Attualità

  • Centrodestra avanti, con FdI primi al Sud. PD-M5S, decisivo il Nord

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 24 marzo

    Nel panorama politico italiano i cambiamenti non finiscono mai. È cosa nota. Il nostro è un sistema politico che non ha ancora trovato un suo punto di equilibrio dopo il terremoto generato dall’arrivo sulla scena del M5s. Ma è anche vero che non mancano elementi di continuità. Uno di questi è la distribuzione delle preferenze politiche a livello territoriale. Lo conferma il sondaggio Winpoll-Sole24Ore dedicato proprio a questo tema. La dimensione del campione su cui si basa il sondaggio ci consente infatti di disaggregare le intenzioni di voto per grandi aree geografiche. Il risultato è che l’Italia è ancora oggi grosso modo divisa in tre parti che continuano ad avere caratteristiche distintive, anche se non così marcate come in passato (Tabella 1).

    Tab. 1 – % intenzioni di voto per area, per partito e per blocchi, centrodestra e centrosinistra 

    Italia Nord Ex Zona Rossa Sud
    Lega 22,2 28,8 20,6 15,5
    Fdi 19,1 15,7 19,4 24,2
    Fi 6,7 6,6 5 8
    CD 48 51,1 45 47,7
    Pd 20,1 18,7 24,3 18,2
    M5s 14,1 10,2 12,3 23,4
    Azione/+Europa/IV 6,1 6,5 8,1 5,6
    Leu/Verdi 4,3 4 5,6 4
    CS 44,6 39,4 50,3 51,2

    Il centrodestra domina il Nord

    Il Nord continua ad essere il dominio del centrodestra. La debolezza del centrosinistra in questa area, soprattutto nel Nord Est, è un dato storico. E continua ad essere la vera ragione della sua difficoltà a governare il paese. Nelle regioni del Nord durante tutta la Seconda Repubblica il centrodestra è sempre stato lo schieramento di maggioranza relativa. Una volta lo guidava Berlusconi. Oggi la leadership è passata alla Lega di Salvini che con il suo 28,8% sopravanza il Pd di dieci punti. Tutto insieme il centrodestra è sopra il 50%. È tornato sui livelli pre-M5s, pur con una configurazione diversa. Il centrosinistra continua a non essere competitivo anche con l’aggiunta del M5s, che dal picco del 23,7% del 2018 si attesta oggi intorno al 10,2%. In questa zona il cambiamento oggi è rappresentato da Fdi che dal 5,9% delle Europee passa al 15,7%. Alleanza nazionale, ai suoi tempi d’oro, non era mai riuscita ad andare oltre l’11% in questa parte del paese. La Lega resta lontana ma il Pd no.

    La zona rossa è sempre più ‘ex’

    Nelle quattro regioni della ex zona rossa è ancora in testa il centrosinistra con il Pd stimato al 24,3%, ma il suo primato si è eroso negli ultimi anni. Basti pensare che prima del terremoto politico del 2013 la distanza tra i due poli di allora era superiore ai dieci punti. Oggi si è dimezzata. A differenza di quanto è successo al Nord dove il Pd non è cresciuto, qui sono cresciuti molto sia Lega che Fdi. La supremazia del centrosinistra in questa zona è da tempo pericolante, come dimostrano i numerosi casi di elezioni comunali e regionali perse da Pd e alleati

    Il Sud tra M5s e Fdi

    Il Sud continua ad essere il dominio della incertezza. Questa è sempre stata la zona del paese più volatile anche se tendenzialmente più orientata a destra che a sinistra. È qui che il M5s ha registrato nel 2018 il suo successo più clamoroso arrivando a prendere il 43% dei voti e oltre l’80% dei seggi uninominali. Alle Europee del 2019 era già sceso al 26,6%. La nostra stima lo dà oggi al 23,4%. È ancora un buon risultato ma non sufficiente a farne il primo partito. Lo sopravanza Fdi con il 24,2%. È la prima volta che un partito di destra è il maggior partito al Sud. Bene anche la Lega di Salvini (15,5%) che pur non arrivando al 25,5% delle Europee conferma di aver messo radici in questa parte del paese.

    Letta come Prodi?

    Passando dai dati per area a quelli nazionali, colpisce la distanza di soli quattro punti tra centrodestra e centrosinistra. È un dato simile a quello di altri sondaggi recenti. A fare la differenza è il Nord, visto che nelle altre due zone il centrosinistra è in vantaggio. Ma la vera differenza tra i due schieramenti non è nei numeri ma nella loro composizione. Il centrosinistra è più frammentato e meno coeso. La sommabilità degli elettorati delle sue varie componenti è più incerta. Anche questa è una storia vecchia. Le due coalizioni con cui Prodi ha vinto nel 1996 e nel 2006, e cioè L’Ulivo e L’Unione, comprendevano entrambe 14 componenti. E anche così vinse tutte e due le volte per il rotto della cuffia e i suoi governi non durarono più di due anni. Pare che il neosegretario del Pd Enrico Letta voglia resuscitare questa strategia di ‘coalizioni acchiappatutti’. I partiti di oggi non sono quelli di allora. Ma le difficoltà di una simile strategia rimangono. La distanza che separa Leu da Calenda o Calenda dal M5s non sono facilmente colmabili. Né sarà semplice far convivere il Pd di Letta e il M5s di Conte alla caccia degli stessi elettori.

    Salvini o Meloni? 

    Nel centrodestra le cose sono più semplici. I partiti sono meno, la distanza che li separa è più gestibile e la loro convivenza è già testata. Il problema in questo campo è quello dei rapporti tra Lega e Fdi. Recentemente le posizioni dei due partiti si sono differenziate rispetto al governo Draghi e di riflesso rispetto alla Unione Europea. Ma tra loro resta tutto sommato una sintonia di fondo. Ed è un dato di fatto che l’uno ha bisogno dell’altro. Per vincere sia a livello locale che a livello nazionale devono trovare un accordo. E lo sanno. Questo li pone in un rapporto simbiotico di cooperazione/competizione, non dissimile da quello che si sta creando tra il Pd di Letta e il M5s di Conte. Devono cooperare per vincere le elezioni ma sono in competizione per la leadership del loro schieramento e quindi per la guida del governo.

    Non era così fino a poco tempo fa. Il successo di Fdi e della sua leader ha cambiato le carte in tavola nel centrodestra. Così come è successo nel centrosinistra con la decisione di Conte di guidare il M5s. Il distacco in termini di voti tra Lega e Fdi nel nostro sondaggio è di poco più di tre punti. Il 59% dei nostri intervistati pensa ancora che alle prossime elezioni Salvini vincerà la sfida, ma non è così scontato. Tanto più che l’opposizione al governo Draghi mette il partito della Meloni nelle condizioni di lucrare sul malcontento generato dalla gestione della crisi.

    La quadriglia bipolare     

    In sintesi, a partire dalle elezioni del 2018 il nostro sistema partitico sembra strutturarsi in un formato che assomiglia vagamente alla ‘quadriglia bipolare’ della prima fase della V Repubblica francese: quattro partiti di medie dimensioni, due da una parte e due dall’altra dello spettro politico affiancati da partiti minori collocati verso il centro. A sinistra la pattuglia dei partiti personali di Renzi, Calenda e Bonino, a destra Forza Italia. Gli uni e l’altro di ispirazione liberal-democratica. Nessuno dei quattro partiti maggiori può vantare una chiara leadership nel proprio schieramento. Non lo può fare il Pd di Letta nel centrosinistra dopo la metamorfosi del M5s di Conte, né lo può fare la Lega di Salvini dopo la crescita dei consensi di Fdi della Meloni. È una gara che vede quattro leader in corsa con più o meno le stesse credenziali. Gli elettori di centrodestra pensano che la debba vincere chi prende più voti. Ma non è detto che finisca così. Le prossime elezioni potrebbero decidere la coalizione vincente, ma non la guida del governo.

  • Serve una legge elettorale per garantire governabilità senza tradire chi vota

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 18 marzo

    Ci vuole coraggio a riproporre in piena pandemia la questione della riforma elettorale. Enrico Letta lo ha fatto ben sapendo che il tema non è in cima alle priorità degli italiani. Ma ha fatto bene. Finché non si troverà il modo di stabilizzare i governi nazionali, come è stato fatto per quelli comunali e regionali, l’Italia non arresterà il declino. Non volendo cambiare la forma di governo o modificare la costituzione lo strumento da usare è il sistema elettorale.  

    Attualmente è in vigore sia alla Camera che al Senato un sistema misto ma prevalentemente proporzionale, la legge Rosato. Circa due terzi dei seggi sono assegnati con formula proporzionale e un terzo in collegi uninominali dove vince il candidato che prende un voto più degli altri. La proposta di Letta è quella di incrementare la quota di collegi uninominali. Da quello che sembra di capire vorrebbe resuscitare la vecchia legge Mattarella, cioè il sistema elettorale con cui si è votato nelle elezioni del 1994, 1996 e 2001, la stagione dell’Ulivo. Nella sostanza Letta punterebbe a un sistema con una componente maggioritaria molto più robusta dell’attuale. La Mattarella prevedeva il 75% di collegi uninominali sia alla Camera che al Senato. Per il Pd si tratta di una svolta radicale rispetto al progetto che giace ancora in Parlamento per un ritorno a un sistema interamente proporzionale seppur corretto da una soglia di sbarramento. E questa è una buona notizia, visto che l’Italia in questa fase storica non ha bisogno di sistemi proporzionali da Prima Repubblica.

    La cattiva notizia è che difficilmente la proposta di Letta raccoglierà molti consensi.

    L’unico partito disposto ad accettarla è la Lega di Salvini. E si capisce, vista la sua forza nel Centro-Nord. Dentro lo stesso Pd prevalgono le perplessità. Infatti con un sistema elettorale con una prevalenza di collegi uninominali il Pd rischierebbe di vincere pochissimi seggi nel Nord del Paese. Nel 1994 il centrosinistra ne vinse 14 su 180, nel 2001 furono 38 su 180 (senza contare il caso particolare del Trentino-Alto Adige). Ne vinse di più nel 1996 ma solo perché il centrodestra era diviso. Eppure anche in quella elezione, l’unica vinta dall’Ulivo di Prodi, la vittoria fu risicata e fu un ‘regalo’ di Pino Rauti. Oggi il Pd avrebbe un ulteriore problema al Sud. Dando per scontato che Pd e M5s si alleino a livello nazionale prima del voto (se non lo facessero il centrodestra farebbe il pieno dei collegi) e presentino candidati comuni, il M5s, che ha il suo unico punto di forza nelle regioni meridionali, ne reclamerebbe probabilmente la fetta maggiore. Al Pd resterebbero soprattutto i collegi dell’Emilia Romagna e della Toscana e qualche collegio a Est del Ticino.

    I collegi uninominali sono una buona cosa ma non sono adatti al nostro paese in questa fase. Data la distribuzione asimmetrica dei consensi sul territorio nazionale l’esito del voto finirebbe con l’essere troppo disproporzionale anche per uno come il sottoscritto che ritiene la disproporzionalità necessaria per favorire la governabilità. La Figura 1 è molto indicativa a questo proposito. Fa vedere come si sono distribuite in maniera squilibrata tra gli schieramenti le vittorie nei collegi uninominali nelle quattro elezioni in cui sono stati utilizzati. Con la legge Rosato alle prossime elezioni andrà più o meno allo stesso modo. I Cinque Stelle non vinceranno certamente l’83% dei seggi uninominali al Sud ma il centrodestra farà probabilmente il pieno dei collegi nel Nord.

    Fig. 1 –  Come hanno funzionato il Mattarellum e il Rosatellum nei collegi uninominali della Camera nelle elezioni del 1994,1996,2001(Mattarellum) e 2018 (Rosatellum), % seggi per coalizioni e per zone. Fonte: cise.luiss.it

    Oggi il sistema più adatto è un sistema proporzionale con premio di maggioranza a un turno o-meglio ancora-a due turni. Non è un caso che questo sia il tipo di sistema adottato nei comuni e nelle regioni. Agli elettori piace. E piace a sindaci e governatori eletti che durano in carica, nella stragrande maggioranza dei casi, cinque anni e possono dimostrare quello che sanno fare, avendo a disposizione un arco di tempo congruo per poter essere giudicati. Inoltre sistemi di questo genere generano una disproporzionalità limitata e non casuale. In breve producono un mix soddisfacente tra governabilità e rappresentatività.

    La riforma di Calderoli del 2005 e quella di Renzi del 2015 andavano in questa direzione, ma avevano dei difetti. Tenendo conto dei rilievi fatti dalla Corte Costituzionale nelle sue due sentenze su quelle leggi elettorali si potrebbe battere di nuovo quella strada. Ma restiamo scettici sul fatto che si riesca a coagulare un consenso sufficiente per fare approvare una nuova legge elettorale prima delle prossime elezioni. L’ipotesi di gran lunga più probabile è che si voti con il sistema attualmente in vigore. È meglio di quello che Pd e M5s volevano introdurre fino a qualche settimana fa, ma non è il migliore dei sistemi possibili.

  • In memoria di Hans Schadee

    È di poche ore fa la notizia della scomparsa di Hans Schadee. A chi non fa parte della comunità dei sociologi e politologi quantitativi italiani forse questo nome non dirà granché. Tuttavia si tratta di un nome che invito tutti i lettori di questo sito – politici, giornalisti, studenti, semplici cittadini interessati all’analisi delle elezioni – a ricordare, d’ora in avanti. Perché, banalmente, Hans è stato all’origine della diffusione in Italia (e ne è rimasto un punto di riferimento per decenni) degli strumenti avanzati di analisi quantitativa al servizio delle scienze sociali, in particolare (ma non solo) per le analisi dei comportamenti di voto.

    Dai racconti che ho sentito negli anni, Henri Mari Adam “Hans” Schadee (con la c dura, e l’accento sulla prima delle due “e”) fu “scoperto” a una Summer School all’università di Essex, in cui insegnava, a metà degli anni ’70, da un drappello di giovani italiani tra cui Roberto D’Alimonte e Piergiorgio Corbetta. Fu Corbetta a convincerlo a venire in Italia (nella Bologna del ’77!), intuendo che le sue grandi competenze e la sua grande generosità avrebbero potuto dare tantissimo alle scienze sociali in Italia, allora ancora lontane da un uso sistematico di tecniche quantitative avanzate.

    E così fu. Nel lavoro di ricerca con l’Istituto Cattaneo Hans fu protagonista sia della fase basata su dati ecologici territoriali (con la sistematizzazione, già all'inizio degli anni 80, delle tecniche di stima dei flussi elettorali: ancora oggi quasi tutte le stime che vedete in giro basate su dati di sezione si basano sui modelli sviluppati da Hans con Piergiorgio Corbetta) che della successiva svolta verso i dati di survey, sfociata poi nelle ricerche degli anni ’90 che portarono, all’inizio del Duemila, alla nascita del consorzio interuniversitario Itanes: la palestra dove si sono formate decine di giovani ricercatori nel campo dell’analisi dei comportamenti di voto, che oggi lavorano in tantissime università italiane. Quindi si può dire che Hans, attraverso Itanes e nella sua lunga attività nel dottorato di ricerca all’Università di Trento, ha dato un contributo fortissimo a far sì che la sociologia e la scienza politica italiana oggi non abbiano niente da invidiare a quelle degli altri paesi nella capacità di usare metodi quantitativi avanzati. E scorrendo oggi il profluvio di analisi quantitative prodotte dagli studiosi italiani di comportamenti di voto, è quasi impossibile trovare qualcuno la cui formazione non sia riconducibile in qualche modo all’insegnamento di Hans.

    Per parte mia, io ebbi la fortuna e il privilegio di conoscerlo quando Roberto D’Alimonte, di fronte a una mia proposta di tesi su nuove tecniche quantitative particolarmente ostiche riguardo ai flussi elettorali, capì che la migliore scelta come correlatore non poteva che essere Hans. Fu lì che conobbi questo studioso di immense conoscenze, e mi resi conto che sotto un’apparenza a volte ruvida in realtà nascondeva un’inaspettata gentilezza e soprattutto un’immensa generosità. Fu bello poi, negli anni di Itanes, crescere fino a potersi confrontare con franchezza con Hans sui temi più disparati (dalla politica italiana a intricate discussioni sulla multidimensionalità nei modelli spaziali di voto), e trovare anche lo spazio per scrivere qualche piccola cosa insieme, ovviamente sui flussi elettorali.

    Ci lascia un grande studioso che ha dato tanto all’accademia italiana; e un uomo gentile e generoso.

  • USA, la ratifica del 6 gennaio ultima sfida per i trumpiani

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 27 dicembre

    Dopo la decisione del collegio elettorale dello scorso 14 dicembre resta un ultimo atto prima che Joe Biden sia proclamato ufficialmente presidente. Il 6 Gennaio la Camera dei rappresentanti e il Senato in una sessione congiunta dovranno ratificare il risultato dei cinquanta stati della federazione, uno per uno. Sono cinquanta certificati elettorali che i rappresentanti e i senatori eletti lo scorso 3 Novembre possono accettare o contestare. Prima di Trump era un atto solenne ma formale. Il 6 gennaio potrebbe non esserlo

    Diciamo subito che non esiste nessuna concreta possibilità che il risultato deciso in sede di collegio elettorale venga rovesciato. Ma questo ultimo atto, prima della inaugurazione del nuovo presidente il 20 gennaio, rappresenta per Trump e i suoi sostenitori una sede ideale per riaffermare ancora una volta in modo clamoroso la tesi che l’elezione di Biden sia illegittima e per fare in modo che il GOP continui a essere il partito di Trump anche dopo la sua uscita dalla Casa Bianca. Con quali conseguenze per il partito e per la democrazia americana è difficile prevedere oggi. 

    La Costituzione americana dice poco su questo ultimo atto. Si limita ad affermare che spetta al Presidente del Senato aprire i certificati trasmessi dagli stati e contare i voti.

    Solo nel 1887 con il passaggio dell’Electoral Count Act il ruolo del Congresso è stato specificato. Per contestare uno qualunque dei certificati elettorali trasmessi dagli stati occorre che la ratifica sia messa in discussione congiuntamente da un membro della Camera e da un membro del Senato. In questo caso ciascun ramo del Congresso dovrà riunirsi e avrà due ore di tempo per decidere se approvare o meno il risultato dello stato in questione. Perché il risultato sia rigettato occorre che Camera e Senato siano d’accordo. Nel passato è accaduto che singoli membri di una delle due camere abbiano sollevato obiezioni. Ed è anche accaduto- l’ultima volta nel 2005- che un deputato e un senatore abbiano agito di comune accordo. Ma sono stati atti senza conseguenze.

    Sul piano sostanziale anche il 6 Gennaio non ci saranno conseguenze. Infatti, anche se tutti i senatori repubblicani, che -dopo il voto in Georgia- potrebbero essere ancora in maggioranza, si esprimessero contro la ratifica, il loro voto non avrà alcun effetto, visto che i democratici controllano la Camera.  Quindi è certo che il Congresso approverà la decisione del collegio elettorale e alla fine del conteggio dei 50 certificati il presidente del Senato Pence dichiarerà ufficialmente- forse con qualche imbarazzo- Joe Biden presidente degli Stati Uniti.

    Ma l’importanza di quanto avverrà il 6 gennaio non sta nella formalizzazione della elezione di Biden che, come abbiamo detto, è scontata ma nella posizione del partito repubblicano nel caso in cui Camera e Senato siano chiamati a votare su uno o più certificati elettorali. Come voteranno deputati e senatori repubblicani? A favore della ratifica e quindi riconoscendo la correttezza della elezione di Biden o contro avvalorando le tesi di Trump e la sua strategia di delegittimazione del processo elettorale? Fino a oggi non si sono trovati davanti a una scelta così netta. C’è chi ha appoggiato Trump in maniera decisa e chi lo ha fatto tiepidamente e c’è anche chi è stato semplicemente in silenzio. Il 6 Gennaio dovranno scegliere tra fedeltà a Trump e attaccamento alle istituzioni.

    Che probabilità ci sono che si arrivi a votare per rigettare o meno il voto di uno o più stati?  Si sa già che un gruppo di eletti repubblicani alla Camera, guidati da Mo Brooks deputato dell’ Alabama, hanno intenzione di impugnare il risultato di cinque stati. Ma da soli non possono farlo. Devono trovare un collega al Senato che firmi insieme a loro la richiesta. La sorpresa di questi giorni è che il leader del partito repubblicano al Senato Mitch McConnell, che dal 3 Novembre in poi aveva sempre sostenuto tutte le mosse di Trump, ha deciso di riconoscere l’elezione di Biden e si sta dando da fare per convincere i suoi colleghi senatori a non appoggiare l’iniziativa dei repubblicani della Camera.

    McConnell è un trumpiano, ma non è uno sprovveduto. Ha capito il pericolo che uno scontro frontale il 6 Gennaio rappresenta per il suo partito. È facile immaginare che un voto del genere potrebbe rappresentare un passo ulteriore nella definitiva trasformazione del GOP nel partito di Trump ovvero potrebbe spaccarlo irrimediabilmente. Per questo vuole evitare questa ultima sfida al processo elettorale da cui Trump è uscito sconfitto. Così facendo mostra un coraggio inaspettato, visto che sa bene che il presidente uscente ha dalla sua la grande maggioranza degli elettori repubblicani del tutto convinti che Biden abbia vinto grazie a frodi massicce. Ma a ben vedere non è tanto il coraggio che lo guida, ma il calcolo razionale. McConnell è un politico di lungo corso che cerca di limitare i danni in attesa che passi la nottata.

    Tra pochi giorni si vedrà come andrà a finire. Non c’è dubbio che ci siano senatori repubblicani sensibili al richiamo dell’ultima sfida. E ci sono pochi dubbi che Trump cambi idea prima del 6 Gennaio. Perciò anche questo ultimo atto del lungo e farraginoso processo di selezione del Presidente USA servirà a capire cosa possano aspettarsi Joe Biden e la democrazia americana nel prossimo futuro.

Ricerca

  • Europe matters … upon closer investigation: a novel approach for analysing individual-level determinants of vote choice across first- and second-order elections, applied to 2019 Italy

    Per citare l’articolo:

    Angelucci, D., De Sio, L., & Paparo, A. (2020). Europe matters … upon closer investigation: A novel approach for analysing individual-level determinants of vote choice across first- and second-order elections, applied to 2019 Italy. Italian Political Science Review/Rivista Italiana Di Scienza Politica, 1-16. doi:10.1017/ipo.2020.21

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    Abstract

    Are European Parliament (EP) elections still second-order? In this article, we test the classical model at the individual level in contrast to an alternative ‘Europe matters’ model, by investigating the relative importance of domestic vs. European Union (EU)-related issues among voter-level determinants of aggregate second-order effects, that is, individual party change. We do so by relying on an original, CAWI pre-electoral survey featuring a distinctively large (30) number of both domestic and EU-related, positional and valence issues, with issue attitudes measured according to the innovative ICCP scheme (De Sio and Lachat 2020) which includes issue positions, issue priorities and respondents' assessment of party credibility on both positional and valence goals. Leveraging the concept of ‘normal vote’, we estimate multivariate models of electoral defections from normal voting separately for general and European elections, based on issue party credibility. This allows us to assess: (a) the distinctiveness of the two electoral arenas in terms of issue content; and (b) the relative impact of EU-related and domestic issues on defections of Italian voters. Our findings show that although second-order effects are still relevant in accounting for results in EP elections, vote choice in the latter is also partly due to specific effects of certain policy issues, including some related to the European dimension. This indicates that EP elections have their own political content, for which Europe matters even after controlling for the importance that EU-related issues have acquired in national elections.

  • The congealing of a new cleavage? The evolution of the demarcation bloc in Europe (1979–2019)

    Per citare l'articolo:

    Emanuele, V., Marino, B. and Angelucci, D. (2020), The congealing of a new cleavage? The evolution of the demarcation bloc in Europe (1979–2019). Italian Political Science Review. doi: https://doi.org/10.1017/ipo.2020.19

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    Abstract

    Over recent years, a new transnational conflict has been deemed to be structuring political conflict in Europe. Several scholars have posited the emergence of a new ‘demarcation’ vs. ‘integration’ cleavage, pitting the ‘losers’ and ‘winners’ of globalization against each other. This new conflict is allegedly structured along economic (free trade and globalization), cultural (immigration and multiculturalism), and institutional [European Union (EU) integration] dimensions. From an empirical viewpoint, it is still a matter of discussion whether this conflict can be interpreted as a new cleavage, which could replace or complement the traditional ones. In this context, the European Parliament (EP) elections of 2019 represent an ideal case for investigating how far this new cleavage has evolved towards structuring political competition in European party systems. In this paper, by relying on an original dataset and an innovative theoretical and empirical framework based on the study of a cleavage's lifecycle, we test whether a demarcation cleavage is structuring the European political systems. Moreover, we assess the evolution of this cleavage across the 28 EU countries since 1979 and the role it plays within each party system. The paper finds that the demarcation cleavage has emerged in most European countries, mobilizing over time a growing number of voters. In particular, this long-term trend has reached its highest peak in the 2019 EP election. However, although the cleavage has become an important (if not the main) dimension of electoral competition in many countries, it has not reached maturity yet.

  • “Where You Lead, I Will Follow”: Partisan Cueing on High‐Salience Issues in a Turbulent Multiparty System

    Per citare l'articolo:

    Brader, T., De Sio, L., Paparo, A. and Tucker, J.A. (2020), “Where You Lead, I Will Follow”: Partisan Cueing on High‐Salience Issues in a Turbulent Multiparty System. Political Psychology. doi:10.1111/pops.12651

    Scarica l'articolo qui.

    Abstract:

    The ability of parties to not only reflect, but actually shape, citizens' preferences on policy issues has been long debated, as it corresponds to a fundamental prediction of classic party identification theory. While most research draws on data from the United States or studies of low‐salience issues, we exploit the unique opportunity presented by the 2013 Italian election, with the four major parties of a clear multiparty setting holding distinct positions on crucial issues of the campaign. Based on an experimental design, we test the impact of party cues on citizens' preferences on high‐salience issues. The results are surprising: Despite a party system in flux (with relevant new parties) and a weakening of traditional party identities, we find large, significant partisan‐cueing effects in all the three experimental issues, and for voters of all the major Italian parties—both old and new, governmental and opposition, ideologically clear or ambiguous.

  • PTV gap: A new measure of party identification yielding monotonic partisan attitudes and supporting comparative analysis

    Per citare l’articolo:

    Paparo, A., De Sio, L., & Brady, D. W. (2020). PTV gap: A new measure of party identification yielding monotonic partisan attitudes and supporting comparative analysis. Electoral Studies, 63, 102092, https://doi.org/10.1016/j.electstud.2019.102092

    Scarica l'articolo qui.

    Abstract:

    Despite the cornerstone role of party identification for analyzing voting behavior in the United States, its measurement (in terms of the classic American National Electoral Studies – ANES – seven-point scale) is affected by a systematic problem of non-monotonicity, and it proved impossible to be directly applied outside the United States. We introduce a novel, complementary measurement approach aimed at addressing both problems. We test on US data (an expressly collected computer-assisted web interviewing survey dataset) a new, seven-point scale of partisanship constructed from PTV (propensity-to-vote) items, acting as projective devices for capturing partisan preferences, and routinely employed in multi-party systems. We show that a PTV-based (suitable for comparative analysis) seven-point scale of partisanship outperforms the classic ANES scale. Groups identified by the new scale show monotonic partisan attitudes, and the comparison of multivariate models of political attitudes testify significantly larger effects for the new scale, as well as an equal or higher predictive ability on a range of political attitudes.

    Per citare l’articolo:


Volumi di ricerca

  • “La politica cambia, i valori restano” ripubblicato in Open Access

  • Il voto del cambiamento: le elezioni politiche del 2018

  • Cleavages, Institutions and Competition

  • Young People’s Voting Behaviour in Europe. A Comparative Perspective

  • Terremoto elettorale. Le elezioni politiche del 2013

  • Competizione e spazio politico. Le elezioni si vincono davvero al centro?

  • La politica cambia, i valori restano? Una ricerca sulla cultura politica dei cittadini toscani

  • Proporzionale se vi pare. Le elezioni politiche del 2008

  • Elettori in movimento. Nuove tecniche di inferenza ecologica per lo studio dei flussi elettorali

  • La legislazione elettorale in Italia. Come migliorarla e perché.


Dossier CISE

  • The European Parliament Elections of 2019 – individual chapters in PDF

  • The European Parliament Elections of 2019 – the e-book

  • “Goodbye Zona Rossa”: Online il Dossier CISE sulle elezioni comunali 2018

  • Dossier CISE “Goodbye Zona Rossa”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • “Gli sfidanti al governo”: Online il Dossier CISE sulle elezioni del 4 marzo

  • Dossier CISE “Gli sfidanti al governo”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • The year of challengers? The CISE e-book on issues, public opinion, and elections in 2017

  • The year of challengers? Individual PDF chapters from the CISE e-book

  • “Dall’Europa alla Sicilia”: Online il Dossier CISE su elezioni e opinione pubblica nel 2017

  • Dossier CISE “Dall’Europa alla Sicilia”: Scarica i singoli articoli in PDF