Attualità

  • Midterm 2022: il contesto alla vigilia

    Oggi gli Stati Uniti tornano al voto per le midterm elections, le elezioni che si tengono a metà del mandato presidenziale e che rinnoveranno tutti i 435 seggi della Camera e 35 seggi del Senato, determinando la composizione del 118esimo Congresso.

    Come ricorda Paparo (2014) nell’articolo scritto in occasione delle midterm election di quell’anno, il Congresso degli Stati Uniti è formato da due Camere: la Camera dei Rappresentanti, che rappresenta il popolo americano ed è composta da 435 deputati eletti negli altrettanti collegi uninominali di quasi omogenea popolosità in cui sono divisi gli Stati Uniti, e il Senato, che rappresenta gli Stati della Federazione ed è composto da 100 membri, 2 per ciascuno dei 50 Stati. Il mandato da senatore ha una durata di sei anni, mentre quello da deputato ne dura due: ogni due anni le elezioni federali rinnovano la totalità della Camera e un terzo del Senato – al fine di un rinnovo parziale di un terzo ogni due anni e totale ogni sei.

    Ogni quattro anni dunque, alla scadenza del mandato presidenziale, le elezioni legislative coincidono con le elezioni presidenziali. Ma anche nel caso delle elezioni di metà mandato, pur non coinvolgendo direttamente il Presidente, il rinnovo delle Camere ha un impatto rilevante: incide infatti sui due anni rimanenti del mandato presidenziale, e di conseguenza sulla sua capacità di portare avanti il programma di governo. La natura bicamerale del sistema statunitense, infatti, prevede che affinché una proposta possa essere sottoposta al Presidente per la ratifica (e quindi diventare legge), debba essere stata approvata da entrambi i rami del Parlamento. Il Senato, inoltre, è l’organo a cui è demandato il compito di confermare le nomine di natura presidenziale, tra cui quelle dei giudici della Corte Suprema.

    Attualmente il Partito Democratico detiene la maggioranza sia alla Camera sia – sebbene tecnicamente sia un “pareggio”, come vedremo più avanti – al Senato. È improbabile che questa situazione si mantenga anche dopo l’8 novembre.

    House of Representatives

    I Democratici partono da 220 deputati, poco sopra la soglia della maggioranza (pari a 218) contro i 212 dei Repubblicani. I restanti 3 seggi sono vacanti. Se il Partito Repubblicano mantenesse tutti i seggi di cui dispone al momento, gliene sarebbero necessari solamente altri 6 per strappare la maggioranza al Partito Democratico. A favore di quest’ipotesi non ci sono solamente i trend dei sondaggi più recenti, ma anche un dato statistico rilevante: dal dopoguerra in poi, nelle elezioni di metà mandato il partito espressione del Presidente ha perso in media oltre 25 seggi.

    Fig. 1 – riassunto della distribuzione dei seggi, Cook Political Report

    Sulla complessità della situazione per il Partito Democratico sono concordi tutti gli istituti di analisi e ricerca. Le stime pubblicate sul Cook Political Report, per esempio, considerano “sicuri” 159 seggi per i Dem e 188 per il GOP. Un vantaggio importante per i Repubblicani, che li avvicina alla soglia della maggioranza, ancor più se considerati anche gli 11 seggi ritenuti probabili e i 13 tendenziali. Sommandoli, si tratta di 212 seggi: per arrivare a 218, al Partito Repubblicano basterebbe vincere in 6 collegi tra i 36 che sono ritenuti “in bilico”. Dei restanti 28, 13 sono probabili democratici e 15 tendenziali democratici: vale a dire che per ottenere la maggioranza, il Partito Democratico dovrebbe vincere almeno 21 collegi tra quelli in bilico, oltre a tutti i seggi che sono considerati solidi, probabili e tendenziali per i Dem.

    Qual è la probabilità che si verifichi questa circostanza? Bassa. Il modello probabilistico elaborato da FiveThirtyEight, infatti, attribuisce una probabilità dell’85% alla “conquista” della Camera da parte del Partito Repubblicano. D’altro canto, alcuni analisti fanno notare che nelle elezioni speciali che si sono tenute da quando a giugno la Corte Suprema ha rovesciato la sentenza Roe v. Wade, il Partito Democratico ha sistematicamente superato le percentuali dei sondaggi.

    Come evidenziano Cuccurullo e Paparo (2018, 1), due elementi depongono sistematicamente a sfavore dei Democratici nelle elezioni alla Camera: una svantaggiosa – dato il sistema elettorale maggioritario – concentrazione del loro elettorato in specifiche zone e il gerrymandering, la ridefinizione dei confini dei collegi da parte dei governi dei singoli Stati al fine di ottenere un vantaggio per la propria parte politica.

    Senato

    Attualmente la situazione in Senato è di fatto un pareggio: dei 100 senatori, 50 sono repubblicani e 50 democratici. La maggioranza è però detenuta dai Democratici, grazie alla regola della Costituzione per la quale il Vicepresidente degli Stati Uniti (oggi Kamala Harris, vice di Joe Biden) esprime il proprio voto in qualità del suo ruolo formale di Presidente del Senato. Ciò implica però che è sufficiente un solo seggio ai Repubblicani per ribaltare la situazione.

    Fig. 2 – Composizione delle delegazioni in Senato. Tra i 100 senatori ne sono presenti due indipendenti (Angus King, Maine, e Bernie Sanders, Vermont). Entrambi sono iscritti al gruppo dei democratici in Senato e dunque ai fini di questa analisi li considereremo per comodità tra i Dem

    La Figura 2 mostra la composizione per partito delle attuali delegazioni in Senato. Nel dettaglio, attualmente ci sono 22 Stati rossi, in cui entrambi i Senatori sono repubblicani; 22 Stati blu, in cui entrambi i Senatori sono espressione del Partito Democratico; e 6 Stati viola, con una delegazione mista.

    Anche in questo caso vi è un elemento che rappresenta un vantaggio strutturale per il Partito Repubblicano. Come evidenziano Cuccurullo e Paparo (2018, 2), le roccaforti dei Repubblicani sono gli Stati meno popolosi, al contrario dei Democratici presenti prevalentemente negli Stati con un maggior numero di abitanti: dal momento che la funzione del Senato è rappresentare gli Stati e non la popolazione, i Repubblicani necessitano, di base, di meno voti dei Democrati per poter esprimere un numero di senatori pari o superiore al loro.

    In apertura si ricordava che i 100 seggi senatoriali, il cui mandato dura sei anni, sono divisi in tre classi, ciascuna delle quali è a rotazione chiamata alle urne ogni due anni. Quest’anno è il turno della Terza classe: si tratta dei 34 Senatori che sono stati eletti nel 2016, l’anno dell’elezione di Donald Trump alla Presidenza. Si vota anche per un'elezione suppletiva, quella per il seggio del senatore repubbicano Inhofe, eletto nel 2020 ma dimessosi prima della fine naturale del mandato (2026). Sono quindi 35 i senatori uscenti. Di questi, 21 sono espressione del Partito Repubblicano e 14 del Partito Democratico.

    Se qualche mese fa per i Democratici sembrava possibile consolidare la propria maggioranza, oggi l’obiettivo è riuscire a mantenerla difendendo i 50 seggi attualmente a disposizione. Secondo l’analisi del Cook Political Report, al Senato si prospetta un testa a testa, leggermente sfavorevole ai Democratici.

    Dei 14 seggi uscenti democratici, 11 sono considerati riconfermabili a diversi gradi di certezza (8 sicuri, 1 probabile, 2 tendenziali). Dei 21 repubblicani, 20 sono riconfermabili (15 sicuri, 2 probabili, 3 tendenziali). Questo restringe il campo a quattro campi di battaglia, quattro competizioni elettorali – 3 in precedenza democratici, 1 in precedenza repubblicano – che determineranno le sorti della maggioranza al Senato: si tratta di Arizona, Nevada, Pennsylvania e Georgia.

    L’ex astronauta Mark Kelly, democratico, è chiamato a difendere il suo seggio in Arizona, in cui era stato eletto nelle elezioni suppletive nel 2020 dove fece registrare addirittura un risultato migliore di due punti rispetto a quello di Joe Biden. Secondo i sondaggi, il suo vantaggio sul candidato repubblicano, Blake Masters, è molto risicato, e la situazione potrebbe stravolgersi nel caso di uno scenario particolarmente favorevole al Partito Repubblicano a livello nazionale.

    In Nevada è stata data particolare attenzione al fenomeno dell’early voting, storicamente favorevole ai candidati del Partito Demcoratico: secondo le analisi degli esperti, i quasi 600mila voti espressi in anticipo fornirebbero un vantaggio importante ai democratici nell’avvicinarsi all’election day. La senatrice democratica uscente, Catherine Cortez Masto, potrebbe dunque vincere, di poco, sul repubblicano Adam Laxalt.

    Negli ultimi anni, la Pennsylvania si è spostata più a destra: è questa la ragione per cui gli analisti ritengono che, nello scenario attuale in cui i repubblicani a livello nazionale dovrebbero (secondo i sondaggi) essere a +2, qui una vittoria dei democratici sia più complessa. Potrebbe quindi spuntarla la celebrità televisiva Mehmet Oz ai danni del democratico John Fetterman.

    Infine, in Georgia si sfidano il senatore democratico uscente, eletto nell’elezione suppletiva del 2020, Raphael Warnock e il repubblicano Herschel Walker. I sondaggi riconoscono un leggero vantaggio a Warnock, ma potrebbe non essere sufficiente. Il sistema elettorale della Georgia, infatti, prevede un ballottaggio, da tenersi a dicembre, se nessun candidato dovesse raggiungere la maggioranza assoluta dei voti, caso che non è da escludere vista la presenza di un terzo candidato, espressione del Partito Libertariano, sulla scheda elettorale: è probabile dunque che bisognerà attendere un mese ancora per conoscere quale partito avrà il controllo del Senato degli Stati Uniti.

    Per FiveThirtyEight, la possibilità che il Partito Repubblicano ottenga una maggioranza è del 55%. Dead heat.

  • I flussi elettorali a Firenze

    Firenze costituisce una parziale eccezione nel panorama dei risultati delle elezioni politiche del 2022, in quanto il centrosinistra è riuscito ad affermarsi come prima forza politica della città e a vincere il corrispondente collegio uninominale.

    Esaminare attraverso i flussi la composizione elettorale dei vari partiti e gli spostamenti che rispetto alle precedenti elezioni politiche può dunque essere interessante per comprendere i fattori che hanno garantito la vittoria al Pd e alla coalizione da esso guidata.

    Uno dei primi aspetti che occorre esaminare è relativo alla fedeltà elettorale, cioè alla percentuale di votanti che hanno confermato il sostegno allo stesso partito rispetto al 2018.

    Osservando i flussi di destinazione, si nota come il Partito Democratico sia la forza politica con il livello più elevato di fedeltà, riuscendo a riportare a votare il 56,9% di chi lo aveva sostenuto alle precedenti elezioni. Nonostante le perdite significative, sia verso Fdi (11,3%), sia soprattutto verso Azione (17,6%), il PD appare dunque come il partito con la più alta capacità di mobilitazione della propria base elettorale.

    Anche Fratelli d’Italia presenta livelli di fedeltà particolarmente elevanti, ottenendo la preferenza elettorale del 53,7% di chi lo aveva sostenuto nel 2018. Inoltre, il partito di Giorgia Meloni si dimostra quello più capace di intercettare consensi di altre forza politiche, sia nella coalizione di centrodestra (attirando il 49% degli elettori della Lega e il 41% di quelli di Forza Italia), sia all’esterno, conquistando la preferenza elettorale di parte della base del Pd (11,3%), di Più Europa (10,8%) e del M5s (3,3%).

    Il Movimento Cinque Stelle presenta valori di fedeltà più bassi (29%), cedendo però consensi soprattutto verso l’astensione (36,4%) e, in misura, verso il Partito Democratico (14,8%), la Lega (7,5%) e, come già evidenziato, Fdi. Il Movimento inoltre si presenta attrattivo soprattutto per gli elettori di sinistra, attirando il 27,6% di Liberi ed Uguali, il cui elettorato si divide tra il M5S, il Pd (37,6%) e l’alleanza tra Verdi e Sinistra (28,6%).

    Gli altri partiti principali manifestano livelli di fedeltà decisamente inferiori. Infatti, solo il 15,7% degli elettori di Forza Italia e addirittura il 13,4% di quelli della Lega hanno confermato la propria scelta dimostrando quindi una scarsa capacità di rimobilitazione dei propri sostenitori di questi partiti.

    Infine, per quanto riguarda l’area del non voto, si rileva una sua sostanziale stabilità con l’88% di quanto si erano astenuti nel 2018 che anche questa volta non si sono recati alle urne.

    Queste considerazioni sono confermate osservando la composizione del sostegno elettorale. Il Pd è la forza politica più stabile, con il suo elettorato composto prevalentemente da persone che lo avevano già votato nel 2018 (il 72,9%), e, in misura minore, da elettori del M5S (10,1%) e di Leu (9,7%).

    Al contrario, Fdi presenta l’elettorato più variegato, composto sia da elettori dei vari partiti di centrodestra (29,7% Lega, 19,3% Forza Italia, 14,7% Fdi), sia da una parte considerevole di elettori del Pd (22,7%).

    Per quanto riguarda le forze politiche fuori dalle principali coalizioni, l’elettorato della lista unita Azione e Italia Viva risulta composto principalmente da ex elettori del PD (46,4%), di Più Europa (15,9%) e di Forza Italia (15,2%). Al contrario, il sostegno al M5S è formato prevalentemente - oltre che da elettori pentastellati (60,3%) - da elettori di Leu (21,5%) e, in misura inferiore, da astenuti (12,8%).

    Concludendo dunque, si può dire che la tenuta del Partito Democratico in città sia da attribuire all’alta fedeltà del suo elettorato e dall’attrazione di parte di quello di Leu e del M5S che, seppur parzialmente, compensano i flussi in uscita verso Fratelli d’Italia e verso Azione. La crescita del partito di Giorgia Meloni deve invece essere ricollegata alla capacità del suo partito di attrarre sia elettori tradizionalmente di centrodestra, sia elettori che alle scorse elezioni avevano sostenuto il PD. Infine, il calo del M5S deve essere imputato alla minore capacità di mobilitazione del suo elettorato, indirizzatosi per oltre un terzo verso l’astensione e, parzialmente, verso gli altri partiti.

    Riferimenti bibliografici

    Goodman, L. A. (1953), Ecological regression and behavior of individual, «American Sociological Review», 18, pp. 663-664.

    Schadee, H.M.A., e Corbetta, P.G., (1984), Metodi e modelli di analisi dei dati elettorali, Bologna, Il Mulino.


    NOTA METODOLOGICA

    I flussi presentati sono stati calcolati applicando il modello di Goodman (1953) alle 360 sezioni elettorali del comune di Firenze. Seguendo Schadee e Corbetta (1984), abbiamo eliminato le sezioni con meno di 100 elettori (in ognuna delle due elezioni considerate nell’analisi), nonché quelle che hanno registrato un tasso di variazione superiore al 15% nel numero di elettori iscritti (sia in aumento che in diminuzione). Il valore dell’indice VR è pari a 16,3.

  • Il peso dei candidati uninominali alle politiche 2022: il confronto tra regioni ed un focus sulla Toscana

    Quanto hanno pesato i candidati dei collegi uninominali alle recenti elezioni politiche del 25 settembre? Hanno avuto un peso nel determinare la vittoria o la sconfitta nella relativa competizione elettorale di collegio o l’esito di quest’ultima è stato soltanto il frutto di un “traino” guidato dal voto di lista?

    Con il presente articolo proveremo a rispondere a tali interrogativi. Per farlo ci avvarremo del “tasso di personalizzazione” ovvero lo strumento con cui è possibile calcolare, stante gli spazi del sistema elettorale, il “peso” di ciascun candidato e che indica, precisamente, la percentuale dei voti espressi in favore del solo candidato sul totale dei voti validi ottenuti da quest’ultimo considerando anche i voti di lista[1].

    In particolare, abbiamo sviluppato l’analisi, sia per la Camera che per il Senato, calcolando in primo luogo il dato nazionale (computato cioè per la totalità dei collegi uninominali[2]) e quello di ciascuna regione per poi procedere con uno specifico approfondimento sulla Toscana elaborando, per quest’ultima, il dato dei collegi, dei singoli candidati, nonché delle coalizioni e delle formazioni politiche ammesse al riparto[3].

    Partendo dal dato nazionale possiamo vedere che per la Camera il valore delle elezioni 2022 è pari al 3,7% mentre per il Senato al 3,5%. I risultati si pongono in analogia con quelli riscontrati nel 2018[4] e dimostrano che circa 4 elettori su 100 che esprimono il loro favore per una lista o per una coalizione lo fanno tracciando un segno esclusivamente sul relativo candidato del collegio uninominale.

    Esaminando i dati delle singole regioni possiamo notare una certa omogeneità (figure 1 e 2) che tuttavia non esclude alcune oscillazioni degne di attenzione: tra le regioni dove più alta è stata la propensione a votare per il solo candidato troviamo valori che superano il 7% (Trentino-Alto Adige, Camera) o il 5% (Friuli-Venezia Giulia, Senato), mentre dove questa è stata minore troviamo valori pari al 2% (Sicilia, Senato) o leggermente più alti (Calabria, Senato).

    La Toscana invece presenta un dato in linea con la media nazionale, precisamente pari al 3,6% alla Camera e 3,7% al Senato, riproducendo anche qui un valore simile a quello emerso in occasione delle precedenti elezioni politiche[5]. Scomponendolo possiamo analizzarne le determinanti sia politiche che territoriali.

    Partendo da quest’ultime (figure 3 e 4) vediamo che i collegi uninominali della Camera con i tassi più alti sono il n. 7 – Firenze (4,4%) ed il n. 9 – Arezzo (4,2%). I collegi in cui sono ricompresi tali territori primeggiano anche al Senato dove il dato più alto (4,4%) è quello del collegio uninominale n. 4 – Firenze seguito dal n. 1 – Arezzo (3,7%). I collegi invece dove troviamo i tassi più bassi sono il n. 4 – Pisa (3,2%) ed il n. 6 – Prato (3,2%) alla Camera ed il n. 3 – Prato (3,1%) al Senato.

    Spostando l’attenzione sul piano politico (tabelle 1 e 2) possiamo vedere come la formazione che più ha fatto prevalere il voto personale sia stata la lista Azione-Italia Viva che in Toscana assume la prima posizione in entrambi i rami del Parlamento (5,6% Camera, 5,4% Senato), seguita da quella del M5S (4,1% Camera, 4% Senato). Tra le coalizioni a primeggiare è invece il centrosinistra (3,5% Camera, 3,7% Senato) con un dato più alto del centrodestra in quasi tutti i collegi uninominali[6].

    Valutando infine le performance dei singoli candidati riscontriamo che i tassi di personalizzazione più alti, rispettivamente per Camera e Senato, sono quelli dei candidati di Azione – Italia Viva Cosimo Maria Ferri (7,9%)[7] e Stefania Saccardi (7,3%). Circa 7-8 elettori su 100 che hanno espresso il favore per tali candidati lo hanno dunque fatto facendo perno sul nominativo e non sul simbolo. Alti tassi di personalizzazione sono poi riscontrabili nel candidato del centrosinistra Vincenzo Ceccarelli (5,3%, quasi due punti percentuali sopra la media della coalizione) e nel candidato del M5S Andrea Quartini (5,3%). Nel centrodestra, che come detto presenta tassi più bassi, il valore più elevato si ferma invece al 3,5% (Fabrizio Rossi, candidato del collegio uninominale n. 1 – Grosseto della Camera).

    Alla luce di tali risultati è possibile avanzare alcune conclusioni che ci permettono anche di rispondere all’interrogativo che ci siamo posti in apertura dell’articolo. 

    Partendo dal dato nazionale possiamo notare che anche per l’ultima tornata elettorale ci troviamo davanti ad un dato non irrilevante, ma molto contenuto, in linea con quello riscontrato nel 2018. Questo ci permette di affermare che la struttura complessiva dell’attuale sistema elettorale si conferma incentrata sul voto di lista, che risulta essere il vero trascinatore della contesa elettorale.

    L’apporto dei singoli candidati, se calcolato in termini di voti personali, appare dunque complessivamente limitato e l’esito della disputa in ciascun collegio uninominale, anche a causa dell’impossibilità di “disgiungere” il voto, risulta quasi integralmente determinato dal rendimento della coalizione o del partito di cui tali candidati sono espressione. La conseguenza che ne deriva è che i candidati degli uninominali, più che apparire come i protagonisti della competizione nei diversi territori, in molteplici casi sembrano piuttosto essere percepiti dall’elettorato come “candidati di lista”[8] al pari degli altri candidati presenti nei collegi plurinominali.

    Per quanto attiene alle singole diversificazioni dei tassi di personalizzazione notiamo che questi risultano generalmente più bassi per i candidati sostenuti da coalizioni rispetto a quelli di coloro che sono sostenuti da singole liste. Presumibilmente gioca a favore di questi ultimi la totale equivalenza del voto espresso in favore della lista o del candidato. Per le coalizioni, invece, la prevalenza del centrosinistra, con dati comunque non eccessivamente elevati, sembra confermare una buona conoscibilità da parte dell’elettorato di riferimento per i nominativi scelti.

    Sui singoli candidati che più hanno beneficiato del voto alla persona è interessante osservare, inoltre, come questi siano identificabili, nella totalità dei casi richiamati in precedenza, con soggetti che ricoprono – o hanno ricoperto in passato – ruoli di amministratori locali o regionali[9]. E’ ipotizzabile, in quest’ottica, che alcuni candidati, alla luce della loro reputazione e conoscibilità, oltreché del contesto di riferimento declinato anche in termini di competitività, abbiano deciso di impostare la propria campagna elettorale facendo perno sul nominativo con l’obbiettivo di sottrarre il maggior numero di voti possibili allo schieramento avverso. 

    Infine, quanto ai valori riscontrati nei diversi territori, è utile rilevare come il lato della personalizzazione qui analizzato non si sovrapponga a quello afferente all’espressione del voto di preferenza: i territori della Toscana e le singole regioni dove la propensione all’espressione di queste ultime risulta generalmente elevata non coincididono con le aree in cui si sono riscontrati i più elevati tassi di personalizzazione.


    [1] Il tasso di personalizzazione è dunque dato dal rapporto, calcolato in termini percentuali, tra il totale dei voti validi espressi in favore dei soli candidati dei collegi uninominali (numeratore) ed il totale dei voti validi complessivamente attribuiti ai medesimi candidati (denominatore), dato dalla somma dei voti validi di lista e di quelli ottenuti dai soli candidati.

    [2] E’ esclusa dal calcolo la Regione Valle d’Aosta in cui la competizione è articolata esclusivamente mediante metodo maggioritario (senza possibilità quindi di esprimere il voto di lista) e, per il solo Senato, del Trentino Alto Adige per la medesima motivazione.

    [3] Per esigenze di semplificazione nella presente analisi saranno dunque considerate soltanto le formazioni politiche che hanno superato gli sbarramenti previsti dalla legge Rosato (l. 165/2017), ovvero le coalizioni di liste che hanno conseguito sul piano nazionale almeno il 10% dei voti validi – comprensive di una lista che abbia conseguito almeno il 3% - e le singole liste non collegate in coalizioni che hanno conseguito sul piano nazionale almeno il 3% dei voti validi (o, per il Senato, il 20% a livello regionale).

    [4] Nelle elezioni del 2018 il tasso di personalizzazione nazionale è stato pari al 3,8% alla Camera e al 3,6% al Senato. Per un’analisi dettagliata degli indici relativi a tale tornata elettorale v. Personalizzazione e antipolitica. La competizione nei collegi uninominali alle elezioni del 2018 in Domenico Fruncillo e Felice Addeo (a cura di), Le elezioni del 2018. Partiti, candidati, regole e risultati, SISE (Società Italiana di Studi Elettorali), Firenze, 2018.

    [5] Il tasso di personalizzazione della Toscana alle elezioni del 2018 è stato pari al 3,6% alla Camera e al 3,4% al Senato. Per ulteriori approfondimenti sul voto in Toscana alle elezioni del 2018 si veda il fascicolo il voto in Toscana. Le elezioni politiche del 4 marzo 2018. Dati e prime analisi sui risultati elettorali, a cura dell’Osservatorio elettorale della Regione Toscana.

    [6] Come si può vedere dalle tabelle nn. 1-2 gli unici collegi uninominali in cui i candidati di centrodestra hanno avuto un tasso di personalizzazione maggiore di quello dei candidati di centrosinistra sono i nn. 5 (Livorno) e 6 (Prato) della Camera dove le candidate Chiara Tenerini e Erica Mazzetti hanno prevalso sui candidati Andrea Romano e Tommaso Nannicini.

    [7] Da notare che, anche nel 2018, Cosimo Maria Ferri, quale candidato nel collegio uninominale n. 8 – Massa, ha riportato il tasso di personalizzazione più alto dell’intero centrosinistra regionale con un valore pari al 10,7%.

    [8] A supporto di tale tesi si può riscontrare, seppur in riferimento a perimetri territoriali limitati, come in alcuni casi l’elettorato abbia fatto chiaramente confluire la sua preferenza per il candidato di collegio sulla lista di appartenenza del candidato medesimo, indipendentemente dai voti personali espressi. Nel Comune di Montalcino, ad esempio, dove al Senato nel relativo collegio uninominale (U1- Arezzo) era candidato il sindaco in carica, si ha un rendimento del suo partito di appartenenza (PD) maggiore di oltre 7 punti percentuali rispetto quello ottenuto dalla medesima formazione alla Camera dei deputati.

    [9] Con la definizione di “amministratori” in tale sede comprendiamo anche i membri degli organi consiliari locali o regionali.

  • I flussi elettorali a Genova

    A Genova le elezioni politiche del 2022 hanno avuto un esito che è in controtendenza rispetto a quello registrato a livello nazionale. Nel comune del capoluogo ligure, infatti, nei due collegi uninominali per la Camera dei Deputati la coalizione di centrosinistra ha ottenuto il 36% dei voti, mentre la coalizione di centrodestra si è fermata al 33,6% nel collegio “Municipio VII-Ponente” e al 35,2% nel collegio “Municipio I-Centro Est”. L’affermazione (di misura) del centrosinistra è avvenuta nonostante la concorrenza del M5s e del cartello Azione-Italia Viva. Nel collegio “Municipio VII-Ponente” il M5s ha ottenuto il 18% e Azione-IV il 5,9%, mentre nel collegio “Municipio I-Centro Est” il M5s e Azione-IV hanno raccolto, rispettivamente, il 13,4% e l’8,9% dei consensi. A livello di voti di lista, il Pd si afferma come primo partito della città con il 27,8% dei voti nel collegio “occidentale” e con il 25,4% in quello “centro-orientale”, quindi con percentuali di voto nettamente migliori rispetto alla media nazionale del 19%. Il vincitore delle elezioni, FdI, invece a Genova si ferma al 20,5% nel collegio “centro-orientale” e al 17,9% in quello “occidentale”. Risultati simili si sono registrati anche nei collegi senatoriali. Alle precedenti elezioni politiche del 2018 nel comune di Genova aveva invece vinto il M5s (con l’eccezione delle sezioni del collegio di Rapallo dove aveva vinto il centrodestra).

    È dunque interessante esaminare i flussi elettorali (riportati nella figura sopra) tra le elezioni politiche del 2018 e le ultime elezioni politiche per evidenziare quale sia la composizione dell’elettorato delle varie forze politiche ed indagare quali fattori abbiano favorito l’affermazione del centrosinistra e del Pd in particolare.

    Guardando i flussi di destinazione rispetto alle politiche del 2018, uno degli aspetti principali da osservare è la fedeltà elettorale, cioè quella percentuale di elettori che hanno confermato la propria scelta elettorale. Il Pd risulta il partito con l’elettorato più fedele: il 65,5% di chi aveva votato Pd nel 2018 conferma la propria scelta nel 2022. Allo stesso modo, il 73% degli elettori di Leu confermano il proprio voto a partiti della coalizione di centrosinistra nel 2022. Dopo il Pd, Fratelli d’Italia è il partito che mostra una fedeltà elettorale maggiore, rimobilitando quasi un elettore su due (il 48% di chi aveva votato FdI nel 2018). Si tratta però di una percentuale decisamente inferiore rispetto a quella mostrata dal partito di Letta. E ancora più basse sono le fedeltà mostrate dagli elettori di Forza Italia (35,6%), del M5s (29,4%) e della Lega (18,3%). Dove si sono indirizzati pertanto gli elettori forzisti, “grillini” e leghisti che nel 2022 non hanno confermato la loro precedente scelta di voto? Per quanto riguarda il M5s, i suoi elettori si sono divisi in parti quasi uguali tra chi si è rifugiato nell’astensione (34,1%) e chi si indirizzato verso altri partiti/candidati (36,6%). Tra questi ultimi, le destinazioni maggiori sono state FdI (8,1%), Pd (7,1%), Lega (6%) e altri partiti minori (7,3%). Queste perdite non sono state compensate in maniera adeguata dalle entrate provenienti in particolare dalla sinistra (il 10,6% degli attuali elettori del M5s in passato aveva votato Pd o Leu). Questi dati spiegano il forte calo di consensi registrato dal M5s in città.

    Nell’area di centrodestra ci sono stati diversi flussi elettorali che hanno avvantaggiato il partito che è cresciuto di più, ossia FdI. Infatti, ben il 44,4% di elettori leghisti e il 35,6% di elettori forzisti nel 2022 hanno scelto di premiare col proprio voto la formazione guidata da Giorgia Meloni. Se guardiamo alla composizione dell’elettorato di FdI, infatti, per il 67% è composto da persone che nel 2018 avevano votato altre formazioni di centrodestra e per il 15,3% da persone che avevano votato il M5s. La capacità attrattiva di FdI non è l’unica cosa che spiega il calo di consensi di Lega e FI. Infatti, una quota significativa di elettori leghisti (15%) si è astenuta e non del tutto trascurabile è la quota che ha votato Pd (7,7%). Per quanto riguarda invece FI, i flussi in uscita più consistenti dopo quello verso FdI sono quelli verso Azione-Iv (17,8%) e verso l’astensione (11,4%). La formazione guidata da Carlo Calenda sembra quindi aver esercitato una certa attrattiva verso l’elettorato moderato di centrodestra e il dato è ancora più evidente se si considera che il 21,5% di chi aveva votato FdI nel 2018 a questa tornata ha scelto Azione-Iv. Quest’ultima però è risultata appetibile anche per il 15,6% di elettorato dem. Dal punto di vista della consistenza numerica, l’ex elettorato Pd rappresenta la quota più rilevante dell’attuale elettorato di Azione-Iv (45,8%) e in generale il 59,5% degli attuali elettori centristi a Genova nel 2018 aveva votato per il centrosinistra.

    Infine, per quanto riguarda l’area del non voto, si può notare come essa sia un blocco estremamente stabile: il 90,7% di chi si era astenuto nel 2018 lo ha fatto anche stavolta.  Del restante 9,3% il maggior beneficiario (4,7%) è il M5s che, anche se con risultati modesti, si dimostra il partito che riceve maggiori voti dall’astensione, una tendenza già osservata a Napoli e a Torino.

    Riassumendo, la performance del centrosinistra in controtendenza rispetto al dato nazionale può dunque essere ricollegata in buona misura alla capacità di rimobilitare il proprio elettorato, che si dimostra molto fedele: in particolare il Pd non cede in maniera significativa alle altre forze politiche, con l’eccezione di Azione – Italia Viva, verso cui si è indirizzato, come detto in precedenza, il 15,6% di ex elettori dem. Queste uscite però sono state compensate dalle entrate provenienti dal M5s e dalla Lega (10,2% e 5,8%, rispettivamente). Per contro, l’avanzata di Fratelli d’Italia all’interno della coalizione di centrodestra è in larga parte dovuta alla sua capacità di attrarre molti elettori che in passato avevano votato Lega e Forza Italia, mentre la capacità attrattiva verso elettorati esterni alla coalizione di centrodestra, seppur presente (in particolare verso il M5s), non è altrettanto significativa.  Infine, il calo del Movimento 5 Stelle è dovuto alla scarsa capacità di mobilitare il proprio elettorato, che si indirizza verso varie destinazioni, tra cui l’astensione è l’opzione relativamente più gettonata.

    Riferimenti bibliografici

    Goodman, L. A. (1953), Ecological regression and behavior of individual, «American Sociological Review», 18, pp. 663-664.

    Schadee, H.M.A., e Corbetta, P.G., (1984), Metodi e modelli di analisi dei dati elettorali, Bologna, Il Mulino.


    NOTA METODOLOGICA

    I flussi presentati sono stati calcolati applicando il modello di Goodman (1953) alle 656 sezioni elettorali del comune di Genova. Seguendo Schadee e Corbetta (1984), abbiamo eliminato le sezioni con meno di 100 elettori (in ognuna delle due elezioni considerate nell’analisi), nonché quelle che hanno registrato un tasso di variazione superiore al 15% nel numero di elettori iscritti (sia in aumento che in diminuzione). Il valore dell’indice VR è pari a 15,9.

Ricerca

  • New Challenges for Representative Democracy: The Changing Political Space in Western Europe

    To cite the article:

    Maggini, N. (2022). New Challenges for Representative Democracy: The Changing Political Space in Western Europe. Italian Journal of Electoral Studies QOE – IJES, Just Accepted. DOI: https://doi.org/10.36253/qoe-12629

    The article is open access and can be accessed here.

    Abstract

    Globalisation and EU integration have reshaped political alignments in western Europe, with the emergence of new conflicts within a political space still ideologically structured in two dimensions (economic and cultural). However, recent challenger parties appear to question such alleged bi-dimensionality, e.g. combining anti-immigrant stances with progressive views on moral issues. In light of such challenges, the article aims to understand whether citizens’ positions on policy issues can still be interpreted according to latent ideological dimensions, exploring possible differences across distinct party electorates and age groups (young vs. older people). The article analyses the ideological consistency of voters’ issue preferences and the dimensionality of the issue space in seven western European countries through original survey data and scaling techniques. Results show that most citizens (especially young and right-wing voters) take ideologically inconsistent positions on cultural GAL-TAN and economic left-right issues, whereas are quite consistent on immigration and EU issues.

  • When institutions matter: electoral systems and intraparty fractionalization in Western Europe

    To cite the article:

    Emanuele, V., Marino, B., and Diodati, N. M. (2022) When institutions matter: electoral systems and intraparty fractionalization in Western Europe, Comparative European Politics, DOI: 10.1057/s41295-022-00319-z

    The article, published on Comparative European Politics, can be accessed here.

    Abstract

    The comparative study of intraparty divisions and their determinants has been a long-debated matter, but some issues remain unresolved. First, the problem of the empirical identification of intraparty groups. Second, the lack of comparative perspective and large-N cross-country and cross-time analyses, given intraparty divisions have been studied mostly through theoretical or, at best, small-N analyses. Third, the underestimation of the potential role exerted by contextual factors because of the emphasis put almost exclusively on intraparty dynamics. To fill these gaps, the article employs a measure of visible intraparty fractionalization allowing for large-N cross-time and cross-country comparison. Moreover, by focusing on about 700 party cases in 11 Western European countries since 1965, the article shows that institutional factors, particularly electoral systems’ characteristics, impact intraparty fractionalization. Specifically, intraparty fractionalization is higher in more disproportional systems and where there are stronger incentives for personal vote.

  • L’elisir di lunga vita? Sfiducia costruttiva e stabilità dei governi in prospettiva comparata

    To cite the article:

    Marco Improta, L’elisir di lunga vita? Sfiducia costruttiva e stabilità dei governi in prospettiva comparata, in "Rivista Italiana di Politiche Pubbliche" 2/2022, pp. 269-297, doi: 10.1483/104977

    The article, published on Rivista Italiana di Politiche Pubbliche, can be accessed here.

    Abstract

    In multiparty parliamentary democracies, government stability is key for effective governance. A considerable body of literature investigated this issue emphasising structure- and crises-related explanations. Recently, a flourishing scholarship has been focussing on institutional determinants of government stability. Among the institutional provisions examined, the constructive vote of no confidence (CVNC) is prompting remarkable scholarly interest. This article sheds light on the relationship between constructive vote of no confidence and government stability. Drawing on Lento and Hazan (2021) framework, it is hypothesised that the CVNC decreases the risk of cabinet dissolution. The research hypotheses are tested through a survival analysis based on an original multilevel dataset. The analysis confirms the impact of the CVNC in boosting government survival, yet this effect is limited to discretionary dissolutions.

  • Unpacking government instability. Cabinet duration, innovation, and termination events in Italy between 1948 and 2021

    To cite the article:

    Marco Improta, Unpacking government instability. Cabinet duration, innovation, and termination events in Italy between 1948 and 2021, in "Quaderni di scienza politica" 2/2022, pp. 151-180, doi: 10.48271/104790

    The article, published on Quaderni di Scienza Politica, can be accessed here

    Abstract

    Government instability is widely recognised as a distinctive feature of the Italian political system. This topic has traditionally received considerable scholarly attention. In particular, an established body of research has demonstrated that Italian cabinets are among the most short-lived in Europe. This study aims to contribute to the study of this classic matter by exploring patterns of cabinet duration, innovation and termination in Italy in three different phases of the country’s democratic history. By using an original multilevel dataset comprising of information regarding 21 Western parliamentary democracies from 1945 to 2021, the article reveals the existence of different patterns of cabinet instability and ruling instability in Italy, highlighting the critical role played by inter- and intra-party conflicts vis-à-vis cabinet termination in all phases examined.


Volumi di ricerca

  • The Deinstitutionalization of Western European Party Systems

  • Conflict Mobilisation or Problem-Solving? Issue Competition in Western Europe

  • “La politica cambia, i valori restano” ripubblicato in Open Access

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  • Cleavages, Institutions and Competition

  • Young People’s Voting Behaviour in Europe. A Comparative Perspective

  • Terremoto elettorale. Le elezioni politiche del 2013

  • Competizione e spazio politico. Le elezioni si vincono davvero al centro?

  • La politica cambia, i valori restano? Una ricerca sulla cultura politica dei cittadini toscani

  • Proporzionale se vi pare. Le elezioni politiche del 2008


Dossier CISE

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