Attualità

  • Al centrosinistra 52 sindaci (+15), centrodestra stabile a 38, M5S dimezzato. I numeri finali delle comunali

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 19 ottobre 2021

    Con i ballottaggi scrutinati ieri è possibile tirare definitivamente le fila di questa tornata di elezioni comunali. Già due settimane fa, con i dati delle liste al proporzionale, avevamo potuto osservare alcuni elementi di rottura con il recente passato, ossia il primo posto del Pd, il crollo del M5s e il sorpasso di Fdi sulla Lega. Tuttavia, in fondo, ciò che davvero conta nelle elezioni comunali è vincere il comune, esprimere la giunta, guidare l’amministrazione comunale: insomma conquistare le poltrone di primo cittadino. Ecco, con i risultati di ieri abbiamo il quadro completo, che è possibile confrontare con la situazione di partenza.

    Andiamo con ordine. Innanzitutto, erano 62 i comuni superiori ai 15.000 abitanti chiamati a scegliere il sindaco fra i due candidati più votati al primo turno, in assenza di un vincitore che avesse raccolto la maggioranza assoluta (a questi si sommano tre comuni inferiori in cui il ballottaggio si svolgeva fra i due candidati più votati che avevano gli stessi voti- Torricella Verzate, Rondanina, Corchiano). Il centrosinistra ne ha vinti 28, il centrodestra 16 (fra i quali 3 con coalizioni senza Forza Italia), mentre 12 sono andati a candidati civici. Questi dati confermano ancora una volta la bipolarità delle competizioni comunali. In questo senso, particolarmente interessanti sono le 30 sfide bipolari, in cui a sfidarsi al ballottaggio erano il candidato sostenuto dal Pd (in varie coalizioni) contro quello sostenuto dal centrodestra (con – 26 – o senza Fi –4). Anche in questo caso, la maggior parte dei comuni (due su tre) sono andati alla coalizione di centrosinistra, compresi gli emblematici casi di Roma e Torino. Il centrodestra è riuscito a tenere la città di Trieste ma si è visto strappare Cosenza e Savona. Complessivamente, nei 10 capoluoghi di provincia andati al ballottaggio, il centrosinistra ne ha vinti 8 (tra cui le vittorie in città tradizionalmente ostili come Varese e Latina), mentre il centrodestra, oltre a Trieste ha riconfermato Mastella a Benevento.

    A questi ballottaggi vanno sommati i 56 comuni superiori assegnati già al primo turno. Il centrosinistra ne aveva vinti 24, contro i 22 del centrodestra (di cui 4 senza Fi). A Grottaglie aveva vinto il M5s, mentre in 8 comuni erano stati eletti sindaci civici. In totale, quindi, sui 118 comuni superiori, il centrosinistra ne amministrerà 52, il centrodestra 38 (di cui 7 senza Fi), 20 saranno governati da candidati civici, 5 dal M5s, due da coalizioni di centro e uno da coalizioni di sinistra senza il Pd.

    Tabella 1. I numeri finali delle comunali. Comuni vinti da ciascun polo nel 2021 e confronto con le precedenti comunali.

    Per potere stilare un bilancio definitivo circo lo stato di forma elettorale delle principali coalizioni occorre contestualizzare il dato relativo al punto di partenza. Dei 118 comuni superiori al voto, 98 avevano eletto l’amministrazione uscente nella primavera 2016. In quel momento, prima della rovinosa caduta del 4 dicembre, il Pd targato Renzi era ancora la forza pivotale del sistema (infatti aveva più voti degli altri, vinceva più comuni al primo turno e centrava più ballottaggi), anche se poco capace di fare coalizione e attrarre voti fuori dal proprio perimetro (che si tradusse in molte sconfitte nei ballottaggi – fra cui quelle fragorose di Roma e Torino). Il centrodestra viveva una profonda crisi, con Lega e Fi spesso divisi (come confermato dall’alto numero di amministrazioni uscenti di destra ma senza Fi, 13). Di ciò si avvantaggiò il M5s, mai come allora capace di sfruttare le debolezze dei due poli principali anche in elezioni locali. Nel complesso i numeri della tornata elettorale precedente palesavano un equilibrio fra le due coalizioni principali (37 comuni a testa) e segnavano il punto più basso del bipolarismo a livello locale, con quasi 4 comuni su 10 vinti da poli alternativi (fra cui 26 città a candidati civici e 12 al M5s). Oggi il bipolarismo cresce (i comuni vinti dalle due coalizioni principali passano dal 63% al 75% dei comuni), ma esclusivamente per merito dell’avanzata del centrosinistra (+15) a scapito di un dimezzamento del M5s (-7), di un arretramento delle civiche (-6) e della sinistra (-3). Il centrodestra invece rimane complessivamente stabile (+1). È però interessante notare l’accresciuta centralità di Forza Italia negli equilibri della coalizione: i comuni vinti da coalizioni che includono il partito di Berlusconi crescono (+7) mentre si dimezzano quelli vinti da coalizioni di destra senza Forza Italia (-6).

    A livello territoriale, infine, l’Italia è sempre più spaccata in due: al Nord il vantaggio del centrodestra è netto (26 a 12) e si allarga rispetto alle precedenti comunali, mentre nella Zona rossa e al Sud dominano le coalizioni guidate dal Pd (13 a 3 e 27 a 9 rispettivamente). In conclusione occorre osservare come queste amministrazioni sia state elette da meno del 44% degli aventi diritto. Chiaramente il centrosinistra fa segnare una vittoria. Eppure, mai come in presenza di una partecipazione elettorale così distante da quella delle elezioni politiche (mai sotto il 72%) bisogna essere particolarmente cauti nel proiettare questo risultato verso le prossime elezioni politiche.

  • Il ritorno del bipolarismo centrodestra-centrosinistra

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 16 ottobre

    Il primo turno delle comunali ha espresso due verdetti. La mancanza dei dati completi sui comuni sotto i 15.000 abitanti ci costringe a ragionare solo sugli esiti nei 118 comuni superiori. In questo aggregato il verdetto è parziale, perché sono ancora 61 i comuni al voto, ma il risultato è solido. Il secondo verdetto riguarda la distribuzione dei voti tra i partiti. Questo è un verdetto certo, perché al ballottaggio non si votano le liste, ma altamente aleatorio sia per la bassa affluenza sia per la presenza di un 21,8 % di voti andati a liste civiche, sia per l’effetto-candidati.

    Nei 118 comuni in cui si è votato con il sistema elettorale a due turni è opportuno distinguere l’insieme dei 6 comuni capoluogo di regione dagli altri comuni, vista la loro importanza e l’attenzione dei media. Nel primo di questi due aggregati, le sei grandi città, il Pd ha ottenuto una vittoria netta che potrebbe diventare ancora più netta dopo i ballottaggi di Domenica. È arrivato primo in cinque casi su sei. Solo a Roma è arrivato terzo dietro alla lista di Azione e a quella di Fdi. Ha già vinto in tre città. Domenica molto probabilmente vincerà a Roma e forse anche a Torino.  Il risultato finale potrebbe quindi essere 4 a 2 o 5 a 1. Comunque vada, un successo che il dato dei voti alle liste conferma.

    In percentuale il Pd è risultato di gran lunga il partito più votato. Con il suo 19% supera la somma di Lega e Fdi (18,8%). Insieme al partito di Letta Fdi è l’altra forza politica che può ritenersi soddisfatta. Non ha vinto in nessuno dei grandi comuni e il suo candidato non vincerà a Roma, mentre a Trieste e a Torno, dove il centrodestra può vincere, i candidati in corsa non sono suoi. Però con il suo 12,8 % ha raddoppiato in percentuale sia i voti presi alle Europee del 2019 sia quelli presi alle comunali del 2016. Ed è l’unico partito ad averlo fatto. I perdenti sono Lega e M5s. 

    Il dato relativo al partito di Salvini è particolarmente negativo. Tanto negativo da non essere credibile. Non è possibile che la Lega oggi abbia nei 6 comuni capoluogo solo il 6,8 %. Molti fattori hanno giocato contro in questa tornata elettorale. Purtroppo mancano ancora oggi i dati di sezione di Milano e Roma. (Detto per inciso, è incredibile che il comune di Napoli abbia messo on line tempestivamente i dati ma non Milano e Roma). In ogni caso i flussi calcolati dal Cise e dal Cattaneo su Torino, Bologna e Napoli concordano nell’indicare che la Lega ha perso molto verso l’astensione oltre che verso Fratelli d’Italia. Non sono voti persi definitivamente. Ma il dato di oggi segnala inequivocabilmente che la Lega è in difficoltà

    Questo è il verdetto sui 6 capoluoghi. Il verdetto sui 118 comuni superiori ai 15.000 abitanti è più sfumato (Figura 1). Sono 57 quelli in cui il sindaco è già stato scelto. In 42 casi si tratta del sindaco uscente che si è ricandidato.  La distribuzione delle vittorie è questa: 24 centrosinistra, 18 centrodestra, 4 destra (senza Forza Italia), 1 M5s, 1 sinistra (senza Pd), 9 civici.  Disaggregando i dati per area geografica si vede che le coalizioni di centrosinistra prevalgono chiaramente su quelle di centrodestra nella ex Zona Rossa (8 vittorie contro 2) e nel Sud (11 vittorie contro 1), mentre al Nord prevale chiaramente il centrodestra (15 vittorie contro 5). È un quadro che denota un sostanziale equilibrio tra l’area di centrosinistra-sinistra e quella di centrodestra-destra, 25 vittorie della prima contro le 22 della seconda. Un bilancio quindi ben diverso da quello emerso dal voto nei 6 comuni capoluogo. E questo nonostante il fatto che le percentuali di voto ai singoli partiti nell’insieme dei 118 comuni non siano sostanzialmente diverse da quelli che abbiamo già citato a proposito dei 6 comuni capoluogo. Un po’ più bassa per il Pd (19%), per il M5s 6,3% e per Fdi (11,1%); un pò più alta per la Lega (7,7%); praticamente la stessa per Forza Italia (5%).

    Fig. 1 – I numeri dei ballottaggi

    Cosa succederà Domenica nei 61 comuni superiori in cui si vota? È difficile fare previsioni. Il secondo turno è una competizione completamente diversa da quella del primo. È una sfida a due, dove conterà molto non solo mobilitare i propri elettori ma anche convincere a votare chi ha votato per uno dei candidati esclusi dal ballottaggio. Da questo punto di vista i casi di Torino e Roma sono i più interessanti. Quando si avranno a disposizione i dati di sezione si vedrà cosa avranno fatto gli elettori di Calenda e Raggi a Roma e quelli della Sganga a Torino. L’ipotesi più attendibile è che una quota di loro si asterrà mentre tra quelli che andranno alle urne saranno più i voti per candidati di centrosinistra che per quelli di centrodestra.

    Al secondo turno centrosinistra e centrodestra fanno la parte del leone. Sono 41 i candidati di centrosinistra, di cui 23 si sono classificati al primo posto, e sono 40 quelli di centrodestra, di cui 18 sono risultati primi. Anche in termini di sfide le più numerose (26) sono quelle tra i due schieramenti maggiori a conferma del fatto che il sistema si sta di nuovo assestando su un formato bipolare.  Il M5s sarà presente solo in 9 ballottaggi. In due casi affronterà candidati di centrosinistra e in quattro casi quelli di centrodestra.  Ma a proposito del partito di Conte il dato rilevante è che solo in 29 comuni su 118 si è presentato insieme al Pd. Non è un bel segnale sullo stato dei rapporti tra i due maggiori partiti del centrosinistra.

  • La partita elettorale è aperta. E (probabilmente) si giocherà al Sud

    Alla vigilia dei ballottaggi di metà ottobre, in cui si giocheranno due partite fondamentali come quella di Roma e Torino, e dove il centrosinistra parte favorito nei confronti del centrodestra, è possibile trarre un bilancio ragionato dei risultati dei principali partiti politici nel primo turno. Oltre al tasto dolente della affluenza, in calo ormai costantemente da tempo, le analisi dei trend elettorali (Emanuele e Paparo 2021) hanno mostrato come il Partito Democratico sia uscito rafforzato da questa tornata, mentre i veri sconfitti sono stati la Lega nell’alveo delle destre (a favore di Fratelli d’Italia) e il Movimento 5 Stelle nel fronte progressista. Oltre alle vittorie al primo turno nelle città metropolitane di Napoli e Milano, il PD ha potuto contare su ottimo bacino elettorale anche a Torino e Roma, città che venivano da una amministrazione grillina. 

    Pur tuttavia, oltre al dato macro, cerchiamo di indagare anche la distribuzione geografica del voto (Tabella 1), specialmente in un paese come l’Italia in cui storicamente le diverse zone geografiche sono state più o meno saldamente presidiate da specifici partiti (è il caso del Movimento 5 Stelle al Sud o la Lega al Nord solo per fare due esempi relativi alle elezioni politiche del 2018). Quelli che commentiamo sono dati che risentono della forte presenza delle liste civiche, sempre più numerose e sempre più di successo nelle elezioni locali, ma che tuttavia forniscono qualche indicazione di massima, specie quando si prendono in esame i comuni capoluogo dove la forza delle liste civiche è minore se comparata con i comuni non capoluogo. Chiariamo, inoltre, che le nostre analisi si concentreranno sui 118 comuni superiori ai 15.000 abitanti andati al voto, escludendo quindi i comuni più piccoli dove, è bene notarlo, vive circa il 40% degli elettori italiani e dove il centrodestra è tradizionalmente più forte.

    Tabella 1 - Voti di lista ai principali partiti nei 118 comuni superiori al voto Domenica 3 e Lunedì 4 Ottobre per comune capoluogo/non capoluogo e zona geopolitica. Nota: le liste civiche di sinistra comprendono solo le liste civiche che hanno sostenuto un candidato sindaco del centrosinistra (sostenuto cioè dal PD); le liste civiche di destra includono le liste che hanno sostenuto un candidato sindaco del centrodestra (sostenuto da una coalizione dove compaia Forza Italia)

    CIVICHE SX CIVICHE DX CIVICHE FDI FI LEGA M5S PD
    Comuni superiori (118) 20,0% 9,0% 21,8% 11,2% 5,0% 7,7% 6,3% 19,0%
    Capoluogo 20,7% 8,1% 17,5% 12,5% 5,1% 7,4% 7,3% 21,4%
    Non capoluogo 18,6% 11,0% 31,7% 8,1% 4,6% 8,4% 3,9% 13,6%
    Nord 17,0% 11,4% 12,1% 10,9% 6,5% 12,3% 4,2% 25,6%
    Zona Rossa 20,5% 6,4% 17,7% 11,6% 3,6% 9,4% 3,6% 27,2%
    Sud 21,8% 8,1% 28,8% 11,3% 4,3% 4,4% 8,2% 13,0%

    Partito Democratico

    Sebbene il PD possa essere considerato il partito vincente di queste elezioni amministrative, qualsiasi proiezione del risultato a livello nazionale richiede cautela. Il PD risulta certamente il partito più votato nei comuni superiori e la sua performance non è eguagliata neppure sommando i partiti del centrodestra insieme. Eppure, se visto in prospettiva, i dati ci dicono qualcosa di più ed invitano a moderare l'entusiasmo. Già in precedenza è stato evidenziato come il bilancio dei comuni vinti al primo turno sancisca (per ora) una sostanziale parità tra centrodestra e centrosinistra (Maggini e Trastulli 2021). Guardando alla performance elettorale, rispetto al 2016 la performance del partito rimane sostanzialmente stabile, nonostante l'affluenza in questa tornata sia stata significativamente più bassa rispetto al 2016, dato che tradizionalmente favorisce le liste di sinistra. Il PD si conferma inoltre il partito delle città: nei comuni capoluogo il PD ottiene il 21,4%, contro il 13,6% nei comuni non capoluogo. Ma, dato ancora più rilevante, nonostante le prove di alleanza con il M5S nei territori e nonostante lo svuotamento del partito guidato da Conte, il PD non sfonda al Sud, tradizionale roccaforte del Movimento. Se i dem ottengono il 25,6% di voti al nord e il 27,2% nella Zona Rossa, la percentuale scende al 13% al Sud. A questo va poi aggiunto il dato delle civiche di sinistra: sebbene non si possa traslare questo voto direttamente verso il PD, è immaginabile pensare che almeno una parte di quell’elettorato sia di area. Il dato è significativo, ma indica anche un altro fattore: ad oggi il PD non sembra in grado di mobilitare i vecchi elettori grillini al Sud, che potrebbero essersi riversati sulle liste civiche (o aver optato per l’astensione).

    Lega

    Conquistare il Nord (e anche ampiamente) è una condizione imprescindibile per la Lega per tenere la leadership del centrodestra in ottica nazionale. Per conquistare il Nord è sì importante tenere saldamente le aree periferiche delle regioni, cosa che la Lega ha fatto in parte, ma anche essere competitivi nei grandi centri, dove invece la Lega (e la destra in generale) appaiono molto indietro rispetto al Partito Democratico, capace di intercettare il voto urbano (e mediamente benestante). Stando alla Tabella 1 difatti si nota come la Lega sia sì il primo partito delle destre al Nord (12.3%), ma Fratelli d’Italia (10.9%) è solo pochi punti percentuali dietro. Soprattutto, la somma dei due partiti non pareggia quella del PD (25.6%). Inoltre, anche tenendo presente le civiche affiliate a candidati di centrodestra e comparandole con le civiche di centrosinistra, la distanza tra i due poli non si riduce, bensì si amplia. Si tratta di dati che vanno maneggiati con le pinze, giova ripeterlo, ma che costituiscono un segnale inequivocabile del travaso di voti che sta avvenendo a destra, soprattutto nei comuni capoluogo (del Nord), dove Lega e FDI sono appaiati (Tabella 2). A questo poi si aggiunge la questione meridionale. La Lega a trazione salviniana già dal 2018 aveva provato a sfondare nelle aree del Sud, presidiate da altri partiti di destra, in primis Forza Italia. Un tentativo che sembrava andare a buon fine con le europee del 2019, ma che nel 2021 sembra si sia bruscamente arrestato. La Lega è ampiamente dietro Fratelli d’Italia non solo nei comuni non capoluogo, dove comunque le civiche la fanno da padrone, ma anche nei comuni capoluogo dove la distanza tra i due partiti è di quasi 9 punti percentuali. La Lega, quindi, ha un problema rilevante nelle grandi città italiane e anche se dovesse “reggere” la forza d’urto di FDI nelle aree periferiche, questo trend metterebbe ancora più in discussione la leadership del centrodestra di Salvini. E in tutto questo, il buono stato di salute di cui sembra godere il PD, mette ancora più in difficoltà i leghisti.

    Tabella 2 – Voti di lista ai principali partiti nelle diverse aree geopolitiche del paese per comune capoluogo/non capoluogo

    Fratelli d'Italia

    Sulla scia dei buoni risultati nei sondaggi a livello nazionale, FdI ottiene nel complesso un buon risultato anche a livello locale. Come rilevato in precedenza da Emanuele e Paparo (2021), il partito guidato da Meloni ottiene l’11,1% dei voti nei comuni superiori, praticamente sei punti percentuali in più rispetto alle amministrative del 2016. Il partito va meglio nei capoluoghi (12,5%), mentre fatica nei centri più piccoli, dove raccoglie solo l’8,1% dei voti. Sebbene si tratti di dati relativi soltanto ai comuni superiori, l’indicazione che se ne trae è quella di un partito con una maggiore capacità di presa sui centri urbani, potenzialmente in grado di mobilitare sia una classe media conservatrice (rimasta orfana per via del crollo di FI) ma anche quote di elettorato nelle grandi periferie urbane. Il dato, tuttavia, più interessante è probabilmente legato alla distribuzione territoriale dei voti ottenuti dal partito. Al contrario di quanto osservato per la Lega, il partito ottiene un consenso omogeneo nelle tre zone geopolitiche del paese (10,9% al Nord, 11,6% nella Zona Rossa, 11,3% al Sud). Laddove Salvini sembra dunque aver fallito nel progetto di nazionalizzazione della Lega (che evidentemente non riesce a sbarazzarsi dell’etichetta di partito del Nord e sotto certi aspetti nemmeno lo vuole), Giorgia Meloni sembra essere in grado di ottenere un successo più trasversale, un dato questo fondamentale se letto nella prospettiva della competizione nazionale. È chiaro (e lo era anche per Salvini), che nessun partito (o coalizione di partiti) può pensare di vincere le elezioni senza il sostegno del Sud. Il dato potrebbe suggerire che i movimenti all’interno del centrodestra stiano in realtà riportando i rapporti di forza tra i partiti ad una dimensione per certi versi più naturale. La crescita della Lega al Sud in occasione delle Europee era probabilmente il frutto della mancanza di un’offerta politica a destra che fosse già allora credibile per un elettorato rimasto orfano della leadership di Silvio Berlusconi. Il vuoto lasciato da Berlusconi potrebbe aver spinto quell’elettorato verso la Lega per mancanza di altre alternative. Quando il partito della Meloni (anche per via di una coerente scelta di opposizione durante l’attuale legislatura) è stato in grado di profilarsi come un partito credibile agli occhi degli elettori di destra del Sud, quest’ultimi si sono riavvicinati a quella che sembrerebbe essere la casa a loro più congeniale. 

    Forza Italia

    Se Lega e FdI si contendono la leadership del centrodestra, sembra ormai fuori dai giochi Forza Italia. In crollo di consensi dall’uscita di scena di Berlusconi, la caduta elettorale del partito è ormai un fatto noto. Nelle precedenti amministrative del 2016 FI aveva ottenuto nei comuni superiori il 7,8%, un risultato di per sé già deludente. Negli stessi comuni il partito si è fermato ad appena il 5% alle elezioni di domenica e lunedì scorsi. Interessante notare che il partito va relativamente meglio al Nord, ma soprattutto che si tratta del partito che riscuote meno successo anche al Sud (un tempo bacino prezioso di voti) rispetto agli altri partners del centrodestra (il 4,3%, contro il 4,4% della Lega e l’11,3% di FdI). Il dato però più rilevante da sottolineare è legato alle conseguenze della debolezza di FI all’interno della compagine del centrodestra. Il crollo di FI ha di fatto aperto la competizione tra Lega e FdI per la leadership della coalizione, ma ha anche generato incertezza e importanti elementi di fragilità. Negli anni d’oro del berlusconismo, la leadership indiscussa del Cavaliere proiettava l’immagine di una coalizione solida e compatta, pur con le sue diverse sensibilità interne. Con una buona dose di semplificazione, erano gli anni in cui il principio del “marciare divisi per colpire uniti” funzionava. L’assenza di una leadership forte e riconosciuta, e la lotta interna tra i due principali azionisti della coalizione, potrebbe invece ora proiettare l’immagine di una coalizione litigiosa e poco rassicurante, incapace di dialogare con le classi dirigenti e i gruppi imprenditoriali del paese (a maggior ragione se si considera il profilo sovranista e populista che ha contraddistinto Lega e FdI negli ultimi anni). Un saggio di queste dinamiche è emerso chiaramente dal processo di selezione delle candidature nel centrodestra durante le ultime amministrative: veti incrociati e logiche spartitorie che (unitamente ad un problema più trasversale di formazione del personale politico) hanno prodotto candidature per lo più deboli.         

    Movimento 5 Stelle

    Oltre alla Lega, il Movimento 5 Stelle a trazione Conte è sicuramente uscito ridimensionato dalla contesa elettorale. Già altre analisi avevano messo in luce le difficoltà dei grillini a livello locale e regionale, dove il voto di opinione è meno rilevante rispetto alle politiche (Vittori 2020), ma questa tornata serviva come banco di prova delle due amministrazioni locali che avevano lanciato la rincorsa del M5S nel 2016, Roma e Torino, entrambe conquistate al ballottaggio contro il Partito Democratico. L’onestà al governo per ora a livello locale non ha funzionato, tanto che confermare un secondo mandato per i grillini nei comuni capoluogo è ancora un tabù: è successo a Parma (dove Pizzarotti ha vinto, dopo essere stato allontanato dal MoVimento) e a Livorno ed è capitato nuovamente a Roma e Torino. Non solo il MoVimento 5 Stelle è rimasto fuori dalla contesa tra centrosinistra e centrodestra – e in entrambi casi, la candidatura del M5S è avvenuta contro i desiderata di una parte della leadership grillina, che vedeva di buon occhio una candidatura progressista unica – ma è pressoché scomparso quale terzo polo. Il M5S rimane ancora un partito ancorato al Sud, come lo è la Lega al Nord, ma è sempre meno decisivo, se non come junior partner del Partito Democratico. Soprattutto, pur fermando parzialmente l’emorragia di voti al Sud, tanto al Nord, quanto nella cosiddetta zona rossa, il M5S rischia l’irrilevanza politica. Quanto poi questo trend negativo impatterà sul livello nazionale è forse prematuro dirlo, se non altro perché il M5S alle elezioni politiche è sempre riuscito a performare oltre le aspettative che i risultati alle elezioni locali, regionali ed europee avevano lasciato presagire. Tuttavia, in questo caso, il MoVimento 5 Stelle viene da ormai un triennio al governo, che ha logorato le stesse basi su cui poggiava il fulcro del successo elettorale, prima tra tutte l’alterità rispetto al “sistema”. E segnali di ripresa di una centralità nel quadro politico non se ne vedono all’orizzonte.

    Conquistare il sud per vincere le elezioni

    Complessivamente, il quadro che emerge da questo primo turno di amministrative appare decisamente più complesso del previsto. Il PD vince ai punti, ottenendo complessivamente la maggioranza relativa dei voti rispetto a tutti gli altri competitors. Tenendo presente anche del peso delle civiche di area (sinistra e destra), la forbice tra i due poli almeno a livello locale è decisamente amplia. Se questo è vero, è altrettanto vero che questo si traduce in un incremento di competitività tutto sommato limitato (o meglio, in un incremento di competitività passivo, prodotto cioè dalle performances negative degli altri, più che da uno slancio attivo del partito). Le prestazioni restano stabili rispetto al passato, denunciando l'incapacità al momento di ampliare i propri consensi elettorali.

    Nel campo del centrodestra, si conferma il buono stato di salute di FdI, che riuscendo ad ottenere voti in modo trasversale in tutte le aree del Paese sembra poter contare su un supporto elettorale più stabile rispetto a quello dei leghisti. Per quanto riguarda la Lega, il partito non solo perde in competitività, ma la sua base elettorale torna ad essere più marcatamente localizzata al Nord, dato sintomatico del fallimento del processo di nazionalizzazione del partito avviato in precedenza da Salvini. Infine, è inevitabile registrare il flop del M5S, in particolar modo nelle regioni del Sud, dove il partito ottiene appena l’8,2% dei voti. Più in generale, rispetto al 2016, il Movimento perde complessivamente più di 11 punti percentuali nell’aggregato dei comuni superiori al voto.

    Ma è proprio la sconfitta del Movimento al Sud che apre un capitolo chiave in ottica di competizione anche nazionale. Lo svuotamento del M5S, ormai apparentemente inesorabile anche nelle tradizionali roccaforti, rende contendibile un elettorato cospicuo in termini numerici. Questo elettorato è mediamente più sfiduciato e volatile, come molte analisi hanno dimostrato, e concentrato soprattutto al Sud, dove però tutte le altre forze politiche (sia a destra che a sinistra) non sfondano. È vero che gli scarsi risultati dei principali partiti al Sud sono legati anche a dinamiche di competizione locale del tutto peculiari; ed è anche vero che le elezioni locali non sono quelle politiche, che solitamente arridono a partiti con una struttura sociale e ideologica come quella del MoVimento. Tuttavia, va notato che negli stessi comuni superiori dove si è votato domenica 3 e lunedì 4 ottobre, il M5S aveva ottenuto nel 2016 quasi il 18% dei voti.

    In termini sistemici, se il terzo polo del sistema politico italiano (vale a dire quello del M5S, partito del Sud) dovesse venire meno, come sembra da questi dati, si aprirà allora una questione chiave: dove si ricollocheranno i vecchi elettori pentastellati? Quale partito riuscirà a mobilitarli? Alle precedenti Europee le analisi dei flussi elettorali avevano rilevato il passaggio sostanziale di elettori dal M5S alla Lega (De Sio 2019). Ma ora che la stessa Lega sembra non avere più mordente al Sud, il mezzogiorno d'Italia torna ad essere un campo di competizione elettorale aperto. Nel centrosinistra l'unico partito in grado di raccogliere l'eredità di quei voti è evidentemente il Partito Democratico, ed un'alleanza strutturale con il Movimento potrebbe servire allo scopo. Ma non è detto. Gli elettori del Movimento della prima ora, quelli del V-Day e dell'opposizione alla casta, potrebbero recepire male questa convergenza e decidere di disertare le urne piuttosto che spostarsi sul PD (come già successo in passato). Nel campo del centrodestra, invece, il miglior candidato a raccogliere una fetta di quell'elettorato potrebbe essere Giorgia Meloni. I dati di queste amministrative ci dicono in fin dei conti che il voto a FdI è più nazionalizzato e trasversale rispetto a quello della Lega, che sembra invece essere tornata ad una sua dimensione territorialmente delimitata. Peserà, certamente, all’interno del centrodestra la lotta per la leadership tra Salvini e Meloni. Una lotta che pare abbia già danneggiato la coalizione in occasione delle ultime elezioni: candidature deboli (frutto di macchinose spartizioni partitiche e carenza di personale politico) e smobilitazione dell’elettorato di centrodestra hanno senz’altro giocato la loro parte nel decretare il magro bottino elettorale del centrodestra. Ciononostante, è bene ribadirlo, le amministrative non sono le politiche, dove il voto di opinione prevale nettamente sulla “qualità” delle candidature espresse. E nella prospettiva delle future elezioni politiche il mezzogiorno, più ancora di altre regioni italiane, sembra destinato, così come in passato, a fare la differenza nel sancire quale tra i due poli intorno ai quali si sta ristrutturando il sistema politico italiano avrà la meglio.

    Riferimenti bibliografici

    De Sio, L. (2019). Dentro i flussi elettorali: da Salvini e Zingaretti una tenaglia per il Movimento 5 Stelle? CISE-Centro Italiano Studi Elettorali, disponibile a: https://cise.luiss.it/cise/2019/05/28/dentro-i-flussi-elettorali-da-salvini-e-zingaretti-una-tenaglia-per-il-movimento-5-stelle/

    Emanuele, V. e Paparo, A. (2021). FDI sorpassa la Lega, M5S crolla, PD ai livelli 2016. L’analisi del voto nei 118 comuni sopra i 15.000 abitanti. CISE-Centro Italiano Studi Elettorali, disponibile a: https://cise.luiss.it/cise/2021/10/06/fdi-sorpassa-la-lega-m5s-crolla-pd-ai-livelli-2016-lanalisi-del-voto-nei-118-comuni-sopra-i-15-000-abitanti/

    Maggini, N. e Trastulli, F. (2021). “Ritorno al bipolarismo”: il quadro delle vittorie e delle sfide ai ballottaggi nei comuni sopra i 15mila abitanti. CISE-Centro Italiano Studi Elettorali, disponibile a: https://cise.luiss.it/cise/2021/10/07/ritorno-al-bipolarismo-il-quadro-delle-vittorie-e-delle-sfide-ai-ballottaggi-nei-comuni-sopra-i-15mila-abitanti/

    Vittori, D. (2020). Il Valore di Uno. Il MoVimento 5 Stelle e l’esperimento della democrazia diretta. Roma: LUISS University Press.

  • “Ritorno al bipolarismo”: il quadro delle vittorie e delle sfide ai ballottaggi nei comuni sopra i 15mila abitanti

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    Il 3 e 4 ottobre si è svolto il primo turno delle ammnistrative che hanno coinvolto 118 comuni superiori ai 15.000 abitanti.[1] Oltre all’affluenza e alla performance dei partiti  ̶  già analizzate in precedenti articoli, rispettivamente, da Federico Trastulli e da Vincenzo Emanuele e Aldo Paparo  ̶  un altro elemento da considerare per fornire una prima disamina del voto è quello relativo ai conteggi delle vittorie e delle sfide al ballottaggio nei 118 comuni superiori. Non è mai semplice fornire un’interpretazione di un voto come quello delle amministrative, giacché non sono chiari i termini di confronto e l’attenzione dei media è inevitabilmente catturata dal risultato delle città principali, soprattutto quando quest’ultime includono le quattro città più popolose del Paese (Roma, Milano, Napoli e Torino). Un buon metodo di lavoro è quello di analizzare le vittorie ottenute dalle diverse coalizioni, disaggregando il dato sia per macro-area geografica che per caratteristica del comune (capoluogo di provincia) e dell’elezione (presenza di un sindaco incumbent). La Tabella 1 mostra i risultati, che vanno interpretati tenendo presente anche la situazione di partenza. Come visto in un precedente articolo di Vincenzo Emanuele, Marco Improta e Federico Trastulli, il centrosinistra (ossia le coalizioni guidate dal PD) governava 37 comuni su 118, contro i 24 del centrodestra (ossia le coalizioni che includevano Forza Italia) e i 13 della destra di Lega e Fratelli d’Italia (coalizioni senza Forza Italia). Inoltre, 26 comuni erano governati da sindaci “civici” e 12 da esponenti del Movimento 5 Stelle (M5S). Era questa la fotografia di un sistema molto lontano dall’essere bipolare (Chiaramonte e Emanuele 2016), seguendo un trend cominciato nel 2013 a livello nazionale quando il sistema politico acquisì un formato tripolare (D’Alimonte, Di Virgilio e Maggini 2013; Chiaramonte e Emanuele 2014). Passando all’analisi di queste comunali, nei comuni già assegnati (56, ossia quasi la metà) prevale il centrosinistra (24) sul centrodestra (18). Ma se si considerano anche le coalizioni di sinistra (senza il PD) e di destra (senza Forza Italia), il quadro che ne viene fuori è quello di un sostanziale equilibrio tra l’area di centrosinistra-sinistra e quella di centrodestra-destra (25 vittorie contro 22). Un bilancio quindi ben diverso da quello emerso dal voto nelle grandi città, che ha visto una netta affermazione del centrosinistra. Ma questa non è una novità: storicamente la performance elettorale dei partiti del centrosinistra italiano è positivamente correlata con la dimensione dei comuni, mentre il centrodestra di solito va meglio nei piccoli centri.[2] Questo dato è confermato anche dal conteggio delle vittorie nei comuni capoluogo (si veda sempre la Tabella 1): il centrosinistra al primo turno ottiene il doppio delle vittorie del centrodestra in questi comuni maggiori (6 a 3). Inoltre, disaggregando il dato per area geopolitica (Nord, ex Zona Rossa e Sud)[3] si può notare come l’esito del primo turno sia territorialmente differenziato: le coalizioni di centrosinistra prevalgono chiaramente su quelle di centrodestra nella ex Zona Rossa (8 vittorie contro 2) e nel Sud (11 vittorie contro 1), mentre al Nord prevale chiaramente il centrodestra (15 vittorie contro 5). Mentre quindi la dimensione del comune e il territorio sono fattori che spiegano molto i risultati delle principali coalizioni, l’incumbency factor non pare aver avvantaggiato nessuno: tra i 42 comuni in cui il sindaco uscente è stato rieletto, 16 sono andati al centrosinistra e 16 al centrodestra (si veda ultima colonna della Tabella 1).


     Tabella 1. Riepilogo dei vincitori al primo turno delle ammnistrative nell’aggregato dei 118 comuni superiori al voto (dati per zona geopolitica, capoluoghi di provincia e comuni con sindaci incumbent)

                Tutte queste considerazioni spingono verso un'interpretazione prudente del voto. Certamente spiccano le nette affermazioni del centrosinistra a guida PD già al primo turno in città importanti come Milano (risultato storico mai ottenuto prima), Napoli e Bologna. Questo dato già rappresenta un miglioramento rispetto al 2016, quando era stato escluso dal ballottaggio a Napoli e aveva vinto al ballottaggio a Milano e Bologna. Inoltre, vittorie importanti sono state ottenute in altri comuni capoluogo come Ravenna, Rimini e Salerno. Però allargando lo sguardo dalle città più grandi, nei confronti delle quali c’è stata maggiore attenzione mediatica, all’insieme dei comuni superiori, il quadro di analisi appare molto variegato ed è difficile trarne una lettura uniforme in chiave nazionale. Tanto più se si considera che dalla nostra analisi sono stati esclusi i comuni più piccoli, quelli sotto i 15.000 abitanti, in cui vive il 40% degli elettori italiani e in cui tradizionalmente il centrodestra è relativamente più forte. Il vero dato chiaro che emerge semmai è quello del nuovo bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra: prima di tutto in termini di alleanze (a differenza del passato il M5S in 29 comuni si è presentato in coalizione col PD) e poi in termini di esiti, dal momento che il M5S nei 20 comuni in cui ha corso fuori dalla coalizione ha vinto solo in uno (Grottaglie) e ha subito cocenti sconfitte in due importanti città come Roma e Torino, dove aveva governato per 5 anni. Il tracollo del M5S è l’elemento di discontinuità rispetto al 2016 che spiega il ritorno in auge del bipolarismo, seppure in un contesto di minore affluenza elettorale, mentre i candidati “civici” continuano a esercitare un certo appeal alle ammnistrative, conquistando 8 comuni al primo turno.

                Se il mero conteggio delle vittorie al primo turno ci ha mostrato un sostanziale equilibrio tra le due principali aree politiche del paese, è chiaro che bisogna aspettare l’esito dei ballottaggi per capire chi ha veramente vinto queste elezioni comunali del 2021, considerando anche che al ballottaggio si decideranno le sorti di città rilevanti come Roma e Torino. Già ora possiamo però analizzare la posizione di partenza delle forze politiche arrivate al ballottaggio (si veda la Tabella 2). Il primo dato che emerge è che in 26 comuni su 62 ci sarà la tradizionale sfida in stile Seconda Repubblica tra centrosinistra a guida PD e centrodestra a guida Forza Italia. Se si considera che in 4 comuni la sfida sarà tra centrosinistra e coalizioni sovraniste a guida Lega/FDI, si vede come la dinamica bipolare è confermata. Inoltre, candidati di coalizioni di centrosinistra e di centrodestra saranno presenti al ballottaggio in un numero quasi identico di comuni: 41 e 40, rispettivamente. Questo ci dice che entrambe le coalizioni possono incrementare il numero di sindaci eletti rispetto alla tornata del 2016 (come si è detto in precedenza erano 37 per il centrosinistra e 24 per il centrodestra). Il M5s sarà invece presente solo in 9 ballottaggi (quindi sicuramente diminuirà il numero di sindaci eletti rispetto al 2016), così come i candidati sostenuti dalle coalizioni di destra. Collegando questo dato del numero esiguo di ballottaggi ottenuti dalle liste di destra “sovranista” col loro magro bottino di vittorie al primo turno (4), si può dire che il centrodestra per essere competitivo e vincere deve includere anche la sua componente moderata, seppur Forza Italia sia in declino da anni. Ben più numerosi sono i candidati civici arrivati al ballottaggio (21), mentre le coalizioni di centro e quelle di sinistra si trovano in fondo alla classifica, portando rispettivamente solo due e un candidato al ballottaggio.

                Nelle 41 sfide in cui sarà presente, la coalizione guidata dal PD correrà da prima classificata al primo turno in 23 ballottaggi, contrapponendosi al centrodestra in 16 casi. La coalizione di centrodestra invece partirà in prima posizione in 18 ballottaggi, sfidando il centrosinistra in 10 casi. I candidati sostenuti dal PD quindi partono da una posizione migliore e questo può favorire una loro vittoria finale contro i candidati del centrodestra, anche se sappiamo che i ballottaggi fanno storia a sé e gli esiti non possono mai essere dati per scontati. Per quanto concerne il M5S, solo in 3 casi su 9 i suoi candidati correranno da primi, sfidando in 2 ballottaggi il centrodestra e in 1 un candidato civico. Da secondo invece affronterà candidati di centrosinistra (2 ballottaggi), di centrodestra (2 ballottaggi), di centro (1) e di destra (1). La maggior parte dei candidati civici arrivati al ballottaggio correrà partendo da secondi (12 ballottaggi su 21), sfidando soprattutto candidati di centrodestra (in 6 casi), mentre da primi affronteranno soprattutto candidati di centrosinistra (in 5 ballottaggi). Infine, le lotte “fratricide” tra centrosinistra e sinistra da una parte e tra centrodestra e destra dall’altra saranno ridotte al minimo: in uno e due ballottaggi, rispettivamente (con il centrosinistra e la destra che partono da primi).


    Tabella 2. Riepilogo delle sfide tra prima e seconda coalizione nei 62 comuni superiori al ballottaggio

             Come si è visto, quindi, l’esito del primo turno ha mostrato la resurrezione del bipolarismo, con una sorta di “ritorno al futuro” alla situazione delle comunali del 2011, quando il M5S giocava un ruolo ancora marginale. Il centrosinistra ha ottenuto importanti vittorie dal punto di vista simbolico nelle grandi città e nei comuni capoluogo, ma la situazione appare più equilibrata se si considerano gli esiti anche nel resto dei comuni più piccoli, con il centrodestra tra l’altro che prevale nel Nord del Paese. Non resta che attendere i ballottaggi del 17 e 18 ottobre per sapere chi tra centrosinistra e centrodestra avrà alla fine ottenuto più sindaci eletti nei comuni superiori ai 15.000 abitanti andati al voto in questa tornata ammnistrativa del 2021.

    Nota metodologica

    La Sinistra (senza il PD) riunisce tutti i candidati sostenuti da almeno una fra Potere al Popolo (PAP), Rifondazione (PRC), Partito comunista Rizzo (PC), Partito comunista italiano Arboresi (PCI), Partito comunista dei lavoratori (PCDL), Articolo-1-MDP (MDP), Sinistra italiana (SI), Partito socialista italiano o socialisti (PSI), Centro democratico (CeDem), Italia in Comune (ITCOM), DemA (DemA), Italia dei Valori (IDV), Europa verde (Verdi), Possibile (Possibile), DemoS (Demos) – ma non dal PD.

    Il Centrosinistra è formato da candidati nelle cui coalizioni a sostegno compaia il PD;  il Centro riunisce tutti i candidati sostenuti da almeno una fra Più Europa (+EU), Azione (AZ), Italia Viva (IV), Noi con l’Italia (NCI), Unione di Centro (UDC), Democrazia Cristiana (DC), Partito Repubblicano (PRI) (ma né PD né FI) Volt (Volt).

    Il Centrodestra è formato da candidati nelle cui coalizioni a sostegno compaia FI.

    La Destra riunisce tutti i candidati sostenuti da almeno una fra Lega o Prima + nome del comune (LEGA), Fratelli d’Italia (FDI), Cambiamo Toti (Cambiamo), Popolo della Famiglia (PDF), Partito liberale europeo (PLE), Rinascimento Sgarbi (Sgarbi), Italexit (ITEXIT), Fiamma Tricolore (FT), Movimento Idea Sociale (MIS) – ma non FI.

    I candidati civici sono invece quei candidati non sostenuti da alcuna lista di cui sopra ma soltanto da liste civiche.

    Quindi, se un candidato è sostenuto dal PD o da FI è attribuito al centrosinistra e al centrodestra rispettivamente, a prescindere da quali altre liste facciano parte della coalizione a suo sostegno.

    Se un candidato è sostenuto da partiti appartenenti a diverse aree (escludendo PD e FI che hanno la priorità) in sede di attribuzione pre-elettorale viene segnato come appartenente ad entrambe le aree (vedi ‘Altre formule’). Esempio: se, per ipotesi, Potere al Popolo (PAP) e Azione (AZ) sostengono lo stesso candidato (che non è candidato di nessun partito principale) la coalizione viene indicata come SX-CX. Dopo il voto, si valuterà il relativo contributo dei diversi poli alla coalizione del candidato per determinarne l’assegnazione (al polo che pesa di più).

    Riferimenti bibliografici

    Chiaramonte, A. e Emanuele, V. (2014), ‘Bipolarismo addio? Il sistema partitico tra cambiamento e de-istituzionalizzazione’, in Terremoto Elettorale. Le Elezioni Politiche Del 2013, A. Chiaramonte, L. De Sio (a cura di), Bologna: Il Mulino, pp. 233–262.

    Chiaramonte, A. e Emanuele, V. (2016), ‘Multipolarismo a geometria variabile: il sistema partitico delle città’, in Cosa succede in città? Le elezioni comunali del 2016, V. Emanuele, N. Maggini e A. Paparo (a cura di), Dossier CISE (8), pp.33-40

    Corbetta, P., Parisi, A. e Schadee, H. (1988), Elezioni in Italia. Struttura e tipologia delle consultazioni politiche, Bologna, Il Mulino.

    D’Alimonte, R., Di Virgilio, A. e Maggini, N. (2013), ‘I risultati elettorali: bipolarismoaddio?’, in ITANES (a cura di), Voto amaro. Disincanto e crisi economica nelle elezioni del 2013, Bologna, Il Mulino, pp. 17-32.

    Diamanti, I. (2009), Mappe dall’Italia politica. Bianco, rosso, verde, azzurro… e tricolore, Bologna, Il Mulino.

    Emanuele, V. (2011), ‘Riscoprire il territorio: dimensione demografica dei comuni e comportamento elettorale in Italia’, in Meridiana– Rivista di Storia e Scienze Sociali, 70, pp. 115-148.

    Emanuele, V. (2013), ‘Il voto ai partiti nei comuni: La Lega è rintanata nei piccoli centri, nelle grandi città vince il PD’, in L. De Sio, M. Cataldi e F. De Lucia (a cura di), Le Elezioni Politiche 2013, Dossier CISE (4), Roma, Centro Italiano Studi Elettorali, pp. 83-88.


    [1] Non è incluso il comune di Lamezia Terme (CZ), nel quale, a seguito della decisione del Consiglio di Stato, si è votato soltanto in quattro sezioni che non possono matematicamente ribaltare l’esito delle precedenti elezioni.

    [2] Per un’analisi del rapporto tra dimensione demografica dei comuni e comportamento elettorale in Italia si veda Emanuele (2011; 2013).

    [3] Sul concetto di zone geopolitiche e le diverse classificazioni proposte, vedi Corbetta, Parisi e Schadee (1988), Diamanti (2009), Chiaramonte e De Sio (2014).

Ricerca

  • Inchiesta su periferie urbane, disagio socio-economico e voto. I casi di Bologna, Firenze e Roma

    Per citare l’articolo:

    Cini, L., Colloca, P., Maggini, N., Tomassi, F., e Valbruzzi, M. (2021), Inchiesta su periferie urbane, disagio socioeconomico e voto. I casi di Bologna, Firenze e Roma. Quaderni di Scienza Politica, Vol. 28, Issue 2, pp. 137-177. doi: 10.48271/101829

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    Abstract

    The weakening of traditional parties and of their territorial rooting which has occurred over the last decades has brought back the scholarly interest on the local dynamics, namely, on the social and political transformations involving local areas. An increasing number of scholars has therefore focused on the «peripheries», those urban areas that are traditionally associated with a high level of socio-economic distress, wherein inhabitants feel themselves as economically disadvantaged, socially marginalized and politically excluded. This paper is part of such research strand by investigating the variation in the electoral results in three Italian cities – Bologna, Florence, and Rome – in relation to the spatial distance from the urban centre and to the socio-economic distress. More notably, the paper answers two main questions: a) are the most distant areas from the historical centre also those with a higher level of socio-economic distress? b) what kind of relationship is there between voting and socio-economic distress, and how does such relation change over the post-crisis years? To answer these questions, we consider the results of four elections (parliamentary elections 2008, 2013, 2018; European elections 2019) in the three cities investigated, which are similarly characterized by an electoral decline of the Pd (but also of the Pdl/FI) to the benefit of M5s and League (and in part also of FdI), besides being located in central Italy. By using an original dataset combining socio-economic and electoral variables at the district level, the article analyzes the variation in the electoral support for the main Italian political parties, with a particular focus on both mainstream (Pd and Pdl/FI) and antiestablishment parties (M5s and League).

  • A Emanuele, Marino e Angelucci il ‘Premio Sartori’ della Rivista Italiana di Scienza Politica (IPSR/RISP)

    Il Centro Italiano Studi Elettorali (CISE) estende le sue più sentite congratulazioni nei confronti dei propri collaboratori Vincenzo Emanuele, Bruno Marino e Davide Angelucci per la vittoria del 'Premio Sartori' per il miglior articolo scientifico pubblicato sulla Rivista Italiana di Scienza Politica (ISPR/RISP) nel 2020.

    L'articolo di Emanuele, Marino e Angelucci, "The congealing of a new cleavage? The evolution of the demarcation bloc in Europe (1979–2019)" (Rivista Italiana di Scienza Politica, Vol. 50, Issue 30, pp.314-333), esplora l'evoluzione del cleavage della globalizzazione in Europa negli ultimi decenni, dimostrando sia il suo effettivo emergere, sia il mancato raggiungimento di uno stadio di maturità.

    Il riconoscimento della Rivista Italiana di Scienza Politica è stato assegnato da una giuria dedicata, composta da Isabelle Engeli, Sylvia Kritzinger e Leonardo Morlino. In particolare, ne sono stati apprezzati la rilevanza dell'oggetto di studio, la prospettiva longitudinale ed estesa anche a paesi dell'Europa centrale e orientale, la sofisticazione concettuale e l'analisi empirica.

    Il prestigioso traguardo di Emanuele, Marino e Angelucci va ad aggiungersi agli altri riconoscimenti ottenuti nel corso degli anni dai collaboratori del CISE per le loro attività di ricerca, che ricordiamo di seguito:

    Premi "Celso Ghini" SISE (Società Italiana di Studi Elettorali) per la miglior tesi
    Laurea magistrale:
    - Alessandro Chiaramonte (1991-1992)
    - Lorenzo De Sio (2003-2004)
    Laurea triennale:
    - Matteo Cataldi (2009-2010)
    Dottorato di ricerca:
    - Vincenzo Emanuele (2014-2015)

    Premi SISP (Società Italiana di Scienza Politica)
    Premio biennale “Pietro Grilli di Cortona” per il miglior libro pubblicato da un socio con meno di quarant’anni, edizione 2012:
    - Lorenzo De Sio, “Competizione e spazio politico Le elezioni si vincono davvero al centro?“, Il Mulino, 2011
    Premio miglior paper “C. M. Santoro” presentato al convegno SISP dell’anno precedente da un socio non incardinato, edizione 2016:
    - Vincenzo Emanuele, Bruno Marino “From a party system to a ‘candidate system’? Patterns of preferential voting in Southern Italy

    Rivista Italiana di Scienza Politica (RISP/IPSR) Giovanni Sartori Prize (2015)
    - Nicola Maggini and Vincenzo Emanuele, "Contextual effects on individual voting behaviour: the impact of party system nationalization in Europe", Issue 45.2 (July 2015)
    - Vincenzo Emanuele, Bruno Marino and Davide Angelucci, "The congealing of a new cleavage? The evolution of the demarcation bloc in Europe (1979–2019)", Vol. 50 Issue 30 (November 2020)

    Premio Enrico Melchionda (2015), Università di Salerno
    - Miglior tesi di dottorato: Vincenzo Emanuele

  • Un Presidente, due approcci. Il rapporto tra governi Conte e Unione Europea attraverso l’analisi della politica di bilancio e le caratteristiche degli esecutivi

    Dopo il terremoto elettorale del 2013 (Chiaramonte e De Sio 2014), il sistema politico italiano ha conosciuto ulteriori scosse telluriche in seguito all'esito delle elezioni politiche del 2018. Quest'ultime, infatti, hanno certificato il successo di partiti challenger (Bellucci 2018) - su tutti il Movimento 5 Stelle (M5S) - e il rovesciamento dei rapporti di forza all'interno della coalizione di centrodestra. Il verdetto emerso dalle urne nel 2018 ha confermato la fluidità del sistema politico italiano (Chiaramonte et al. 2018). Il "voto del cambiamento" (Chiaramonte e De Sio 2019) ha infatti - indirettamente - trovato esito nella nascita del "governo del cambiamento" (Pedrazzani 2018). Uno degli elementi più innovativi del primo governo della XVIII legislatura risiede nella figura del Presidente del Consiglio: Giuseppe Conte. Avvocato, giurista, e nessuna esperienza di politica partisan pregressa. Una figura nuova della politica italiana, inizialmente proposta nella squadra di governo del M5S alla guida del Ministero della Pubblica Amministrazione.

    Gli sviluppi politici occorsi durante il turbolento ciclo di vita del primo governo Conte hanno progressivamente rafforzato il ruolo del Presidente del Consiglio, segnando un passaggio da arbitro dei conflitti intracoalizionali tra M5S e Lega a una più spiccata autonomia nei processi decisionali della macchina esecutiva. La crisi di governo di Agosto 2019 ha posto fine all'esperienza della coalizione "giallo-verde", fornendo opportunità per le forze politiche di portare a termine le trattative per la formazione del secondo governo Conte. Il cambiamento cromatico - da giallo-verde a giallo-rosso - dovuto al ritorno al governo del Partito Democratico e al simultaneo ritorno all'opposizione della Lega ha aperto la strada a nuovi interessanti interrogativi di ricerca.

    Nel passaggio dal governo Conte I al governo Conte II alcuni osservatori hanno rilevato cambiamenti importanti in termini di proposte e stile di policy e approccio verso gli attori politici sovranazionali. L'arena di concertazione tra governo italiano e istituzioni dell'Unione Europea è, in questo senso, centrale e rappresentativa di queste trasformazioni. Nell'articolo di recente pubblicazione per Italian Political Science, Andrea Capati e Marco Improta indagano gli approcci dei governi Conte nei confronti dell'Unione Europea. Per apprezzare e valutare questi approcci, l'attenzione è rivolta a molteplici livelli. Da un lato, l'analisi si basa sulle caratteristiche strutturali e le preferenze dei due esecutivi: composizione partitica, centralità dei ministeri affidati a figure partitiche o tecniche, frammentazione, programmi di policy, presenza di watchdog. Dall'altro, per studiare i diversi approcci dei governi Conte, si privilegia l'arena - tipicamente intergovernativa - della politica di bilancio nel contesto del Semestre Europeo.

    Lo studio mostra risultati interessanti. In primo luogo, dal programma del primo governo Conte emerge la marcata opposizione alle regole europee, tramite un evidente ricorso a deficit e la proposta di una radicale revisione dell'assetto di governance economica dell'Unione. La nascita del secondo governo Conte segna una decisa inversione di marcia, enfatizzando la necessità di agire di concerto con le istituzioni europee e orientare l'azione di governo secondo una chiara prospettiva europeista.

    In secondo luogo, la composizione ministeriale del Conte I - considerata da alcuni sovranista (Fabbrini 2019) e nazionalista (Kriesi 2018) - conosce un profondo mutamento con la nomina degli europeisti Roberto Gualtieri e Vincenzo Amendola in posizioni di governo chiave per il rapporto con l'Unione Europea (Ministero dell'Economia e Ministero per gli Affari Europei). Posta dall'ex segretario del Partito Democratico Nicola Zingaretti come condizione necessaria per la nascita del governo Conte II, la fedeltà alla prospettiva europea si è inoltre manifestata con la proposta di Paolo Gentiloni a Commissario Europeo per gli affari economici. In linea con il suo convinto europeismo, il PD ha esercitato un ruolo di mitigazione sia nei confronti del principale partner di governo (il M5S), sia, più in generale, riguardo l'intera coalizione di governo.

    Un ulteriore elemento interessante emerge dall'analisi della politica di bilancio. Entrambi gli esecutivi hanno conosciuto instabilità e hanno fallito nel rispettare le raccomandazioni specifiche per paese della Commissione e le regole del Patto di Stabilità e Crescita. Tuttavia, le loro proposte di bilancio sono state ricevute dalle autorità europee in modo differente. Il governo Conte I si è visto rigettare dalla Commissione Europea la bozza di legge di bilancio, evento senza precedenti nella storia del Semestre Europeo. Dopo la revisione insoddisfacente della bozza, la Commissione ha mosso i primi passi verso una procedura di infrazione per deficit eccessivo. Il rischio di non-compliance si è riproposto anche per il secondo esecutivo a guida Conte. Tuttavia, in questo caso, la Commissione non ha richiesto la revisione del budget, apprezzando l'impegno dell'Italia a rispettare i criteri di bilancio.

    L'interdipendenza tra politica domestica e istituzioni sovranazionali e la crescente importanza dei vincoli esterni che derivano dall'appartenenza all'Unione Europea rappresentano fattori fondamentali per l'analisi delle condotte dei governi nazionali. Questi ultimi si trovano progressivamente a dover orientare le proprie scelte, e dunque rimodellare anche le loro preferenze, secondo regole e procedure stabilite anche al di fuori delle rispettive capitali. Questi processi pongono interrogativi di ricerca rilevanti, che possono essere approfonditi anche oltre il caso italiano.

    Per maggiori informazioni, consultare l'articolo completo su Italian Political Science

    Bibliografia:

    Bellucci, P. (2018). ‘Introduction: why populism won’. Contemporary Italian Politics, 10(3), 218-223.

    Chiaramonte, A. and De Sio, L. (2014).Terremoto elettorale: le elezioni politiche del 2014. Bologna: Il Mulino.

    Chiaramonte, A., Emanuele, V., Maggini, N. and Paparo, A. (2018). ‘Populist success in a hung parliament: The 2018 general election in Italy’. South European Society and Politics, 23(4), 479-501

    Fabbrini, S. (2019). ‘A Bruxelles una scintilla della crisi italiana’. Il Sole 24 Ore.

    Kriesi, H. (2018). ‘The Political Space in Italy and Germany during the Crisis: Italian and Ger-man Populism Compared’. In Responses of European Economic Culture to Europe’s Crisis Politics: The Example of German-Italian Discrepancies, edited by J. Hien and C. Joerges, 148-156, Firenze: European University Institute.

    Pedrazzani, A. (2018). ‘Introduction to the Special Issue: Governo del Cambiamento? Italian Politics under the Yellow-Green Government’. Italian Political Science,13(2), 1-10.

  • Can the class cleavage still explain support for left-wing parties?

    *This post has been originally published on the LSE EUROPP Blog

    The electoral strength of left-wing parties has traditionally been linked to the size and nature of a country’s working class and the existence of strong organisations such as trade unions. But are these ‘class cleavage’ factors still important in today’s politics? Drawing on a new study, Vincenzo Emanuele finds that while the characteristics of the working class are still a significant predictor of votes for the left, the importance of the organisational dimension has largely disappeared over the last two decades.

    Conventional wisdom in today’s Western European politics is that left parties, and especially social democratic parties, have been experiencing an unrestrainable electoral decline. Journalists and pundits have highlighted the recent dramatic collapse of social democratic parties in several countries. In France, the Socialist Party fell from 29.4% to 7.4% in the 2017 legislative elections. In Germany, the support for the Social Democratic Party halved over the course of two decades, from 40.9% in 1998 to 20.5% in 2017, and the party is expected to be replaced by the Greens as the main political force of the centre-left camp in the next elections to be held in September.

    The Italian centre-left coalition reached a new record-low result in the 2018 parliamentary elections (23.3%). Similar record-low results for social democratic parties occurred in Sweden in 2018 (28.3%), in Switzerland in 2019 (16.8), and especially in the Netherlands, where the Labour party collapsed to 5.7% in the last two parliamentary elections (2017 and 2021). Although in some countries the social democratic fall has been counterbalanced by the rise of radical left parties, like in Greece and Spain, the general picture of the European left is indisputably a gloomy one.

    Based on such evidence, comparative politics scholars have investigated the factors explaining the fall of the Western European left, ranging from transformations in social structures (the working-class shrinking) to behavioural changes (voters are mobilised according to post-materialist issues cutting across traditional class loyalties). Other scholars have pointed to the ideological moderation of parties on the left and their convergence with the mainstream right through a decreased emphasis on traditional economic left goals. This is claimed to have alienated the support of the traditional working-class base.

    However, a smoking gun has yet to be found. According to the classical cleavage theory by Seymour Martin Lipset and Stein Rokkan, the left’s electoral mobilisation is a function of class cleavage strength. The latter can be empirically measured by looking at two main elements: social group strength and organisational density. The former refers to the characteristics of its core social constituency, namely the working class. The more sizeable and industry-based the working-class is, the larger the expected support for the left. The latter instead refers to the corporate and partisan components of the cleavage, namely trade unions and left party organisations. The denser the organisational encapsulation within trade unions and left parties, the larger the electoral support for the left.

    Class cleavage roots and electoral mobilisation

    Starting from these premises, in a new study, I investigate whether left parties are still linked to their historical class cleavage roots or, instead, whether the electoral support for the former is completely detached from the socio-structural and organisational features from which such parties originally stemmed.

    The link between class cleavage roots and left electoral mobilisation is tested through a comparative longitudinal research design that takes into account 19 Western European countries and their parliamentary elections in the whole post-World War II period (345 elections) so as to offer a comprehensive perspective that goes beyond the mere assessment of the last few years and allows for an accurate analysis of long-term changes.

    The analysis shows that support for left parties – communist, socialist, social-democratic, and labour parties – has remained quite stable from 1946 to 2010, with an average of 38% and a peak of 40.4% in the 1970s. Notably, the last decade is characterised by a remarkable decline: the aggregate vote share of left parties decreases to an average of 31.9% in the 2010s, and this decline is even more pronounced if one excludes Southern European countries (27.6%).

    Moreover, contrary to many claims about the recent alleged right-wing shift of left parties, an empirical test based on Comparative Manifesto Project data from 1945 and 2018 unequivocally rejects the hypothesis that left parties have shifted ideologically away from traditional economic left goals. Conversely, the analysis shows that left parties can still be safely considered as the legitimate representatives of the working-class side of the class cleavage.

    Figure 1: Social group strength and organisational density

    Note: The figures are country averages. For more information, see the author’s accompanying study.

    Moving to focal predictors, Figure 1 shows that the class cleavage may assume different configurations in Western European countries. Not surprisingly, Scandinavian countries like Sweden and Denmark, as well as Austria, show the strongest class cleavage, while Greece and Ireland fall at the bottom of the ranking. However, the two aspects may not converge, and the development of dense organisational networks (strong trade unions and left parties) is not necessarily linked to the presence of a sizeable and industry-based working class.

    This is the case of Cyprus and Iceland, which display relatively strong organisations in the context of a small and heterogeneous working class, but also of Germany and Switzerland, where the opposite situation of a strong social group goes hand in hand with a comparatively weak organisational density. At any rate, by looking at the evolution over time of class cleavage roots reported in Figure 2, a general picture of decline emerges: the working class has shrunk in size and has become less industry-based, while trade unions and left parties have lost members. This picture is fairly consistent across countries.

    Figure 2: Temporal evolution of social group strength and organisational density (1946–2018)

    Note: For more information, see the author’s accompanying study.

    However, this trend does not necessarily mean that, despite its reduced weight in Western European politics, the class cleavage no longer translates into left electoral support, as was the case at the time of the origin of class electoral mobilisation. The empirical test of the association between class cleavage roots and left electoral mobilisation – controlling for other social, institutional, and political factors that may affect this relationship – shows that the class cleavage has a significant impact on the electoral support for left parties in Western Europe in the period between 1946 and 2018.

    All else being equal, both a sizeable and industry-based working class and a dense organisational network increase the electoral support for left parties. What notably differentiates the two elements of the class cleavage is the evolution over time of their impact on left electoral support. Indeed, while social group strength has remained a substantial predictor of left electoral mobilisation even in recent decades, the impact of organisational density – as Figure 3 shows – has dramatically decreased over time and has become no longer significant in the last twenty-five years.

    Figure 3: Impact of organisational density on left parties’ electoral support over time

    Note: For more information, see the author’s accompanying study.

    In a nutshell, the analysis tells us that the class cleavage is not entirely ‘lost in translation’, as a sizeable and industry-based working class is still today an important predictor of left electoral mobilisation. Nevertheless, such mobilisation is no longer mediated by the corporate and partisan organisations, the original vectors of cleavage translation. Indeed, membership in trade unions and left-wing parties are no longer associated with left electoral support.

    These results deserve careful future consideration and have important implications for the study of cleavages and elections. In particular, they raise fundamental questions about the future of left parties and their class cleavage roots. Will the persistent link between the class cleavage’s socio-structural roots and left electoral mobilisation be a sufficient factor for class bloc parties’ electoral resilience, despite the missing link with class cleavage’s organisational roots? Or, instead, will the breakage of the transmission belt between organisational density and left electoral mobilisation cause an electoral disintegration of these parties in the near future? Further research should carefully address these questions, whose answer is paramount for our understanding of class politics and electoral competition in twenty-first-century Europe.

    For more information, see the author’s accompanying paper in Perspectives on Politics


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