Attualità

  • De Luca al 65%, pesca voti anche da Lega e M5S

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 3 Luglio

    Il Covid 19 ha fatto bene a Vincenzo De Luca. Ma non è solo la pandemia che può spiegare l’eccezionale livello di consenso che il sondaggio Winpoll-Arcadia (Figura 1) attribuisce all’attuale presidente della regione Campania. Pare che oggi la Campania di De Luca sia assimilabile al Veneto di Zaia. Sono le due regioni, tra le sette in cui si voterà a Settembre, in cui l’esito del voto sembra del tutto scontato. Secondo le stime di questo sondaggio il 65,4% degli elettori campani voterebbe De Luca contro il 21,9% che voterebbe il candidato del centro-destra Stefano Caldoro e il 10,9% Valeria Ciarambino, esponente del M5s. Anche tenendo conto del fatto che gli astensionisti e gli indecisi sono tanti si tratta di un dato straordinario. Delle due l’una: o il campione su cui si basa questo sondaggio è del tutto non rappresentativo o siamo di fronte a uno di quei casi in cui un leader politico è diventato talmente popolare da travalicare prepotentemente gli schieramenti politici. Esattamente come è successo in Veneto con Zaia. La seconda ipotesi è decisamente la più probabile. Non solo questi dati, ma molti altri indizi tendono a confermarla.

    Fig. 1 – Sondaggio Winpoll-Arcadia sulle regionali in Campania

    Quello di De Luca è decisamente un successo personale. Sulla base delle intenzioni di voto delle liste che lo sostengono la sua coalizione può contare sul 45,1%. In Campania gli elettori possono esprimere un voto disgiunto. Possono votare un partito appartenente a una coalizione e il candidato-presidente di un’altra. Nel caso di De Luca la differenza tra la stima del voto a lui come candidato-presidente (65,4%) e il voto alle liste che lo sostengono (45,1%) è di 20 punti percentuali. Un dato ancora più sorprendente se si considera che all’interno del 45,1% di voti alla coalizione c’è un 19,8% di voti a liste che in un modo o nell’altro si richiamano a lui. La somma dei voti dei partiti di centro-sinistra (dal Pd a Renzi e Calenda per intenderci) non arriva al 25%. E questo la dice lunga sulla capacità di De Luca di sconfinare verso elettorati non tradizionalmente o stabilmente di centro-sinistra.

    La dimostrazione di quanto abbiamo appena detto è nei flussi elettorali. Quei 20 punti percentuali in più che fanno arrivare De Luca al 65% sono la somma di 10 punti persi da Caldoro e 10 punti persi dalla Ciarambino. Il tutto confermato dai flussi tra le ultime europee e le intenzioni di voto rilevate dal sondaggio Winpoll-Arcadia. Infatti, il 56% di coloro che hanno votato Lega alle Europee e il 49% degli elettori del M5s si dichiarano oggi intenzionati a votare De Luca. Un’altra conferma viene dai dati sulla fiducia. Non solo il 78% degli elettori campani dice di avere molta o abbastanza fiducia in lui ma è ancora più rivelatore che la pensi allo stesso modo il 68% degli elettori della Lega, il 72% dei 5 Stelle e il 65% di quelli di Fdi. Insomma, un plebiscito. Tanto più che i giudizi positivi sull’operato dell’amministrazione regionale sono passati dal 42% del sondaggio Winpoll-Arcadia dello scorso Dicembre al 75% di oggi, come fa notare Domenico Giordano di Arcadia.

    Come si spiega tutto ciò? L’elettorato meridionale in generale, e ancora più quello campano, è un elettorato mobile, emotivo e razionale allo stesso tempo. La pandemia ha fornito a De Luca l’occasione di risvegliare l’orgoglio dei campani come era riuscito a fare Bassolino all’inizio della sua esperienza come sindaco di Napoli. La sua capacità di comunicazione, venata di istrionismo, ne ha fatto un personaggio nazionale. Cosa che non sembra dispiacere quando si abbina alla percezione che l’istrione è anche un capace amministratore. E De Luca ha dimostrato di esserlo. In primis a Salerno. Ma ciò detto, non si può dimenticare l’altra faccia della medaglia, quella della razionalità politica. De Luca già nel 2015, e ancora più oggi, ha tessuto una fitta rete di rapporti politici e clientelari. Nel 2015 riuscì a battere Caldoro grazie all’appoggio ricevuto all’ultimo minuto da De Mita. Oggi tra i suoi sostenitori c’è anche Mastella, tanto per fare un esempio. È la combinazione di questi diversi fattori che spiega il fenomeno De Luca.

    Quanto ai partiti singolarmente presi, questo non è il tipo di competizione in cui se ne può misurare la consistenza effettiva. A livello locale prevalgono personalizzazione e frammentazione. Ciò premesso, il M5s conferma di avere una sua base di consensi che ne fa insieme al Pd il partito più votato con una percentuale intorno al 21. È il doppio della stima attribuita a Lega e Fdi. Sono tutti dati falsati dalla capacità di attrazione del governatore uscente. Ma ciò non toglie che grazie a De Luca questa sembra essere una delle regioni in cui il centro-sinistra ha concrete possibilità di vittoria a Settembre.

  • La controriforma elettorale

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 27 Giugno

    Questa settimana è iniziata in Commissione Affari Costituzionali della Camera la discussione sulla controriforma elettorale. Si tratta del progetto di ritorno al proporzionale concordato tra Pd e M5s e firmato da Giuseppe Brescia, esponente del M5s e presidente della suddetta Commissione. Il sistema che si vorrebbe introdurre in sostituzione dell’attuale Rosatellum è un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento del 5%. Per i partiti che non arrivano alla soglia, ma che soddisfano determinate condizioni, è prevista la possibilità di ottenere seggi sotto forma di un diritto di tribuna. Non c’è il voto di preferenza. Per garantire la parità tra uomini e donne i candidati sono collocati in lista secondo un ordine alternato di genere. Ma questi ultimi sono dettagli. La sostanza è che siamo davanti al tentativo di tornare al passato.

    Naturalmente i sostenitori di questa controriforma rifiutano l’etichetta di nostalgici della Prima Repubblica. Sono pronti a sottolineare che a differenza del sistema elettorale allora in vigore il nuovo sistema prevede una soglia elevata. In effetti il 5% è una soglia alta. E questo è un aspetto positivo del progetto. Ma chi conosce la storia delle soglie elettorali nel nostro paese e chi sa contare i voti dentro Camera e Senato di oggi sa bene che questa soglia è uno specchio per le allodole. Non verrà mai approvata. Ci sarà un compromesso al ribasso. Forse il 4%, ma non è detto che non sia il 3%. E allora si dirà che in fondo è cosa buona e giusta favorire la rappresentatività delle minoranze, anche se questo va a scapito della funzionalità del sistema. La rappresentatività prima di tutto.            

    Dopo la destrutturazione del sistema partitico della Prima Repubblica il Parlamento italiano è stato eletto fino ad oggi con sistemi elettorali misti. Per la precisione sono stati tre. Il primo -la legge Mattarella- era un sistema prevalentemente maggioritario con una quota del 75% di collegi uninominali. È stato utilizzato nelle elezioni del 1994, 1996 e 2001. Il secondo -la legge Calderoli- era un sistema proporzionale con premio di maggioranza. È stato utilizzato nelle elezioni del 2006, 2008, e 2013. Il terzo -la legge Rosato- è un sistema prevalentemente proporzionale con una quota di circa un terzo di collegi uninominali. È stato utilizzato nella elezione del 2018. Sette elezioni tre sistemi elettorali diversi. Senza contare l’Italicum e quelli introdotti dalla Corte Costituzionale, visto che con questi non si è votato.

    Tre sistemi diversi ma accomunati da una caratteristica cruciale. Sono tre sistemi che hanno incentivato le forze politiche a decidere prima del voto con chi allearsi per governare il paese. Con questi sistemi si è passati da un modello di competizione fondato sulle coalizioni post-elettorali della Prima Repubblica a un modello basato sulle coalizioni preelettorali della Seconda. Non solo. Fino al 2013 il sistema elettorale ha prodotto maggioranze di governo come espressione del voto popolare. Sono stati gli elettori a decidere ‘direttamente’ il governo del paese e non i partiti dopo il voto. In altre parole, il sistema elettorale è stato decisivo perché ha assegnato una maggioranza assoluta di seggi alla coalizione con più voti. Certo, nel 2013 questo esito non c’è stato perché il successo del M5s e della coalizione di Monti ha messo in evidenza un grave difetto della riforma elettorale del 2005 legato al meccanismo di assegnazione dei premi al Senato. La riforma Rosato non ha reintrodotto un sistema elettorale decisivo, come si è visto nelle elezioni del 2018, perché la quota di collegi uninominali è troppo esigua. Ma quella riforma aveva comunque conservato l’incentivo per i partiti a dichiarare le alleanze prima del voto.

    Coalizioni preelettorali, ruolo decisivo degli elettori, maggioranze di governo uscite dalle urne, alternanza sono le caratteristiche del modello di democrazia italiana degli ultimi 26 anni. È un modello che ha trovato applicazione anche ai livelli sub-nazionali, nei comuni e nelle regioni, dove è rafforzato dalla elezione diretta del capo dell’esecutivo. È quello che ci piace chiamare ‘modello italiano di governo’ per sottolinearne la originalità.

    Il progetto di riforma elettorale in discussione rappresenta la rottura di questo modello e l’abbandono del tentativo di costruire una democrazia fondata su un equilibrio più efficiente tra rappresentatività e governabilità. L’approvazione del sistema elettorale in discussione significherebbe il ritorno alla democrazia della delega. Una delega in bianco ai partiti a fare dopo il voto gli accordi che preferiscono, senza una approvazione preventiva da parte degli elettori. Il paradosso è che questo cambiamento è voluto principalmente dal M5s, il partito che ha fatto della democrazia diretta il suo obiettivo ideale.

    I sistemi elettorali sono uno strumento che può favorire o meno la creazione di governi stabili. Non sono certo il solo meccanismo. Ma in questa fase della politica italiana per trovare un giusto equilibrio tra rappresentatività e governabilità abbiamo bisogno o dei collegi uninominali o del premio di maggioranza. Senza uno di questi due meccanismi il rischio, per non dire la certezza, è quello del ritorno a governi ancora più instabili degli attuali e a elettori sempre più delusi e disorientati. Ce lo possiamo permettere per soddisfare il desiderio del M5s di avere le mani libere e correre da solo alle prossime elezioni?

  • Conte, per un premier senza partito la sfida di amalgamare PD e M5S

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 12 Maggio

    Non ho mai incontrato Giuseppe Conte. Forse ci siamo incrociati nei corridoi dell’Università di Firenze quando lui era professore nella Facoltà di Giurisprudenza e io ero a Scienze Politiche. L’ho visto da vicino (si fa per dire) una sola volta. È stato a Ottobre del 2019 alla Mostra d’Oltremare di Napoli. Ero a Napoli per altri motivi proprio il weekend in cui il M5s festeggiava il decennale dalla sua fondazione. Mi sono seduto sugli spalti insieme a migliaia di aderenti, come se fossi uno di loro. Prima ha parlato Di Maio. E successivamente è stata la volta di Conte.

    Ero molto curioso di sentirlo parlare agli iscritti del Movimento. E la mia curiosità è stata subito ripagata appena l’ho sentito rivolgersi a loro con la seconda persona plurale. I vostri valori, il vostro progetto e così via. Era il presidente del consiglio che parlava, non il leader scelto dal Movimento per ricoprire quella carica prima con la Lega e poi con il Pd. Conte non si presentava come uno del Movimento. E la cosa è diventata ancora più chiara quando immediatamente dopo il suo discorso è stato intervistato sul palco insieme a Di Maio e a una precisa domanda del giornalista che gli chiedeva se si sarebbe mai iscritto a un meet-up la risposta è stata un chiaro e secco no. Eppure prima e dopo l’intervista lui, non Di Maio, è stato il leader più applaudito dai grillini assiepati sugli spalti. Ho pensato a una famosa frase di Churchill a proposito degli inglesi e l’Europa: sono con voi ma non sono uno di voi.

    Questo è il rapporto che lega Conte al Movimento. E lui non ne ha mai fatto mistero. Eppure, la metà degli elettori pentastellati pensa che sia uno di loro (Figura 1), come risulta dal sondaggio Winpoll-Sole24Ore. Qualcuno pensa addirittura che sia più vicino al Pd e il 41% non lo considera vicino né al Movimento né al Pd. Già questo ci fa capire che siamo di fronte a un fenomeno peculiare. Tanto più che i nostri dati dicono che una fetta non irrilevante degli elettori del Pd, il 24%, pensa che sia più vicino al loro partito che al M5s.

    Fig. 1 – La vicinanza politica di Giuseppe Conte. Fonte: Winpoll-Il Sole 24 Ore 

    Giuseppe Conte per sua stessa ammissione è un leader senza partito. Non esiste un caso simile in tutta Europa. Forse al mondo. E si badi bene non è un tecnico. Non si considera tale. E non è considerato tale. Non è paragonabile a Ciampi, Dini o a Monti. È un politico sui generis. È questo che rende la sua figura così anomala e allo stesso tempo così intrigante.

    Per certi aspetti il Conte di oggi ricorda Romano Prodi. Anche lui professore, di economia nel suo caso, prestato alla politica e diventato due volte Presidente del Consiglio. Anche Prodi non aveva un partito alle spalle. La Dc da cui proveniva era sparita. Invece di farsi un partito si è inventato un progetto: l’Ulivo. Cosa era l’Ulivo? Era il tentativo di amalgamare due culture: quella cattolica progressista e quella ex comunista. Conte non ha un progetto simile. Naviga a vista. Prima è stato il mediatore tra Lega e M5s. Adesso svolge lo stesso ruolo tra Pd e M5s. Lo fa bene. Tanto bene da essere diventato indispensabile agli uni e agli altri. È difficile oggi immaginare un altro governo con questa maggioranza senza Conte. Con buona pace di Renzi e di quella parte della leadership del Movimento che non lo sopporta più. Domani non si sa.

    Può essere che la crisi economica prenda una piega talmente catastrofica da non potere essere gestita da un governo con una maggioranza così fragile. In questo caso è difficile che Conte possa restare al suo posto. Ma del domani non c’è certezza. E allora si può continuare a ragionare sul possibile futuro del nostro anomalo presidente del consiglio. Se questo governo durerà, il confronto con Prodi diventerà più pregnante. Conte, come Prodi, potrebbe diventare il leader del polo di centro-sinistra in un sistema non più tripolare.  Sarebbe l’artefice di un nuovo bipolarismo fondato sulla alleanza organica tra Pd e Movimento. Né più né meno di quello che Prodi fece con Ds e Margherita.

    C’è chi inorridisce di fronte a questo scenario pensando alla natura del Movimento e alla sua inaffidabilità. È certamente opinione plausibile, ma intanto l’attuale esecutivo è fondato su questa alleanza che per molti sarà pure innaturale e temporanea, ma è quella che ci consente di avere al governo l’unico grande partito europeista in un momento in cui il rapporto con l’Europa per noi è decisivo. Non c’è dubbio che l’obiettivo di amalgamare Pd e M5s si presenta oggi di gran lunga più arduo del progetto ulivista. Più arduo ma non meno importante. Anzi. In gioco non c’è solo la creazione di un polo alternativo a quello della destra, ma il consolidamento definitivo della nostra appartenenza all’Unione. Prodi ci ha portato dentro l’Euro. Conte ci farebbe restare.

    La differenza tra i due è che il progetto di Prodi è stato facilitato da due sistemi elettorali prevalentemente maggioritari che ‘costringevano’ i partiti ad allearsi prima del voto. Quello di Conte deve vedersela con un sistema elettorale prevalentemente proporzionale. Non è una differenza da poco. Tanto più che quello che oggi è ancora un sistema misto potrebbe domani diventare un sistema totalmente proporzionale. E allora sarebbe tutta una altra storia. Ma per ora c’è la pandemia, che rappresenta un rischio ma anche una grande opportunità. Se Conte riuscisse a gestire in maniera efficace l’emergenza economica con i soldi dell’Unione Europea quello che oggi sembra a molti un progetto irrealistico potrebbe non essere più tale. 

  • Nessuno scambio di voti PD-M5S: così i flussi sostengono l’alleanza

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 5 Maggio

    La stabilità delle coalizioni di governo dipende da molti fattori. Uno di questi è l’equilibrio nei rapporti di forza a livello elettorale tra i partiti che ne fanno parte. Se lo stare insieme al governo fa perdere voti, o ne fa guadagnare, in maniera consistente all’uno o all’altro dei partiti alleati prima o poi le coalizioni si sfasciano. Tanto più se il fenomeno interessa uno dei partiti maggiori. Un caso esemplare è stato il primo governo Conte. Quando fu formato nel Giugno del 2018 il M5s aveva il 33% dei consensi e la Lega di Salvini il 17%. I dati sono quelli delle elezioni politiche del 2018. Quando è caduto i sondaggi dell’epoca davano il M5s sotto il 20% e la Lega sopra il 30%. Le elezioni europee del 2019 hanno sostanzialmente confermato il dato dei sondaggi.

    Tra il Conte I e il Conte II c’è una grossa differenza. La figura 1 ci dice quale. I dati sono quelli del sondaggio Winpoll-Sole24Ore già utilizzati sulle pagine di questo giornale la settimana scorsa (28 Aprile) e elaborati dal Cise. Lo spessore delle fasce colorate misura la consistenza dei flussi. Il punto rilevante è che da quando si sono messi insieme Pd e M5s non hanno sottratto molti voti l’uno all’altro, come invece si era verificato in misura massiccia tra M5s e Lega ai tempi del Conte I.

    Fig. 1 – Flussi elettorali fra europee 2019 (sinistra) e intenzioni di voto dal sondaggio Winpoll-Sole24Ore del 23 aprile 2020 (destra), percentuali sull’intero elettorato.

    Uno scambio di voti tra Movimento e Pd c’è stato, ma modesto. Solo il 4% degli elettori che hanno votato M5s alle elezioni europee del 2019 voterebbe oggi Pd. Un flusso in parte compensato da un 2% di elettori Pd delle Europee orientati a votare il Movimento. Durante il Conte I invece il flusso di voti pentastellati in uscita verso la Lega di Salvini è stato molto più consistente, tra il 15% e il 20% secondo le nostre stime. Tra Lega e M5s continua esserci un passaggio di voti più significativo che tra Pd e Movimento, ma è diventato uno scambio e non un flusso unidirezionale. Infatti, il M5s perderebbe verso la Lega l’8% dei voti ma gliene sottrarrebbe esattamente la stessa percentuale.

    In questa fase della politica italiana sono altri i flussi più consistenti. In particolare quelli dalla Lega a Fratelli d’Italia e dal Pd a Italia Viva. Ma ciò che conta ai fini del nostro ragionamento sulle prospettive di durata del governo è l’elevato tasso di fedeltà dell’elettorato del Pd e di quello del M5s. In entrambi i casi siamo intorno al 70%. In breve, il M5s ha fermato l’emorragia di voti. La media dei sondaggi della scorsa settimana lo dà poco sotto il 15%. Più o meno dove era a Settembre dello scorso anno. Mentre il Pd ha guadagnato, ma non tanto da suscitare il risentimento del partner.

    Dunque, sul piano elettorale i due maggiori partiti di governo non si fanno concorrenza. Basta questo per prevedere lunga vita al Conte II?  Certamente no. Ma ciò non toglie che l’equilibrio elettorale è una condizione importante di convivenza. Poi ci sono le politiche. In che misura gli elettorati dei due partiti hanno posizioni convergenti sui temi più importanti della agenda politica? Quando fu formato, l’attuale governo suscitò molte perplessità. Era opinione largamente diffusa che Pd e M5s fossero incompatibili sul piano dei programmi. In realtà non è mai stato veramente così. L’incompatibilità era più antropologica che programmatica. Il M5s è nato a sinistra e anche quando si è spostato verso destra ha portato con sé molti dei suoi valori originari. I dati del sondaggio Winpoll-Sole24Ore confermano che su molte questioni all’ordine del giorno gli elettori del M5s sono più vicini a quelli del Pd che a quelli della Lega e di Fdi (si veda cise.luiss.it). Tranne che su una questione: l’Europa.

    Sulle differenze tra Pd e M5s in tema di rapporti con l’Unione Europea abbiamo già scritto su questo giornale. Su questo tema i due partiti divergono significativamente. È vero che gli elettori del Movimento sono meno euroscettici di quelli di Lega e Fdi, ma di certo non condividono l’europeismo di quelli del Pd. Questo è senza dubbio un problema. La questione europea è e resterà centrale nei prossimi mesi per l’azione di governo. Tenere insieme due partiti che la pensano tanto diversamente su come gestire i rapporti con la UE non sarà facile. Eppure azzardiamo a dire che l’equilibrio elettorale da cui siamo partiti nella nostra analisi non è indipendente dalla distanza che separa Pd e M5s sulla questione europea. È possibile infatti che il motivo della tenuta elettorale del M5s sia proprio il fatto che riesce a competere con Lega e Fdi proprio sul terreno dell’euroscetticismo. Occorrono altri dati per esserne certi, ma se così fosse, si potrebbe sostenere che la differenziazione di posizioni tra Pd e Movimento sui temi europei sia funzionale alla stabilità dei rapporti tra i due partiti e quindi alla sopravvivenza del governo. Uno dei tanti paradossi della politica italiana. Resta da vedere però se queste differenze non paralizzeranno l’azione del governo nei prossimi mesi. In tal caso l’equilibrio elettorale servirebbe a ben poco. Siamo in una situazione in cui non possiamo più permetterci di ‘sopravvivere senza governare’. 

Ricerca

  • “Where You Lead, I Will Follow”: Partisan Cueing on High‐Salience Issues in a Turbulent Multiparty System

    Per citare l'articolo:

    Brader, T., De Sio, L., Paparo, A. and Tucker, J.A. (2020), “Where You Lead, I Will Follow”: Partisan Cueing on High‐Salience Issues in a Turbulent Multiparty System. Political Psychology. doi:10.1111/pops.12651

    Scarica l'articolo qui.

    Abstract:

    The ability of parties to not only reflect, but actually shape, citizens' preferences on policy issues has been long debated, as it corresponds to a fundamental prediction of classic party identification theory. While most research draws on data from the United States or studies of low‐salience issues, we exploit the unique opportunity presented by the 2013 Italian election, with the four major parties of a clear multiparty setting holding distinct positions on crucial issues of the campaign. Based on an experimental design, we test the impact of party cues on citizens' preferences on high‐salience issues. The results are surprising: Despite a party system in flux (with relevant new parties) and a weakening of traditional party identities, we find large, significant partisan‐cueing effects in all the three experimental issues, and for voters of all the major Italian parties—both old and new, governmental and opposition, ideologically clear or ambiguous.

  • PTV gap: A new measure of party identification yielding monotonic partisan attitudes and supporting comparative analysis

    Per citare l’articolo:

    Paparo, A., De Sio, L., & Brady, D. W. (2020). PTV gap: A new measure of party identification yielding monotonic partisan attitudes and supporting comparative analysis. Electoral Studies, 63, 102092, https://doi.org/10.1016/j.electstud.2019.102092

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    Abstract:

    Despite the cornerstone role of party identification for analyzing voting behavior in the United States, its measurement (in terms of the classic American National Electoral Studies – ANES – seven-point scale) is affected by a systematic problem of non-monotonicity, and it proved impossible to be directly applied outside the United States. We introduce a novel, complementary measurement approach aimed at addressing both problems. We test on US data (an expressly collected computer-assisted web interviewing survey dataset) a new, seven-point scale of partisanship constructed from PTV (propensity-to-vote) items, acting as projective devices for capturing partisan preferences, and routinely employed in multi-party systems. We show that a PTV-based (suitable for comparative analysis) seven-point scale of partisanship outperforms the classic ANES scale. Groups identified by the new scale show monotonic partisan attitudes, and the comparison of multivariate models of political attitudes testify significantly larger effects for the new scale, as well as an equal or higher predictive ability on a range of political attitudes.

    Per citare l’articolo:

  • Salvini’s success and the collapse of the Five-star Movement: The European elections of 2019

    Per citare l’articolo:

    Chiaramonte, A., De Sio, L. and Emanuele, V. (2020), ‘Salvini’s success and the collapse of the Five-star Movement: The European elections of 2019', Contemporary Italian Politics, DOI:10.1080/23248823.2020.1743475.

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    ABSTRACT
    The European Parliament elections of 2019 in Italy can be considered as a crucial turning point for the national political system. Indeed, both the balance of power among parties and the governmental dynamics were deeply affected by the outcome of the 2019 elections. In a context of notable electoral instability, an almost perfect turnaround among the two partners of the so-called yellow-green majority occurred: Matteo Salvini’s League doubled its vote share compared to the 2018 parliamentary elections, while the Five-star Movement halved its support. By revealing the asymmetry in the distribution of power in Parliament and in the electorate between the two governing partners, the election outcome marked the beginning of the end for the first Conte government. It eventually led to the unexpected reconciliation between the M5s and the Democratic Party, which in turn resulted in the formation of the second Conte government at the end of the summer. This article analyses the outcome of the European Parliament elections of 2019 in Italy. In particular, it focuses on the context of the electoral campaign and trends in public opinion, the election results in terms of turnout and party support, and the vote shifts experienced by the main parties between 2018 and 2019. Finally, the article also discusses the implications of the election outcome for the evolution of the Italian party system

    KEYWORDS: 2019 European elections, Italy, League, Five-star Movement, vote shifts, Conte government

  • Party crashers? Modeling genuinely new party development paths in Western Europe

    Per citare l'articolo:

    Emanuele, V. and Sikk, A. (2020), '​Party crashers? Modeling genuinely new party development paths in Western Europe', Party Politics, DOI:10.1177/1354068820911355.

    Scarica l'articolo qui

    Abstract

    Western Europe has recently experienced the emergence of successful new parties, but while single parties or countries have been extensively studied, insufficient attention has been devoted to this phenomenon from a comparative and long-term perspective. By relying on an original data set covering 20 countries and 344 parliamentary elections, this article presents the first analysis of West European ‘genuinely new parties’ (GNPs) across time, countries and party families. We hypothesize that the parties differ not only in terms of their short- and long-term success but have a range of distinct development paths. Through a latent growth model, we provide a classification of GNPs in terms of their breakthrough and initial performance. According to the specific trajectory followed by new parties in the first five elections they contest, the model suggests five different classes of new parties in Western Europe: ‘explosive’, ‘meteoric’, ‘contender’, ‘flat’ and ‘flop’. The article discusses the implications of these findings also regarding the ability of the model to produce estimates and predictions about the future electoral performances of GNPs.

    Keywords: genuinely new parties, latent growth models, Western Europe


Volumi di ricerca

  • “La politica cambia, i valori restano” ripubblicato in Open Access

  • Il voto del cambiamento: le elezioni politiche del 2018

  • Cleavages, Institutions and Competition

  • Young People’s Voting Behaviour in Europe. A Comparative Perspective

  • Terremoto elettorale. Le elezioni politiche del 2013

  • Competizione e spazio politico. Le elezioni si vincono davvero al centro?

  • La politica cambia, i valori restano? Una ricerca sulla cultura politica dei cittadini toscani

  • Proporzionale se vi pare. Le elezioni politiche del 2008

  • Elettori in movimento. Nuove tecniche di inferenza ecologica per lo studio dei flussi elettorali

  • La legislazione elettorale in Italia. Come migliorarla e perché.


Dossier CISE

  • The European Parliament Elections of 2019 – individual chapters in PDF

  • The European Parliament Elections of 2019 – the e-book

  • “Goodbye Zona Rossa”: Online il Dossier CISE sulle elezioni comunali 2018

  • Dossier CISE “Goodbye Zona Rossa”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • “Gli sfidanti al governo”: Online il Dossier CISE sulle elezioni del 4 marzo

  • Dossier CISE “Gli sfidanti al governo”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • The year of challengers? The CISE e-book on issues, public opinion, and elections in 2017

  • The year of challengers? Individual PDF chapters from the CISE e-book

  • “Dall’Europa alla Sicilia”: Online il Dossier CISE su elezioni e opinione pubblica nel 2017

  • Dossier CISE “Dall’Europa alla Sicilia”: Scarica i singoli articoli in PDF