Attualità

  • Regionali: le debolezze puntellano il governo, a rischiare è il PD

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 15 settembre

    Che impatto sulla tenuta del governo può avere l’esito delle prossime elezioni regionali e del referendum costituzionale? L’ipotesi più accreditata è che un collegamento ci sia. Quindi che il governo rischi. La nostra tesi è che indipendentemente da cosa succederà il 21 Settembre il governo Conte continuerà a sopravvivere. Tutt’al più potrebbe esserci un rimpastino.

    Perché scoppi una crisi di governo occorre che o il Pd o il M5s o Italia Viva decidano di mettere fine alla attuale alleanza. In teoria la crisi potrebbe essere il risultato dello sfaldamento della esile maggioranza su cui poggia il governo al Senato, ma non la riteniamo una ipotesi plausibile. Eventuali nuove defezioni dal M5s non si traducono necessariamente in possibili voti di sfiducia. Gioca sempre l’istinto di sopravvivenza. Più plausibile invece che sia l’uno o l’altro dei due maggiori partiti di governo oppure Renzi a provocarla. Ma perché dovrebbero farlo? 

    C’è chi dice che il detonatore potrebbe essere un cattivo risultato del voto regionale e/o referendario. Ma qui occorre una premessa. Dato il contesto attuale, una crisi vorrebbe dire tornare alle urne. Infatti, non è ragionevole immaginare che oggi sia possibile una altra maggioranza in parlamento in modo da evitare elezioni anticipate. A meno che non scoppi una crisi economica e sociale così grave da rendere credibile l’ipotesi di un governo di unità nazionale con o senza Mario Draghi primo ministro. Ciò premesso, torniamo alla domanda da cui siamo partiti e cerchiamo una risposta prima dal punto di vista del M5s e poi del Pd/Renzi.

    Il M5s ha ben poche aspettative rispetto alle regionali, Questa è una competizione in cui non ha mai brillato. Solo in Molise nel 2018 è andato vicino ad eleggere un suo candidato alla presidenza. Nelle sei principali regioni in cui si vota ora ha presentato 5 candidati suoi. Nessuno di questi ha la benché minima possibilità di essere eletto. Sulla base dei sondaggi Winpoll-Cise pubblicati nelle scorse settimane su questo giornale la candidata messa meglio è in Puglia ed è Antonella Laricchia stimata al 15,9%. Quanto al voto di lista le cose non andranno particolarmente bene, ma anche questo risultato verrà facilmente metabolizzato con la giustificazione che non è in questo tipo di elezioni che si può misurare il reale livello di consensi per il Movimento. Ci vogliono le politiche.

    Più delicata è invece la questione del referendum. Il taglio della casta è da sempre una bandiera del partito di Grillo. Fino a poco tempo fa sembrava che il Sì avrebbe prevalso largamente. Poi i sondaggi regionali che abbiamo pubblicato su questo giornale hanno rivelato la sorprendente forza del No, cosa che ora viene confermata anche da sondaggi nazionali. In questo momento pare che il Sì possa vincere seppure con percentuali inferiori alle aspettative di qualche tempo fa. In questo caso per il M5s sarà comunque una vittoria. Oggi però non si può escludere che possa vincere il No. Quale sarebbe in questo caso l’effetto sul Movimento? Potrebbe essere questo il motivo della fine della sua esperienza al governo e quindi della crisi? Non lo crediamo. È un fatto noto che gli attuali parlamentari del M5s si sentono a proprio agio nelle posizioni che ricoprono. Sanno che in caso di elezioni anticipate pochi di loro verrebbero rieletti. Tanto più che la vittoria del No sarebbe un altro inequivocabile segnale che il vento dell’anti-politica, grazie al quale il Movimento ha costruito la sua fortuna elettorale, non tira più come una volta. Ergo, Conte su questo versante può stare tranquillo. Sia nel caso che vincesse il No sia nel caso che il Si prevalesse di poco con una bassa affluenza alle urne.

    E il Pd? Non è il referendum che deve temere. Se vince il Sì ha vinto una parte, se vince il No ha vinto una altra parte del Pd. In questo secondo caso Zingaretti ne uscirebbe indebolito ma non il governo. Sono le elezioni regionali il test vero. Al momento il Pd è certo di vincere solo in Campania. Toscana e Puglia sono in bilico. Se vincesse in entrambe le regioni finirebbe tre a tre, e sarebbe un ottimo risultato. Se finisse quattro a due non andrebbe proprio bene ma se fra le due ci fosse la Toscana, oltre alla Campania, è probabile che il risultato verrebbe metabolizzato. L’esito peggiore, per non dire disastroso, sarebbe la perdita della Toscana. Cosa che fino a poco tempo veniva considerata impossibile dalla dirigenza locale e nazionale del Pd. 

    In questo caso ci sono pochi dubbi che la attuale leadership del partito verrebbe messa in discussione. Si aprirebbe una delicata fase pre-congressuale. Ma c’è qualcuno disposto a scommettere che uno qualunque dei possibili leader del Pd, compreso l’attuale segretario, voglia provocare una crisi di governo sapendo che porterà ad elezioni anticipate e alla vittoria certa della destra? Potrebbe farlo Renzi? Non perdere il governo, non perdere la possibilità di eleggere il prossimo presidente della repubblica, non perdere la gestione dei fondi europei non rappresentano forse un potente incentivo -per il Pd, per il M5s e per Renzi- per continuare a sopravvivere anche da separati in casa? Razionalmente la risposta non può che essere positiva. Ma sappiamo bene che in politica anche la irrazionalità e il caso hanno un loro peso.

  • Le elezioni regionali come check-up per la politica nazionale

    Ripubblichiamo qui il testo di Lorenzo De Sio pubblicato come Policy Brief n6: "Le elezioni regionali come check-up per la politica nazionale" della Luiss School of Government. Il testo è stato anche ripreso da SKY Tg 24.

    I prossimi 20 e 21 settembre gli elettori di Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania e Puglia saranno chiamati a votare per il rinnovo della Presidenza e del Consiglio regionale. Tra i tanti approcci possibili per interpretare dinamica e conseguenze delle elezioni regionali, in questo Policy Brief faremo alcune considerazioni sui comportamenti di voto degli elettori italiani. Di tali comportamenti sottolineeremo alcune recenti tendenze di fondo, tendenze ulteriormente analizzate alla luce dei recenti sondaggi Cise-Winpoll (le cui principali conclusioni sono schematizzate in calce al documento). Ricorrendo a un simile approccio, suggeriamo tra l’altro alcune direzioni per trarre dal prossimo voto locale utili indicazioni riguardo agli orientamenti politici degli elettori in termini di politica nazionale.

    Elettori che potrebbero premiare un centrodestra più dinamico

    Secondo tutte le principali rilevazioni demoscopiche, la prossima tornata elettorale confermerà che il centrosinistra è in una fase di difficoltà – rispetto al centrodestra – nel catturare il consenso degli elettori. L’asimmetria tra i due schieramenti, se guardiamo al medio-lungo termine, può essere spiegata con la diversa reazione dei due blocchi alla novità degli ultimi anni, ovvero la sfida dei movimenti e dei partiti anti-establishment (in primis il M5S), tra l’altro strettamente legata alla crisi delle leadership consolidatesi nella Seconda Repubblica.

    A destra la transizione è stata più rapida ed efficace dal punto di vista elettorale. Anzitutto perché la risposta alla sfida del M5S è partita dallo stesso interno della coalizione, con la nuova strategia “populista” introdotta nel 2014 da Matteo Salvini, che gli ha permesso di affermarsi nel 2018 come primo leader della coalizione (con una sostituzione relativamente indolore della ormai logora leadership di Berlusconi), e nei mesi successivi, al governo, di raccogliere molti voti ex Fi, ed altri voti di elettori di centrodestra “tornati all’ovile” dopo essere passati dal M5S, fino al 33% delle europee 2019. Questo è stato anche possibile perché già Silvio Berlusconi, negli anni, aveva fatto ampio ricorso a temi e toni tipicamente “populisti”, così che per i suoi elettori non è stato (e non è oggi) alla fine difficile accettare i messaggi oggi proposti da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Infine, gli elettori di centrodestra sono in genere più pragmatici, e accettano facilmente – in funzione anti-sinistra – anche leader non graditi al 100%.

    A sinistra, invece, il tentativo di rispondere alla sfida del M5S con una nuova offerta adatta a tempi “populisti” – quello di fatto lanciato da Matteo Renzi dal 2014 – è sostanzialmente fallito. Renzi infatti all’inizio ha risposto efficacemente alla sfida sul piano comunicativo, ma in seguito – in termini programmatici – ha proposto una sorta di “rivoluzione liberale” mirata ai moderati, che: 1) è andata in contrasto con entrambe le matrici originarie dell’elettorato Pd (la socialdemocratica e la cattolica progressista); 2) ha preso una deriva elitista e si è messa in contrapposizione frontale non solo con la leadership ma anche con l’elettorato del M5S, mettendosi quindi nella peggiore posizione per conquistarne i voti. Il risultato purtroppo è stato il disastro del 2018. Disastro cui quindi segue la situazione attuale. Se nel (lontano) passato i partiti di sinistra tenevano insieme capacità tecnico-gestionali e attitudine a dare voce al “popolo” – specie a livello locale, e quando ancora c’era un’organizzazione di massa –, oggi questi due aspetti appaiono tra loro separati e incomunicabili. Il M5s tenta di dare voce alle domande di una “massa” popolare e populista (ma con capacità gestionali chiaramente inadeguate) e il Pd ha difficoltà ad uscire da un confinamento in un’“élite”, peraltro insistendo nel rivendicare la sua alterità rispetto al populismo e una fiducia acritica nell’Europa. Stiamo semplificando, ovviamente, ma è indubbio che la difficoltà di dialogo attuale tra Pd e M5s nasca da questo problema di fondo. Tale difficoltà si riflette anche a livello locale. Non a caso l’unico tentativo di alleanza organica tra Pd e M5s, quello incarnato in Liguria dalla candidatura a Presidente di Ferrucio Sansa, non sembra premiare in termini di consensi elettorali (così come, tra l’altro, successe con la precedente alleanza M5s-Pd in Umbria nel 2019).

    Elettori sempre meno affascinati dalle sirene della “società civile”

    Le performance elettorali del Movimento 5 Stelle, a livello locale, non si preannunciano brillanti, seppure questa non sia ormai una novità. Dopo le affermazioni degli scorsi anni in molte realtà locali, soprattutto nel Centro-sud, la prova di governo locale tutt’altro che esaltante di molti esponenti grillini non ha soddisfatto l’elettorato. Soprattutto a livello locale, dunque, dove la “politica” è spesso percepita come sinonimo di “servizi” e “qualità della vita”, esperienza, pragmatismo e capacità di governo sono considerate qualità importanti dei candidati. Ragioni simili spiegano anche quello che appare come un declino della fascinazione per la cosiddetta “società civile”. Così, in questa tornata elettorale, le liste genuinamente “civiche” paiono decisamente meno rilevanti che in passato. Né bisogna farsi ingannare dalle “liste del Presidente” o dall’alto numero di liste civiche in realtà come la Puglia. Il candidato del Pd, Michele Emiliano, ne ha dalla sua parte addirittura quindici. C’è di tutto: Pd, Sinistra alternativa, Democrazia Cristiana, Liberali, Partito Animalista, Partito del Sud, Pensionati e invalidi, Sud Indipendente Puglia e così via. Tante liste, però, uguale tanti candidati. Ogni lista è una rete acchiappa-voti. Insomma, le attuali “liste civiche”, svuotate dal loro significato originario, sembrano voler replicare solo gli aspetti meno esaltanti delle fu organizzazioni di massa.

    Elettori che non premiano un “Terzo polo” centrista

    Il “Terzo polo” centrista, quello per intenderci che potrebbe essere costituito da Italia Viva, Azione, Più Europa, ecc., non sembra avere chance nel prossimo voto regionale. In parte ciò è dovuto al fatto che le elezioni locali continuano a essere governate da leggi elettorali con logiche chiaramente maggioritarie, nonostante a livello nazionale si assista all’opposto a una crescente proporzionalizzazione della rappresentanza politica. Così, attualmente, le forze politiche di ispirazione centrista animano una battaglia perlopiù “identitaria”, puntando a coltivare un rapporto privilegiato con alcune categorie specifiche di elettori e alcuni gruppi di interesse piuttosto che rivolgendosi all’elettorato tutto in cerca di una notevole consistenza numerica. Un partito come Italia Viva, per esempio, per evidenziare il proprio connotato riformistico, nel breve termine punta essenzialmente a massimizzare il proprio potere di interdizione all’interno della coalizione; da qui il tentativo di far pesare il proprio essere “decisivi” per una vittoria o una sconfitta del centrosinistra (vedi la candidatura di Ivan Scalfarotto in Puglia) o di influenzare qui e lì la scelta dei candidati dell’intera coalizione (vedi la candidatura dell’ex “renziano” Eugenio Giani in Toscana).

    Elettori che premiano il “buon governo” a livello locale

    Come regola generale, in ogni elezione i candidati incumbent sono moderatamente avvantaggiati sugli sfidanti. Il candidato già in carica, infatti, ha di solito il vantaggio dello status quo dalla sua parte: se proprio non ha fatto danni tremendi, l’elettore lo riconosce quantomeno in grado di governare, capacità che lo sfidante outsider deve ancora dimostrare. Questa regola appare confermata anche in occasione dell’attuale tornata di elezioni regionali. Tutti i governatori uscenti godono di un consenso discreto se non decisamente buono. Michele Emiliano (Pd), in Puglia, sembra costituire un’eccezione per il momento, considerato che solo il 46% degli intervistati ne dà una valutazione molto o abbastanza positiva. La gestione di dossier come la sanità o la crisi della Xylella potrebbero aver pesato sulla sua popolarità.

    Elettori che sembrano non legare il referendum
    al voto regionale

    I prossimi 20 e 21 settembre gli elettori italiani di sei Regioni (Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania e Puglia) potranno votare, nello stesso momento, per il rinnovo della Presidenza e del Consiglio della propria Regione da una parte, e per il referendum costituzionale sulla legge che riduce il numero dei parlamentari dall’altra. Secondo le principali rilevazioni demoscopiche, però, non si registra al momento un particolare effetto di “trascinamento” di un voto sull’altro. Storicamente, infatti, sono tutt’al più considerazioni sulla politica nazionale (e non regionale) a influenzare eventuali scelte referendarie da compiere nello stesso momento. Emblematico il caso del referendum costituzionale del dicembre 2016; allora la consultazione referendaria, per la volontà dello stesso Presidente del Consiglio di allora, Matteo Renzi, fu caratterizzata da un’estrema “personalizzazione”, trasformandosi per molti elettori in un voto pro o contro il governo in carica. Ad oggi questa “sindrome Renzi 2016” non sembra così forte e diffusa, anche se è indubbio che tra gli elettori del Pd e quelli del M5s i “sì” alla riforma costituzionale sono in maggioranza, mentre nell’elettorato dei partiti di centrodestra potrebbe prendere piede l’idea di usare questo referendum per indebolire il governo.

    Qualche numero per stabilire chi vince o chi perde alle prossime Regionali

    Attualmente, delle 6 Regioni che andranno al voto i prossimi 20 e 21 settembre, 4 sono governate dal centrosinistra e 2 dal centrodestra. Sembra quasi impossibile, al momento, che il centrosinistra riesca a mantenere un simile risultato all’indomani del voto. Detto ciò, anche le aspettative – che riflettono il clima politico attuale –giocheranno un ruolo nel giudizio post Regionali.

    Un 3 a 3, per esempio, sarebbe tutto sommato un risultato accettabile per il centrosinistra, e soprattutto per il Pd; psicologicamente (e mediaticamente) si tratterebbe pur sempre di un pareggio (che secondo i sondaggi significherebbe tenere regioni importanti come Toscana e Puglia).

    Una sconfitta del centrosinistra per 2 a 4 al momento potrebbe rappresentare il “minimo sindacale” del Pd; il segretario Nicola Zingaretti, pur senza trionfalismi, potrebbe provare a difendere un simile risultato. Anche se è d’obbligo osservare che perdere il governo di quattro delle sei Regioni vorrebbe dire consegnare al centrodestra una storica “Regione rossa” come le Marche, un esito oramai dato tendenzialmente per scontato, e una tra Puglia e Toscana, governate dal centrosinistra rispettivamente da quindici anni o da quando esistono le Regioni.

    Infine una sconfitta del centrosinistra per 1 a 5, e dunque col passaggio della Toscana al centrodestra, sarebbe difficilmente difendibile per l’attuale leadership del Pd e probabilmente avrebbe importanti conseguenze politiche. 

    Elezioni regionali 20-21 settembre 2020
    Quadro sintetico dei sondaggi Winpoll-Cise

  • Puglia, Emiliano tallona Fitto. Decisivi incerti e voto utile

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 3 settembre

    Sono due le regioni in cui il risultato del voto del 20-21 Settembre è del tutto incerto. Una è la Toscana che abbiamo analizzato il 1 Settembre. L’altra è la Puglia. Secondo le stime del sondaggio Winpoll-CISE Raffaele Fitto, candidato di tutto il centrodestra, e già governatore tra il 2000 e il 2005, raccoglie il 39,6 % delle intenzioni di voto contro il 38,2% del presidente uscente Michele Emiliano (Figura 1). Una differenza statisticamente insignificante. Seguono Antonella Laricchia del M5s con il 15,9% e Ivan Scalfarotto, candidato di Italia Viva, +Europa, e Verdi, con il 4,7%.

    Fig. 1 – Intenzioni di voto ai candidati e liste

    Per Emiliano è una corsa in salita. A differenza di altri governatori uscenti che si sono ricandidati, Zaia, De Luca, Toti, il Covid non sembra averlo avvantaggiato veramente. Né può sfruttare un giudizio particolarmente favorevole sull’operato della sua amministrazione. Infatti ne danno una valutazione molto o abbastanza positiva solo il 46% degli intervistati (Figura 2). Rispetto a cinque anni fa, quando conquistò il suo primo mandato, il quadro è cambiato nettamente. Allora aveva vinto con il 47,1%, sostenuto da una coalizione che comprendeva tutti i partiti del centrosinistra (tranne Verdi e l’Altra Puglia) e aveva preso complessivamente il 48,3% dei voti proporzionali (Figura 3). Per di più il centrodestra era diviso. Infatti, Forza Italia e Noi Con Salvini appoggiarono Adriana Poli Bortone che prese il 14,4%, mentre Fratelli d’Italia presentò come candidato presidente Francesco Schittulli che raccolse il 18,3%. Oggi invece la situazione si è ribaltata: il centrodestra è unito e il centrosinistra è diviso con Italia Viva e + Europa che hanno deciso di non appoggiare il presidente uscente. Un po’ per questo motivo ma soprattutto per il declino del Pd e della sinistra in generale le liste che lo sostengono valgono oggi solo il 35,3 %.

    Fig. 2 – Operato del governo regionale

    Fig. 3 – Trend elettorali in Puglia nelle ultime tornate elettorali

    Eppure la partita è aperta. In un sondaggio fatto da Winpoll a Giugno di questo anno la situazione per Emiliano era peggiore. Allora il vantaggio di Fitto era di quasi cinque punti percentuali. Oggi sembra che si sia ridotto a 1,4 come abbiamo già fatto notare. A quell’epoca non erano state ancora decise né liste né candidature. E si sa quanto le une e le altre siano importanti in una competizione locale, soprattutto al Sud. Emiliano ha dalla sua parte ben 15 liste. Una cosa indecente consentita da una legge elettorale su questo punto sbagliata. C’è di tutto: Pd, Sinistra alternativa, Democrazia Cristiana, Liberali, Partito animalista, Partito del Sud, Pensionati e invalidi, Sud indipendente Puglia e così via. Tante liste uguale tanti candidati. Ogni lista è una rete acchiappa-voti. E qui sta forse la ragione della rimonta. Messe insieme, le 14 liste civiche (che civiche non sono) fanno il 18,6% dei consensi. Complessivamente pesano più del Pd (16,7%). Fatta la somma di tutto si arriva a quel 35,3% citato sopra che rappresenta la base elettorale di partenza di Emiliano. Per arrivare al 38,2% di cui viene accreditato dal nostro sondaggio occorre ipotizzare che ci sia una quota di elettori che votano lui senza passare da nessuna delle liste che lo appoggiano.

    A differenza di Emiliano, Fitto ha fatto una scelta molto più parsimoniosa in termini di liste a lui collegate. Appena 5, di cui solo una ‘La Puglia domani’ può essere considerata civica. Le altre sono Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Nuovo Psi-Udc. Tutte insieme queste liste sono stimate al 40,9%, vale a dire 5,6 punti percentuali più delle liste a sostegno di Emiliano (35,3%). Fitto quindi può contare su uno zoccolo più ampio di quello del suo rivale. La differenza si era già manifestata nettamente alle europee dello scorso anno quando il centrodestra aveva ottenuto il 45,3% dei voti contro il 23,6 del centrosinistra (Figura 3).

    Alla fine la partita verrà decisa dagli incerti e dal comportamento degli elettori dei due terzi incomodi, cioè di chi dichiara oggi di voler votare Laricchia o Scalfarotto. È certo che un accordo tra Emiliano e il M5s o Italia Viva avrebbe incrementato notevolmente le sue prospettive di vittoria. In assenza, sia Emiliano che Fitto possono sperare nel voto disgiunto. È possibile che alcuni degli elettori che oggi dichiarano di voler votare Laricchia o Scalfarotto decidano nelle urne di esprimere un ‘voto utile’ a influenzare la scelta tra i due candidati più competitivi.

    È difficile stimare quanti lo faranno. Un indizio al riguardo ci viene dalla analisi dei flussi tra il voto espresso alle europee dello scorso anno e l’intenzione di voto dichiarata oggi (Figura 4). Per Emiliano hanno detto di voler votare il 72% degli elettori del Pd. Questo è un dato relativamente basso ed è un suo punto di debolezza. In confronto De Luca in Campania ne mobilita l’89% e Giani in Toscana l’87%. Lo stesso Fitto mobilita l’86% degli elettori del suo partito, Fdi. Però Emiliano dimostra di avere un appeal più trasversale. Attira il 25% di chi ha votato M5s alle europee (contro l’11% di Fitto e il 15% di Giani) cui si aggiungono il 23% degli elettori di Forza Italia, il 14% della Lega e anche un piccolo ma non insignificante 8% che viene da Fdi. È questa sua capacità di attrazione, che non può essere paragonata a quella di De Luca ma che gli assomiglia, a rendere la sua candidatura competitiva. Da qui al 21 Settembre si vedrà se questo fattore genererà una quota sufficiente di voto disgiunto tale da permettergli di vincere. Ma certo Fitto non sta a guardare.

    Fig. 4 – Flussi di voto tra europee e regionali

    Infine il referendum sul taglio dei parlamentari. I Sì prevalgono sui No: 59 a 41% (Figura 5). Più o meno come nelle altre regioni oggetto dei nostri sondaggi (con l’eccezione della Toscana). Ma solo tra gli elettori del Pd e quelli del M5s i Sì sono in maggioranza. In tutti i partiti del centrodestra non è così. La sensazione è che nell’elettorato dei partiti di opposizione stia prendendo sempre più piede l’idea di usare questo referendum per indebolire il governo o ‘punire’ il M5s. È la ‘sindrome Renzi 2016’.

    Fig. 5 – Il referendum costituzionale

    Nota metodologica

    Soggetto committente: Sole 24 Ore - Cise. Soggetto realizzatore: Winpoll - Cise. Periodo di realizzazione interviste: 28 agosto-1 settembre 2020. Popolazione di riferimento: popolazione pugliese, maschi e femmine dai 18 anni in su, segmentata per sesso, età, comuni capoluogo e non, proporzionalmente all'universo della popolazione pugliese. Metodo di campionamento: stratificato per provincia, comuni capoluogo e non, casuale ponderato per genere, fasce di età e voto alle ultime europee. Metodologia delle interviste: mista. Numero di interviste: 1000: 500 cati-cami (3059 rifiuti), 500 cawi. Margine di errore con intervallo di confidenza al 99%: 2,4%.

  • La Toscana è sempre meno rossa, partita aperta tra Giani e Ceccardi

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 1 settembre

    La Toscana come l’Emilia-Romagna? Dopo decenni di dominio incontrastato del centrosinistra, in Toscana si profila una competizione aperta come lo fu a Gennaio di questo anno in Emilia-Romagna quando l’attuale presidente di regione Stefano Bonaccini dovette faticare non poco per battere la candidata della Lega e del centrodestra, Lucia Borgonzoni. Questo dice Il sondaggio Winpoll-Cise che registra una sostanziale parità tra il candidato di centrosinistra Eugenio Giani (con il 43,0%) e la candidata di centrodestra Susanna Ceccardi (con il 42,5%) (Figura 1). Come in Emilia-Romagna il primo è esponente del Pd e la seconda della Lega. Molto distaccati ci sono la candidata del M5S Irene Galletti che ottiene l’8,3%, e altri candidati minori cui è attribuito il 6,2% complessivamente.

    Fig. 1 – Intenzioni di voto ai candidati e liste

    Considerando che altri sondaggi indicano una situazione simile, con distacchi a favore di Giani al massimo di pochi punti, è difficile in questo momento prevedere chi vincerà. La Toscana non sono le Marche, altra regione rossa in cui però il centrodestra appare nettamente favorito (questo giornale). E non sono nemmeno la Campania dove il centrosinistra con De Luca ha un vantaggio difficilmente colmabile dal centrodestra (questo giornale). Va da sé che una eventuale sconfitta del Pd e alleati in Toscana avrebbe un valore politico e simbolico enorme. La partita è aperta, come lo era alla vigilia del voto anche in Emilia-Romagna. Lì è finita bene per il centrosinistra. Ma lì c’era Bonaccini e qui c’è Giani.

    Ma facciamo un passo indietro: da dove salta fuori questa Toscana competitiva? La regione è stata da sempre amministrata dal centrosinistra, e nelle ultime due legislature ha avuto come presidente Enrico Rossi. Già assessore alla sanità tra il 2005 e il 2010 con la precedente giunta Martini, Rossi si era candidato nella prima volta nel 2010 (con una coalizione che comprendeva anche la sinistra radicale) vincendo con il 59,8% (contro il 34,4% di Monica Faenzi candidata da Pdl e Lega). Nel 2015 (Figura 2) si è ricandidato e venne riconfermato (stavolta con il solo Pd più una lista riformista) con il 48,0%, contro il complessivo 29,1% dei due candidati separati del centrodestra (Borghi di Lega e FdI con il 20,0% e Mugnai di Fi con il 9,1%), e il 15,1% di Giannarelli del M5S e il 6,3% di Fattori della sinistra radicale. Un distacco tra centrosinistra e centrodestra che quindi è cambiato nel tempo: da oltre 25 punti a ancora quasi 20 punti, e tuttavia oggi annullato.

    Fig. 2 – Trend elettorali in Toscana nelle ultime tornate elettorali

    Cosa è successo in Toscana? In termini di evoluzione delle preferenze politiche, le elezioni del 2018 avevano registrato un forte rafforzamento del M5S (salito al 24,7%) quasi totalmente a danno del centrosinistra (Figura 2). Poi le europee del 2019 (anche se con un’affluenza ben più bassa, quindi meno utili a fini di previsione) hanno addirittura visto il centrodestra superare il centrosinistra (con un M5S dimezzato rispetto al 2018). La conclusione che se ne trae è che anche in Toscana si sono fortemente indeboliti quei fattori sub-culturali e organizzativi che per decenni ne hanno fatto una delle regioni della cosiddetta zona rossa.  

    È su questa evoluzione degli orientamenti politici dei toscani che si innestano alcuni potenziali punti deboli del candidato di centrosinistra Giani. Combinati con la forza impressa al centrodestra dalla linea più “populista” di Salvini e Meloni, capace di fare breccia già dalle europee del 2019, questi fattori di debolezza sono all’origine di questa situazione inaspettatamente competitiva. Anzitutto, Giani non è un incumbent, come lo era Bonaccini, e quindi non può beneficiare (come ad esempio De Luca in Campania e Zaia in Veneto) del giudizio positivo della maggioranza dei toscani per come il governo uscente ha amministrato la regione (54%) (Figura 3) e per come ha gestito l’emergenza Covid (64%).

    Fig. 3 – Operato del governo regionale

    In secondo luogo, la sua limitata visibilità e capacità di attrazione personale gli permette di raccogliere solo pochi voti in più di quelli dei partiti che lo sostengono. Infatti la differenza tra i voti a lui come candidato presidente e quelli della sua coalizione è di appena +1,4 punti (43% contro il 41,6%). Su questo piano nemmeno la Ceccardi va bene. Anzi, nel suo caso il bilancio è negativo, visto che le viene attribuito un 42,5% contro il 43,8% delle sue liste. E questo conferma che la sua competitività non è tanto dovuta alla sua popolarità quanto alla forza della Lega e alla crescita di Fratelli d’Italia. In terzo luogo, Giani, socialista craxiano di formazione e in passato vicino a Renzi, non sembra avere il profilo ideale per attrarre né gli elettori provenienti dal M5S (molti dei quali in Toscana provenivano storicamente da sinistra) né quelli della sinistra più radicale. Questo potrebbe essere per lui un grosso handicap perché il voto utile potrebbe risultare decisivo per dargli la vittoria. L’analisi dei flussi (Figura 4) però non depone a suo favore. Tra gli elettori M5S delle Europee, chi non sceglie la Galletti (M5S) si orienta in prevalenza verso la Ceccardi; e gli elettori ex Pd sono quelli che più degli altri risultano indecisi o potenziali astensionisti

    Fig. 4 – Flussi di voto tra europee e regionali

    Giani tuttavia è favorevole al referendum sul taglio dei parlamentari; una posizione che forse potrebbe essergli utile per attrarre voti M5S nel finale della campagna elettorale. Ma la questione è delicata. I toscani appaiono nettamente divisi, addirittura con una leggera prevalenza dei No (52% contro 48%) (Figura 5). E anche qui, come in altre regioni che abbiamo analizzato, si distinguono i leghisti come fautori del No. Una situazione competitiva, quindi, che lascia presagire un intenso finale di campagna elettorale.

    Fig. 5 – Il referendum costituzionale

    Nota metodologica

    Soggetto committente: Sole 24 Ore - Cise. Soggetto realizzatore: Winpoll - Cise. Periodo di realizzazione interviste: 27-28 agosto 2020. Popolazione di riferimento: popolazione toscana, maschi e femmine dai 18 anni in su, segmentata per sesso, età, comuni capoluogo e non, proporzionalmente all'universo della popolazione toscana. Metodo di campionamento: stratificato per provincia, comuni capoluogo e non, casuale ponderato per genere, fasce di età e voto alle ultime europee. Metodologia delle interviste: mista. Numero di interviste: 1000: 500 cati-cami (2317 rifiuti), 500 cawi. Margine di errore con intervallo di confidenza al 99%: 2,4%.

Ricerca

  • Europe matters … upon closer investigation: a novel approach for analysing individual-level determinants of vote choice across first- and second-order elections, applied to 2019 Italy

    Per citare l’articolo:

    Angelucci, D., De Sio, L., & Paparo, A. (2020). Europe matters … upon closer investigation: A novel approach for analysing individual-level determinants of vote choice across first- and second-order elections, applied to 2019 Italy. Italian Political Science Review/Rivista Italiana Di Scienza Politica, 1-16. doi:10.1017/ipo.2020.21

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    Abstract

    Are European Parliament (EP) elections still second-order? In this article, we test the classical model at the individual level in contrast to an alternative ‘Europe matters’ model, by investigating the relative importance of domestic vs. European Union (EU)-related issues among voter-level determinants of aggregate second-order effects, that is, individual party change. We do so by relying on an original, CAWI pre-electoral survey featuring a distinctively large (30) number of both domestic and EU-related, positional and valence issues, with issue attitudes measured according to the innovative ICCP scheme (De Sio and Lachat 2020) which includes issue positions, issue priorities and respondents' assessment of party credibility on both positional and valence goals. Leveraging the concept of ‘normal vote’, we estimate multivariate models of electoral defections from normal voting separately for general and European elections, based on issue party credibility. This allows us to assess: (a) the distinctiveness of the two electoral arenas in terms of issue content; and (b) the relative impact of EU-related and domestic issues on defections of Italian voters. Our findings show that although second-order effects are still relevant in accounting for results in EP elections, vote choice in the latter is also partly due to specific effects of certain policy issues, including some related to the European dimension. This indicates that EP elections have their own political content, for which Europe matters even after controlling for the importance that EU-related issues have acquired in national elections.

  • The congealing of a new cleavage? The evolution of the demarcation bloc in Europe (1979–2019)

    Per citare l'articolo:

    Emanuele, V., Marino, B. and Angelucci, D. (2020), The congealing of a new cleavage? The evolution of the demarcation bloc in Europe (1979–2019). Italian Political Science Review. doi: https://doi.org/10.1017/ipo.2020.19

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    Abstract

    Over recent years, a new transnational conflict has been deemed to be structuring political conflict in Europe. Several scholars have posited the emergence of a new ‘demarcation’ vs. ‘integration’ cleavage, pitting the ‘losers’ and ‘winners’ of globalization against each other. This new conflict is allegedly structured along economic (free trade and globalization), cultural (immigration and multiculturalism), and institutional [European Union (EU) integration] dimensions. From an empirical viewpoint, it is still a matter of discussion whether this conflict can be interpreted as a new cleavage, which could replace or complement the traditional ones. In this context, the European Parliament (EP) elections of 2019 represent an ideal case for investigating how far this new cleavage has evolved towards structuring political competition in European party systems. In this paper, by relying on an original dataset and an innovative theoretical and empirical framework based on the study of a cleavage's lifecycle, we test whether a demarcation cleavage is structuring the European political systems. Moreover, we assess the evolution of this cleavage across the 28 EU countries since 1979 and the role it plays within each party system. The paper finds that the demarcation cleavage has emerged in most European countries, mobilizing over time a growing number of voters. In particular, this long-term trend has reached its highest peak in the 2019 EP election. However, although the cleavage has become an important (if not the main) dimension of electoral competition in many countries, it has not reached maturity yet.

  • “Where You Lead, I Will Follow”: Partisan Cueing on High‐Salience Issues in a Turbulent Multiparty System

    Per citare l'articolo:

    Brader, T., De Sio, L., Paparo, A. and Tucker, J.A. (2020), “Where You Lead, I Will Follow”: Partisan Cueing on High‐Salience Issues in a Turbulent Multiparty System. Political Psychology. doi:10.1111/pops.12651

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    Abstract:

    The ability of parties to not only reflect, but actually shape, citizens' preferences on policy issues has been long debated, as it corresponds to a fundamental prediction of classic party identification theory. While most research draws on data from the United States or studies of low‐salience issues, we exploit the unique opportunity presented by the 2013 Italian election, with the four major parties of a clear multiparty setting holding distinct positions on crucial issues of the campaign. Based on an experimental design, we test the impact of party cues on citizens' preferences on high‐salience issues. The results are surprising: Despite a party system in flux (with relevant new parties) and a weakening of traditional party identities, we find large, significant partisan‐cueing effects in all the three experimental issues, and for voters of all the major Italian parties—both old and new, governmental and opposition, ideologically clear or ambiguous.

  • PTV gap: A new measure of party identification yielding monotonic partisan attitudes and supporting comparative analysis

    Per citare l’articolo:

    Paparo, A., De Sio, L., & Brady, D. W. (2020). PTV gap: A new measure of party identification yielding monotonic partisan attitudes and supporting comparative analysis. Electoral Studies, 63, 102092, https://doi.org/10.1016/j.electstud.2019.102092

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    Abstract:

    Despite the cornerstone role of party identification for analyzing voting behavior in the United States, its measurement (in terms of the classic American National Electoral Studies – ANES – seven-point scale) is affected by a systematic problem of non-monotonicity, and it proved impossible to be directly applied outside the United States. We introduce a novel, complementary measurement approach aimed at addressing both problems. We test on US data (an expressly collected computer-assisted web interviewing survey dataset) a new, seven-point scale of partisanship constructed from PTV (propensity-to-vote) items, acting as projective devices for capturing partisan preferences, and routinely employed in multi-party systems. We show that a PTV-based (suitable for comparative analysis) seven-point scale of partisanship outperforms the classic ANES scale. Groups identified by the new scale show monotonic partisan attitudes, and the comparison of multivariate models of political attitudes testify significantly larger effects for the new scale, as well as an equal or higher predictive ability on a range of political attitudes.

    Per citare l’articolo:


Volumi di ricerca

  • “La politica cambia, i valori restano” ripubblicato in Open Access

  • Il voto del cambiamento: le elezioni politiche del 2018

  • Cleavages, Institutions and Competition

  • Young People’s Voting Behaviour in Europe. A Comparative Perspective

  • Terremoto elettorale. Le elezioni politiche del 2013

  • Competizione e spazio politico. Le elezioni si vincono davvero al centro?

  • La politica cambia, i valori restano? Una ricerca sulla cultura politica dei cittadini toscani

  • Proporzionale se vi pare. Le elezioni politiche del 2008

  • Elettori in movimento. Nuove tecniche di inferenza ecologica per lo studio dei flussi elettorali

  • La legislazione elettorale in Italia. Come migliorarla e perché.


Dossier CISE

  • The European Parliament Elections of 2019 – individual chapters in PDF

  • The European Parliament Elections of 2019 – the e-book

  • “Goodbye Zona Rossa”: Online il Dossier CISE sulle elezioni comunali 2018

  • Dossier CISE “Goodbye Zona Rossa”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • “Gli sfidanti al governo”: Online il Dossier CISE sulle elezioni del 4 marzo

  • Dossier CISE “Gli sfidanti al governo”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • The year of challengers? The CISE e-book on issues, public opinion, and elections in 2017

  • The year of challengers? Individual PDF chapters from the CISE e-book

  • “Dall’Europa alla Sicilia”: Online il Dossier CISE su elezioni e opinione pubblica nel 2017

  • Dossier CISE “Dall’Europa alla Sicilia”: Scarica i singoli articoli in PDF