogeneous working class, but also of Germany and Switzerland, where the opposite situation of a strong social group goes hand in hand with a comparatively weak organisational density. At any rate, by looking at the evolution over time of class cleavage roots reported in Figure 2, a general picture of decline emerges: the working class has shrunk in size and has become less industry-based, while trade unions and left parties have lost members. This picture is fairly consistent across countries.

    Figure 2: Temporal evolution of social group strength and organisational density (1946–2018)

    Note: For more information, see the author’s accompanying study.

    However, this trend does not necessarily mean that, despite its reduced weight in Western European politics, the class cleavage no longer translates into left electoral support, as was the case at the time of the origin of class electoral mobilisation. The empirical test of the association between class cleavage roots and left electoral mobilisation – controlling for other social, institutional, and political factors that may affect this relationship – shows that the class cleavage has a significant impact on the electoral support for left parties in Western Europe in the period between 1946 and 2018.

    All else being equal, both a sizeable and industry-based working class and a dense organisational network increase the electoral support for left parties. What notably differentiates the two elements of the class cleavage is the evolution over time of their impact on left electoral support. Indeed, while social group strength has remained a substantial predictor of left electoral mobilisation even in recent decades, the impact of organisational density – as Figure 3 shows – has dramatically decreased over time and has become no longer significant in the last twenty-five years.

    Figure 3: Impact of organisational density on left parties’ electoral support over time

    Note: For more information, see the author’s accompanying study.

    In a nutshell, the analysis tells us that the class cleavage is not entirely ‘lost in translation’, as a sizeable and industry-based working class is still today an important predictor of left electoral mobilisation. Nevertheless, such mobilisation is no longer mediated by the corporate and partisan organisations, the original vectors of cleavage translation. Indeed, membership in trade unions and left-wing parties are no longer associated with left electoral support.

    These results deserve careful future consideration and have important implications for the study of cleavages and elections. In particular, they raise fundamental questions about the future of left parties and their class cleavage roots. Will the persistent link between the class cleavage’s socio-structural roots and left electoral mobilisation be a sufficient factor for class bloc parties’ electoral resilience, despite the missing link with class cleavage’s organisational roots? Or, instead, will the breakage of the transmission belt between organisational density and left electoral mobilisation cause an electoral disintegration of these parties in the near future? Further research should carefully address these questions, whose answer is paramount for our understanding of class politics and electoral competition in twenty-first-century Europe.

    For more information, see the author’s accompanying paper in Perspectives on Politics

  • Conflict Mobilisation or Problem-Solving? Issue Competition in Western Europe

    A new book edited by Lorenzo De Sio and Romain Lachat has been just published by Routledge; information is available here.

    The book presents the results of the Issue Competition Comparative Project (ICCP) (data and documentation is openly accessible and available free of charge through the ICCP and GESIS websites), which analysed six elections in six important European countries (Austria, France, Germany, Italy, Netherlands, and UK) between 2017 and 2018 through a focus on post-ideological issue competition, leveraging a fresh theoretical perspective – and innovative data collection and analysis methods – emerging from issue yield theory.

    The contributors to this volume cast a new light on electoral developments that have affected Western Europe in recent years, pointing to the key distinction between problem-solvers (parties and leaders that leverage their technocratic competence, and present a consensual, win-win view of contemporary transformations) and conflict mobilizers (that instead invest on the mobilization of conflict emerging from these transformations), as well as to the ability of some actors to mobilize voters across traditional ideological boundaries. In this light, parties commonly identified as "populist" simply emerge distinctively as cross-ideological conflict mobilizers; but mainstream parties appear vital and competitive as well, when they properly identify and leverage their issue advantages. Thus, the fate of democracy in Western Europe does not appear doomed to a triumph of populist appeals, but rather openly depending on the ability of political parties to leverage issue opportunities that emerge from societal demands and needs.

    The chapters in this book were originally published as a special issue of West European Politics.

  • New method shows unexpected importance of economic issues: article now officially published

    A new article by Davide Angelucci and Lorenzo De Sio, titled Issue characterization of electoral change (and how recent elections in Western Europe were won on economic issues), has been just published by the Italian Journal of Electoral Studies. The article is now officially available here.

    Leveraging the issue-rich ICCP dataset (data and documentation is openly accessible and available free of charge through the ICCP and GESIS websites), the article investigates the issue determinants of vote change in six important European countries between 2017 and 2018 (Austria, France, Germany, Italy, Netherlands, UK). The article makes innovative contributions in three aspects:

    1) Rather than modelling vote choice, we model vote change, at the individual level, from one party to another. In doing so, the article indeed provides a plausible account of the determinants of the voting shifts behind electoral victories and defeats.

    2) By relying on a unique dataset that includes voter opinions on a large number (30+) of actual campaign issues of each of the six countries covered by the study, we identify actual issue determinants of voting shifts, thus providing an accurate picture of the problem and policy priorities that drive electoral results.

    3) This is particularly relevant in relation to the specific empirical application of this new design: the turning point elections that took place in these countries in 2017-18 (right after Brexit and the election of Donald Trump). While the literature has mostly focused on the emphasis by challenger parties on "cultural" issues (such as immigration and the EU), we find that the individual-level determinants of vote shifts are dominantly economic, and mostly related to positions that are protective of the welfare state. This casts a new light on the interpretation of recent elections in Western Europe.

    To cite the article:

    Angelucci D., De Sio L. (2021), Issue characterization of electoral change (and how recent elections in Western Europe were won on economic issues), Quaderni dell’Osservatorio elettorale – Italian Journal of Electoral Studies (QOE-IJES), Just Accepted.


Volumi di ricerca

  • Conflict Mobilisation or Problem-Solving? Issue Competition in Western Europe

  • “La politica cambia, i valori restano” ripubblicato in Open Access

  • Il voto del cambiamento: le elezioni politiche del 2018

  • Cleavages, Institutions and Competition

  • Young People’s Voting Behaviour in Europe. A Comparative Perspective

  • Terremoto elettorale. Le elezioni politiche del 2013

  • Competizione e spazio politico. Le elezioni si vincono davvero al centro?

  • La politica cambia, i valori restano? Una ricerca sulla cultura politica dei cittadini toscani

  • Proporzionale se vi pare. Le elezioni politiche del 2008

  • Elettori in movimento. Nuove tecniche di inferenza ecologica per lo studio dei flussi elettorali


Dossier CISE

  • The European Parliament Elections of 2019 – individual chapters in PDF

  • The European Parliament Elections of 2019 – the e-book

  • “Goodbye Zona Rossa”: Online il Dossier CISE sulle elezioni comunali 2018

  • Dossier CISE “Goodbye Zona Rossa”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • “Gli sfidanti al governo”: Online il Dossier CISE sulle elezioni del 4 marzo

  • Dossier CISE “Gli sfidanti al governo”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • The year of challengers? The CISE e-book on issues, public opinion, and elections in 2017

  • The year of challengers? Individual PDF chapters from the CISE e-book

  • “Dall’Europa alla Sicilia”: Online il Dossier CISE su elezioni e opinione pubblica nel 2017

  • Dossier CISE “Dall’Europa alla Sicilia”: Scarica i singoli articoli in PDF