Attualità

  • Regionali Emilia-Romagna: Bonaccini è avanti, ma più voti al centrodestra

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 17 Novembre

    L’Emilia-Romagna non è l’Umbria. Questa è la sintesi del sondaggio Winpoll sulle elezioni regionali che si terranno il 26 Gennaio. Le differenze sono molte e non hanno a che fare solo con gli scandali che hanno coinvolto il Pd a Perugia e dintorni. Tanto per cominciare la situazione socio-economica in Emilia-Romagna è significativamente migliore come dicono tutti gli indicatori dal Pil regionale al tasso di disoccupazione. È una delle ragioni per cui l‘ 88 % degli intervistati giudica la qualità della vita nella regione molto positivamente o abbastanza positivamente. Tra questi ci sono anche l’80% degli elettori della Lega e il 90% di quelli del M5S. Questo giudizio è condiviso da tutte le categorie professionali, compresi gli operai e i disoccupati. Inoltre, sono in tanti a pensare che la qualità della vita negli ultimi cinque anni sia rimasta uguale (45%) o migliorata (il 18%). Un giudizio condiviso dal 52% degli stessi elettori della Lega.

    La differenza più importante è però una altra e si chiama Stefano Bonaccini, il presidente Pd uscente che si ricandida con una coalizione di centro-sinistra più liste civiche. Era stato eletto nel 2014 in un clima di scetticismo diffuso tanto che solo il 38% degli elettori era andato a votare. Il valore più basso di sempre. Adesso, dopo cinque anni di governo ben l’80% degli elettori emiliano-romagnoli giudica positivamente l’operato della sua giunta. E, cosa ancora più significativa, questo vale anche per il 62% degli elettori della Lega e addirittura per il 90% di quelli del M5S. Il giudizio è inoltre largamente positivo, con valori sempre superiori al 70%, tra tutte le categorie professionali e in tutte le fasce d’età. E non finisce qui. Bonaccini gode della fiducia del 69% degli intervistati. Un dato lusinghiero di questi tempi anche perché è condiviso da una percentuale rilevante degli elettori dei partiti di opposizione, 38% la Lega, il 52% Fratelli d’Italia e il 60% Forza Italia. E lo stesso giudizio positivo si riscontra in tutte le categorie professionali e in tutte le fasce d’età. L’indice di fiducia è sempre superiore al 60% e sempre largamente superiore a quello di Lucia Borgonzoni, la candidata della Lega alla guida della coalizione di centro-destra.

    Insomma, non ci sono dubbi che Bonaccini abbia governato bene. Lo riconoscono anche gli elettori dei partiti di opposizione. In tempi normali la sua rielezione sarebbe scontata. Eppure non è proprio così. Gli elettori emiliano-romagnoli hanno a disposizione due voti, uno per il candidato e uno per il partito. Quello che conta per vincere è il voto al candidato. Con un voto più degli altri si vince e si ottiene la maggioranza assoluta dei seggi in consiglio. Nel sondaggio Winpoll le intenzioni di voto sono state rilevate sulla base di due scenari. Nel primo il M5S si presenta con un suo candidato. Nel secondo appoggia il candidato della coalizione del centro-sinistra più civiche. Nella competizione a tre (primo scenario) Bonaccini ottiene il 50,7% delle intenzioni di voto contro il 42,1% della Borgonzoni e il 6,2% del candidato M5S. Come si vede nel grafico un contributo importante viene dalla sua lista civica, il che testimonia il suo appeal personale. Nella competizione binaria (secondo scenario) Bonaccini sale al 56,2% mentre la sua rivale resta praticamente ferma al 42,9%. A differenza dell’Umbria sembra che in Emilia l’accordo con il M5S potrebbe funzionare. Ma solo una attenta valutazione della situazione locale può indicare la strada più conveniente. Ciò non toglie che ci sono altri dati in questo sondaggio che mostrano che su molte dimensioni oggi l’elettorato del M5S è più vicino a quello del Pd che a quello della Lega.

    In sintesi, a livello di voto al candidato, Bonaccini, con o senza l’appoggio del M5S, è davanti alla Borgonzoni. Non si tratta di un vantaggio enorme ma nemmeno esiguo. La stima è invece diversa a livello di voto alle liste in coalizione. In breve, Bonaccini va bene ma la sua coalizione meno. Infatti, secondo la stima Winpoll, la somma dei voti dei partiti della coalizione di centro-sinistra fa 44,8% mentre quella delle liste di centro-destra fa 47,6%. Per quanto il distacco sia modesto va nella direzione opposta a quello che si è visto a livello di candidati. L’effetto-Bonaccini è netto.

    In ogni elezione regionale giocano fattori locali e fattori nazionali. In Emilia-Romagna il fattore locale è il buon governo della giunta Bonaccini, oltre alla fiducia personale di cui gode il presidente uscente. Il fattore nazionale è il vento che spira a favore del centro-destra. Bonaccini può vincere se il primo fattore prevarrà sul secondo. Questi dati sembrano indicare che la cosa è possibile, ma mancano più di due mesi al voto. Salvini ha capito che nazionalizzare la competizione regionale è la strada da battere per cercare di vincere. Bonaccini e il Pd devono fare il contrario.

  • Solo il ballottaggio frena la frammentazione

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 13 Novembre

    Quattro elezioni in quattro anni. Questa è la Spagna di oggi. Eppure c’è qualcuno in Italia che vorrebbe importare da noi il sistema elettorale spagnolo. Piace a chi pensa che la frammentazione e i suoi effetti si possano limitare con un proporzionale corretto come quello spagnolo. In Spagna i seggi non vengono assegnati a livello nazionale ma nelle circoscrizioni. Dato che queste sono mediamente piccole, i piccoli partiti fanno fatica a prendere seggi. Infatti, meno sono i seggi da attribuire più difficile è che i piccoli partiti possano raggiungere la percentuale di voti minima per ottenere un seggio, cioè il quoziente elettorale. Quindi in teoria anche i sistemi proporzionali possono essere disproporzionali e favorire la governabilità. In Spagna è stato così per un lungo periodo. Ma non è più così da quando si sono indeboliti i due maggiori partiti del sistema, Socialisti e Popolari. La frammentazione è aumentata e con essa la difficoltà a fare i governi.

    Invece di quattro elezioni in quattro anni gli spagnoli avrebbero potuto risolvere il problema del governo con una sola elezione, con due turni elettorali in due settimane. Basta ricorrere a sistemi elettorali che mettano in condizione gli elettori di esprimere una seconda preferenza, quella appunto che si può usare al secondo turno. Gli elettori di Podemos, di Ciudadanos, di Vox e dei partiti regionalisti avrebbero potuto decidere il governo del paese votando al secondo turno per partiti o candidati ‘meno peggio’. E con un sistema basato sulle liste, e non sui collegi uninominali, avrebbero comunque avuto una adeguata rappresentanza parlamentare.

    Finchè l’esito del voto è affidato all’utilizzo delle sole prime preferenze degli elettori è sempre più difficile che le elezioni diano risultati tali da garantire un minimo di governabilità. Non solo in Spagna. La lezione viene dal caso francese. È vero che la Francia è un regime semipresidenziale, ma la vera differenza tra la Francia e gli altri paesi europei è il sistema a doppio turno che come è noto viene utilizzato sia per l’elezione del presidente che per quella dei deputati. Senza il doppio turno e le seconde preferenze non solo non si sarebbe materializzato il fenomeno Macron ma la Francia sarebbe uno dei paesi più instabili d’Europa.

    Però -dice qualcuno- il proporzionale a un turno funziona in Germania. Dunque, non è vero che sia sinonimo di instabilità. Ma come funziona ora? Una volta, come in Spagna, funzionava in modo tale da garantire una alternanza periodica tra destra e sinistra. Spesso con i Liberali ago della bilancia. Come in Spagna c’erano due grandi partiti, la Spd e la Cdu-Csu, che avevano la possibilità di arrivare alla maggioranza assoluta dei seggi da soli o con alleati minori. Da qualche tempo non è più così. E le grandi coalizioni sono diventate la norma. Grandi coalizioni fatte da partiti tradizionali. In Germania la cultura della stabilità e del compromesso consente la formazione e la durata di accordi del genere. Ma alla lunga anche in Germania, e certamente in altri paesi europei tra cui l’Italia e la Spagna, soluzioni di questo tipo favoriscono la crescita del populismo. E la competizione diventa una lotta tra i partiti del vecchio ordine politico e quelli nuovi che lo sfidano in nome della discontinuità e della sfiducia nelle vecchie élites. Come Vox in Spagna e l’Afd in Germania.

    A Madrid pare che la soluzione che si prospetta sia quella della coalizione di tutte le forze progressiste e regionaliste. Per la Spagna è un fatto nuovo. Sarebbe il primo governo di coalizione dai tempi della Repubblica. Vedremo come funzionerà. In ogni caso non è escluso che -prima o poi- anche a Madrid si porrà il problema se cambiare o meno il sistema elettorale per rendere le elezioni uno strumento per decidere chi governa e non solo per contare i voti. Da noi il problema è già tornato di attualità. Pare che in questi giorni si stia rimettendo in moto il processo per cambiare il sistema elettorale in vigore, il cosiddetto Rosatellum. Né il proporzionale spagnolo né quello italiano con soglia nazionale sono la strada da seguire. E non va bene nemmeno quello britannico con cui si voterà tra qualche settimana a Londra. È un sistema troppo distorsivo come vedremo la sera del 12 Dicembre.

    Continuiamo a ripeterlo. Un buon sistema elettorale non è la panacea di tutti i mali e non è una priorità per la massa degli elettori. Ma è una condizione necessaria per trovare una soluzione soddisfacente al problema del governo in condizioni di elevata frammentazione. Dopodiché per arrivare al buon governo ci vuole certamente altro. Ma senza stabilità come ci si potrà mai arrivare?

  • Stabilità e rappresentanza, i vantaggi del doppio turno di lista

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del  6 Novembre

    Da tempo siamo convinti che il sistema elettorale più adatto al nostro paese in questa fase storica è il doppio turno di lista. Funziona così. La nuova Camera ha 400 deputati. Con questo sistema sono tutti eletti con una formula proporzionale. I partiti si presentano da soli o in coalizione. Chi vince ottiene un premio tale da garantire 220 seggi su 400. Si vince in due modi. Se un partito o una coalizione ottiene la maggioranza assoluta dei voti gli vengono assegnati 220 seggi e l’elezione si conclude al primo turno che così diventa l’unico. Se nessun partito o nessuna coalizione arriva a questa soglia, le due formazioni con più voti si affrontano in un ballottaggio. Il vincente ottiene 220 seggi. In entrambi i casi i perdenti si dividono 180 seggi. Le coalizioni si possono formare al primo turno o al secondo.

    Naturalmente ci sono altri aspetti del sistema che vanno considerati: la questione delle liste e del voto preferenza, il livello della soglia di sbarramento per ottenere seggi e di quella per contare i voti ai fini del premio. Si possono anche prevedere delle varianti. Per esempio, la soglia per far scattare il secondo turno potrebbe essere più bassa del 50% più uno. Potrebbe essere, come era nell’Italicum, il 40% o essere compresa tra il 40 e il 50. In altre parole, potrebbe essere considerato vincitore anche il partito o la coalizione che arriva prima ma non supera il 50%. Ma tutti questi sono dettagli. Importanti, ma dettagli.

    Nessun sistema è perfetto. I vantaggi del doppio turno di lista sono però significativi. Prima di tutto la certezza che le elezioni siano decisive e cioè che siano gli elettori a decidere il governo del paese. A differenza del doppio turno francese, che si basa sui collegi uninominali, questo sistema ha il vantaggio di rappresentare in maniera adeguata anche i perdenti. É un sistema semplice dal punto di vista di chi va a votare. La posta in gioco è chiara. É un sistema flessibile perché ogni partito può decidere se correre da solo o in coalizione senza essere costretto ad allearsi ‘per forza’ come avviene invece nel caso di sistemi con i collegi uninominali. É un sistema che concilia meglio di altri stabilità e rappresentanza.

    Caliamo adesso questo sistema nell’attuale contesto partitico. Cominciamo dal centro-destra. I tre partiti che lo compongono dovranno decidere se presentarsi uniti in coalizione già al primo turno oppure usare il primo turno come una sorta di primaria. Nel primo caso dovranno mettersi d’accordo subito su chi sarà il candidato alla presidenza del consiglio. Nel secondo caso ogni partito presenterà un suo candidato. Il candidato del partito con più voti diventa il candidato della coalizione al secondo turno. Nel caso di questo schieramento, se i voti sono quelli di oggi, è probabile che la coalizione si formi già al primo turno e che il candidato premier sia Salvini.  In ogni caso -è bene sottolinearlo- ogni partito si presenta con il suo simbolo e ha la possibilità di contare i propri voti e di eleggere i propri rappresentanti.

    Nel centro-sinistra la cosa è più complicata. Ma proprio per questo motivo la flessibilità di questo sistema elettorale può essere utile. Non è necessario che Pd e M5s che si coalizzino già al primo turno e decidano chi debba essere il candidato-premier della coalizione. Ognuno presenterà il proprio e saranno gli elettori a decidere. Quello con più voti diventerà il candidato comune al secondo turno, se il primo turno non produrrà un vincitore.

    Così come stanno le cose oggi a livello elettorale, questo è un sistema che offre a tutti i partiti una chance di partecipare al governo del paese (se vincono da soli o in coalizione) o di essere rappresentati in parlamento (se perdono). Allo stesso tempo grazie al secondo turno e all’uso delle loro seconde preferenze gli elettori hanno la possibilità di eleggere ‘direttamente’ il governo, anche quando le prime preferenze non siano sufficienti a decidere il vincitore.

    Lega e Pd non dovrebbero avere problemi con un sistema di questo tipo. Per il M5s la decisione è più difficile. Sappiamo che molti dentro il Movimento preferiscono un sistema proporzionale con soglia più o meno alta. Con questo sistema continuerebbero a essere il partito indispensabile per fare qualunque maggioranza di governo, il partito dei due forni. Una volta si alleerebbero con la Lega e una altra volta con il Pd. Esattamente come hanno fatto in questi mesi. É questo il ruolo che il Movimento vuole giocare oggi e nel prossimo futuro?  O non sarebbe meglio fare una chiara scelta di campo e competere con il Pd per la guida di uno schieramento progressista alternativo a quello del centro-destra? Il destino della prossima riforma elettorale, condivisa o meno che sia, e soprattutto il funzionamento della nostra democrazia dipende in gran parte dalla risposta che il Movimento darà a questa domanda. 

  • Il PD alla conquista dell’ elettorato M5S: è possibile? E come?

    Back to square one, come dicono gli inglesi. Un ritorno alla casella di partenza. All'indomani delle elezioni europee, con l'emersione chiara di una possibile maggioranza di centro-destra guidata dalla Lega di Matteo Salvini, avevamo messo in evidenza come l'unica possibile strada per il centro-sinistra per arginare un possibile risultato elettorale di questo tipo era di puntare a conquistare il più possibile l'elettorato del Movimento 5 Stelle.

    I mesi successivi hanno visto invece emergere, anche grazie agli errori di Salvini, uno scenario diverso: il nuovo governo giallorosso e la possibilità di una strategia basata su un'alleanza vera e propria tra questi due partiti.

    Il problema è che una cosa è pensare a delle alleanze, un'altra è farle davvero. La vita del governo ha già messo in evidenza che da un lato esistono forti diffidenze tra i due partiti, legate alle differenze di cultura politica e ad una reciproca ostilità di lungo tempo; dall'altro, il Movimento 5 stelle è eterogeneo al suo interno, con una sua componente senza dubbio più vicina al PD, ma tuttavia con altre componenti che ne sono distanti anche in termini di opinioni sui principali temi politici. Eccoci dunque al ritorno alla casella di partenza: è stato lo stesso Di Maio che, all'indomani della sconfitta in Umbria, ha dichiarato che questa alleanza non verrà riproposta né a livello locale né a livello nazionale.

    Di conseguenza per il PD si pone di nuovo il problema che avevamo già anticipato all'indomani delle europee, vale a dire quale tipo di strategia adottare per riuscire a conquistare una quota sufficiente dell'elettorato M5S tale da poter risultare competitivo sia a livello locale che a livello nazionale.

    Come rispondere a questa domanda? Con un approccio basato su una delle linee di ricerca sviluppate al CISE negli ultimi anni, abbiamo ritenuto di indagare l'importanza dei temi concreti della politica (le cosiddette issue) nello sviluppare una strategia di competizione. In particolare, l'idea è di vedere quali sono i temi su cui esiste un terreno comune tra elettori PD ed elettori M5S; e, viceversa, quali temi vedono gli elettori pentastellati più vicini a quelli della Lega. É chiaro che per il PD l'unica strategia possibile è quella di investire sui primi, piuttosto che sui secondi. In aggiunta, abbiamo anche esplorato le differenze interne tra i vari elettori del M5S: li abbiamo così suddivisi in tre gruppi a seconda del fatto che dichiarino di collocarsi politicamente a sinistra, al centro, oppure a destra.

    I risultati delle nostre analisi sono presentati nelle Tabelle 1 e 2: su 19 temi di attualità è possibile vedere se ciascuno dei sottoinsiemi del M5S è più vicino rispettivamente alla Lega oppure al PD.

    Va evidenziato un dato preliminare: fatti 100 gli elettori del M5S nelle elezioni europee del 2019, 50 di loro tendono a collocarsi al centro, mentre circa 25 e 25 si collocano rispettivamente a sinistra e a destra. Di conseguenza, il gruppo di pentastellati centristi è quello più appetibile, mentre le ali più estreme dei pentastellati valgono ciascuna circa la metà dei centristi.

    Tab. 1 : Percentuali di favorevoli a vari obiettivi tematici tra gli elettorati di diversi partiti. Fonte: CISE, OP 2019 (N=1000)

    Tab. 2 : Percentuali di favorevoli a vari obiettivi tematici tra gli elettorati di diversi partiti. Fonte: CISE, OP 2019 (N=1000)

    I risultati emergono in maniera abbastanza chiara, anche senza entrare nel dettaglio delle singole misure. In generale, il PD non parte da una posizione facile: su molti temi gli elettori pentastellati sono più vicini alla Lega che al PD. Questo è vero in modo nettissimo tra gli elettori del M5S che si collocano a destra. Costoro, praticamente su tutti i temi analizzati, si trovano più d'accordo con gli elettori della Lega che con gli elettori PD. L'unica eccezione riguarda il mantenimento delle tutele sul mercato del lavoro, sulle quali l'elettorato del M5S è trasversalmente più vicino al PD. La situazione è diversa per gli elettori del M5S che si collocano a sinistra. In questo caso c'è un numero più ampio di temi su cui c'è una maggiore vicinanza con l'elettorato del PD, anche se rimangono inevitabilmente alcuni temi su cui c'è ancora una maggiore sintonia con la Lega. I temi che accomunano l'ala sinistra del M5S e PD sono principalmente legati all'economia e alle politiche migratorie, le stesse tematiche sulle quali l'ala destra del Movimento è chiaramente più in sintonia con la Lega. Un chiaro segnale della natura polimorfa e delle contraddizioni interne all'elettorato M5S. Infine, la categoria dei pentastellati di centro, quella più numerosa, vede una situazione mista, che tra l'altro esemplifica bene la situazione complessiva. In generale, i temi su cui il PD può vantare una maggiore vicinanza con questo elettorato del M5S, e su cui quindi ci si può aspettare che dovrebbe investire, sono quelli legati all'economia, e in particolare al mantenimento di tutele sul mercato del lavoro. L'Europa -centrale per il PD- non rappresenta invece un tema chiave per riuscire a conquistare la porzione più ampia dell'elettorato pentastellato.

    Come già mostrato in altre analisi, sembrano essere appunto le preferenze sull'economia a giocare un ruolo prevalente sulla possibilità che porzioni di elettorato cambino le proprie preferenze di voto. E, d'altra parte, già in occasione delle elezioni politiche del 4 Marzo, i temi economici avevano avuto una rilevanza chiave per il successo dei pentastellati. Ora, in una fase di difficoltà per il partito di Di Maio, si tratterà di capire se ed in che misura il Partito Democratico sia in grado (ed abbia effettivamente intenzione) di investire su questi temi, nel tentativo di rispondere non solo alle aspettative del proprio elettorato, ma anche di mobilitare una parte consistente dell'elettorato M5S sensibile alle tematiche economiche.

    Cosa dobbiamo attenderci dunque? Il quadro di opinione pubblica che abbiamo descritto serve a nostro parere a fornire un'informazione in più relativamrnte alla riorganizzazione della strategia di un PD che in questi giorni sta anche mettendo in cantiere importanti trasformazioni sul piano organizzativo, con il nuovo statuto. Il fuoco sul PD è praticamente obbligato, visto che nel campo del centro-destra si registra già oggi una situazione strutturale di vantaggio, e non si vedono particolari problemi nella costruzione di una strategia programmatica comune che finora sta riscuotendo successo. Di conseguenza, a nostro parere, l'emersione di una situazione equilibrata e competitiva tra i due schieramenti (in un contesto, lo ricordiamo, di legge elettorale che contiene ancora importanti elementi maggioritari) passa dall'adozione da parte del PD di una strategia capace di riassorbire una parte importante dei voti del M5S in un contesto di competizione bipolare.

Ricerca

  • The electoral instability in party competition as an evidence of the European crisis

    Nell'intervista a Luiss Open del 7 Ottobre 2019, Vincenzo Emanuele presenta i risultati di un recente articolo pubblicato su Government and Opposition e scritto in collaborazione con Alessandro Chiaramonte e Sorina Soare. Riportiamo di seguito il testo integrale dell'intervista.

    Professor Emanuele, based on your experience, what are the competences that must belong to a researcher interested in political party systems?

    The fundamental feature is flexibility, from two particular points of view. Firstly, “flexibility” in terms of a great international openness: it is necessary to gain experience abroad, to avail of even short periods visiting other universities that deal with issues close to one’s own. This enables us not only to build a network of relationships with other teachers, but also to be able to go into details regarding one’s specific study topic: in our case, for example, it means being able to closely study the party systems of the host country. Secondly, “flexibility” means having the ability to adapt one’s own research product to the journal to which it is addressed, therefore also being able to “model” one’s own research based on the target of the communication.

    Furthermore, another skill, which is fundamental not only for a political science researcher but for anyone who undertakes an academic career, is the study of the theory, an in-depth knowledge of the classics of the literature that constitute the natural starting point for any kind of research. Even if we seek to undertake a kind of research whose impact goes beyond the limits of the political science, our starting point must always be the theoretical basis of the classics: specifically, those who want to understand, and study party systems must begin from the theories of Giovanni Sartori, Peter Mair, etc.

    Focusing on the paper, you and your coauthors showed how, after the end of the Cold War, a rather clear division has persisted for a long time between the party systems of the countries of Western Europe and those of Eastern Europe. Can you explain in what sense?

    The party systems of Western Europe and Eastern Europe have historically been considered to be two separate worlds that did not dialogue with each other.

    Western Europe has always been characterized by a great stability of party systems. This is explained by the “social cleavage theory”, formulated by the two sociologists Lipset and Rokkan, according to which the parties are born from certain social “fractures” (or “cleavages”) of modern society. Once institutionalized, these party systems tend to remain stable, because each party is linked to a specific social group of voters, and as long as that particular social group is significant, as long as it has a role in society, it will continue to vote for that specific party: as a consequence, a stability of social groups will be mirrored by a stability of the parties.

    Whereas in Central Europe the period between 1945 and 1990 was characterized by great electoral stability, Eastern Europe was run by authoritarian systems, and thus lacked the kind of democratic experience that has structured Western party systems. After the fall of the Wall, democracy returned to Eastern Europe in a sudden manner: in a way that had not been adequately prepared in terms of the relationship between the populace, that is the electoral body, and the political elites. For this reason, the Eastern European party systems were immediately characterized by instability: in the absence of structured links between social groups and political elites, in every election, the changes of the political elites went hand in hand with the changes in the citizens’ electoral preferences.

    This was the status quo up until the impact of the economic crisis in Western Europe: as we explain in our paper, it produced an acceleration of the convergence process between the two regions, which to a certain extent led Western Europe to become increasingly similar to Eastern Europe. What is surprising is that this empirical result is the opposite of what a long tradition of research prophesized, namely an adaptation of Eastern Europe to the canons of Western Europe. Indeed, it was always believed that Eastern European countries tended to be more unstable, due to the fact that democracy was recently formed and therefore the “rules of the game” had not yet been introjected by political actors (both citizens and political elites), but over time there would have been a process of institutionalization that would have rendered Eastern European countries increasingly stable, like those of Western Europe. Instead, what is happening is indeed a process of convergence, but in the opposite direction to the one predicted: that is, Western Europe is becoming increasingly unstable, adapting to the canons of Eastern Europe.

    You have talked about “convergence”: can you explain this concept in a little more detail?

    At the basis of the concept of “convergence” lies “electoral stability and instability”, which is manifested by the “electoral volatility” variable, a measure that quantifies the electoral change at an aggregate level, or the percentage of voters who have changed their vote between two subsequent elections: if in two consecutive elections the parties get exactly the same percentage of votes, there will be an electoral volatility of 0%; a volatility of 100%, on the other hand, would mean that the party systems resulting from two consecutive elections are entirely different. Therefore, the greater the aggregate electoral change in two successive elections – that is, the more that citizens have changed their vote – the higher the level of volatility will accrue. And the higher the volatility, the more unstable the system is.

    When we talk about the convergence process, we mean a convergence of electoral volatility levels. In the past, Western Europe tended to be highly stable, with a level of electoral volatility of about 10%, which is considered quite low; in Eastern Europe, instead, volatility levels were constantly higher than 20%, which Peter Mair already considered very high. Between 1990 and 2016, which is the last year considered by our research, there was a convergence process during which the levels of volatility between the two regions have come closer: there was a slight decrease in volatility in Eastern Europe, and conversely a massive increase in volatility in Western Europe. In terms of the end point, which is the one of the last few years following the economic crisis, from a statistical perspective the two regions are indistinguishable, for there is no statistical significance that allows us to identify a  Western European country from an Eastern European country based on electoral volatility. Eastern Europe remains overall “a little more volatile” than Western Europe, but on a statistical level this difference has been exhausted: the convergence process has now occurred, but as a result Europe is overall more unstable than it was 10-15 years ago.

    Naturally, this result has an immediate empirical interest. In our opinion, however, it is especially important in terms of democratic endurance, namely the consequences that this convergence will have on the democratic process. In fact, electoral instability has negative consequences on the citizens’ trust in democracy, in political parties, in the process of accountability (the process of responsibility that connects voters and elected representatives). Whereas all of these elements have been already studied considering other regions of the world, especially Latin America, in Western Europe we did not recognize them, precisely because we were used to a situation of strong stability. Our study can thus also open a new line of research – which I am already working on, indeed – regarding the actual consequences of this so-called “de-institutionalization” process –  the “progressive increase of electoral instability” process – in Western Europe.

    Are we faced with a model in which one party system prevails over another, or are we facing a real disappearance and disintegration of one compared to the other?

    Actually, neither one nor the other: a prevailing model does not exist, given that there are heterogeneities even within the two regions. Nevertheless, we are faced with a general process of de-institutionalization, which means an increase in the unpredictability of party systems. Party systems are nothing more than “aggregates” which are formed based on the interactions and relations between political parties. This happens when these interactions become unpredictable – because new parties constantly emerge, old parties die, and there are thus significant exchanges of votes between parties. Such a situation, however, is a model compatible with democracy: in Eastern Europe it has always been this way. Naturally, though, this model is compatible with a poor quality democracy, because high unpredictability means that citizens tend to be less aware of what the political offer is when they vote, and it therefore means that political parties and political elites are less responsible, since they will no longer be accountable to the voters for their work. So, in summary, democracy is not endangered by deinstitutionalization, but its quality level certainly worsens.

    We are witnessing the current return of nationalisms and the emergence of sovereignty: how much is this de-institutionalization process the cause, and how much is it a symptom and a consequence?

    In this case we must distinguish between two parallel processes. On the one hand, we have the case of already existing nationalisms and parties, that is, parties that have already been in the political framework and that have subsequently become ideologically oriented towards nationalism and populism: they have had an ideological shift towards a radicalization of the system. On the other hand, there is the fact that new parties emerge, and old parties die, and this accelerates the changing of interactions, for a reorganizing political system implies a growth in unpredictability for the system. Not to mention those occasions when whoever emerges and become increasingly important are new parties which are particularly polarized on nationalism, sovereignty and populism: this is the case of Italy with the birth of Five Stars Movement in 2013, or of Spain with Podemos, but we could mention many others. This also leads to a stress on the system, because political actors must readjust and re-adapt their interactions (from interactions between majority and opposition within the Parliament, to electoral interactions relating to the coalition processes, and so on) to cope with the emergence of these new subjects.

    So, on the one hand these processes are clearly a cause of de-institutionalization, while on the other de-institutionalization accelerates such processes, because it provides new opportunities to the political entrepreneurs who want to form new parties, given that in a totally unstable situation the possibilities increase for all. A manifestation of this instability is also the volatility of voting intentions, not only of the actual vote, which changes substantially with a very high frequency. For example, think of how many points the Five Stars Movement has lost from the political elections to the present, and how many the League has earned: just over a year has passed, we are in theory in a situation of potential stability, because we have a government, an opposition, etc. And yet, upon comparing the current situation with the one at the time of the political elections, it seems that we are looking at two different party systems, given the extent to which the dynamic has been triggered that renders the electorate’s preferences extremely fluid.

  • Issue Competition Comparative Project: online dati ed un numero speciale di West European Politics

    Sei importanti paesi al voto tra 2017 e 2018, 40 partiti, ma soprattutto due anni e mezzo di lavoro da parte di 21 studiosi da 13 diverse università europee e americane, coordinati dal CISE in un progetto diretto da Lorenzo De Sio. Sono questi i numeri dell'Issue Competition Comparative Project: un progetto che ha mostrato come, in un contesto sempre più post-ideologico, la competizione partitica vada ormai letta in termini di posizioni e credibilità su specifici temi d'attualità e di policy.

    E' questa l'impostazione di fondo che ha ispirato il disegno generale di questa ampia ricerca internazionale, che ha raccolto e analizzato dati relativi sia all'opinione pubblica (con sondaggi CAWI dedicati) che alle strategie attuate dai partiti (con monitoraggio della comunicazione dei partiti su Twitter), esaminando la sequenza di elezioni politiche che ha portato al voto sei importanti paesi europei (Olanda, Francia, Regno Unito, Germania, Austria, Italia) nel turbolento periodo che è seguito al referendum sulla Brexit e all'elezione di Donald Trump alla Casa Bianca.

    Un progetto di ricerca i cui dati e risultati sono da oggi accessibili alla comunità scientifica, ai media, e a tutti i cittadini interessati. I primi risultati sono già stati divulgati negli ultimi due anni in una serie di articoli sul sito CISE, poi raccolti in un Dossier CISE sia in versione italiana che in inglese; la novità di questi giorni è invece la pubblicazione di:

    - tutti i dati di sondaggio e di Twitter del progetto ICCP: da oggi scaricabili dall'archivio internazionale GESIS e utilizzabili liberamente per finalità di ricerca scientifica;

    - un numero speciale della rivista scientifica internazionale West European Politics (curato da Lorenzo De Sio e Romain Lachat) interamente dedicato al progetto, con analisi dettagliate comparate e sui singoli paesi, da parte di 20 studiosi di 13 università europee e americane; la pubblicazione cartacea è prevista per il 2019, ma gli articoli sono già disponibili online sul sito della rivista.

    I risultati in sintesi

    La strategia di ricerca del progetto ICCP si basa su un disegno fortemente innovativo, in cui per la prima volta gli atteggiamenti degli elettori vengono catturati su un numero molto ampio di temi di attualità (circa 30) specifici per ogni paese, e con una misurazione ricca che copre anche le credibilità che i cittadini assegnano ai diversi partiti su ogni tema. Utilizzando questa strategia (descritta in un articolo di D'Alimonte, De Sio e Franklin) è quindi possibile identificare con precisione i temi più favorevoli per ciascun partito, e poi analizzare la comunicazione di quel partito su Twitter, per vedere quanto un partito riesce ad essere "strategico", ovvero riesce a sfruttare nel modo ottimale le opportunità che ha a disposizione.

    Una prima importante analisi comparata (presentata in un articolo di De Sio e Lachat) mette in evidenza come il contesto della competizione partitica in Europa Occidentale sia sempre più post-ideologico; sono sempre più diffusi tra gli elettori europei atteggiamenti di sinistra sull'economia (ruolo dello Stato) e di destra sull'immigrazione, che vengono sfruttati in modo efficace dai partiti "sfidanti" in contrapposizione a quelli tradizionali. E gli stessi "sfidanti" si contraddistinguono per enfatizzare una strategia di mobilitazione del conflitto (enfatizzando come le grandi trasformazioni del nostro tempo creino vincenti e perdenti), rispetto alla strategia per certi versi "tecnocratica" con cui i partiti tradizionali si presentano invece come competenti problem-solver. E' interessante vedere come, senza dover ricorrere alla complessa e controversa categoria del "populismo", sono queste due caratteristiche (post-ideologia; enfasi sul conflitto) a permettere di identificare in modo efficace la maggior parte dei partiti comunemente etichettati come "populisti", permettendo quindi anche di vedere quanto "populismo" c'è nei partiti tradizionali, e quali partiti si trovano in una posizione intermedia.

    Infine, un risultato rilevante emerge in un'analisi comparata (vedi l'articolo di De Sio e Weber) in cui si mira a spiegare le diverse fortune elettorali dei diversi partiti. I risultati sono sorprendenti: una caratteristica fondamentale per il successo di un partito è la capacità di sfruttare in modo efficace i temi giusti. Si tratta di un risultato per certi versi inatteso: a vincere nelle elezioni in Europa Occidentale nel 2017 e 2018 non sono stati necessariamente i partiti "populisti", ma semplicemente i partiti che hanno sfruttato al meglio i temi a loro più congeniali. Tra questi ci sono peraltro anche alcuni partiti "tradizionali", come ad esempio la ÖVP di Sebastian Kurz in Austria, di nuovo vittoriosa nelle elezioni di pochi giorni fa. Un esempio della tendenza che emerge dall'articolo, e che quindi getta una luce nuova anche sul futuro dei partiti tradizionali: non sono affatto condannati ad estinguersi di fronte ai partiti "populisti", a patto che siano in grado di rispondere in modo efficace alle domande dell'elettorato.

    Queste tendenze generali vengono poi esplorate in dettaglio in sei analisi dedicate ai singoli paesi, di cui tre sono già disponibili online:

    - Nel loro articolo sulla campagna elettorale italiana del 2018, Vincenzo Emanuele, Nicola Maggini e Aldo Paparo hanno analizzato le strategie dei partiti italiani e la loro coerenza con la struttura delle opportunità fornite dalla configurazione dell'opinione pubblica italiana. Gli autori mostrano una complessiva 'incoerenza' ideologica degli elettorati dei principali partiti in termini di posizioni assunte sui vari temi, se viste secondo una classica prospettiva ideologica novecentesca. Si tratta di una dinamica che quindi emerge come non peculiare dell'Italia, ma corrispondente a un modello post-ideologico diffuso anche in altri paesi. Tuttavia, i partiti in campagna elettorale sono stati nel complesso più 'coerenti' dei loro elettori dal punto di vista ideologico rimanendo più ancorati ad una tradizionale strategia di mobilitazione del conflitto di tipo novecentesco e non riuscendo quindi a sfruttare completamente i temi sui quali avevano le migliori opportunità elettorali. Parziali, ma significative eccezioni sono state la Lega e il Movimento 5 Stelle, ossia i due partiti emersi come i veri vincitori delle elezioni. La Lega, infatti, oltre ad enfatizzare tematiche di destra (soprattutto sul piano culturale), ha anche enfatizzato un obiettivo economico tradizionalmente sostenuto dai sindacati come la riduzione dell'età pensionabile, mentre il Movimento 5 Stelle ha focalizzato la sua campagna su temi di valence, per definizione non ideologici in quanto non divisivi. Infine, gli autori mostrano come, in generale, i partiti abbiano agito strategicamente, enfatizzando quelle issues che garantiscono maggiori opportunità di espansione elettorale, sebbene con variazioni rilevanti tra i partiti, con i partiti del centrodestra e Più Europa che sono risultati i più strategici, mentre all'estremo opposto Liberi e Uguali non lo è stato affatto.

    - Carolina Plescia, Sylvia Kritzinger e Patricia Oberluggauer hanno comparato le diverse strategie adottate dai partiti in Austria durante la campagna elettorale del 2017. Due sono in particolare gli approcci considerati: da una parte il cosiddetto ‘riding the wave’, secondo cui i partiti tendono ad enfatizzare le issues che sono attualmente più rilevanti per tutto l’elettorato; dall’altra, invece, il modello dello ‘issue yield’, che suggerisce invece che i partiti agiscono strategicamente, enfatizzando quelle issues che garantiscono maggiori opportunità di espansione elettorale. L’articolo mostra che l'ÖVP è stato il partito austriaco che più di ogni altro ha adottato un comportamento strategico in linea con quanto previsto dallo ‘issue yield model’: si tratta peraltro del vincitore delle elezioni del 2017 (che peraltro è diventato addirittura trionfatore nelle recentissime elezioni del 2019).

    - Nello studio sul Regno Unito, Cristian Vaccari, Kaat Smets e Oliver Heath hanno esaminato il sostegno pubblico alle strategie elettorali dei principali partiti durante la campagna elettorale del 2017. Attingendo al quadro teorico dello ‘issue yield model’, l'articolo mostra che la campagna del partito Conservatore non si è concentrata su quelle issues che avrebbero ampliato le opportunità di espansione elettorale del partito. Al contrario, i laburisti, pur prendendo una chiara posizione di sinistra su molte politiche popolari all’interno del proprio elettorato tradizionale, hanno enfatizzato abilmente anche valence issues (vale a dire, temi non divisivi all’interno dell’elettorato) sulle quali il Labour era spesso visto come più credibile rispetto agli avversari.

  • Explaining the impact of new parties in the Western European party systems

    Negli ultimi anni, i sistemi di partito dell'Europa occidentale sono risultati permeabili all'ingresso di nuovi partiti. Nuove formazioni politiche hanno ottenuto successi elettorali rilevanti, ottenendo rappresentanza in parlamento e, in alcuni casi, accedendo al governo dei rispettivi paesi. Si pensi, solo per menzionare i casi più noti, al Movimento Cinque Stelle, a Podemos, Ciudadanos e Vox in Spagna, al partito del Presidente Macron (La Republique en marche) in Francia, ad Alternativa per la Germania o ad Alba Dorata in Grecia.

    Cosa spiega il successo dei nuovi partiti in Europa occidentale? Quali fattori sono responsabili della capacità dei nuovi partiti di emergere come attori di successo nell'arena elettorale, di ottenere seggi in Parlamento e posizioni di governo?

    Questo articolo, pubblicato sul Journal of Elections, Public Opinion and Parties, risponde a queste domande di ricerca sviluppando un'analisi comparata su 20 paesi dell'Europa occidentale dalla Seconda guerra mondiale a oggi. L'analisi empirica si basa su un dataset originale che raccoglie informazioni sull'innovazione elettorale, parlamentare e governativa del sistema partitico, ossia il successo dei nuovi partiti nelle diverse arene di competizione. Il dataset copre circa 350 elezioni e legislature e 670 governi in Europa occidentale.

    I risultati dell'analisi ci dicono che i sistemi di partito dell'Europa occidentale nell'ultima decade sono diventati molto più "innovativi" rispetto al passato sia a livello elettorale che parlamentare. Nell'arena del governo, invece, l'impatto dei nuovi partiti per il momento è stato più limitato. Il cambiamento nei livelli di affluenza alle urne sembra essere il principale fattore che determina il successo dei nuovi partiti in termini di voti e seggi ricevuti: più cambia il corpo elettorale rispetto alle precedenti elezioni (l'affluenza cresce o diminuisce) più i nuovi partiti hanno successo. Nell'arena del governo, invece, il fattore più importante sembra essere l'andamento dell'economia. I nuovi partiti vanno più facilmente al governo quando l'economia del paese versa in cattive condizioni.

    Questi risultati si inseriscono in un'ampia letteratura sull'impatto dei nuovi partiti e sollecitano la necessità di adottare una prospettiva larga di analisi che, anziché focalizzarsi esclusivamente sul successo elettorale, guardi anche alla penetrazione di queste forze politiche nelle arene decisionali. Solo così otterremo un quadro comprensivo e sistematico sull'impatto dei nuovi partiti e i fattori che spiegano il loro (variabile) successo.

    Scarica l'articolo qui

    Per citare l'articolo:

    Emanuele, V. and Chiaramonte, A. (2019), 'Explaining the impact of new parties in the Western European party systems', Journal of Elections, Public Opinion and Parties, DOI: 10.1080/17457289.2019.1666402.

    ABSTRACT
    In recent years, and particularly following the impact of the “great recession”, Western European party systems have undergone profound change. New parties have emerged and been successful, thus radically changing the structure of inter-party competition. So far, research on new parties has been mainly conducted from party-level and election-centred perspectives. Here, instead, we focus on party system innovation (PSInn), meaning the impact of new parties on Western European party systems, and on the factors that explain such impact, by adopting a systemic perspective and taking into account all the arenas where inter-party competition takes place (i.e. elections, parliaments and governments). For this purpose, this article relies on an original dataset on the performances of new parties in terms of votes, seats, and ministerial posts, covering about 350 elections and 670 governments in 20 countries, over the period 1945–2017. The results of the analysis show a notable increase in PSInn over the last decade, in particular with regard to the electoral and parliamentary arenas. Moreover, data show that PSInn in the electoral and the parliamentary arenas is mainly predicted by turnout change, while in the governmental arena is instead driven by the country’s economic performance.

  • Il congresso scientifico SISP 2019: undici presentazioni CISE

    Settembre si apre con l'evento annuale più importante per la scienza politica italiana: il convegno annuale della Società Italiana di Scienza Politica. L'evento - di respiro internazionale, e che quest'anno si terrà presso l'Università del Salento a Lecce, dal 12 al 14 settembre - ospiterà centinaia di ricercatori italiani e stranieri.

    Anche quest'anno il CISE parteciperà con una nutrita rappresentanza. Saranno ben undici i lavori che verranno presentati e discussi da studiosi CISE durante la conferenza. I temi trattati saranno molteplici e spazieranno dal comportamento di voto a livello locale alle tematiche relative all'Europa ed alla sua politicizzazione.

    Ecco l'elenco delle nostre presentazioni, con i relativi panel e il luogo di svolgimento. Partecipate numerosi!

    Giovedì 12 settembre

    Vincenzo Emanuele
    Bloc without foundations? Class cleavage strength and class bloc electoral support in Western Europe after WWII
    Panel: 9.4 European politics beyond left and right
    13.15-15.00 Monastero - Sala gradonata

    Lorenzo De Sio (con Andrea Ruggeri, Sara Bentivegna, Nicolò Conti, Fabio De Nardis, Stefania Profeti, Alessandra Russo, Laura Sartori, Filippo Tronconi)
    Sessione Plenaria - Le riviste di Scienza Politica in Italia
    17.30-19.15 Edificio Studium 6 - Aula 7-A1

    Venerdì 13 settembre

    Lorenzo Cini e Nicola Maggini
    Il voto a Firenze negli anni della crisi. Un’analisi dell’influenza del disagio socio-economico tra centro e periferia
    Panel: 9.6 e 9.8 (congiunto) Le elezioni locali e regionali nei sistemi di multilevel Governance 09.00-10.45 Studium 6 - Aula 2-B1

    Luca Carrieri e Davide Angelucci
    The Valence Side of the EU: Advocating for National Interests in Europe
    Panel: 12.3a Politicisation and Euroscepticism in the European Union: 'Bottom-up' and 'Top-down' Approaches
     09.00-10.45 Studium 6 - Aula 1-C1

    Nicola Maggini e Alessandro Chiaramonte
    Euroscepticism behind the victory of Eurosceptic parties in the 2018 Italian general election? Not quite like that
    Panel: 12.3b Politicisation and Euroscepticism in the European Union: 'Bottom-up' and 'Top-down' Approaches
    11.15-13.00 Studium 6 - Aula 1-C1

    Davide Angelucci e Maria Giulia Amadio Viceré
    Alive and Kicking? Liberal Intergovernmentalism and the Italian post-EUGS approach on migration
    Panel: 12.6 Turning the tide? The EU Global Strategy's implementation and the EU approach to migration
    14.00-15.45 Donato Valli - Aula 9

    Andres Santana, Jose Rama e Vincenzo Emanuele
    Unexpected partners? The evolving political profiles of the Lega and M5S voters in Italy, 2013-2018 
    Panel: 4.2b La crisi della sinistra in Italia (e in Europa)
    14.00-15.45 Sperimentale Tabacchi - Aula SP7

    Sabato 14 settembre

    Silvia Bolgherini, Selena Grimaldi e Aldo Paparo
    Assessing Voting Multi-Level Congruence in Italy and Spain
    Panel: 10.8 e 9.6b (congiunto) Le elezioni locali e regionali nei sistemi di multilevel governance
    09.00-10.45 Sperimentale Tabacchi - Aula SP4

    Alessandro Chiaramonte e Vincenzo Emanuele
    Party system institutionalization and its consequences on democracy
    Panel: 1.2b Crisi "della" democrazia, o crisi "nella" democrazia?
    11.15-13.00 Studium 6 - Aula 2-B1

    Irene Landini
    Saliency congruence and party preference change: an individual-level comparative analysis in Western Europe
    Panel: 1.2b Crisi "della" democrazia, o crisi "nella" democrazia?
    11.15-13.00 Studium 6 - Aula 2-B1

    Vincenzo Emanuele, Bruno Marino e Davide Angelucci
    The congealing of a new cleavage? The demarcation bloc between identity and competition in the European Parliament elections
    Panel: 9.1b The 2019 European election in Eurosceptic times: still second order elections?
    11.15-13.00 Sperimentale Tabacchi - Aula SP7

    Aldo Paparo, Lorenzo De Sio e Davide Angelucci
    Europe or Italy? The impact of EU-related and domestic issues on vote choice in the 2019 European Parliament election in Italy
    Panel: 9.1b The 2019 European election in Eurosceptic times: still second order elections? 11.15-13.00 Sperimentale Tabacchi - Aula SP7


Volumi di ricerca

  • Il voto del cambiamento: le elezioni politiche del 2018

  • Cleavages, Institutions and Competition

  • Young People’s Voting Behaviour in Europe. A Comparative Perspective

  • Terremoto elettorale. Le elezioni politiche del 2013

  • Competizione e spazio politico. Le elezioni si vincono davvero al centro?

  • La politica cambia, i valori restano? Una ricerca sulla cultura politica dei cittadini toscani

  • Proporzionale se vi pare. Le elezioni politiche del 2008

  • Elettori in movimento. Nuove tecniche di inferenza ecologica per lo studio dei flussi elettorali

  • La legislazione elettorale in Italia. Come migliorarla e perché.

  • Riforme istituzionali e rappresentanza politica nelle Regioni italiane


Dossier CISE

  • The European Parliament Elections of 2019 – individual chapters in PDF

  • The European Parliament Elections of 2019 – the e-book

  • “Goodbye Zona Rossa”: Online il Dossier CISE sulle elezioni comunali 2018

  • Dossier CISE “Goodbye Zona Rossa”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • “Gli sfidanti al governo”: Online il Dossier CISE sulle elezioni del 4 marzo

  • Dossier CISE “Gli sfidanti al governo”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • The year of challengers? The CISE e-book on issues, public opinion, and elections in 2017

  • The year of challengers? Individual PDF chapters from the CISE e-book

  • “Dall’Europa alla Sicilia”: Online il Dossier CISE su elezioni e opinione pubblica nel 2017

  • Dossier CISE “Dall’Europa alla Sicilia”: Scarica i singoli articoli in PDF