Attualità

  • Calabria al voto: verso la conferma dell’alternanza?

    Il 26 gennaio i cittadini calabresi saranno chiamati alle urne per eleggere il nuovo Consiglio Regionale e il futuro Presidente della Regione che dovrà guidare Palazzo degli Itali. Si tratta di un appuntamento elettorale che, a livello nazionale, ha goduto di minore attenzione rispetto al concomitante voto emiliano-romagnolo e che si presenta con un livello più basso di competitività elettorale rispetto a quest’ultimo. Ci si aspetta, quindi, un maggior grado di prevedibilità. Il quadro generale, caratterizzato da scarsa attenzione mediatica e da alta prevedibilità, non sembra giocare a favore della partecipazione elettorale, che in Calabria peraltro segue da molti anni un trend negativo. Trend comune anche ad altre regioni meridionali e che riguarda tutti i livelli di competizione elettorale (politiche, amministrative, europee e regionali) (Emanuele e Marino 2015). A rendere ancor più evidente il disinteresse nei confronti del voto calabrese vi è stata anche la tardiva scelta dei candidati da parte dei partiti nazionali. Infatti, a circa un mese di distanza dalla scadenza per la presentazione delle liste elettorali, nessun partito aveva ancora ufficializzato la propria decisione circa il candidato governatore da presentare. Ciò testimonia che i nodi da sciogliere all’interno delle coalizioni non erano certamente pochi e fa comprendere come il cammino verso il 26 gennaio sia stato abbastanza agitato e incerto. Il centrodestra ha evitato in extremis la rottura del patto coalizionale, messo in pericolo dal veto posto dalla Lega nei confronti di Mario Occhiuto, sindaco di Cosenza, indicato inizialmente come principale candidato da Forza Italia, partito a cui spetta la designazione del candidato governatore per questa tornata elettorale. La convergenza, poi, si è trovata intorno alla figura di Jole Santelli, deputata forzista originaria di Cosenza, già sottosegretario nei governi Berlusconi-bis, Berlusconi-ter e Letta. Oltre alla Lega e a Forza Italia, a sostegno di Jole Santelli ci saranno Fratelli d’Italia, Unione di Centro, Casa delle Libertà e la lista Santelli Presidente. Anche la coalizione di centrosinistra ha conosciuto una fase di gestazione complicata. In un primo momento il Partito Democratico ha tentato di ripercorrere l’esperimento delle elezioni umbre (Improta 2019), provando ad individuare un candidato comune con il Movimento 5 Stelle, ripresentando dunque, nonostante l’esito infausto, la formula dell’unità delle forze politiche di governo. Tuttavia, il tentativo è fallito: in Calabria il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle saranno avversari. I Dem hanno deciso di supportare Pippo Callipo, imprenditore, ex Presidente della Confindustria calabrese, già candidato alla presidenza della Regione nel 2010, dove aveva ottenuto poco più del 10% delle preferenze. I pentastellati invece hanno optato, a seguito del deciso rifiuto di Luigi Di Maio dell’ipotesi di reiterazione dell’alleanza con il centrosinistra, su Francesco Aiello, docente di politica economica presso l’Università della Calabria, che ha raggiunto il 53% dei voti favorevoli nelle consultazioni effettuate tramite la piattaforma Rousseau. Il Movimento 5 Stelle non sarà l’unica lista ad appoggiare Aiello: per la prima volta, al fianco del Movimento, ci sarà anche una lista civica, denominata Calabria Civica. Infine, a completare l’offerta elettorale vi è un quarto candidato. Si tratta del civico Carlo Tansi, geologo, ex responsabile della Protezione Civile calabrese e attuale consigliere comunale a San Luca, supportato da tre liste: Tesoro Calabria, Calabria Libera e Calabria Pulita. Come anticipato in precedenza, il voto calabrese si distingue da quello emiliano-romagnolo soprattutto per il diverso grado di prevedibilità che presenta rispetto a quest’ultimo. Gli ultimi sondaggi elettorali stimano infatti la vittoria della candidata del centrodestra tra il 50 e il 54%, mentre gli sfidanti Callipo e Aiello si collocano rispettivamente in una forbice del 32-36% e dell’8-12%. La possibilità di una vittoria del centrodestra, tuttavia, non si fonda esclusivamente su sondaggi e stime. Il comportamento di voto degli elettori calabresi  è -nella storia recente- caratterizzato da diversi fattori interessanti che possono aiutarci a comprendere meglio alcune dinamiche. Come rilevato da Emanuele e Marino (2015), uno dei fenomeni più ricorrenti è rappresentato dall’alternanza. Sin dal 2000 vi è stato un circuito di alternanza al governo ininterrotto, che ha portato per due volte alla vittoria il centrodestra (2000 e 2010) e per due volte il centrosinistra (2005 e 2014). Vittorie che peraltro si sono verificate con grande scarto tra uno schieramento e l’altro. Per comprendere le ragioni dell’elevato indice di volatilità elettorale è necessario considerare il ruolo significativo che ha esercitato il voto personale nella regione. È stato mostrato, a tal proposito, come alcuni candidati principali (i cosiddetti “signori delle preferenze”) riescano ad ottenere un supporto più stabile e duraturo nel tempo rispetto ai partiti (Emanuele e Marino 2016), grazie alla relazione di tipo personalistico che viene instaurata direttamente con l’elettore. Tale dinamica è favorita dal contesto calabrese, e meridionale in generale, dove l’identificazione partitica, ormai diffusamente in crisi, non ha mai raggiunto livelli significativi, lasciando spazio alla proliferazione di rapporti basati su pratiche clientelari (De Sio e Emanuele 2012). Seguendo, dunque, la prospettiva dell’effetto bandwagon (Noelle-Neumann 2006) ci si può aspettare che il 26 gennaio il voto personale possa premiare la coalizione del centrodestra, che gode (ed ha goduto, al momento della formazione delle liste), di maggiore appeal non solo agli occhi degli elettori ma anche dei candidati – soprattutto alla luce del recente successo della Lega, identificata probabilmente come carro del vincitore. Infatti, nelle liste a sostegno di Jole Santelli compaiano anche personalità in uscita dalla maggioranza che sosteneva la giunta Oliverio (come ad esempio Mauro D’Acri e Franco Sergio). Discorso diverso è quello relativo al carattere “filogovernativo” del comportamento di voto degli elettori calabresi (Raniolo 2010). In caso di vittoria del centrodestra si verificherebbe, dopo anni, un’inversione di tendenza rispetto alla fedeltà dimostrata nei confronti dei partiti di governo. Tuttavia, va specificato che il particolare momento che sta attraversando la politica italiana, dove la Lega, prima nei sondaggi, si trova all’opposizione e le forze di governo non vengono riconosciute come capaci di durare nel tempo, non rende perfettamente possibile verificare la bontà di tale ipotesi. Volgiamo, ora, lo sguardo alla storia elettorale recente della regione. In tabella 1 è possibile osservare i risultati elettorali delle regionali 2014, delle politiche 2018 e delle europee 2019 in Calabria. Il primo dato da considerare è quello relativo all’affluenza. Le ultime regionali e le più recenti europee hanno confermato la propria natura di second-order elections (Reif e Schmitt 1980) registrando una percentuale esigua di votanti, pari al 44%. Solo in occasione delle più partecipate elezioni politiche del 2018 il dato è aumentato di venti punti percentuali toccando quasi il 64%, che si pone tuttavia al di sotto della media nazionale (73%). Tab. 1 – Risultati elettorali in Calabria nelle recenti elezioni politiche, europee e regionali[1] Per quanto riguarda il risultato elettorale, sulla base dei sondaggi più recenti e in linea con un trend storico, è lecito aspettarsi un incremento di consenso per la Lega rispetto al 5,6% ottenuto alle politiche del 2018, oltre all’inevitabile incremento rispetto alle regionali del 2014, dove la Lega non era presente non avendo ancora ultimato il proprio processo di nazionalizzazione e apertura al Sud (De Sio 2019). Maggiore prudenza è necessaria riguardo il confronto con il dato delle europee del 2019, dove il carroccio aveva ottenuto quasi il 23%. Qualora il partito di Salvini dovesse ampliare il proprio consenso si confermerebbe il trend positivo che ha visto la Lega crescere in molte zone del Sud Italia (D’Alimonte 2018). Oltre alla crescita della Lega, è possibile attendersi una performance elettorale positiva anche per Fratelli d’Italia, che nel 2014 aveva ottenuto solo il 2,5%, ma che già in occasione delle europee 2019 aveva visto crescere il proprio gradimento nella regione, raggiungendo poco più del 10%. Infine, risulta meno prevedibile il risultato di Forza Italia, che, contrariamente ai propri partner coalizionali, deve fare i conti con una crisi all’interno e all’esterno del partito, che tuttavia potrebbe farsi sentire meno in queste elezioni. Il centrosinistra è l’incumbent del voto calabrese. Mario Oliverio, governatore uscente, nel 2014 aveva sconfitto Wanda Ferro, candidata del centrodestra, conquistando il 61,4% dei voti. Ma la stagione politica di quegli anni, segnata anche dai successi elettorali del Partito Democratico a guida Renzi - pensiamo in particolare al 40% ottenuto alle europee-, appare ormai distante. La scelta di Callipo si pone in discontinuità con la vecchia classe dirigente del partito, ma, anche a causa dell’esiguo tempo a disposizione, appare ardua la sfida di proporsi agli elettori calabresi come opzione di alternativa e di cambiamento. Quindi, anche se nel raffronto tra politiche 2018 ed europee 2019 si può osservare un lieve aumento di consensi in termini percentuali per il partito traino della coalizione (il PD passa infatti dal 14,3 al 18,3%, mantenendo tuttavia quasi invariato il numero di elettori in termini assoluti), appare difficile aspettarsi un rovesciamento dei pronostici a favore di Callipo e della coalizione del centrosinistra. Un’eventuale vittoria costituirebbe sicuramente una sorpresa. Il Movimento 5 Stelle, contrariamente al voto in Umbria, costituirà il terzo polo. A livello locale i pentastellati si trovano ad affrontare una forte emorragia di consensi, avvenuta anche in regioni come la Basilicata e l’Abruzzo, dove a livello nazionale si erano attestati come primo partito (Angelucci 2019). Lo scarso rendimento elettorale del M5S e la difficoltà di tradurre i successi nazionali a livello locale non sono certamente una novità. Si tratta di una questione già ampiamente emersa e ormai ben strutturata (De Sio, Emanuele, Maggini e Paparo 2018). L’exploit nazionale del 2013 non aveva dato seguito ad un “terremoto” analogo nelle regionali calabresi del 2014, dove il candidato pentastellato Cono Cantelmi aveva raggiunto solo il 5%. In tabella 1 è possibile osservare come in occasione delle politiche 2018 e delle europee 2019 il voto al M5S sia aumentato significativamente: in entrambe le tornate elettorali il Movimento di Luigi Di Maio si attesta come primo partito della regione, con il 43,4% e il 26,7%. Sarà dunque interessante capire se il 26 gennaio i pentastellati riusciranno a mantenere il primato e a contenere i competitor, su tutti la Lega, ma anche il Partito Democratico e Fratelli d’Italia. Per il Movimento 5 Stelle il voto calabrese sarà anche un test per verificare l’effettiva preferibilità di una corsa in solitaria piuttosto che l’opzione del “centrosinistra allargato”. Domenica la politica nazionale guarderà soprattutto all’Emilia-Romagna. La stabilità del governo, infatti, potrebbe essere minata dall’esito di quel voto. Ma le elezioni calabresi meritano, allo stesso tempo, attenzione. Il risultato che uscirà dalle urne potrà, infatti, mettere in chiaro vari trend interessanti e significativi per la politica italiana, sia a livello locale, sia a livello nazionale. Innanzitutto, ci consentirà di capire se la Calabria si confermerà regione dell'alternanza (come i pronostici sembrano suggerire) e se ed in che misura i rapporti di forza all'interno della regione siano davvero mutati. In secondo luogo, sarà interessante valutare ancora una volta l'impatto del voto personale sul risultato finale. Infine, il risultato delle regionali in Calabria -dopo l'ottimo risultato ottenuto alle europee- ci consentirà di valutare il livello di penetrazione e di strutturazione del consenso elettorale della Lega in una regione dove il carroccio è stato pressoché assente fino alle politiche del 2018.

    Riferimenti bibliografici

    Angelucci, D. (2019), ‘Regionali in Abruzzo: la Lega alla conquista del Sud, cede il M5S’, Centro Italiano Studi Elettorali, disponibile presso: https://cise.luiss.it/cise/2019/02/11/regionali-in-abruzzo-la-lega-alla-conquista-del-sud-cede-il-m5s/ D’Alimonte, R. (2018), ‘Perché il Sud premia il M5S’, in  Emanuele, V. e Paparo, A. (a cura di), Gli sfidanti al governo. Disincanto, nuovi conflitti e diverse strategie dietro il voto del 4 marzo 2018, Dossier CISE (11), Roma, LUISS University Press e Centro Italiano Studi Elettorali, pp. 115-118 De Sio, L. (2019), ‘La nazionalizzazione della Lega di Salvini’, Centro Italiano Studi Elettorali, disponibile presso: https://cise.luiss.it/cise/2019/05/27/la-nazionalizzazione-della-lega-di-salvini/ De Sio, L., Emanuele, V., Maggini, N. e Paparo, A. (2018), ‘Il risultato? Ancora il clima del 4 marzo, ma il m5S (come nel 2013) non rende bene alle comunali’, in Paparo, A. (a cura di), Goodbye Zona Rossa. Il successo del centrodestra nelle comunali 2018, Dossier CISE(12), Roma, LUISS University Press e Centro Italiano Studi Elettorali, pp. 59-63. De Sio, L. e Emanuele, V. (2012), ‘Conclusioni. Dall’Europa alla Sicilia, verso le elezioni politiche 2013, in L. De Sio e V. Emanuele (a cura di), Un anno d elezioni verso le Politiche 2013, Dossier CISE (3), Roma, CISE. Emanuele, V. e Marino, B. (2016), ‘Follow the candidates, not the parties? Personal vote in a regional de-institutionalised party system’, Regional and Federal Studies, 26(4), pp. 531-554. Emanuele, V. e Marino, B. (2015), Regionali in Calabria, tutti sul carro del vincitore? in Paparo, A. e Cataldi, M. (a cura di) Dopo la luna di miele. Le elezioni comunali e regionali fra autunno 2014 e primavera 2015, Dossier CISE(7), Roma: Centro Italiano di Studi Elettorali. Improta, M. (2019), ‘Regionali in Umbria: successo della Lega, fallisce l'esperimento PD-M5S’, Centro Italiano Studi Elettorali, disponibile presso: https://cise.luiss.it/cise/2019/10/28/regionali-in-umbria-successo-della-lega-fallisce-lesperimento-pd-m5s/ Noelle-Neumann, E. (2002), La spirale del silenzio. Per una teoria dell’opinione pubblica, Roma, Meltemi. Raniolo, F. (2010), ‘Tra dualismo e frammentazione. Il Sud nel ciclo elettorale 1994-2008, in R. D’Alimonte, e A. Chiaramonte (a cura di), Proporzionale se vi pare. Le elezioni politiche del 2008, Bologna, Il Mulino, pp. 129-171. Reif, K., e Schmitt, H. (1980), ‘Nine second‐order national elections–a conceptual framework for the analysis of European Election results’, European Journal of Political Research, 8 (1), pp. 3-44.
    [1] Nella parte superiore della tabella sono presentati i risultati al proporzionale (per le politiche 2018 sono riportati i voti espressamente assegnati ai partiti, prima dell'attribuzione dei voti al solo candidato di collegio sostenuto); nella parte inferiore si usano i risultati maggioritari. Nella parte superiore, ciascuna riga somma i risultati dei relativi partiti, a prescindere dalla coalizione della quale facessero parte. Nella categoria partiti di sinistra rientrano: PRC, PC, PCI, PAP, SEL, SI, MDP, LeU, RC. Nella categoria altri partiti di centrosinistra sono inseriti: Insieme, PSI, IDV, Radicali, +EU, Verdi, CD, DemA. Nella categoria partiti di centro rientrano: NCI, UDC, NCD, FLI, SC, CP, NCD, AP, DC, PDF, PLI, PRI, UDEUR, Idea, CPE. Nella categoria partiti di destra rientrano La Destra, MNS, FN, FT, CPI, DivB, ITagliIT. Nella parte inferiore, invece, si sommano i risultati dei candidati (uninominali), classificati in base ai criteri sotto riportati. Per le politiche 2013 e le regionali 2014 e 2019, abbiamo considerato quali voti raccolti dai candidati quelli delle coalizioni (che sostenevano un candidato, premier o governatore). Sinistra alternativa al PD riunisce tutti i candidati sostenuti da almeno una fra PAP, RC, PRC, PCI, PC, MDP, LeU, SI, SEL, Insieme, PSI, +EU, CD, DemA, Verdi, IDV, Radicali – ma non dal PD. Il Centrosinistra è formato da candidati nelle cui coalizioni a sostegno compaia il PD; il Centro riunisce tutti i candidati sostenuti da almeno una fra NCI, UDC, CP, NCD, FLI, SC, PDF, DC, PRI, PLI, CPE, Idea, UDEUR (ma né PD né FI/PDL).Il Centrodestra è formato da candidati nelle cui coalizioni a sostegno compaia FI (o il PDL). La Destra riunisce tutti i candidati sostenuti da almeno una fra Lega, FDI, La Destra, MNS, FN, FT, CasaPound, DivBell, ITagliIT – ma non FI (o il PDL). Quindi, se un candidato è sostenuto dal PD o da FI (o PDL) è attribuito al centrosinistra e al centrodestra rispettivamente, a prescindere da quali altre liste facciano parte della coalizione a suo sostegno. Se un candidato è sostenuto solo da liste civiche è un candidato civico (Altri). Se una coalizione è mista civiche-partiti, questi trascinano il candidato nel loro proprio polo se valgono almeno il 10% della coalizione, altrimenti il candidato resta civico. Se un candidato è sostenuto da partiti appartenenti a diverse aree (escludendo PD e FI/PDL che hanno la priorità), si valuta il relativo contributo dei diversi poli alla coalizione del candidato per determinarne l’assegnazione (al polo che pesa di più).
  • Dall’Emilia-Romagna al governo: la sfida (aperta) del 26 Gennaio

    In Emilia-Romagna la sfida per la guida della regione è aperta, apertissima, stando agli ultimi sondaggi disponibili (D'Alimonte 2019). Stefano Bonaccini, il candidato di centrosinistra, viene infatti accreditato di un vantaggio di un paio di punti sulla candidata del centrodestra, Lucia Borgonzoni. E solo per questo motivo questa tornata elettorale regionale assume un’importanza cruciale. L’Emilia-Romagna, simbolo del governo incontrastato del centro-sinistra (ci torneremo in seguito) e fulcro della cosiddetta “cintura rossa” comprendente anche Toscana, Umbria e Marche, è divenuta contendibile per la prima volta (negli anni Settanta il PCI da solo era stabilmente sopra la quota del 40%).

    Il carattere nazionale delle elezioni…

    Vi sono però almeno altri due motivi di interesse che è bene tenere a mente: il primo è il carattere nazionale di queste elezioni. O per lo meno si è assistito al tentativo di trasformarle in elezioni “nazionali” da parte del centrodestra e in particolare della Lega, che in caso di vittoria è pronta a passare all’incasso a Roma, chiedendo le dimissioni del governo e nuove elezioni politiche. Considerato che si tratta (insieme alle scorse regionali in Umbria ed alle regionali calabresi, che si terranno lo stesso giorno) di uno dei primi test elettorali per il nuovo governo a guida MoVimento 5 Stelle-PD, si può capire come l’attenzione verso queste regionali sia fuori dal comune. Comparate a cinque anni orsono (Maggini 2014) – quando le elezioni si tennero quasi in sordina, dopo le dimissioni del presidente uscente Vasco Errani, e la partecipazione toccò un minimo storico mai registrato prima (37,7%) – il cambio è radicale. Il secondo motivo di interesse, invece, riguarda la campagna elettorale. In Emilia-Romagna nel novembre del 2019 è nato un nuovo movimento sociale – quello delle “sardine”; un movimento capace di prendere la scena per alcuni mesi al leader dell’opposizione Matteo Salvini, ribaltandone il discorso politico e ridando slancio a una coalizione, quella del centrosinistra, all’epoca indietro nei sondaggi e soprattutto in una posizione di rincalzo sui temi cari alla Lega. La proiezione nazionale di questo movimento, le cui manifestazioni si sono estese prima in altre città dell’Emilia-Romagna e successivamente in tutta Italia dando una visibilità mediatica notevole ai fondatori, non ha giovato alla campagna elettorale leghista, per lo meno in termini di presenza mediatica. Quanto all’effetto sul voto, occorrerà attendere il verdetto del 26 Gennaio.

    …E il loro carattere regionale

    Se l’attenzione mediatica della campagna elettorale ha un rilievo nazionale, l’accento del candidato del centrosinistra, Bonaccini, è rivolto quasi esclusivamente sulla contesa regionale. Non è un caso che il logo della campagna del centrosinistra sia il viso stilizzato di Bonaccini stesso e il nerbo ideologico sia il buon governo emiliano-romagnolo e i risultati economico-sociali della regione (occupazione, sanità, trasporti). Non è un caso inoltre che, in Emilia-Romagna, i leader nazionali dei partiti al governo siano stati se non assenti, per lo meno marginali. E non solo quelli del PD, ma anche (in parte) del MoVimento 5 Stelle che corre con un suo candidato, Simone Benini. Forse è tendenzioso pensare che questo sia dovuto alla preferenza del Movimento per la vittoria di Bonaccini, piuttosto che per un buon risultato dei 5 Stelle ed una contemporanea sconfitta del centrosinistra. Tuttavia, appare evidente come sino ad oggi la campagna elettorale dei 5 Stelle sia stata sottotono, appesantita dal dibattito sull’opportunità stessa di presentarsi alle elezioni, scelta questa votata dagli iscritti del MoVimento in contrasto con i desiderata della leadership, che avrebbe gradito invece uno stop fino agli Stati Generali del partito a marzo.

    L’Emilia-Romagna (non più) rossa

    Gli ultimi sondaggi, come ricordato, assegnano qualche punto di vantaggio al centrosinistra (D'Alimonte 2019). Stando però alle ultime consultazioni elettorali, il principale partito della coalizione, il Partito Democratico, non è il primo partito in regione da quasi due anni. Andrebbe quindi sfatato il mito della regione rossa (elettoralmente). Come mostra la Tabella 1 alle politiche del 2018 il MoVimento 5 Stelle (27,5%) ha sopravanzato di oltre un punto il Partito Democratico (26,4%) e la stessa Lega ha avuto una performance al di sopra della media nazionale (19,2%), scalzando nettamente Forza Italia (9,9%), partito ormai ai margini della competizione politica, alla guida del centrodestra. Non solo, il centrodestra è stata la prima coalizione con quasi tre punti di margine sul centrosinistra. Seppure con un turnout in netto calo rispetto al 2018 (-11 punti percentuali in un anno), alle elezioni europee del 2019 i rapporti di forza si ribaltano a discapito del MoVimento 5 Stelle (12,9% in calo di oltre 14 punti), ma non a favore del PD, bensì della Lega. Il partito di Salvini compie un balzo di oltre 14 punti percentuali (33,8%), sorpassando di 2,6 punti il PD, in recupero però rispetto al 2018. Ciò che più conta è che i tre partiti di centrodestra alle Europee arrivano al 44,4%, praticamente la soglia della vittoria alle regionali. Se è vero storicamente che l’Emilia-Romagna è sempre stata una regione non contendibile per il centro e il centrodestra da cinquant’anni a questa parte, è pur vero che negli ultimi due il PD non è stato il primo partito e il centrosinistra non è stata la prima coalizione. Ogni tornata ha certamente la sua specificità: tuttavia, al di là della retorica e dell’esito di queste regionali, è evidente che l’Emilia-Romagna non sia più rossa elettoralmente (e le sconfitte in alcune roccaforti alle recenti amministrative lo dimostrano ulteriormente). Tab. 1 – Risultati elettorali in Emilia-Romagna nelle recenti elezioni politiche, europee e regionali[1]

    L’offerta elettorale

    La campagna elettorale è stata presentata come una competizione bipolare tra il centrosinistra ed il centrodestra, tuttavia l’offerta elettorale è più ricca (e determinante per gli esiti della contesa, data la legge elettorale che prevede l’elezione diretta del presidente che ottiene la maggioranza semplice dei voti). Sono 7 i candidati ai nastri di partenza: oltre Bonaccini (CS), Borgonzoni (CD) e Benini (M5S), ci sono tre liste di sinistra radicale. La prima è quella de L’Altra Emilia-Romagna (Stefano Lugli è il candidato presidente), la seconda è quella di Potere al Popolo (Marta Collot) e la terza è quella del Partito Comunista (Laura Bergamini). Queste ultime due non sono presenti in tutte le province. L’ultima lista, invece, è quella no-vax (Movimento 3V Vaccini Vogliamo Verità) guidata da Stefano Battaglia. Sia centrosinistra che centrodestra propongono coalizioni allargate, 7 liste ciascuna. Al di là dei risultati dei singoli partiti – la Lega è molto probabile che si riconfermi il primo partito emiliano-romagnolo – ciò che conterà, anche per le fortune del governo in carica, sarà la vittoria finale e l’elezione del presidente della regione. Dovesse spuntarla il centrosinistra il governo Conte potrà rifiatare; dovesse vincere il centrodestra le pressioni per elezioni anticipate saranno immediate e costanti. Se poi, come qualche politologo ha pronosticato, questo significherà un ulteriore ripiegamento su sé stesso del governo per non cedere al centrodestra è presto per dirlo. Di certo, seppure si elegga solo ed esclusivamente il presidente di una regione che può vantare performance economiche invidiabili, il riflesso del risultato avrà una portata nazionale. Che lo si voglia o no.

    Riferimenti bibliografici

    D'Alimonte, R. (2019), 'Regionali Emilia-Romagna: Bonaccini è avanti, ma più voti al centrodestra', disponibile a: https://cise.luiss.it/cise/2019/11/17/regionali-emilia-romagna-bonaccini-e-avanti-ma-piu-voti-al-centrodestra/ Maggini, N. (2014), ‘Regionali Emilia-Romagna: record storico di astensioni, ma i rapporti di forza rimangono inalterati a vantaggio del Pd’, disponibile a: https://cise.luiss.it/cise/2014/11/24/regionali-emilia-romagna-record-storico-di-astensioni-ma-i-rapporti-di-forza-rimangono-inalterati-a-vantaggio-del-pd/
    [1] Nella parte superiore della tabella sono presentati i risultati al proporzionale (per le politiche 2018 sono riportati i voti espressamente assegnati ai partiti, prima dell'attribuzione dei voti al solo candidato di collegio sostenuto); nella parte inferiore si usano i risultati maggioritari. Nella parte superiore, ciascuna riga somma i risultati dei relativi partiti, a prescindere dalla coalizione della quale facessero parte. Nella categoria partiti di sinistra rientrano: PRC, PC, PCI, PAP, SEL, SI, MDP, LeU, RC. Nella categoria altri partiti di centrosinistra sono inseriti: Insieme, PSI, IDV, Radicali, +EU, Verdi, CD, DemA. Nella categoria partiti di centro rientrano: NCI, UDC, NCD, FLI, SC, CP, NCD, AP, DC, PDF, PLI, PRI, UDEUR, Idea, CPE. Nella categoria partiti di destra rientrano La Destra, MNS, FN, FT, CPI, DivB, ITagliIT. Nella parte inferiore, invece, si sommano i risultati dei candidati (uninominali), classificati in base ai criteri sotto riportati. Per le politiche 2013 e le regionali 2014 e 2019, abbiamo considerato quali voti raccolti dai candidati quelli delle coalizioni (che sostenevano un candidato, premier o governatore). Sinistra alternativa al PD riunisce tutti i candidati sostenuti da almeno una fra PAP, RC, PRC, PCI, PC, MDP, LeU, SI, SEL, Insieme, PSI, +EU, CD, DemA, Verdi, IDV, Radicali – ma non dal PD. Il Centrosinistra è formato da candidati nelle cui coalizioni a sostegno compaia il PD; il Centro riunisce tutti i candidati sostenuti da almeno una fra NCI, UDC, CP, NCD, FLI, SC, PDF, DC, PRI, PLI, CPE, Idea, UDEUR (ma né PD né FI/PDL).Il Centrodestra è formato da candidati nelle cui coalizioni a sostegno compaia FI (o il PDL). La Destra riunisce tutti i candidati sostenuti da almeno una fra Lega, FDI, La Destra, MNS, FN, FT, CasaPound, DivBell, ITagliIT – ma non FI (o il PDL). Quindi, se un candidato è sostenuto dal PD o da FI (o PDL) è attribuito al centrosinistra e al centrodestra rispettivamente, a prescindere da quali altre liste facciano parte della coalizione a suo sostegno. Se un candidato è sostenuto solo da liste civiche è un candidato civico (Altri). Se una coalizione è mista civiche-partiti, questi trascinano il candidato nel loro proprio polo se valgono almeno il 10% della coalizione, altrimenti il candidato resta civico. Se un candidato è sostenuto da partiti appartenenti a diverse aree (escludendo PD e FI/PDL che hanno la priorità), si valuta il relativo contributo dei diversi poli alla coalizione del candidato per determinarne l’assegnazione (al polo che pesa di più).
  • Il ritorno del proporzionale

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore dell' 11 Gennaio

    Si torna al passato. I partiti della maggioranza di governo hanno presentato in questi giorni un progetto di legge che reintroduce un sistema elettorale proporzionale. Gli è già stato appiccicato l’etichetta di Germanicum, come se fosse simile a quello in vigore in Germania, ma non è così. Di tedesco ha solo una soglia al 5% e anche questa non è detto che sopravvivrà al passaggio parlamentare. E per di più, per ridurre l’impatto della soglia, è stato previsto un complicato meccanismo per dare ai partiti più piccoli una sorta di diritto di tribuna. Il tedesco con i suoi collegi uninominali è una altra cosa. Brescianellum, dal nome del primo firmatario del progetto, è l’etichetta che gli si addice di più. La pura e semplice verità è che deputati e senatori verranno eletti con una formula proporzionale. La conversione dei voti in seggi verrà fatta a livello nazionale, e non circoscrizionale come in Spagna. I seggi assegnati ai partiti che ne avranno diritto verranno poi distribuiti a livello di circoscrizioni e di collegi plurinominali. Senza voto di preferenza.

    Se questo sistema elettorale verrà approvato finirà per certo la stagione del bipolarismo. Bipolarismo imperfetto quanto si vuole, ma che ha permesso agli italiani di giudicare prima del voto gli accordi fatti tra i partiti e avere voce in capitolo sulla formazione dei governi. Ora si vuole tornare a un sistema in cui gli accordi si faranno dopo il voto a totale discrezione dei partiti. La riforma di Berlusconi del 2005 aveva già indebolito questo assetto e lo stesso era successo con la formazione del governo Monti nel 2011 e l’avvento del M5s nel 2013. Ma il sistema elettorale oggi in vigore, il Rosatellum, lascia aperta la porta ad un possibile ritorno al bipolarismo grazie ai suoi collegi uninominali. Con la cancellazione di questi collegi (ed è questo lo scopo del Brescianellum) questa porta si chiude. Torniamo così ai tempi della Prima Repubblica senza i partiti di allora, gli elettori di allora e la classe politica di allora.  

    La responsabilità di questo ritorno al passato è ben distribuita. Ma c’è chi è più responsabile di altri. In primis il M5s. Con la storia che non è né di destra né di sinistra, né carne né pesce, vuole togliere agli italiani la possibilità di scegliere il governo del paese per restituirla a quei partiti che era nato per combattere. Preferisce un sistema elettorale che lasci le mani libere per schierarsi una volta da una parte e una volta dall’altra come ha già fatto. È diventato il partito dei due forni, il capofila della numerosa famiglia di Ghino di Tacco. E così si ritrova insieme a tutti quei piccoli partiti, da quello di Renzi a quello di Berlusconi, che puntano a un sistema proporzionale per valorizzare l’utilità marginale del loro modesto pacchetto di voti. Il Pd ha cercato di resistere alla deriva proporzionalista ma senza convinzione. Alla fine, dopo l’addio alla vocazione maggioritaria, il proporzionale va bene anche lui.

    Paradossalmente a questa deriva ha contribuito moltissimo anche la Lega di Salvini. La sua indisponibilità a dar vita a un polo di governo capace di rassicurare l’Europa e i mercati ha fornito un alibi potente a chi vuole tornare al passato. La conversione di Matteo sulla via di Damasco, dopo l’estremismo balneare dell’estate del 2019, non ha convinto gli scettici. E allora meglio un sistema che gli neghi un premio in seggi per poter governare stabilmente. Perché questo è il punto.

    Il vero obiettivo di questa riforma non è quello di adeguare il sistema elettorale alla nuova composizione delle Camere dopo il taglio dei parlamentari. Questo è l’alibi, fornito dal Pd al M5s. I veri obiettivi della riforma sono due. Il primo è quello di impedire che alle prossime elezioni il centro-destra possa trasformare una maggioranza relativa di voti in maggioranza assoluta di seggi. Boris Johnson con il 43,6% dei voti ha ottenuto il 56,2% dei seggi. Con il Rosatellum la cosa sarebbe possibile, in misura minore, anche per Salvini e alleati. Con il Brescianellum no. Solo nel caso di un consistente voto disperso il sistema genererebbe una disproporzionalità tale da rendere possibile la maggioranza assoluta di seggi. Ma è un evento improbabile. Quindi se il centro-destra arrivasse, per esempio, al 45% di voti dovrebbe cercare alleati fuori dal suo campo per poter governare. Quali? Il M5s, Italia Viva o altri che nel frattempo si formeranno grazie alla proporzionale?

    Il secondo obiettivo è quello di condizionare Salvini anche nel caso in cui il centro-destra ottenesse la maggioranza assoluta di seggi. Con il Rosatellum Salvini e Meloni, pur presentandosi con Forza Italia, avrebbero forse potuto farne a meno dopo il voto. Con il Brescianellum non sarà così. Senza il premio in seggi che è caratteristico dei sistemi maggioritari o di quelli misti è difficile che Lega e Fdi possano arrivare da soli al 50%. E quindi dovranno in ogni caso fare i conti con Berlusconi. E questa per molti è una garanzia. La conclusione di tutta questa vicenda è che per evitare il rischio dell’estremismo di destra si finirà per accettare il costo della debolezza dei governi e il rischio della instabilità permanente. I veri vincitori saranno le lobbies e i piccoli partiti che con il loro 5, 6, 7% avranno un grande potere di ricatto. Si moltiplicherà la famiglia dei Ghino di Tacco. Anzi si sta già allargando. Tanto più che il diritto di tribuna garantisce una rappresentanza anche a chi sta sotto la soglia nazionale. Ma in fondo perché ci sorprendiamo?  A chi è mai interessata nel nostro paese la stabilità dei governi? Non siamo mica in Germania. E non sarà una soglia tedesca (che poi tedesca non è) a farci diventare di colpo tedeschi. È cosa nota che a molti la stabilità fa paura, sa di deriva autoritaria. Ad altri semplicemente non interessa, come se non contasse niente avere governi che abbiano davanti a sé un orizzonte temporale per decidere e implementare le loro decisioni. E allora viva il ritorno al passato. Intanto godiamoci la “stagnazione felice”.

  • Un proporzionale da prima repubblica

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 6 Dicembre

    I partiti della attuale maggioranza litigano su tutto, ma non sulla riforma elettorale. Pare che abbiano trovato un accordo su un sistema proporzionale. I dettagli non sono ancora noti, ma spagnolo o italiano, di proporzionale si tratta. E così gli elettori italiani che da anni votano per eleggere direttamente il governo dei comuni e delle regioni verranno definitivamente privati della possibilità di eleggere il governo nazionale. Voteranno per uno dei partiti in campo e saranno i partiti dopo il voto a decidere con chi fare il governo. Insomma torniamo alla Prima Repubblica senza i partiti che c’erano allora. 

    È un imbroglio, ma non è una sorpresa. Sulla carta il Pd si è espresso a favore di un sistema maggioritario di lista a due turni, ma lo ha fatto con poca convinzione. D’altronde tutti i suoi alleati sono fermamente schierati a favore del proporzionale, e in primis i Cinque Stelle. Di Maio lo ha detto tante volte. Il Movimento deve essere l’ago della bilancia del sistema, cioè il partito dei due forni. Con il suo 15% non può più aspirare a essere un attore dominante ma può continuare a essere un partner indispensabile per qualunque maggioranza. Per far questo ha bisogno di un sistema proporzionale. Con questo sistema potrà allearsi una volta con la Lega e un’altra volta con il Pd. Esattamente come è già avvenuto. Naturalmente la condizione è che nessun partito o nessuna coalizione arrivi a conquistare la maggioranza assoluta dei seggi. 

    Oggi le stime basate sui sondaggi dicono che il centro-destra di Salvini non è lontano dalla maggioranza assoluta dei voti. Se l’eventuale sistema elettorale proposto dai partiti al governo producesse un po’ di disproporzionalità, grazie alle soglie di sbarramento o alla dimensione ridotta delle circoscrizioni, forse ce la potrebbe fare. Ma non è detto che si arrivi al voto con un centro-destra vicino al 50% e certamente non è detto che questo possa accadere in futuro. L’esito ‘normale’ di un sistema proporzionale è la dispersione dei voti tra più partiti, nessuno dei quali ha la maggioranza assoluta dei seggi. Tra l’altro con un sistema del genere non c’è più bisogno di coalizioni pre-elettorali. Berlusconi, Salvini, Meloni si presenteranno ognuno per conto proprio, forse con una promessa di fare il governo insieme dopo il voto. E già qui si intravedono le altre ragioni della riforma, e che non riguardano solo il M5s. Con il proporzionale, e quindi senza il vincolo del patto pre-elettorale che il maggioritario comporta, Forza Italia acquista molta più libertà di manovra. Se le conviene farà il governo con Lega e Fdi ma potrebbe diventare disponibile anche a sostenere altri tipi di governo. E questo è un fatto che naturalmente non dispiace a sinistra.

    Insomma, con la riforma che gli attuali partiti di governo stanno concependo si riaprono i giochi. In ogni caso, comunque vada, è certo che con il proporzionale la vittoria del centro-destra alle prossime elezioni verrà limitata. Anche se arrivasse alla maggioranza assoluta, Salvini e Meloni dovranno fare i conti con Berlusconi e il suo pacchetto di seggi. E se non arrivassero alla maggioranza assoluta? Con chi farebbe il governo Salvini? Di nuovo con Di Maio e insieme alla Meloni? La Prima Repubblica è dietro la porta. D’altronde a chi mai interessa la stabilità dei governi di questo paese?

Ricerca

  • Filling the Void? Political Responsiveness of Populist Parties

    Per citare l'articolo:

    Carolina Plescia, Sylvia Kritzinger & Lorenzo De Sio (2019) "Filling the Void? Political Responsiveness of Populist Parties", Representation, 55:4, 513-533, DOI: 10.1080/00344893.2019.1635197

    Scarica l'articolo qui.

    Abstract:

    This paper examines the responsiveness of populist parties to the salience of issues amongst the public focusing on a large number of issues on which parties campaign during elections. The paper investigates both left- and right-wing populist parties comparatively in three countries, namely Austria, Germany and Italy. We find that while populist parties carry out an important responsiveness function, they are only slightly more responsive than their mainstream counterparts on the issues they own. The results of this paper have important implications for our understanding of political representation and the future of the populist appeal.

  • Call for Applications: Luiss University PhD Program in Politics

    The Department of Political Science at LUISS invites applications for five fully-funded PhD scholarships to commence PhD studies in the academic year 2020/2021.

    The PhD program is in English, has a duration of four years and includes coursework and training in research methods in the first year.
    Supervision will be mainly provided by Professors members of the Academic Board. The program also facilitates exchanges with partner universities abroad and provides additional financial support to enable such study periods and field work.

    The Department of Political Science has excellence in a number of research clusters and we invite research proposals specifically in these areas: Regional and Global Governance, EU Institutions and Policy-making, Communication Studies, Parliaments, Elections and Political Representation, Politics and Institutions: History, Normative Theory and Current Practices. Applicants are also encouraged to familiarise themselves with the expertise of the members of the Academic Board which determines the range of supervision that is available in the program.

    In particular, we at CISE are keen to supervise quantitative projects oriented towards voting behaviour, party competition and party systems in comparative perspective.

    The deadline for submitting applications is on the 7th of February 2020, 16:00 (CET)

    APPLY HERE

  • Going out of the ordinary. The de-institutionalization of the Italian party system in comparative perspective


    Per citare l'articolo:

    Emanuele, V. and Chiaramonte, A. (2020), 'Going out of the ordinary. The de-institutionalization of the Italian party system in comparative perspective', Contemporary Italian Politics, https://doi.org/10.1080/23248823.2020.1711608.

    Scarica l'articolo qui

    ABSTRACT

    Since 2013, the Italian party system has been in turmoil as the old bipolar structure has been swept away by the emergence of new competitors and skyrocketing voter volatility. Instead of being characterized by stabilization, the 2018 general election continued to show turmoil, with a substantial shift in the balance of power among parties and electoral poles. This article tests the hypothesis that since 2013 Italy has been experiencing a process of party systemde-institutionalization, meaning a context in which the interactions of inter-party competition remain unstable and unpredictable over time. To do so, it analyses the patterns of stability and predictability in the three arenas (electoral, parliamentary and governmental) where inter-party competition can be detected, adopting a twofold comparative perspective: a diachronic perspective comparing the 2013–2018 period with the previous Italian republican era; a cross-national perspective (using an original dataset covering 372 elections and legislatures, and 670 governments) comparing Italy since the War with the corresponding period in nineteen other Western European countries. The article paints a rather clear picture: in the period following the 2013 elections the Italian party system is de-institutionalized like very few others in Western Europe’s post-1945 history.

  • The electoral instability in party competition as an evidence of the European crisis

    Nell'intervista a Luiss Open del 7 Ottobre 2019, Vincenzo Emanuele presenta i risultati di un recente articolo pubblicato su Government and Opposition e scritto in collaborazione con Alessandro Chiaramonte e Sorina Soare. Riportiamo di seguito il testo integrale dell'intervista.

    Professor Emanuele, based on your experience, what are the competences that must belong to a researcher interested in political party systems?

    The fundamental feature is flexibility, from two particular points of view. Firstly, “flexibility” in terms of a great international openness: it is necessary to gain experience abroad, to avail of even short periods visiting other universities that deal with issues close to one’s own. This enables us not only to build a network of relationships with other teachers, but also to be able to go into details regarding one’s specific study topic: in our case, for example, it means being able to closely study the party systems of the host country. Secondly, “flexibility” means having the ability to adapt one’s own research product to the journal to which it is addressed, therefore also being able to “model” one’s own research based on the target of the communication.

    Furthermore, another skill, which is fundamental not only for a political science researcher but for anyone who undertakes an academic career, is the study of the theory, an in-depth knowledge of the classics of the literature that constitute the natural starting point for any kind of research. Even if we seek to undertake a kind of research whose impact goes beyond the limits of the political science, our starting point must always be the theoretical basis of the classics: specifically, those who want to understand, and study party systems must begin from the theories of Giovanni Sartori, Peter Mair, etc.

    Focusing on the paper, you and your coauthors showed how, after the end of the Cold War, a rather clear division has persisted for a long time between the party systems of the countries of Western Europe and those of Eastern Europe. Can you explain in what sense?

    The party systems of Western Europe and Eastern Europe have historically been considered to be two separate worlds that did not dialogue with each other.

    Western Europe has always been characterized by a great stability of party systems. This is explained by the “social cleavage theory”, formulated by the two sociologists Lipset and Rokkan, according to which the parties are born from certain social “fractures” (or “cleavages”) of modern society. Once institutionalized, these party systems tend to remain stable, because each party is linked to a specific social group of voters, and as long as that particular social group is significant, as long as it has a role in society, it will continue to vote for that specific party: as a consequence, a stability of social groups will be mirrored by a stability of the parties.

    Whereas in Central Europe the period between 1945 and 1990 was characterized by great electoral stability, Eastern Europe was run by authoritarian systems, and thus lacked the kind of democratic experience that has structured Western party systems. After the fall of the Wall, democracy returned to Eastern Europe in a sudden manner: in a way that had not been adequately prepared in terms of the relationship between the populace, that is the electoral body, and the political elites. For this reason, the Eastern European party systems were immediately characterized by instability: in the absence of structured links between social groups and political elites, in every election, the changes of the political elites went hand in hand with the changes in the citizens’ electoral preferences.

    This was the status quo up until the impact of the economic crisis in Western Europe: as we explain in our paper, it produced an acceleration of the convergence process between the two regions, which to a certain extent led Western Europe to become increasingly similar to Eastern Europe. What is surprising is that this empirical result is the opposite of what a long tradition of research prophesized, namely an adaptation of Eastern Europe to the canons of Western Europe. Indeed, it was always believed that Eastern European countries tended to be more unstable, due to the fact that democracy was recently formed and therefore the “rules of the game” had not yet been introjected by political actors (both citizens and political elites), but over time there would have been a process of institutionalization that would have rendered Eastern European countries increasingly stable, like those of Western Europe. Instead, what is happening is indeed a process of convergence, but in the opposite direction to the one predicted: that is, Western Europe is becoming increasingly unstable, adapting to the canons of Eastern Europe.

    You have talked about “convergence”: can you explain this concept in a little more detail?

    At the basis of the concept of “convergence” lies “electoral stability and instability”, which is manifested by the “electoral volatility” variable, a measure that quantifies the electoral change at an aggregate level, or the percentage of voters who have changed their vote between two subsequent elections: if in two consecutive elections the parties get exactly the same percentage of votes, there will be an electoral volatility of 0%; a volatility of 100%, on the other hand, would mean that the party systems resulting from two consecutive elections are entirely different. Therefore, the greater the aggregate electoral change in two successive elections – that is, the more that citizens have changed their vote – the higher the level of volatility will accrue. And the higher the volatility, the more unstable the system is.

    When we talk about the convergence process, we mean a convergence of electoral volatility levels. In the past, Western Europe tended to be highly stable, with a level of electoral volatility of about 10%, which is considered quite low; in Eastern Europe, instead, volatility levels were constantly higher than 20%, which Peter Mair already considered very high. Between 1990 and 2016, which is the last year considered by our research, there was a convergence process during which the levels of volatility between the two regions have come closer: there was a slight decrease in volatility in Eastern Europe, and conversely a massive increase in volatility in Western Europe. In terms of the end point, which is the one of the last few years following the economic crisis, from a statistical perspective the two regions are indistinguishable, for there is no statistical significance that allows us to identify a  Western European country from an Eastern European country based on electoral volatility. Eastern Europe remains overall “a little more volatile” than Western Europe, but on a statistical level this difference has been exhausted: the convergence process has now occurred, but as a result Europe is overall more unstable than it was 10-15 years ago.

    Naturally, this result has an immediate empirical interest. In our opinion, however, it is especially important in terms of democratic endurance, namely the consequences that this convergence will have on the democratic process. In fact, electoral instability has negative consequences on the citizens’ trust in democracy, in political parties, in the process of accountability (the process of responsibility that connects voters and elected representatives). Whereas all of these elements have been already studied considering other regions of the world, especially Latin America, in Western Europe we did not recognize them, precisely because we were used to a situation of strong stability. Our study can thus also open a new line of research – which I am already working on, indeed – regarding the actual consequences of this so-called “de-institutionalization” process –  the “progressive increase of electoral instability” process – in Western Europe.

    Are we faced with a model in which one party system prevails over another, or are we facing a real disappearance and disintegration of one compared to the other?

    Actually, neither one nor the other: a prevailing model does not exist, given that there are heterogeneities even within the two regions. Nevertheless, we are faced with a general process of de-institutionalization, which means an increase in the unpredictability of party systems. Party systems are nothing more than “aggregates” which are formed based on the interactions and relations between political parties. This happens when these interactions become unpredictable – because new parties constantly emerge, old parties die, and there are thus significant exchanges of votes between parties. Such a situation, however, is a model compatible with democracy: in Eastern Europe it has always been this way. Naturally, though, this model is compatible with a poor quality democracy, because high unpredictability means that citizens tend to be less aware of what the political offer is when they vote, and it therefore means that political parties and political elites are less responsible, since they will no longer be accountable to the voters for their work. So, in summary, democracy is not endangered by deinstitutionalization, but its quality level certainly worsens.

    We are witnessing the current return of nationalisms and the emergence of sovereignty: how much is this de-institutionalization process the cause, and how much is it a symptom and a consequence?

    In this case we must distinguish between two parallel processes. On the one hand, we have the case of already existing nationalisms and parties, that is, parties that have already been in the political framework and that have subsequently become ideologically oriented towards nationalism and populism: they have had an ideological shift towards a radicalization of the system. On the other hand, there is the fact that new parties emerge, and old parties die, and this accelerates the changing of interactions, for a reorganizing political system implies a growth in unpredictability for the system. Not to mention those occasions when whoever emerges and become increasingly important are new parties which are particularly polarized on nationalism, sovereignty and populism: this is the case of Italy with the birth of Five Stars Movement in 2013, or of Spain with Podemos, but we could mention many others. This also leads to a stress on the system, because political actors must readjust and re-adapt their interactions (from interactions between majority and opposition within the Parliament, to electoral interactions relating to the coalition processes, and so on) to cope with the emergence of these new subjects.

    So, on the one hand these processes are clearly a cause of de-institutionalization, while on the other de-institutionalization accelerates such processes, because it provides new opportunities to the political entrepreneurs who want to form new parties, given that in a totally unstable situation the possibilities increase for all. A manifestation of this instability is also the volatility of voting intentions, not only of the actual vote, which changes substantially with a very high frequency. For example, think of how many points the Five Stars Movement has lost from the political elections to the present, and how many the League has earned: just over a year has passed, we are in theory in a situation of potential stability, because we have a government, an opposition, etc. And yet, upon comparing the current situation with the one at the time of the political elections, it seems that we are looking at two different party systems, given the extent to which the dynamic has been triggered that renders the electorate’s preferences extremely fluid.


Volumi di ricerca

  • Il voto del cambiamento: le elezioni politiche del 2018

  • Cleavages, Institutions and Competition

  • Young People’s Voting Behaviour in Europe. A Comparative Perspective

  • Terremoto elettorale. Le elezioni politiche del 2013

  • Competizione e spazio politico. Le elezioni si vincono davvero al centro?

  • La politica cambia, i valori restano? Una ricerca sulla cultura politica dei cittadini toscani

  • Proporzionale se vi pare. Le elezioni politiche del 2008

  • Elettori in movimento. Nuove tecniche di inferenza ecologica per lo studio dei flussi elettorali

  • La legislazione elettorale in Italia. Come migliorarla e perché.

  • Riforme istituzionali e rappresentanza politica nelle Regioni italiane


Dossier CISE

  • The European Parliament Elections of 2019 – individual chapters in PDF

  • The European Parliament Elections of 2019 – the e-book

  • “Goodbye Zona Rossa”: Online il Dossier CISE sulle elezioni comunali 2018

  • Dossier CISE “Goodbye Zona Rossa”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • “Gli sfidanti al governo”: Online il Dossier CISE sulle elezioni del 4 marzo

  • Dossier CISE “Gli sfidanti al governo”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • The year of challengers? The CISE e-book on issues, public opinion, and elections in 2017

  • The year of challengers? Individual PDF chapters from the CISE e-book

  • “Dall’Europa alla Sicilia”: Online il Dossier CISE su elezioni e opinione pubblica nel 2017

  • Dossier CISE “Dall’Europa alla Sicilia”: Scarica i singoli articoli in PDF