Attualità

  • USA, la ratifica del 6 gennaio ultima sfida per i trumpiani

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 27 dicembre

    Dopo la decisione del collegio elettorale dello scorso 14 dicembre resta un ultimo atto prima che Joe Biden sia proclamato ufficialmente presidente. Il 6 Gennaio la Camera dei rappresentanti e il Senato in una sessione congiunta dovranno ratificare il risultato dei cinquanta stati della federazione, uno per uno. Sono cinquanta certificati elettorali che i rappresentanti e i senatori eletti lo scorso 3 Novembre possono accettare o contestare. Prima di Trump era un atto solenne ma formale. Il 6 gennaio potrebbe non esserlo

    Diciamo subito che non esiste nessuna concreta possibilità che il risultato deciso in sede di collegio elettorale venga rovesciato. Ma questo ultimo atto, prima della inaugurazione del nuovo presidente il 20 gennaio, rappresenta per Trump e i suoi sostenitori una sede ideale per riaffermare ancora una volta in modo clamoroso la tesi che l’elezione di Biden sia illegittima e per fare in modo che il GOP continui a essere il partito di Trump anche dopo la sua uscita dalla Casa Bianca. Con quali conseguenze per il partito e per la democrazia americana è difficile prevedere oggi. 

    La Costituzione americana dice poco su questo ultimo atto. Si limita ad affermare che spetta al Presidente del Senato aprire i certificati trasmessi dagli stati e contare i voti.

    Solo nel 1887 con il passaggio dell’Electoral Count Act il ruolo del Congresso è stato specificato. Per contestare uno qualunque dei certificati elettorali trasmessi dagli stati occorre che la ratifica sia messa in discussione congiuntamente da un membro della Camera e da un membro del Senato. In questo caso ciascun ramo del Congresso dovrà riunirsi e avrà due ore di tempo per decidere se approvare o meno il risultato dello stato in questione. Perché il risultato sia rigettato occorre che Camera e Senato siano d’accordo. Nel passato è accaduto che singoli membri di una delle due camere abbiano sollevato obiezioni. Ed è anche accaduto- l’ultima volta nel 2005- che un deputato e un senatore abbiano agito di comune accordo. Ma sono stati atti senza conseguenze.

    Sul piano sostanziale anche il 6 Gennaio non ci saranno conseguenze. Infatti, anche se tutti i senatori repubblicani, che -dopo il voto in Georgia- potrebbero essere ancora in maggioranza, si esprimessero contro la ratifica, il loro voto non avrà alcun effetto, visto che i democratici controllano la Camera.  Quindi è certo che il Congresso approverà la decisione del collegio elettorale e alla fine del conteggio dei 50 certificati il presidente del Senato Pence dichiarerà ufficialmente- forse con qualche imbarazzo- Joe Biden presidente degli Stati Uniti.

    Ma l’importanza di quanto avverrà il 6 gennaio non sta nella formalizzazione della elezione di Biden che, come abbiamo detto, è scontata ma nella posizione del partito repubblicano nel caso in cui Camera e Senato siano chiamati a votare su uno o più certificati elettorali. Come voteranno deputati e senatori repubblicani? A favore della ratifica e quindi riconoscendo la correttezza della elezione di Biden o contro avvalorando le tesi di Trump e la sua strategia di delegittimazione del processo elettorale? Fino a oggi non si sono trovati davanti a una scelta così netta. C’è chi ha appoggiato Trump in maniera decisa e chi lo ha fatto tiepidamente e c’è anche chi è stato semplicemente in silenzio. Il 6 Gennaio dovranno scegliere tra fedeltà a Trump e attaccamento alle istituzioni.

    Che probabilità ci sono che si arrivi a votare per rigettare o meno il voto di uno o più stati?  Si sa già che un gruppo di eletti repubblicani alla Camera, guidati da Mo Brooks deputato dell’ Alabama, hanno intenzione di impugnare il risultato di cinque stati. Ma da soli non possono farlo. Devono trovare un collega al Senato che firmi insieme a loro la richiesta. La sorpresa di questi giorni è che il leader del partito repubblicano al Senato Mitch McConnell, che dal 3 Novembre in poi aveva sempre sostenuto tutte le mosse di Trump, ha deciso di riconoscere l’elezione di Biden e si sta dando da fare per convincere i suoi colleghi senatori a non appoggiare l’iniziativa dei repubblicani della Camera.

    McConnell è un trumpiano, ma non è uno sprovveduto. Ha capito il pericolo che uno scontro frontale il 6 Gennaio rappresenta per il suo partito. È facile immaginare che un voto del genere potrebbe rappresentare un passo ulteriore nella definitiva trasformazione del GOP nel partito di Trump ovvero potrebbe spaccarlo irrimediabilmente. Per questo vuole evitare questa ultima sfida al processo elettorale da cui Trump è uscito sconfitto. Così facendo mostra un coraggio inaspettato, visto che sa bene che il presidente uscente ha dalla sua la grande maggioranza degli elettori repubblicani del tutto convinti che Biden abbia vinto grazie a frodi massicce. Ma a ben vedere non è tanto il coraggio che lo guida, ma il calcolo razionale. McConnell è un politico di lungo corso che cerca di limitare i danni in attesa che passi la nottata.

    Tra pochi giorni si vedrà come andrà a finire. Non c’è dubbio che ci siano senatori repubblicani sensibili al richiamo dell’ultima sfida. E ci sono pochi dubbi che Trump cambi idea prima del 6 Gennaio. Perciò anche questo ultimo atto del lungo e farraginoso processo di selezione del Presidente USA servirà a capire cosa possano aspettarsi Joe Biden e la democrazia americana nel prossimo futuro.

  • Il ruolo dei Notabili nelle Elezioni Regionali 2020 in Calabria

    Poco più di dieci mesi fa, la regione Calabria ha affrontato le elezioni regionali e i partiti politici in lizza sono passati al vaglio dei cittadini. La coalizione di centrodestra è uscita trionfante dalle urne e al governo della regione è stata eletta per la prima volta una donna, Jole Santelli. La sua morte, per certi versi improvvisa, lascia un vuoto politico e istituzionale non indifferente che pone la Calabria, già abbastanza provata dall’emergenza sanitaria, dalla gestione delle strutture ospedaliere e dall’organizzazione delle nuove elezioni regionali, in una posizione di forte insicurezza e precarietà.

    Le elezioni regionali del 26 gennaio 2020 hanno rispettato quella che in “politichese” si chiama la regola della perfetta alternanza; è infatti, dalle elezioni regionali del 2000 che nessun Governatore uscente della Calabria viene rieletto: le coalizioni in lizza per le elezioni, principalmente due, centrodestra e centrosinistra, si sono perfettamente alternate al governo della regione ad ogni tornata elettorale come se giocassero in un perfetto sistema bi-partitico dove gli altri candidati a Presidente assumono un ruolo più che marginale.

    Oltre alla regola della perfetta alternanza, il sistema politico calabrese presenta delle caratteristiche particolari che sono state oggetto di studio e ricerca per molti politologi (De Luca e 2015; Emanuele e Marino 2016). Il sistema politico e partitico della Calabria è definito de-istituzionalizzato (Sartori 1976; Casal Bértoa 2014; Bardi e Mair 2008) poiché risente di una forte frammentazione partitica e di un alto tasso di volatilità elettorale - che spiega e conferma il rispetto della regola della perfetta alternanza.

    Le cause principali di questo tipo di sistema politico possono essere ricondotte alla presenza ramificata e profonda sul territorio del fenomeno notabilare. Altra variabile determinante è l’uso distorto del voto di preferenza che da essere veicolo per scegliere chi eleggere in consiglio regionale, diventa l’oggetto di scambio tra elettore e candidato ed un modo per plasmare una nuova forma di sistema partitico sempre più imprevedibile in quanto dipendente dagli spostamenti dei notabili da un partito a un altro e da una coalizione all’altra.  

    Nei contesti sociali e politici dove il fenomeno notabilare attecchisce con facilità e ha maggiori aderenze, si registra una espansione rilevante dell’uso del voto di scambio: i sistemi politici meridionali, specialmente quello calabrese, sono affetti da un clientelismo e familismo amorale che pervade le relazioni che si instaurano tra partiti e candidati e tra candidati ed elettori (Cartocci 1985); per queste ragioni, il sistema politico della Calabria, oltre ad essere definito de-istituzionalizzato, è anche definito Candidate-based System (Fabrizio e Feltrin 2007).

    In un sistema orientato al candidato è quest’ultimo ad avere potere di contrattazione preelettorale con i partiti, a plasmare la struttura della competizione elettorale e ad indirizzare il voto degli elettori, i quali non usano più il partito come euristica di voto. Il rapporto tra questi e i candidati, pertanto, è segnato da legami personali e privati; di conseguenza, il comportamento di voto dell’elettore è orientato allo scopo e alla soddisfazione di benefici e favori personali.

    Il risultato di un contesto politico simile a quello appena descritto è un grave deficit di qualità della democrazia, di erosione dell’accountability della classe politica e dirigente – si avrà un’accountability viziosa ed individuale basata sulle capacità dei notabili di procurare, attraverso il loro patrocinio politico, benefici personali ai propri elettori – e ovviamente, ne consegue una falsificazione degli esiti elettorali.

    In altre parole, in un ambiente politico caratterizzato in modo significativo dalla presenza di notabili si concretizzano due implicazioni: la prima è che la presenza di più notabili nello stesso territorio equivale a blocchi di voti personali più consistenti che possono prevedere e determinare i risultati elettorali delle elezioni nel momento stesso in cui il notabile X si candidata per uno o per l’altro schieramento; la seconda implicazione si fonda sulla considerazione che una presenza marcata del fenomeno notabilare in uno specifico territorio potrebbe essere sinonimo di una rete di rapporti personali, diadici e di clientelismo che caratterizzano e definisco l’ambiente politico in cui operano, il tipo di voto e di elettore.

    Al contrario, in un sistema politico dove i partiti sono il fulcro della competizione elettorale, il voto dell’elettore è mosso per il partito a lui più vicino ideologicamente. Sono i partiti, quindi, a strutturare la competizione elettorale stabilendo legami con gli elettori e mostrando alti livelli di continuità territoriale del loro sostegno. I singoli candidati giocano un ruolo minore; infatti, necessitano del supporto delle alleanze partitiche e la loro elezione dipende fortemente dalle prestazioni dei partiti in lizza.

    Per dimostrare come l’importante diffusione del voto di preferenza in sistemi partitici de-istituzionalizzati e in determinati contesti locali abbia influenzato la competizione elettorale e i risultati delle regionali del 2020, è stata realizzata una analisi descrittiva sui candidati e ricandidati a consigliere regionale e sui loro endorsement, che ha permesso di verificare quanto e in che modo il fenomeno notabilare abbia inciso sulla prevedibilità dei risultati elettorali e sui flussi di voto.

    La ricerca prende in considerazione solamente i candidati che hanno concorso per entrambe le regionali del 2014 e del 2020 e i candidati che pur non avendo partecipato alle elezioni regionali del 2014, sono stati sostenuti da un notabile o da dei politici locali che godono di una sfera di influenza sul territorio significativa.

    Innanzitutto l’analisi svolta ha individuato 24 candidati (Tabella 1) che possiamo definire i notabili del 2020. Di questi 24, sette si erano già candidati per le regionali del 2014 e sono Giovanni Arruzzolo, Domenico Creazzo, Domenico Giannetta, Nicola Irto, Clotilde Minasi, Gianluca Gallo e Giuseppe Neri.

    Tab. 1 – Notabili 2020, percentuali voti validi circ./regione

    Come visibile dalla Tabella 2, risulta che:

    13 dei Top Candidates (Notabili) selezionati hanno cambiato partito pur rimanendo all’interno della stessa coalizione con cui hanno concorso nelle regionali del 2014;

    5 candidati sono passati dalla coalizione di centrosinistra a quella di centrodestra – nessun notabile è passato dal centrodestra al centrosinistra;

    6 candidati hanno concorso con lo stesso partito in entrambe le tornate elettorali;

    Tab. 2 – Notabili e schieramenti tra le regionali 2014 e 2020

    Al fine di comprendere come i movimenti dei notabili abbiano potuto determinare (in parte) il risultato delle regionali 2020, focalizziamo l'attenzione sui 5 candidati a consigliere regionale che sono passati dalla coalizione di centrosinistra a quella di centrodestra tra le regionali del 2014 e quelle del 2020.

    Il notabile Bruno Bagnato si era candidato nel 2014 nella lista di “Autonomia e Diritti” che appoggiava Mario Oliverio mentre nel 2020 si è candidato nella lista “Jole Santelli Presidente” ,passando quindi alla coalizione di centrodestra. Tuttavia, in entrambe le regionali non è stato eletto.

    Domenico Creazzo nel 2014 si era candidato con la lista “Democratici Progressisti” ma non riuscì ad essere eletto; nel 2020 si candida con il partito della Meloni e ottiene 8.033 preferenze aggiudicandosi il seggio.

    Mauro D’Acri nelle regionali del 2014 decide di sostenere il candidato Presidente del centrosinistra, Mario Oliverio, venendo eletto mentre in quelle del 2020 decide di schierarsi per la candidata del centrodestra, non riuscendo però ad aggiudicarsi il seggio.

    Giuseppe Neri da “Democratici Progressisti” con cui ottiene 5.000 preferenze nelle regionali del 2014, decide di passare a Fratelli d’Italia nel 2020 e raccoglie 7.378 voti, riuscendo a sedere a Palazzo Campanella per entrambe le legislature.

    Per ultimo abbiamo Antonio Scalzo che dal Partito Democratico con cui ottenne 12.712 preferenze aggiudicandosi il seggio nelle regionali del 2014, è passato all’UDC per le regionali del 2020, raccogliendo 4.370 voti e non riuscendo ad essere eletto.

    In definitiva, lo spostamento di questi cinque notabili dal centrosinistra al centrodestra ha permesso alla coalizione che appoggiava Jole Santelli di ottenere ben 25.898 voti che, almeno teoricamente, sarebbero dovuti appartenere alla coalizione avversaria. 

    Dai risultati ottenuti dal calcolo della percentuale di voti validi a livello circoscrizionale, visibili nella Tabella 1, risulta che nella circoscrizione Nord erano presenti 7 notabili, i quali hanno raccolto, in termini assoluti, 49.287 voti di preferenza che corrispondono al 16,9% dei voti validi espressi in tutta la loro circoscrizione.

    Nella circoscrizione Centro erano presenti 5 notabili che hanno raccolto 32.258 preferenze ed equivalgono all’11,9% dei voti validi espressi nella circoscrizione Centro.

    Nella circoscrizione Sud erano presenti, invece, 12 notabili, i quali hanno raccolto 69.118 voti di preferenza – più del doppio rispetto ai voti di preferenza della circoscrizione Centro e circa 1/3 in più rispetto alle preferenze espresse nella circoscrizione Nord – che corrispondono al 31,9% dei voti validi espressi in tutta la circoscrizione di Reggio Calabria.

    In stretta relazione con i dati appena discussi, dai risultati ottenuti dal calcolo della percentuale di voti validi a livello regionale emerge che i 24 notabili, congiuntamente, hanno ottenuto il 19,15% dei voti nell’intera regione Calabria.

    È importante sottolineare che la quota di voti più alta all’interno di questo quasi 20% proviene dai notabili della circoscrizione Sud che, come detto prima, sono in numero superiore rispetto ai notabili delle altre due circoscrizioni; ragion per cui, è possibile affermare che la circoscrizione di Reggio Calabria è la circoscrizione della regione dove il fenomeno notabilare è maggiormente diffuso e lo spostamento dei notabili reggini da una coalizione all’altra è indice di prevedibilità degli esiti elettorali.

    Per quanto concerne, invece, i notabili che decidono di non ricandidarsi e che sostengono con il loro endorsement altri candidati, abbiamo riscontrato diversi casi in cui il pacchetto di voti personali di cui questi dispongono siano passati ad alcuni dei consiglieri regionali eletti in questa ultima tornata elettorale.

    È il caso, ad esempio, di Vito Pitaro, che è stato eletto consigliere regionale con 5024 preferenze nella lista di Jole Santelli e che ha portato la lista della Governatrice della Calabria al 17,28% di consensi nel comune di Vibo Valentia, dove batte addirittura la lista di Forza Italia che riesce ad ottenere il 9,14%. Vito Pitaro è stato ex dirigente del Partito Democratico di Vibo Valentia e da maggio 2016 a novembre 2019 è stato anche il capo staff e segretario dell’ex consigliere regionale del Partito Democratico, Michelangelo Mirabello. Nonostante sia sempre stato un esponente di rilievo del Partito Democratico della Calabria, per le regionali del 2020 si è spostato nella coalizione di centrodestra facendosi sostenere dal notabile Giuseppe Mangialavori, ex consigliere regionale della Casa delle Libertà nella legislatura di Oliverio e attuale senatore forzista. 

    Un altro esempio di come l’endorsement di un notabile sia rilevante ai fini dell’elezione a consigliere regionale è quello di Luca Morrone: la sua candidatura è stata sostenuta dal padre Giuseppe Morrone detto “Ennio”- politico calabrese di lungo corso - e dal suo endorsement, tra cui si conta anche Francesco Spadafora, consigliere comunale di Cosenza. Nel corso degli anni la famiglia Morrone e specialmente il padre Ennio sono stati coinvolti in numerosi scandali e inchieste giudiziarie ma questo non ha impedito al figlio Luca di candidarsi alle regionali del 2020 nella lista di Fratelli d'Italia, venendo eletto consigliere regionale con 8110 preferenze.

    Anche Pierluigi Caputo, Presidente del consiglio comunale di Cosenza ed eletto consigliere regionale nella lista di Jole Santelli, ha goduto del sostegno di alcuni politici locali con un endorsement di rilievo: durante la sua campagna elettorale, Caputo ha ricevuto l’appoggio di Carmine Potesio, ex capo di gabinetto del Comune di Cosenza nominato dal sindaco Mario Occhiuto e suo uomo fidato ed inoltre, la sua candidatura è stata sostenuta anche dai consiglieri comunali di Cosenza quali Anna Ruggiero, Gaetano Cairo e Alessandra De Rosa. 

    Alla lista dei consiglieri regionali eletti nel 2020 che hanno ricevuto il sostegno di politici locali e notabili si aggiunge anche Giacomo Crinò, eletto nella lista della Casa delle Libertà con il sostegno degli zii Pietro (notabile 2010) e Francesco (notabile 2014).

    Altri due nomi da aggiungere alla lista sono quelli di Libero Notarangelo e Filippo Mancuso, candidati ed eletti entrambi nella circoscrizione Centro con più di 6.000 preferenze ciascuno. La candidatura di Notarangelo nella lista del Partito Democratico è stata appoggiata da Sergio Costanzo e Nicola Fiorita, consiglieri comunali di minoranza di Catanzaro, i quali remavano contro la candidatura a consigliere regionale del loro collega Filippo Mancuso con la Lega, il quale era appoggiato invece dal Sindaco del loro comune, Sergio Abramo e da un gruppo abbastanza numeroso di consiglieri comunali di maggioranza.

    Pietro Molinaro, altro Consigliere regionale eletto per la Lega, è stato sostenuto da Vincenzo Sofo, europarlamentare eletto alle ultime europee nella provincia di Catanzaro.

    Esempi di candidati a consigliere regionale che hanno goduto dell'endorsement e del sostegno di notabili e di diverse personalità della politica locale sono numerosi e ciò rende chiara l'idea di come contesti politici caratterizzati dalle interazioni del sistema dei notabili come quello calabrese, incidano fortemente sulla competizione elettorale e sugli equilibri politici tra i diversi schieramenti.  Infatti, per chi approda per la prima volta alle elezioni regionali, è fondamentale godere di un sostegno elettorale stabile; proprio per questa ragione ricevere o meno il supporto di notabili ma anche di politici locali determina l’elezione a consigliere regionale.

    Un altro elemento chiave che dovrebbe dimostrare come la rete notabilare calabrese ha, di fatto, rimpiazzato il sistema dei partiti e delle loro alleanze, diventando questa l’elemento di continuità e prevedibilità del sistema politico, è l’incremento del livello dell’uso del voto di preferenza nelle elezioni regionali degli ultimi decenni.

    Come è possibile notare dalla Figura 1, dal 1970 al 2015, l’uso del voto di preferenza nelle regionali è cresciuto costantemente in tutta Italia, specialmente nelle regioni meridionali e in Calabria.

    Fig. 1 – L’uso del voto di preferenza in Italia e Calabria nelle elezioni regionali. Fonte: Emanuele e Marino (2016)

    Sommando i voti di preferenza che tutti i candidati a consigliere regionale hanno ottenuto – in tutte le circoscrizioni e in tutte le liste – e dividendo il totale dei voti di lista circoscrizionali a livello regionale, otteniamo che il livello dell’uso del voto di preferenza, nelle regionali del 2020, si è attestato al 76,9%, circa 10 punti in meno rispetto al livello registrato nel 2014.

    Questa diminuzione del livello dell’uso del voto di preferenza nelle regionali 2020 – che rimane, comunque, molto alto specie se osservato in chiave comparata rispetto alle altre regioni italiane – può essere riconducibile a un probabile impatto più contenuto del ruolo dei notabili dovuto principalmente a tre fattori:

    i giudizi poco positivi sull’operato della giunta Oliverio da parte dei cittadini;

    l’applicazione, ormai dal 2000, in Calabria della regola della perfetta alternanza;

    un discreto spostamento dell’elettorato a destra.

    Infatti, considerando i risultati elettorali ottenuti dalla coalizione di centrodestra in Calabria nelle tornate elettorali degli ultimi anni, possiamo notare che dopo la cocente sconfitta alle regionali del 2014, già alle politiche del 2018, la coalizione di centrodestra era passata dal 23,6% al 32,2% dei consensi, fino ad arrivare al 55,3% nelle regionali 2020.

    La crescita di consensi del centrodestra potrebbe essere anche data dalla scesa in campo - per la prima volta alle regionali in Calabria - della Lega, che ha ottenuto quasi gli stessi voti di Forza Italia e dall’aumento di un altro punto percentuale rispetto alle regionali del 2014 del partito di Giorgia Meloni.

    È necessario specificare che i dati emersi da questa ricerca non smentiscono l’evidenza empirica che dimostra come alcuni politici locali possiedano le capacità di spostare delle quote di voti decisive per la vittoria di una coalizione rispetto all’altra; e che quindi la rete notabilare calabrese sia e rimanga un elemento di continuità e prevedibilità del sistema politico in cui opera; tuttavia, è doveroso specificare che nella Tabella 1 e nei calcoli che ne sono conseguiti non possono essere conteggiati i voti ottenuti da coloro che si candidano per la prima volta al consiglio regionale ma che sono sostenuti da notabili e politici locali che hanno le capacità di spostare pacchetti di voti corposi; ed è proprio per questa ragione che una parte importante degli effetti prodotti dal sistema dei notabili non può essere registrato. 

    Per concludere, è corretto asserire che in un contesto caratterizzato da alti livelli di volatilità elettorale e di discontinuità tra i partiti, il voto di preferenza e il voto di scambio, insieme al sistema notabilare e alla pratica delle ricandidature e degli endorsement, diventano gli unici elementi di continuità e stabilità all’interno del sistema politico e sociale, ruolo che in un sistema dove viene rispettata la piena democraticità e trasparenza, spetta ai partiti.

    Alla luce di quanto detto, sarà interessante e di particolare rilievo politico osservare i meccanismi e le alleanze strategiche che determineranno la competizione e gli esiti elettorali delle prossime elezioni (anticipate) in Calabria.

    Chissà, se anche a questo giro, i Notabili e il sistema clientelare saranno il pilastro fondante della competizione elettorale…

    La risposta appare alquanto scontata!

    Riferimenti bibliografici

    Bardi L. e Mair P. (2008), The parameters of party systems, Party Politics, 14(2): 147–166

    Cartocci R. (1985), Differenze territoriali e tipi di voto. Le consultazioni del Maggio - Giugno 1985, Italian Political Science Review/Rivista Italiana di Scienza Politica, 15(3): 421- 454

    Casal Bértoa F. (2014), Party systems and cleavage structures revisited: a sociological explanation of party system institutionalization in East Central Europe, Party Politics, 20(1): 16–36

    De Luca R. (2015), Le elezioni regionali del 2014 in Calabria, Osservatorio regionale, https://www.regione.emilia-romagna.it/affari_ist/RIbidemsta_1_2015/Deluca.pdf

    Emanuele V. e Marino B. (2016), Follow the Candidates, Not the Parties? Personal Vote in a Regional De-institutionalized Party System, Regional & Federal Studies, 26(4): 531-554

    Fabrizio D. e Feltrin P. (2007), L’uso del voto di preferenza: una crescita continua, in A. Chiaramonte, e G. Tarli Barbieri (a cura di) Riforme istituzionali e rappresentanza politica nelle Regioni italiane,pp. 175-199

    Sartori G. (1976), Parties and party systems: a framework for analysis. Cambridge: Cambridge University Press

  • Elezioni prima del 2023? I numeri dicono di no

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 16 dicembre

    Ancora una volta tanto rumore per nulla. Periodicamente si torna a parlare di crisi di governo e di possibili elezioni anticipate senza tener conto della realtà. Sono i numeri a dirci che l’ipotesi di elezioni prima del 2023 è del tutto infondata. È vero che i numeri sottendono comportamenti razionali e gli umani, compresi i politici che siedono in Parlamento, spesso non lo sono. Ma quando si tratta di convenienze politiche ed economiche chiaramente definite è difficile che le emozioni sostituiscano il calcolo razionale. E questo è proprio il caso dell’analisi costi-benefici applicata alla eventuale decisione da parte della maggioranza degli attuali deputati e senatori di far cadere il governo da cui dipendono la loro sopravvivenza politica e, per molti di loro, la fortuna economica.

    I numeri di cui parliamo sono quelli che si vedono nella Tabella 1.

    Tab. 1 – Composizione stimata del parlamento in caso di nuove elezioni. Fonte: cise.luiss.it.

    Oggi siedono in Parlamento (eletti nel 2018) 339 grillini, 181 leghisti, 162 forzisti, 50 fratelli, 165 democratici, 18 liberi-uguali. Dal 2018 il quadro politico è cambiato radicalmente. Sono cambiati i rapporti di forza tra i partiti come abbiamo visto alle Europee dello scorso anno, e come ci dicono i sondaggi attuali. E poi c’è stato il referendum costituzionale con cui gli elettori hanno approvato la riduzione dei componenti delle due camere. La combinazione di questi due fattori incide pesantemente sulle prospettive degli attuali deputati e senatori. E nel caso dei cinque stelle occorre aggiungere anche un terzo fattore: il limite dei due mandati.

    Quindi, fatti i calcoli sia in base ai voti delle europee sia in base alla media dei sondaggi attuali l’unico partito destinato ad avere più seggi, se si votasse oggi, sarebbe Fratelli d’Italia. Per la Lega la differenza in meno sarebbe modesta. Per tutti gli altri le elezioni sarebbero un disastro. In particolare per il M5s e per Forza Italia. Il primo passerebbe dagli attuali 339 rappresentanti a poco più di 100. La seconda passerebbe da 162 a 55. Sono calcoli fatti utilizzando il sistema elettorale proporzionale in discussione in parlamento. Se utilizzassimo l’attuale sistema elettorale, la legge Rosato, le cose per i partiti di governo molto probabilmente andrebbero anche peggio. Quanto a Renzi (che oggi può contare su 30 deputati e 18 senatori), Calenda e Bonino, non compaiono nelle nostre stime perché la clausola del 5% e la stima della loro forza attuale li terrebbe fuori, a meno che non formino un cartello allo scopo di superare la soglia.

    Questo è il quadro. Sono stime, ma affidabili. E soprattutto sono, a grandi linee, dati ben noti a chi siede alla Camera e in Senato oggi. È plausibile che alla luce di questi dati ci sia una maggioranza di deputati e senatori che voglia andare a votare sapendo che pochi di loro potrebbero tornare in Parlamento?  Non è semplicemente razionale. La banale verità è che il taglio dei parlamentari ha stabilizzato la legislatura. Questo è un Parlamento destinato a durare.

    Scartata l’ipotesi ‘elezioni anticipate’ resta in piedi l’ipotesi ‘nuovo governo’. L’attuale è un esecutivo debole dal punto di vista della coesione dei partiti che lo compongono e delle competenze che ha messo in campo, ma difficile da sostituire nonostante la sua intrinseca fragilità. In altre circostanze sarebbe caduto da un pezzo. Ma oggi non è così. Lasciamo perdere che una crisi in piena pandemia, che miri a sostituire un primo ministro che tutto sommato gode ancora di un discreto grado di fiducia, sarebbe incomprensibile a una buona fetta dell’elettorato. Quello che più conta è che una crisi potrebbe sfociare in quelle elezioni anticipate che tanti non vogliono. Per questo vale sempre la massima quieta non movere. Teniamoci Conte e teniamoci gli emolumenti attuali, con l’aggiunta della pensioncina che maturerà dopo quattro anni e mezzo di legislatura. Questo è il ragionamento di tanti deputati e senatori. Che questo coincida o meno con l’interesse del paese è una altra questione. E proprio l’interesse del Paese in caso di aggravamento della crisi e di paralisi della decisione politica potrebbe determinare uno sbocco inatteso con un governo molto diverso dall’attuale. Naturalmente senza nuove elezioni.

  • I sondaggisti sulle elezioni americane? Non sono da bocciare, ma nemmeno da promuovere a pieni voti

    Pubblicato su Luiss Open il 16 novembre 

    Nelle ore immediatamente successive alla chiusura delle urne negli Stati Uniti, lo scorso 3 novembre, non è stato possibile attribuire subito la vittoria al candidato democratico Joe Biden né escludere a strettissimo giro una riconferma del Presidente uscente Donald J. Trump. Questa situazione, in parte inedita, ha fatto scattare in poche ore l’ennesimo processo ai sondaggi di opinione, giudicati ancora una volta fallimentari, soprattutto alla luce del fatto che non si era materializzata la prevista “ondata blu” a favore di Biden e dei Democratici. Prudenza avrebbe voluto, in realtà, che si aspettasse il sedimentarsi del risultato effettivo. A maggior ragione in una elezione come questa in cui, già prima dell’apertura delle urne, si attendeva un numero molto consistente di voti postali, i cui risultati sarebbero arrivati in coda allo scrutinio ufficiale. Ecco perché il momento migliore per valutare in maniera ponderata l’accuratezza dei sondaggi è adesso, con risultati praticamente definitivi.

    Sondaggi della vigilia vs. risultati effettivi

    Iniziamo, dunque, dal prendere visione dei dati, sintetizzati nella tabella qui di seguito (Tabella 1). Essi si riferiscono ai 17 Stati americani considerati “battleground”, cioè “contendibili”, dal sito RealClearPolitics. Questa testata ha elaborato una media dei principali sondaggi della vigilia, indicata per ogni Stato nella prima colonna da sinistra. Nella seconda colonna è indicata invece la differenza effettiva tra i voti ricevuti in ogni Stato da Biden e quelli ricevuti da Trump. Nella terza e ultima colonna, poi, è indicata la differenza tra i sondaggi e i risultati effettivi. Tale differenza può essere considerata all’interno del margine di errore dei sondaggi quando è uguale o inferiore a 3,1% (per semplicità, visto che questo è il margine di errore tipico di un sondaggio con 1000 intervistati; a voler essere precisi, non direttamente applicabile a queste “medie di sondaggi”, né a sondaggi con diverso numero di intervistati). In fondo alla tabella, infine, è presentato il dato nazionale.

    Per semplificare la lettura sono evidenziati in giallo tutti i casi in cui la distanza tra sondaggio e risultato effettivo è stata superiore al normale margine di errore (in 7 Stati sui 17 considerati), in rosso invece gli errori più macroscopici (superiori al 6%).

    Tab. 1 – Media sondaggi e risultati effettivi delle elezioni presidenziali USA. Fonte: RealClearPolitics

    Cosa emerge? Sui 17 Stati considerati, in 15 casi i sondaggi hanno previsto correttamente l’assegnazione dello Stato al candidato Presidente, sbagliando dunque solo in due casi.

    A livello nazionale, infine, i sondaggi prevedevano un distacco di 7,2 punti a favore di Biden; allo stato attuale del conteggio, il distacco è di 3,4 punti, meno della metà. La differenza, anche in questo caso, è di poco superiore al margine di errore normalmente considerato.

    In definitiva, i sondaggi ci hanno preso oppure no? Potremmo rispondere “sostanzialmente sì”, se oltre ai numeri nudi e crudi consideriamo anche altri fattori.

    I limiti di tutti i campioni dei sondaggi

    Iniziamo da una precisazione sul concetto di “margine di errore”. A rigore applicare i “margini di errore” previsti dalla teoria statistica agli attuali sondaggi, negli Stati Uniti e non solo, non sarebbe possibile. Per applicare il margine di errore che abbiamo considerato, cioè il 3% circa per i sondaggi con 1.000 o più intervistati, infatti, il campione dovrebbe essere “probabilistico”: a essere intervistati ai fini del sondaggio dovrebbero essere soltanto individui estratti in modo casuale dall’intera popolazione di riferimento. Nella realtà, però, intervistare effettivamente le “prime scelte” del campione sarebbe impossibile o troppo costoso. Anzitutto, perché elenchi del tutto esaustivi degli elettori e dei loro recapiti non esistono o sono troppo costosi da realizzare. Poi, perché può capitare che una persona estratta sia tecnicamente – anche solo momentaneamente – irraggiungibile. Di conseguenza i sondaggisti la sostituiranno con una persona “simile”. Così facendo, però, viene compromessa la costruzione probabilistica del campione, e il margine di errore effettivo diventa di fatto sconosciuto. Alla luce di questo punto, in realtà dovremmo rovesciare le nostre considerazioni: con campioni non probabilistici, il fatto che i risultati effettivi delle elezioni rientrino quasi sempre nel margine di errore è paradossalmente un piccolo miracolo (!) e segna un punto a favore dei sondaggisti.

    Le polemiche sull’“ondata blu”

    Ma c’è stata o no l’“ondata blu”? Parliamone. Riportando la maggioranza assoluta dei voti, cioè superando il 50% dei consensi, Biden è risultato il candidato più votato della storia americana con 78,2 milioni di voti raccolti. Inoltre, Biden ha aumentato i suoi voti non facendo solo riferimento al proprio tradizionale elettorato concentrato nei Blue States (riconquistando tre Stati persi da Hillary Clinton nel 2016), ma addirittura strappando alcuni stati (Georgia e Arizona) che erano repubblicani da molti anni. Il risultato, in base allo stato attuale dello scrutinio, potrebbero essere addirittura 306 voti elettorali: se fosse così, sarebbe un risultato addirittura superiore a quello di Trump nel 2016, che aveva vinto 304 a 227 contro Hillary. Certamente, l’idea di una “ondata blu” di cui si era parlato alla vigilia suggeriva anche un successo ancora più netto dei democratici, con la possibilità di riconquistare il controllo del Senato (questione, comunque, attualmente appesa ai ballottaggi che ci saranno tra alcune settimane in Georgia). Tuttavia, con un risultato come quello che si è andato definendo in queste ore è difficile sostenere che la vittoria di Biden non sia stata chiara e inequivocabile, e su questo decisamente in linea con le previsioni della vigilia (ricordiamo che per Nate Silver, alla vigilia del 3 novembre, il candidato democratico aveva l’89% di possibilità di farcela).

    Il fattore mobilitazione in America

    C’è però una domanda legittima che potrebbe sorgere dalla lettura dei sondaggi di cui abbiamo parlato finora: passi per il margine di errore, passi pure per la vittoria inequivocabile di Biden, ma perché quasi tutti i sondaggi della vigilia tendevano a “sbagliare” in una direzione favorevole al candidato democratico? Per rispondere occorre considerare come il fattore “mobilitazione” degli elettori possa influenzare il risultato di una qualsiasi elezione, e come questo possa accadere in particolar modo negli Stati Uniti contemporanei. Già prima del voto, commentando i risultati di un nostro sondaggio (https://open.luiss.it/2020/10/29/non-saranno-strategie-basate-su-temi-concreti-ad-aiutare-trump-ecco-perche/) avevamo suggerito che di fronte al netto predominio di Biden sui vari temi di interesse dell’opinione pubblica, un eventuale successo inferiore alle aspettative o addirittura una vittoria di Trump avrebbero dovuto essere imputati a dinamiche legate alla mobilitazione elettorale. Il perché è presto spiegato: i sondaggi scattano un’istantanea dell’opinione pubblica, ma poi bisogna vedere quanti elettori dei due campi avversi vanno effettivamente a votare e quanti invece alla fine per vari motivi rinunciano. Le varie cronache arrivate dagli Stati Uniti ci hanno confermato che questo è stato uno dei fattori fondamentali: il campo di Trump, soprattutto negli ultimi giorni, si è mobilitato con forza per cercare di portare più elettori possibili al voto. Trump, che nel 2016 ottenne 62,9 milioni di voti, stavolta è riuscito a conquistare 72,8 milioni di elettori, quasi 10 milioni di voti in più rispetto a 4 anni fa: di fatto un’“ondata rossa” che ha tentato di contrastare e fermare una possibile “ondata blu”. Tuttavia, anche a fronte di questa ondata rossa, Biden è riuscito a mobilitare un’ondata ancora più ampia: aumentando di 12,4 milioni di voti il bottino dei Democratici rispetto al 2016 e, quindi, incrementando ulteriormente da 2,9 a 5,4 milioni di voti il distacco sullo sfidante repubblicano nel voto popolare. È in queste dinamiche che si cela il motivo principale delle differenze tra sondaggi e risultato finale. Nel momento in cui milioni e milioni di persone in più rispetto alle attese si recano alle urne, soprattutto persone con livelli di istruzione più bassa e in alcuni casi anche americani di origine ispanica, si palesa con maggior evidenza l’indiscutibile difficoltà dei sondaggisti contemporanei di intercettare alcuni gruppi demografici. Un limite su cui occorrerà necessariamente lavorare, anche ampliando campioni di intervistati, in alcuni casi sottodimensionati per Stati americani così combattuti e allo stesso tempo potenzialmente decisivi per l’assegnazione della Casa Bianca.

Ricerca

  • Europe matters … upon closer investigation: a novel approach for analysing individual-level determinants of vote choice across first- and second-order elections, applied to 2019 Italy

    Per citare l’articolo:

    Angelucci, D., De Sio, L., & Paparo, A. (2020). Europe matters … upon closer investigation: A novel approach for analysing individual-level determinants of vote choice across first- and second-order elections, applied to 2019 Italy. Italian Political Science Review/Rivista Italiana Di Scienza Politica, 1-16. doi:10.1017/ipo.2020.21

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    Abstract

    Are European Parliament (EP) elections still second-order? In this article, we test the classical model at the individual level in contrast to an alternative ‘Europe matters’ model, by investigating the relative importance of domestic vs. European Union (EU)-related issues among voter-level determinants of aggregate second-order effects, that is, individual party change. We do so by relying on an original, CAWI pre-electoral survey featuring a distinctively large (30) number of both domestic and EU-related, positional and valence issues, with issue attitudes measured according to the innovative ICCP scheme (De Sio and Lachat 2020) which includes issue positions, issue priorities and respondents' assessment of party credibility on both positional and valence goals. Leveraging the concept of ‘normal vote’, we estimate multivariate models of electoral defections from normal voting separately for general and European elections, based on issue party credibility. This allows us to assess: (a) the distinctiveness of the two electoral arenas in terms of issue content; and (b) the relative impact of EU-related and domestic issues on defections of Italian voters. Our findings show that although second-order effects are still relevant in accounting for results in EP elections, vote choice in the latter is also partly due to specific effects of certain policy issues, including some related to the European dimension. This indicates that EP elections have their own political content, for which Europe matters even after controlling for the importance that EU-related issues have acquired in national elections.

  • The congealing of a new cleavage? The evolution of the demarcation bloc in Europe (1979–2019)

    Per citare l'articolo:

    Emanuele, V., Marino, B. and Angelucci, D. (2020), The congealing of a new cleavage? The evolution of the demarcation bloc in Europe (1979–2019). Italian Political Science Review. doi: https://doi.org/10.1017/ipo.2020.19

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    Abstract

    Over recent years, a new transnational conflict has been deemed to be structuring political conflict in Europe. Several scholars have posited the emergence of a new ‘demarcation’ vs. ‘integration’ cleavage, pitting the ‘losers’ and ‘winners’ of globalization against each other. This new conflict is allegedly structured along economic (free trade and globalization), cultural (immigration and multiculturalism), and institutional [European Union (EU) integration] dimensions. From an empirical viewpoint, it is still a matter of discussion whether this conflict can be interpreted as a new cleavage, which could replace or complement the traditional ones. In this context, the European Parliament (EP) elections of 2019 represent an ideal case for investigating how far this new cleavage has evolved towards structuring political competition in European party systems. In this paper, by relying on an original dataset and an innovative theoretical and empirical framework based on the study of a cleavage's lifecycle, we test whether a demarcation cleavage is structuring the European political systems. Moreover, we assess the evolution of this cleavage across the 28 EU countries since 1979 and the role it plays within each party system. The paper finds that the demarcation cleavage has emerged in most European countries, mobilizing over time a growing number of voters. In particular, this long-term trend has reached its highest peak in the 2019 EP election. However, although the cleavage has become an important (if not the main) dimension of electoral competition in many countries, it has not reached maturity yet.

  • “Where You Lead, I Will Follow”: Partisan Cueing on High‐Salience Issues in a Turbulent Multiparty System

    Per citare l'articolo:

    Brader, T., De Sio, L., Paparo, A. and Tucker, J.A. (2020), “Where You Lead, I Will Follow”: Partisan Cueing on High‐Salience Issues in a Turbulent Multiparty System. Political Psychology. doi:10.1111/pops.12651

    Scarica l'articolo qui.

    Abstract:

    The ability of parties to not only reflect, but actually shape, citizens' preferences on policy issues has been long debated, as it corresponds to a fundamental prediction of classic party identification theory. While most research draws on data from the United States or studies of low‐salience issues, we exploit the unique opportunity presented by the 2013 Italian election, with the four major parties of a clear multiparty setting holding distinct positions on crucial issues of the campaign. Based on an experimental design, we test the impact of party cues on citizens' preferences on high‐salience issues. The results are surprising: Despite a party system in flux (with relevant new parties) and a weakening of traditional party identities, we find large, significant partisan‐cueing effects in all the three experimental issues, and for voters of all the major Italian parties—both old and new, governmental and opposition, ideologically clear or ambiguous.

  • PTV gap: A new measure of party identification yielding monotonic partisan attitudes and supporting comparative analysis

    Per citare l’articolo:

    Paparo, A., De Sio, L., & Brady, D. W. (2020). PTV gap: A new measure of party identification yielding monotonic partisan attitudes and supporting comparative analysis. Electoral Studies, 63, 102092, https://doi.org/10.1016/j.electstud.2019.102092

    Scarica l'articolo qui.

    Abstract:

    Despite the cornerstone role of party identification for analyzing voting behavior in the United States, its measurement (in terms of the classic American National Electoral Studies – ANES – seven-point scale) is affected by a systematic problem of non-monotonicity, and it proved impossible to be directly applied outside the United States. We introduce a novel, complementary measurement approach aimed at addressing both problems. We test on US data (an expressly collected computer-assisted web interviewing survey dataset) a new, seven-point scale of partisanship constructed from PTV (propensity-to-vote) items, acting as projective devices for capturing partisan preferences, and routinely employed in multi-party systems. We show that a PTV-based (suitable for comparative analysis) seven-point scale of partisanship outperforms the classic ANES scale. Groups identified by the new scale show monotonic partisan attitudes, and the comparison of multivariate models of political attitudes testify significantly larger effects for the new scale, as well as an equal or higher predictive ability on a range of political attitudes.

    Per citare l’articolo:


Volumi di ricerca

  • “La politica cambia, i valori restano” ripubblicato in Open Access

  • Il voto del cambiamento: le elezioni politiche del 2018

  • Cleavages, Institutions and Competition

  • Young People’s Voting Behaviour in Europe. A Comparative Perspective

  • Terremoto elettorale. Le elezioni politiche del 2013

  • Competizione e spazio politico. Le elezioni si vincono davvero al centro?

  • La politica cambia, i valori restano? Una ricerca sulla cultura politica dei cittadini toscani

  • Proporzionale se vi pare. Le elezioni politiche del 2008

  • Elettori in movimento. Nuove tecniche di inferenza ecologica per lo studio dei flussi elettorali

  • La legislazione elettorale in Italia. Come migliorarla e perché.


Dossier CISE

  • The European Parliament Elections of 2019 – individual chapters in PDF

  • The European Parliament Elections of 2019 – the e-book

  • “Goodbye Zona Rossa”: Online il Dossier CISE sulle elezioni comunali 2018

  • Dossier CISE “Goodbye Zona Rossa”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • “Gli sfidanti al governo”: Online il Dossier CISE sulle elezioni del 4 marzo

  • Dossier CISE “Gli sfidanti al governo”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • The year of challengers? The CISE e-book on issues, public opinion, and elections in 2017

  • The year of challengers? Individual PDF chapters from the CISE e-book

  • “Dall’Europa alla Sicilia”: Online il Dossier CISE su elezioni e opinione pubblica nel 2017

  • Dossier CISE “Dall’Europa alla Sicilia”: Scarica i singoli articoli in PDF