Telescope

  • Le due facce della competizione: gli elettori indecisi e i leader che potrebbero conquistarli

    Da dove potrebbero arrivare le sorprese nei risultati delle europee? Dai cittadini che non hanno dichiarato un’intenzione di voto. Un’area grigia, che nel nostro sondaggio vale il 28% degli intervistati, che dovrebbe andare a votare ma non sa per chi. Certo, si tratta di un gruppo eterogeneo, ma è comunque giusto chiedersi quali partiti sapranno conquistarlo, o volgerlo almeno in parte a proprio favore. Ecco perché nella nuova puntata di Telescope, dopo aver ritratto l’identikit di questi elettori, dedichiamo spazio a chi, in teoria, dovrebbe riuscire a intercettarli: i leader, il cui giudizio è sempre più importante nelle scelte prese dagli elettori. Elettori che, come vedremo, sembrerebbero avere le idee chiare anche in merito alla guida di un’ipotetica coalizione di centrosinistra tra Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle, in contrapposizione a quella di centrodestra ora al governo. L’area grigia: donne, giovani, né di destra, né di sinistra Il ritratto degli elettori dell’area grigia mostra subito una linea marcata nel genere: tra le donne, la quota di indecise (33%) è maggiore rispetto a quella degli uomini (22%). È un dato in linea con nostre precedenti rilevazioni, a riprova che l’elettorato femminile, rispetto a quello maschile, cela di più le proprie scelte di voto, oppure tende a prenderle più tardi, più a ridosso delle elezioni. Il grande cambiamento dal 2014 lo si registra nelle diverse fasce d’età. Oggi i più giovani (18-29 e 30-44 anni) sono quelli maggiormente indecisi, l’esatto opposto degli over 65: i più anziani non si fanno scrupoli nell’indicare, già ora, il partito per il quale voteranno, un valore in linea - se guardiamo alla condizione lavorativa - con quello dei pensionati. Anche chi si auto-colloca a sinistra, e soprattutto a destra, fa lo stesso (indecisi solo il 16% e l’11%, rispettivamente), mentre gli indecisi aumentano sensibilmente tra chi si colloca al centro (sono il 29%), diventando addirittura la maggioranza (57%) in chi non si colloca sull’asse sinistra-destra. L’area grigia si dimostra inoltre consistente (quasi il 30%) tra chi esprime un giudizio negativo sul governo Meloni: con tutta evidenza, è un bacino ideale da cui attingere per i partiti di opposizione.
    I leader: bene Conte e Tajani, male Schlein e Salvini Veniamo allora ai tratti dei leader riconosciuti dagli elettori, secondo quattro diverse caratteristiche: la competenza, l’ energia (capacità di fare le cose), l’onestà (da intendersi meglio come sincerità), l’empatia. Chi è, allora, quello giudicato come il più competente? Il ministro degli esteri Antonio Tajani, leader di Forza Italia, con un lungo curriculum politico-istituzionale alle spalle in cui spicca l’esperienza da presidente del Parlamento europeo. Tajani ottiene buone valutazioni anche in merito alla sua onestà, con un valore appena superiore alla metà (50,1%), 7 punti in più della premier Meloni e ben 26 del ministro Salvini. Il segretario della Lega è ultimo in tutti i confronti con gli altri leader, meno su uno: quello se sia o meno un leader forte, perché fa peggio Elly Schlein. La segretaria dem è penultima anche nel giudizio su chi capisce meglio i problemi della gente, un fatto negativo specie vedendo chi è al primo posto: Giuseppe Conte. L’ex premier pentastellato è in testa anche per quanto riguarda l’onestà, e in seconda posizione per la competenza. Tutti tratti che, come approfondiremo nel paragrafo successivo, incideranno nelle opinioni degli elettori di centrosinistra. E Giorgia Meloni? La presidente del consiglio conta su un primato: essere riconosciuta come la leader più forte (72%). Naturalmente, la percentuale cambia se incrociata con le preferenze dei singoli elettorati, come visibile nella tabella sotto.
    Gli sfidanti di domani: la leadership di centrosinistra Alle europee, come noto, si vota col proporzionale: ogni partito va da solo, non ci sono le coalizioni. Eppure, nel nostro sondaggio, abbiamo voluto tastare comunque l’opinione pubblica sul tema della leadership del centrosinistra. Se mai il “campo largo” con Pd e Movimento Cinque Stelle dovesse diventare realtà alle prossime elezioni politiche, da chi dovrebbe essere guidato? Le risposte al nostro sondaggio sono chiare: Giuseppe Conte. Il leader dei pentastellati prevale su Schlein tra gli elettori che si definiscono di sinistra (32,9% contro 22,6%), ancor di più di centrosinistra (36,4% contro 18%) e con valori schiaccianti tra quelli di centro (47,3% contro appena il 3,8%). Se guardiamo poi alla tabella con i risultati distinti per elettorato dei singoli partiti, emerge un dato forse ancora più emblematico: solo il 36,4% degli elettori del Pd vorrebbe Schlein alla guida della coalizione, con una quota rilevante (15,6%) che preferirebbe invece l’ex premier Conte. Sulle vicende del centrosinistra, tuttavia, peserà il risultato delle elezioni europee. Come abbiamo già sottolineato, in elezioni di ‘secondo ordine’, dove il voto è percepito come meno importante perché non è in gioco il governo nazionale, una quota rilevante di elettori che solitamente vota alle politiche tende ad astenersi: si tratta di elettori tendenzialmente meno istruiti e meno interessati alla politica, residenti nelle circoscrizioni Sud e Isole più che nelle altre zone del paese. Sulla base di queste caratteristiche, non stupisce il fatto che alle elezioni europee il M5s non abbia mai brillato particolarmente, ottenendo risultati sempre inferiori rispetto a quelli delle politiche. Il Pd, al contrario, caratterizzato da un elettorato politicamente sofisticato e collocato in gran parte nel Centro-Nord del paese, ha nelle europee un proprio terreno favorevole. In sintesi: Giuseppe Conte appare un leader forte di un partito che fatica nelle competizioni elettorali diverse dalle politiche, mentre Elly Schlein appare una leader debole di un partito la cui sopravvivenza non è legata a quella del segretario di turno. Ogni valutazione sulla leadership dell’ipotetica coalizione progressista, allora, dovrà tener conto, necessariamente, dei risultati dell’8 e 9 giugno.
    Riferimenti bibliografici Barisione, M., Catellani P., Garzia D. (2013). «Alla ricerca di un leader». In «Voto amaro: disincanto e crisi economica nelle elezioni del 2013.», Bologna, Il Mulino, 147–58. Barisione, M., Catellani P., De Sio, L. (2011). «La scelta degli indecisi». In «Votare in Italia: 1968-2008. Dall’appartenenza alla scelta», a c. di Paolo Bellucci e Paolo Segatti. Bologna, Il Mulino, 359–79. Garzia, D. e Venturino, F. (2023). «Personalizzazione o polarizzazione? Valutazione dei leader e scelta di voto nelle elezioni parlamentari del 2022» In «Svolta a destra?», Bologna, Il Mulino. Curtice, John, e Sören Holmberg. (2005). «Party leaders and party choice». In The European Voter, a c. di Jacques Thomassen. , 235–53. Funk, Carolyn L. (1999). «Bringing the candidate into models of candidate evaluation». Journal of Politics 61: 700–720. ITANES, a cura di. (2013). Voto amaro: disincanto e crisi economica nelle elezioni del 2013. Bologna: Il Mulino. ITANES, a cura di. (2023). Svolta a destra? Cosa ci dice il voto del 2022. Bologna: Il Mulino. Kinder, Donald R. (1986). «Presidential character revisited». Political cognition: 233–55. King, A. S. (2002). Leaders’personalities and the outcomes of democratic elections. Oxford University Press. De Sio, L. (2013). Renzi: il primo “leader forte” del centrosinistra? [Disponibile qui]
  • Elezioni in Turchia: Giovedì 30 maggio alla Luiss (e online) con Ali Çarkoğlu

    Dopo l'evento inaugurale di Telescope dedicato a Donald Trump, prosegue Telescope World Watch, con una nuova puntata dedicata alla Turchia, reduce dalle importanti elezioni presidenziali del 2023 e amministrative del 2024. Sempre con la stessa impostazione: guardando a diversi paesi nel mondo non dal punto di vista della politica internazionale, ma con uno sguardo alle loro dinamiche politiche interne, in termini di opinione pubblica ed elezioni. E per parlare del caso turco abbiamo invitato Ali Çarkoğlu, massimo esperto turco di elezioni e opinione pubblica. Ali Çarkoğlu sarà in Luiss il prossimo giovedì 30 maggio alle ore 12:30, per tenere un seminario (organizzato in collaborazione con il Department Cluster of Research Excellence “Elections and Political Systems”) dal titolo Electoral Trends in Turkey's 2023 General and 2024 Local Elections. Sarà possibile seguire il seminario in presenza (qui il link alla registrazione) oppure anche online a questo indirizzo. Il seminario si svolgerà interamente in inglese.

    Chi è Ali Çarkoğlu

    Ali Çarkoğlu is currently a professor of political science at Koc University-Istanbul. He received his Ph. D. at the State University of New York-Binghamton in 1994. He previously taught at Boğaziçi and Sabancı universities in Istanbul. He was a resident fellow in 2008-2009 at the Netherlands Institute for Advanced Study in the Humanities and Social Sciences (NIAS). His areas of research interest include voting behavior, elections, public opinion and party politics in Turkey. He is the founding director of the Center for Survey Research and the Center for Civil Society and Philanthropy Research. He is on the editorial board of Turkish Studies, South European Society and Politics, and Insight Turkey. His most recent book, co-authored with Ersin Kalaycıoğlu, appeared in the University of Michigan Press: Fragile but Resilient? Turkish Electoral Dynamics, 2002-2015 (2021).

    Abstract del seminario

    As the May 2023 elections drew near, the conditions for a significant electoral meltdown in Turkey appeared to be favorable. Many individuals in both government and opposition circles anticipated that the AKP's 21-year tenure would end, with the electorate holding the incumbent party and its leader accountable for their dismal performance, especially on the economic front and in democratic governance. However, Erdoğan won the presidency in the second round, and his People’s Alliance secured a comfortable margin for controlling the Turkish Grand National Assembly. The question remains: What factors contributed to Erdoğan's remarkable survival against all odds? Who were Erdoğan's supporters, and on what issue bases did they cast their votes for him? In this paper, I examine these questions using individual-level post-election data. I argue that Erdoğan's survival primarily depended on his multi-dimensional performance evaluations and successful positioning on several key issues for conservative voters. Prospective pocketbook evaluations, considering one's family's financial situation, and significant support from low-educated middle-to-old-age groups also contributed to Erdoğan's support. However, ethnic and sectarian minority groups such as Kurds and Alevis appeared to be negatively predisposed to voting for Erdoğan. Based on these findings, I speculate on how Erdoğan and his electoral alliance could strategize for the next presidential and assembly elections.
  • Ai nastri di partenza: i temi-chiave per vincere, partito per partito, e le attuali intenzioni di voto

    Su quali temi si vincono le elezioni europee? Come costruiranno le loro strategie i diversi partiti, nelle ultime settimane di campagna? Proviamo qui a rispondere, sulla base di due elementi chiave: 1) i dati di un nuovo sondaggio esclusivo CISE, in cui abbiamo sondato un campione CAWI di 1.200 intervistati su un grande numero (quasi 30) di temi d’attualità; 2) la nostra metodologia di analisi esclusiva ispirata alla teoria della “issue yield”. Come abbiamo visto nella precedente puntata di Telescope, per ogni partito esistono dei temi “win-win”, ideali per ogni campagna elettorale: sono quei temi su cui la propria base è quasi unanime, ma al tempo stesso anche molti elettori fuori dal partito sono d’accordo, e su cui il partito risulta particolarmente credibile. Temi ideali, quindi, per mobilitare i propri elettori e per conquistarne di nuovi dagli altri partiti. Ecco quindi che questa nuova puntata di Telescope individua gli obiettivi tematici su cui ciascun partito verosimilmente si concentrerà nell’ultimo chilometro della campagna elettorale, per cercare di aumentare i propri voti. E in conclusione, vedremo in dettaglio anche i dati sulle intenzioni di voto.

    Il punto di partenza: la configurazione complessiva dell’opinione pubblica
    Intanto il dato di partenza dell’analisi è quello di fornire una panoramica generale degli orientamenti complessivi dell’opinione pubblica italiana, come rilevata dal nostro campione (l’indagine è stata condotta dalla società Demetra di Mestre tra il 2 e il 9 maggio). In generale il quadro che se ne ottiene è in linea con le tendenze di fondo che si vedono ormai da anni: un’opinione pubblica nettamente su posizioni progressiste sul tema della redistribuzione del reddito verso i redditi più bassi (82%), ma al tempo stesso tendenzialmente conservatrice sull’immigrazione (il 64% è per limitarla); saldamente a favore della partecipazione dell’Italia alla NATO e all’Unione Europea, anche se a fronte di un largo 72% per restare nella NATO, il nostro campione registra soltanto un 65% favorevole a restare nella UE. E, sempre su temi di politica internazionale, emerge anche una netta prevalenza di posizioni pacifiste: il 79% è per spingere Israele a fermare l’intervento a Gaza, e il 64% a favore di negoziati tra Russia e Ucraina, anche se dovessero comportare il riconoscimento dei territori invasi dalla Russia. Anche se questi orientamenti si abbinano a una lieve maggioranza favorevole a un esercito comune europeo, su un tema che comunque rimane divisivo (53% a favore contro 47% contrario). Altrettanto divisivo è il tema della giustizia (54% per mantenere i poteri della magistratura, contro un 46% per ridurli). Sul tema dell’aborto, recentemente riportato nel dibattito pubblico dalla proposta di ingresso dei movimenti antiabortisti nei consultori, si registra invece una maggioranza abbastanza netta di contrari a questa proposta del fronte antiabortista (67%). Infine, anche questo abbastanza in continuità col passato, la tensione tra sviluppo economico e protezione ambientale vede in maggioranza i sostenitori di quest’ultima, ma in un contesto comunque diviso (58% contro 42%).

    Come si può capire, questa configurazione di opinione pubblica dà già una prima idea di quali posizioni siano meglio sfruttabili dai vari partiti. Ad esempio appare abbastanza chiaro perché il tema della guerra in Ucraina sia sempre meno presente in campagna elettorale: perché la posizione della maggior parte dei partiti - in linea con quella della Commissione Europea - non è sostenuta in maggioranza dai cittadini. Fa eccezione non a caso il Movimento 5 stelle, che infatti ne sta parlando in campagna elettorale. Ma vediamo adesso più in dettaglio i temi più favorevoli a ciascun partito.

    I partiti di governo: dal profilo istituzionale di Forza Italia a quello radicale della Lega

    Iniziamo dai partiti di governo: confrontandoli si riescono a capire le differenze e sfumature ideologiche nella loro caratterizzazione, e anche i loro profili di credibilità rispetto ai diversi temi. Iniziando da Forza Italia, emerge anzitutto la sua caratterizzazione più istituzionale e il suo profilo più liberale sui temi dei diritti civili: i temi più caratterizzanti per il partito di Tajani (e su cui è percepito più credibile) sono infatti (limitandoci ai primi cinque) quelli legati alla permanenza nella Nato e nella UE, alla competenza nel sostenere la crescita economica, alla lotta alla violenza sulle donne; compare inoltre al quarto posto la riduzione dei poteri della magistratura, un antichissimo cavallo di battaglia del suo fondatore Silvio Berlusconi.

    Fratelli d’Italia mostra invece un profilo più “militante”: al primo posto compaiono infatti due temi divisivi e mobilitanti come la limitazione dell’immigrazione e la riduzione dei poteri della magistratura, seguiti dalla permanenza nella NATO (chiaro riflesso della netta scelta atlantista di Giorgia Meloni) e dagli obiettivi di far contare di più l’Italia in Europa e di sostenere la crescita economica; su questi ultimi Meloni è ritenuta credibile da oltre il 20% del campione, compresi i non votanti: si tratta quindi di una credibilità che va anche leggermente oltre la sua base elettorale.

    Ma l’esempio forse più eclatante di credibilità oltre la propria base elettorale (rappresentando quindi un tema su cui “investire” durante la campagna) lo vediamo con la Lega di Salvini, dove al primo posto compare - prevedibilmente - la limitazione dell’accoglienza degli immigrati. Il punto è che su questo tema Salvini è ritenuto credibile dal 24% dell’intero campione (compresi i non votanti); considerando che soltanto circa due terzi del campione esprime un’intenzione di voto, questo 24% corrisponderebbe a una percentuale ben superiore; il che testimonia la notevole efficacia percepita della Lega nel rappresentare questa posizione (su cui è d’accordo il 64% del campione), ben al di là del suo bacino elettorale. Un tipico esempio di tema ad alto rendimento. E ai posti successivi compaiono altri temi che completano il quadro mobilitante e “militante” della Lega: addirittura l’uscita dall’Unione Europea (sostenuta addirittura dal 63% degli elettori leghisti, anche se solo il 5% dell’intero campione ritiene Salvini davvero credibile nel farlo), seguita dalla riduzione dei poteri della magistratura, dalla priorità all’economia rispetto all’ambiente, e infine dal combattere la violenza sulle donne e i femminicidi (tema tradizionalmente declinato dalla Lega soprattutto in chiave anti-immigrazione, e peraltro seguito al sesto posto dal favore a consentire l’ingresso nei consultori ai movimenti antiabortisti). Infine, è interessante soffermarsi sui temi “denominatore comune” della coalizione di governo: l’unico a comparire nella top 5 per tutti e tre è la riduzione dei poteri della magistratura, mentre temi che compaiono per due partiti su tre sono la limitazione dell’accoglienza degli immigrati, la credibilità nel sostenere la crescita economica, la permanenza nella NATO (anche se per la Lega non compare neanche nella top 10) e la lotta alla violenza sulle donne e ai femminicidi. Se estendiamo l’esame all’intera top 10 per i tre partiti, troviamo anche la lotta alla disoccupazione e all’inflazione.

    I partiti di opposizione: il ruolo dei diritti, il peso delle guerre

    Riguardo ai principali partiti di opposizione (Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle), rimane una configurazione che si era già vista nel 2022: la caratterizzazione essenzialmente su temi “culturali” per il Pd, e su temi economici per il M5S. Limitandoci ai primi cinque, vediamo infatti che per il partito di Elly Schlein sono tutti temi “culturali”, e anche legati alla politica internazionale: continuare nell’accoglienza attuale degli immigrati (anche se obiettivo in realtà minoritario - 36% - nell’intero campione), rimanere nella UE, mantenere i poteri della magistratura, negare ai movimenti antiabortisti l’ingresso nei consultori, rimanere nella NATO. Il primo tema economico si affaccia solo al sesto posto (riduzione delle differenze di reddito).

    Il profilo del Movimento 5 Stelle è sensibilmente diverso: per il partito di Giuseppe Conte, ai primi due posti troviamo temi relativi alle diseguaglianze economiche: la riduzione delle differenze di reddito e la riduzione della povertà. Su questo tema il M5S raggiunge il proprio picco di credibilità (20%, che tradotto sulla base più ridotta dei voti validi rappresenterebbe una base ben superiore alla base elettorale del M5S), evidentemente a causa del legame storico del M5S con il reddito di cittadinanza. Seguono poi il voler mantenere i poteri della magistratura, la posizione pacifista sull’intervento israeliano a Gaza (non a caso il partito ha inserito l’hashtag “#pace” addirittura nel suo simbolo), e infine il combattere la violenza sulle donne e i femminicidi.

    Anche qui è interessante vedere quali temi rappresentano un possibile denominatore comune tra i due partiti di opposizione più importanti. Con una simmetria che rivela una faglia fondamentale nell’elettorato italiano (in linea con quello che Ilvo Diamanti battezzò il “muro di Arcore”), l’unico tema comune ai due partiti sono i poteri della magistratura: esattamente come visto poco fa per il centrodestra, ma ovviamente su posizioni opposte. Se poi invece estendiamo alla top 10 (avendo solo due partiti da confrontare), i temi-chiave comuni sono un po’ di più: la permanenza nella UE, la contrarietà ai movimenti antiabortisti nei consultori, la riduzione delle differenze di reddito, la lotta alla violenza sulle donne e ai femminicidi, la posizione pacifista su Gaza, la lotta alla disoccupazione.

    Le intenzioni di voto

    Abbiamo quindi visto i diversi temi-chiave per i vari partiti: sono i temi che ci aspettiamo che ciascuno di essi enfatizzerà maggiormente nelle prossime settimane di campagna (e su cui investirà per sottolineare l’unità o marcare la differenziazione rispetto ai compagni di coalizione o di opposizione). Ma quali sono i rapporti di forza nelle intenzioni di voto, a meno di un mese dalle elezioni?

    Nelle intenzioni di voto Fratelli d’Italia (25%) viene stimata al di sotto del risultato delle politiche del 2022 (26%). Il Partito Democratico, in linea con altre rilevazioni, si attesta al 19,6%. Segue il Movimento Cinque Stelle, con il 16,5%: se fosse confermato alle urne, significherebbe che - per la prima volta nella sua storia - il partito di Conte otterrebbe alle europee un risultato migliore delle politiche immediatamente precedenti (in questo caso il 15,4% del 2022). Quasi appaiati Lega e Forza Italia, con la prima leggermente avanti alla seconda. Le altre liste date oltre la soglia di sbarramento del 4% sono Alleanza Verdi e Sinistra e Stati Uniti d’Europa. Alla domanda sulle intenzioni di voto ha risposto circa il 65% dei partecipanti inclusi nel campione.

    Nota metodologica

    Il sondaggio Cise-Telescope è stato somministrato con metodologia CAWI su un campione di 1.204 intervistati, tra il 2 e il 9 maggio, dalla società Demetra. Il campione è rappresentativo della popolazione italiana in età di voto per combinazione di sesso e classe di età, titolo di studio e zona geografica. Successivamente il campione è stato ponderato per sesso, combinazione di classe ed età, zona geografica e ricordo del voto espresso nella precedente elezione del 2022. Il tasso di risposta in rapporto agli inviti è stato del 40%. Il margine di errore (al livello di fiducia del 95%) per un campione probabilistico di pari numerosità è di ± 2,8 punti percentuali.

  • Partiti “populisti”? Piuttosto “neo-conflittuali”. E dietro il loro successo c’è spesso una superiore capacità strategica

    Nelle imminenti elezioni europee molti partiti “populisti” ricopriranno un ruolo da protagonisti, come lo avrà Donald Trump in quelle americane di novembre. È bene allora rileggere più largamente il fenomeno, alla luce di una ricerca internazionale unica, condotta dal CISE su sei paesi utilizzando gli strumenti della teoria della “issue yield” (rendimento dei temi). Lo studio riguarda la grande stagione del populismo tra 2017 e 2018, ma i suoi risultati sono forse anche più utili oggi, per capire il successo di partiti che sono ormai protagonisti della vita politica in tutta Europa, e che potranno incidere sulla formazione della futura Commissione Europea.

    1. Issue yield: analizzare i partiti in base ai loro temi caratterizzanti

    Perché ogni partito preferisce parlare solo di alcuni temi, e non di altri? Alla base della spiegazione c’è il fatto che ogni partito ha come obiettivo principale di mantenere o aumentare i propri voti da un’elezione all’altra. E questo obiettivo richiede di conciliare due cose: (a) mantenere al massimo la propria base di elettori fedeli; (b) cercare di convincerne di nuovi. Una parte della letteratura scientifica (a partire da Downs 1957) sostiene che non sia facile conciliare questi obiettivi: ad esempio quando ci si sposta al centro per conquistare elettori moderati, si perdono inevitabilmente gli elettori più radicali. Ma l’innovativa teoria della issue yield (De Sio e Weber 2014) si basa sulla scoperta che, quando si vanno a considerare i singoli temi in discussione (invece che dimensioni ideologiche generali e spesso astratte), esistono spesso dei temi win-win, che permettono a un partito di realizzare entrambi gli obiettivi. Sono quei temi su cui la base del partito è praticamente unanime (quindi senza rischi di divisione interna) ma su cui al tempo stesso sono d’accordo anche moltissimi altri cittadini (quindi con grande potenziale di espansione). Vengono definiti temi ad alto rendimento (high yield); e di fatto - come evidenziano i dati - costituiscono il cuore della caratterizzazione di un partito (ritenuto su questi temi credibile, anche da chi non lo vota) ma anche i cavalli da battaglia su cui concentrare la campagna elettorale.

    2. Il caso francese: Marine Le Pen e il Front National

    Il concetto si può capire molto semplicemente guardando la tabella che riporta i dieci temi con rendimento più alto per Marine Le Pen nelle elezioni presidenziali francesi del 2017. I dati sono tratti dall’indagine internazionale ICCP, condotta dal CISE con sondaggi in sei paesi europei tra 2017 e 2018, su cui si basano tutte le analisi di questa puntata di Telescope. Osserviamo, ad esempio, il secondo obiettivo (limitare il numero di rifugiati): il 93% dei sostenitori dell’allora Front National si diceva d’accordo, come anche il 78% dei francesi. Ecco quindi il win-win: quando Le Pen parla di immigrazione è in sintonia con il 78% dei francesi (da cui potrebbe ottenere qualche nuovo voto), e mantiene al tempo stesso bassissimo il rischio di perdere suoi elettori precedenti. E percentuali così alte valgono pure, ad esempio, per un altro obiettivo: il divieto di velo islamico nei luoghi pubblici. La tabella, tuttavia, mette in evidenza un aspetto sorprendente: la natura post-ideologica di Marine Le Pen. Tra gli obiettivi caratterizzanti il suo elettorato ce ne sono infatti anche alcuni tradizionalmente “di sinistra”: ad esempio legalizzare l’eutanasia, limitare la globalizzazione economica, ridurre le differenze di reddito. È questa la forza di questi candidati e partiti, che comporta peraltro la difficoltà di incasellarli nelle categorie tradizionali di destra e sinistra (fattore che ha anche contribuito alla popolarità dell’etichetta di “populisti”).

    3. Non populisti, ma piuttosto “neo-conflittuali”: un mix di destra e sinistra

    C’è poi un’altra caratteristica che distingue molti partiti “populisti” dai grandi partiti di governo. I partiti mainstream, negli anni più recenti, hanno cercato sempre più di accreditarsi su una visione per certi versi depoliticizzata e tecnocratica, presentandosi semplicemente come più competenti, più “bravi” su obiettivi trasversali, caratterizzati da ampio consenso, poco conflittuali, come ad esempio far crescere l’economia, proteggere il paese dal terrorismo, eccetera.
    Ebbene, i dati dell’indagine ICCP permettono di calcolare l’indice issue yield anche per questi obiettivi più “trasversali”: e si scopre che proprio qui emerge una grande differenziazione tra partiti mainstream e nuovi partiti challenger, spesso etichettati come populisti. Mentre i primi sono caratterizzati soprattutto da temi trasversali (enfasi su una visione problem-solving, quasi tecnocratica, della politica) i secondi sono caratterizzati molto di più su temi conflittuali (De Sio e Lachat 2021). Quindi anzitutto riscoprono e mobilitano la dimensione conflittuale della politica; ma al tempo stesso lo fanno su linee di conflitto nuove e inedite, unendo posizioni di destra su alcuni temi e di sinistra su altri. Ecco quindi che potremmo meglio identificarli come “neo-conflittuali”, ovvero conflittuali, ma su linee di conflitto inedite. In particolare, con una combinazione particolarmente frequente: quella di essere “di destra” su temi culturali (come immigrazione e Europa) e “di sinistra” su temi economici (ad esempio redistribuzione del reddito ed età pensionabile). Un mix per certi versi non sorprendente, che suggerisce un desiderio di protezione dai rischi delle grandi trasformazioni del nostro tempo.

    Il grafico sintetizza questa riflessione, presentando la collocazione di tutti i partiti analizzati in uno spazio che combina la dimensione “problem-solving contro conflittualità” (in verticale) con la dimensione orizzontale “sfida alle ideologie del Novecento” (a sinistra la combinazione innovativa “nazional-welfarista”, a destra quella speculare “cosmopolita-liberista”, al centro le combinazioni più tradizionali di sinistra o destra (De Sio e Lachat 2019).

    4. Dietro il successo: crisi dei partiti? No, strategie efficaci

    Già, ma perché questi partiti “neo-conflittuali” hanno avuto tanto successo, in tutta Europa, nella loro stagione esplosiva tra 2017 e 2018 (quella segnata dall’elezione di Trump e della Brexit)? La risposta per certi versi sorprendente è: perché hanno colto molto meglio le loro opportunità di issue yield che abbiamo visto sopra. Un’analisi della comunicazione dei vari partiti su Twitter e delle loro performance elettorali (De Sio e Weber 2020) ha infatti rivelato che i partiti che - nella loro comunicazione - seguivano più fedelmente i temi ad alto issue yield, hanno poi ottenuto migliori performance elettorali. Ovviamente non perché facessero sofisticati calcoli, ma semplicemente perché - evidentemente - le loro leadership hanno saputo cogliere intuitivamente i temi migliori. Cosa che invece è riuscita molto peggio ai partiti tradizionali, caratterizzati da leadership meno strategiche, ovvero meno capaci di identificare bene (e di usare) i propri punti di forza presso l’opinione pubblica. Ecco quindi che l’“ondata populista”, di cui il dibattito pubblico ha tanto discusso, non è dipesa, allora, da un’opinione pubblica profondamente cambiata rispetto al passato (che avrebbe portato a una crisi irreversibile dei partiti tradizionali) ma dai partiti tradizionali stessi, meno capaci di definire in modo strategico la propria agenda.

    E c’è infine un ultimo punto sorprendente. Andando ad analizzare in dettaglio quali sono i temi che hanno avuto maggiore importanza nello spostare elettori verso questi partiti , ci si attenderebbe che fossero temi “culturali” come l’immigrazione o l’anti-europeismo. Si scopre invece [De Sio e Angelucci 2021] che la parte del leone la fanno i temi economici, e su posizioni di protezione sociale. La tabella qui sotto sintetizza infatti un insieme di complessi modelli di analisi basati su dati individuali, riportando, per diversi temi, il numero di partiti (tra i 38 partiti europei analizzati) che hanno guadagnato elettori grazie a quel tema in particolare. Ebbene, a sorpresa i temi che hanno prodotto i maggiori guadagni di elettori sono proprio quelli economici, e su posizioni di protezione sociale (etichettati come “Progressive” o “Valence” - trasversali); e tra questi partiti ci sono anche (vedi il dettaglio dell’articolo) alcuni tra i più importanti partiti “populisti”, come il Movimento 5 stelle, e populisti di destra, come il Front National di Marine Le Pen e il PVV di Geert Wilders.

    Da tutte queste analisi traiamo dunque alcune lezioni: 1) viviamo ormai in un’epoca per certi versi “post-ideologica” dove è possibile proporre con successo anche partiti che combinano - sui diversi temi - posizioni “di sinistra” con altre “di destra”; 2) dietro la generica etichetta di “populisti” troviamo spesso dei partiti con una chiara caratterizzazione tematica che potremmo definire “neo-conflittuale”: in un’epoca di politica tecnocratica e per certi versi depoliticizzata, riscoprono la dimensione del conflitto, mobilitato tuttavia con modalità nuove, post-ideologiche; e lo fanno spesso sfruttando il desiderio di protezione dei cittadini dai rischi prodotti dalle grandi trasformazioni del nostro tempo; 3) a determinare il successo elettorale non è tuttavia un presunto Zeitgeist, uno spirito del tempo populista, ma semplicemente il fatto che i “populisti” sono stati più abili degli altri a seguire i principi alla base della teoria della issue yield, ovvero identificando i temi più produttivi e sfruttandoli nelle loro campagne. Questo ci dice che la competizione è aperta: anche i partiti tradizionali, se riusciranno a cogliere questa logica, potranno competere ad armi pari.

  • Verso le Europee: quanto contano i candidati, e il ruolo a sorpresa dei “signori delle preferenze”

    Manca poco più di un mese alle elezioni europee, e per i partiti è tempo di scadenze: la prima, ieri (22 aprile), col deposito dei loghi che compariranno nella scheda elettorale; la seconda, il 1° maggio, con quello delle liste dei candidati. Loghi e candidati: entrambi essenziali, ma cosa conta di più agli occhi degli elettori? Nelle scelte di voto per le europee è più importante il simbolo del partito da barrare o il nome dell’aspirante europarlamentare da scrivere? In altri termini: quanto pesano le preferenze sul totale dei voti delle diverse liste? Come cambia il dato tra i partiti e le circoscrizioni? Ed infine: cosa c’è dietro la scelta, presa da molti candidati locali, di presentarsi nonostante poche o nulle chance di essere eletti? Da queste domande trae le mosse la 3° puntata di Telescope.

    1. Europee: gli elementi essenziali

    Le europee sono definite elezioni di second order (Reif e Schmitt 1980), perché ai cittadini interessano meno di quelle nazionali. La posta in palio non è il governo del Paese, l’affluenza è sistematicamente più bassa. Gli elettori, allora, sono più inclini a dare un voto “sincero” anziché uno “strategico”. Il “voto utile”, che premia i partiti più grandi, pesa di meno. Sulla base di ciò, quali forze politiche partono, almeno sulla carta, avvantaggiate? Prima di rispondere bisogna ricordare cosa dice la teoria del ciclo elettorale (Paldam 1981): ogni governo vive una luna di miele nei suoi primi 100 giorni di vita, finiti i quali perde via via consenso raggiungendo il gradimento più basso a metà legislatura, prima di risalire verso la sua fine. Nel caso italiano, le europee del 2024 cadono dopo quasi un anno e otto mesi dalla formazione del governo Meloni. Si tratterebbe, quindi, del momento peggiore per l’esecutivo e, viceversa, del migliore per i partiti di opposizione. Questo è l’andamento strutturale di base, che non può prescindere però da un fattore cruciale: le preferenze per candidati specifici, grazie a cui eleggiamo i nostri parlamentari europei.

    2. Le preferenze: com’è divisa l’Italia?

    Alle europee le preferenze contano molto, nonostante le notevoli dimensioni delle circoscrizioni che accorpano più Regioni. Ogni elettore può darne fino a 3, rispettando l’alternanza di genere. Il numero espresso in media da ciascun votante varia tuttavia nelle diverse aree del Paese. Come visibile nella mappa qui sotto riportata, dedicata alle europee del 2019, il dato è inferiore a 0,2 in ampie parti dell’ex Zona Rossa come Emilia-Romagna e Toscana, oltre che nella maggior parte dei Comuni piemontesi. Nei Capoluoghi del Nord-Ovest e del Nord-Est il valore è più alto di quello della rispettiva Regione di appartenenza: Milano (0,66) supera la Lombardia (0,39), così come Torino (0,26) il Piemonte (0,21), Genova (0,37) la Liguria (0,36), Venezia (0,49) il Veneto (0,46), Trieste (0,59) il Friuli-Venezia Giulia (0,53), Bologna (0,46) l’Emilia-Romagna (0,27). La linea di demarcazione più profonda è però soprattutto tra Nord e Sud: in tutte le Regioni meridionali il dato oltrepassa quello nazionale (0,48), con un exploit nella circoscrizione Isole, specie in Sicilia.

    3. Il caso particolare del Movimento Cinque Stelle

    Tra tutti i partiti, quello che ha il minor numero di preferenze espresso in media da ciascun votante è il Movimento Cinque Stelle (0,31). Una condizione particolare e in apparenza contraddittoria, visto che proprio al Sud e nelle Isole il M5s ha la sua roccaforte elettorale. Un radicamento ormai consolidato: analisi successive alle europee 2019 hanno certificato il partito di Conte come la forza politica più territorializzata del Paese, persino più della Lega (Cataldi, Emanuele e Maggini 2024). Come si spiega? Col passare degli anni, il voto al M5s ha cambiato pelle. Oggi non è più un voto di semplice protesta, ma appare chiaramente legato ad alcuni temi specifici, tra cui una domanda di sostegno ai ceti più disagiati: temi che hanno prodotto il riconoscimento di un ruolo importante per il M5s al Sud. Interessante, guardando alla distribuzione del dato al di sotto del Lazio, come valori bassi siano presenti in Regioni quali Abruzzo, Campania, Puglia e Calabria, ma non nelle isole: in Sicilia e Sardegna il ricorso alle preferenze è infatti più simile agli altri partiti.

    4. Dove pesa di più il voto ai candidati

    In queste zone del Paese, alle elezioni europee del 2019 il voto candidate-oriented (Fabrizio e Feltrin 2007) ha raggiunto, ancora una volta, dimensioni notevoli. Lo dimostra il confronto su quanti candidati hanno preso da soli almeno lo 0,5% dei voti validi della propria circoscrizione: nel Nord-Ovest, dove si assegnano più seggi per il Parlamento Europeo (20), sono stati 12, inclusi i 3 leader nazionali di centrodestra (Salvini, Berlusconi e Meloni); nelle Isole, in cui i posti in palio per Bruxelles sono meno della metà (8), il numero di candidati risulta però triplicato (36), battendo persino quello dell’Italia Meridionale (34). Oggi, il declino organizzativo dei partiti e il connesso aumento della volatilità elettorale hanno reso in alcune regioni il voto personale quasi il principale elemento di continuità nel sistema politico; emblematico il caso della Sicilia (Emanuele e Riggio 2017).

    5. Il grande paradosso: il ruolo dei “signori delle preferenze”

    Proprio in Sicilia, la competizione politica resta dominata dai “signori delle preferenze”, ossia politici che detengono un rilevante pacchetto di voti che può essere mantenuto nel tempo in elezioni successive o spostato a sostegno di altri candidati (Emanuele e Marino 2016). Le loro scelte strategiche (ricandidature o endorsements) sono spesso la variabile chiave del sistema, e i loro pacchetti di voti si muovono quasi indipendentemente dalle scelte partitiche e coalizionali. Però c’è un paradosso. In elezioni come quelle europee, con circoscrizioni vastissime e un numero di seggi in palio relativamente basso, in teoria questi politici (che hanno un seguito molto concentrato a livello locale) non dovrebbero essere particolarmente rilevanti e interessati, perché quasi sempre hanno troppi pochi voti per essere eletti. Eppure in vista delle elezioni europee si candidano eccome. Perchè? Anzitutto perché i partiti non vogliono privarsi del loro apporto; ma soprattutto perché queste elezioni - per i “signori delle preferenze” - rappresentano un’occasione unica per contarsi, ovvero per ricevere una certificazione inequivocabile di quanti voti sono in grado di ottenere: voti in grado di certificare il loro peso politico nelle trattative per future candidature nelle elezioni amministrative (a tutti i livelli) e politiche, anche a livello nazionale. Vediamo ad esempio il caso del palermitano Edy Tamajo, oggi assessore regionale nella giunta Schifani e recordman di preferenze: 13.984 alle regionali 2017 in una lista di centrosinistra (Sicilia Futura), 21.700 nella tornata del 2022 ma nel centrodestra con Forza Italia, quando è diventato il più votato in assoluto dell’Isola.  Ecco quindi che le imminenti elezioni europee, viste in quest’ottica, non sono soltanto l’elezione dei 76 membri del Parlamento Europeo di spettanza dell’Italia, ma il miglior investimento possibile per la carriera politica di molti esponenti locali. In attesa della prossima elezione.

    Riferimenti bibliografici

    Cataldi, M., Emanuele, V. e Maggini, M. (2024), “Territorio e voto in Italia alle elezioni politiche del 2022”, in Chiaramente, A. e De Sio, L. (a cura di), Un polo solo. Le elezioni politiche del 2022, Bologna: il Mulino, pp. 177-216.

    Fabrizio, D. e Feltrin, P. (2007), ‘L’uso del voto di preferenza: una crescita continua’, in A. Chiaramonte and G. Tarli Barbieri (a cura di), Riforme istituzionali e rappresentanza politica nelle Regioni italiane, Bologna: Il Mulino, pp.175–199.

    Emanuele, V. e Marino, B. (2016), ‘Follow the candidates, not the parties? Personal vote in a regional de-institutionalised party system’, Regional and Federal Studies, 26(4), pp. 531-554.

    Emanuele, V. e Riggio, A. (2017), “L’altra faccia del voto in Sicilia: il consenso ai Signori delle preferenze fra ricandidature ed endorsements”, in Emanuele V. e Paparo A. (a cura di), Dall’Europa alla Sicilia. Elezioni e opinione pubblica nel 2017, Dossier CISE, pp. 283-295.

    Reif, K., & Schmitt, H. (1980). Nine second‐order national elections–a conceptual framework for the analysis of European Election results. European journal of political research, 8(1), 3-44.

Ricerca

  • Un polo solo Le elezioni politiche del 2022

    A. Chiaramonte, L. De Sio (a cura di)

    Un polo solo. Le elezioni politiche del 2022

    Bologna, Il Mulino, 2024 pp. 380

    ISBN 978-88-15-38818-6

    È disponibile in libreria "Un polo solo", l' ottavo volume della serie, dedicata alle elezioni politiche, iniziata dai ricercatori CISE a partire dall'elezione del 1994.

    Un approfondito studio delle elezioni politiche del settembre 2022, ricco di dati e analisi originali, di un gruppo di ricercatori riunito su iniziativa del Centro Italiano di Studi Elettorali (CISE). Dopo un'introduzione sul contesto pre-elettorale - la costruzione dell'offerta politica; le domande espresse dall'opinione pubblica; lo sviluppo della campagna elettorale - segue una dettagliata analisi dei risultati, con focus sulla partecipazione al voto, sui flussi e sui temi decisivi, sul rapporto tra territorio e voto, sul partito vincitore - Fratelli d'Italia. Una serie di contributi inquadra l'elezione in una prospettiva di lungo termine, analizzando gli effetti del sistema elettorale, la selezione della classe parlamentare e l'evoluzione del sistema partitico italiano. È sulla scorta di questa grande messe di dati e di analisi che si costruisce un'interpretazione complessiva che vede il «cambiamento» ancora protagonista, ma anche il ritorno in primo piano di una caratteristica del vecchio bipolarismo, per cui a fare la differenza nella competizione elettorale è stata la capacità dei partiti di «farsi polo». Ma è un polo solo che ha risposto a questo appello, decidendo così il risultato.

    Indice

    Premessa

    I. Partiti, coalizioni e alleanze: il ritorno del primato dell’offerta, di Matteo Boldrini, Marco Improta e Aldo Paparo

    II. Al cuore della rappresentanza. I temi in discussione, tra domanda dell’elettorato e offerta dei partiti, di Lorenzo De Sio, Nicola Maggini ed Elisabetta Mannoni

    III. Divergenti ma non troppo? Le priorità dei cittadini e le strategie dei partiti durante la campagna elettorale, di Luca Carrieri e Cristian Vaccari

    IV. Cronaca di una morte annunciata. La partecipazione elettorale in Italia, 2022, di Davide Angelucci, Federico Trastulli e Dario Tuorto

    V. Un polo solo, al comando: i risultati elettorali e i flussi di voto, di Davide Angelucci, Lorenzo De Sio e Aldo Paparo

    VI. Territorio e voto in Italia alle elezioni politiche del 2022, di Matteo Cataldi, Vincenzo Emanuele e Nicola Maggini

    VII. Fratelli d’Italia. Radici e dinamiche di un successo annunciato, di Davide Angelucci, Gianfranco Baldini e Sorina Soare

    VIII. Maggioritario di risulta. Gli effetti del nuovo sistema elettorale alla sua seconda prova, di Alessandro Chiaramonte, Roberto D’Alimonte e Aldo Paparo

    IX. La rivincita della politica? Il ceto parlamentare alla prova della riduzione dei seggi, di Bruno Marino, Filippo Tronconi e Luca Verzichelli

    X. Un sistema partitico deistituzionalizzato, di Alessandro Chiaramonte, Vincenzo Emanuele e Elisa Volpi

    Conclusioni: un polo solo, e poi?, di Alessandro Chiaramonte e Lorenzo De Sio

    Riferimenti bibliografici

  • Open selection for a 2-year post-doc position at CISE on social media analysis (deadline Apr 10)

    The selection is still open (until Apr 10). The figure we are looking for (details in the call for applications-see PDF below) will deal with quantitative social media analysis, also through computational methods, so that familiarity with Python and/or R (possibly including API access) is an important plus.

    The call for applications is for a two-year post-doctoral position at Luiss Rome within the CISE-run, nationally funded (PRIN) POSTGEN project - Generational gap and post-ideological politics in Italy. The position also offers interesting teaching opportunities; moreover, due to the geographically distributed nature of the project (the Luiss unit, headed by PI Lorenzo De Sio, coordinates three more units in Milan, Bologna and Pavia), applications by non-resident young scholars will be also very seriously considered.

    The project is highly innovative on several aspects, from theoretical framework to data collection and analysis, combining qualitative ethnographic interviews, questionnaire-based surveys, and social media analysis using algorithms and GenAI (see description below, or directly https://postgen.org/ ).

    Position description (from the call)

    The selected postdoctoral researcher will be in charge for specific tasks related to the project work package dedicated to social media, in terms of both data collection and quantitative analysis.

    The ideal candidate has:

    • a background in empirical social research with a quantitative approach;
    • familiarity with manual and automated collection of social media data (including access to social media APIs);
    • familiarity with quantitative analysis of social media data, both with human coding and with algorithmic (supervised and unsupervised) approaches;
    • familiarity with common data analysis software/programming languages (Stata, R, Python);
    • some record of scientific publications;
    • some previous participation to international research projects.

    The selected researcher will actively cooperate with the project team, and will be offered the possibility of a fully-fledged research experience within the POSTGEN project, including full participation to research activities and to the dissemination of the project, ranging from participation to international conferences to significant opportunities for scientific publications on international journals.

    Useful links

    Call for applications
    (legal document in Italian; includes English position description at the end)

    Application form
    (deadline: 14.00 CEST of April 10, 2024)

    POSTGEN in a nutshell:

    Background

    Recent, disruptive political change in the Western world (Brexit; Trump; challenger parties across Europe; the birth in 2018 Italy of the first “populist” government in Western Europe) has deeply challenged theories of voting behavior and party competition, leading most scholars to broad explanations based on populism and irrational publics.

    Recent comparative research (see the ICCP project; see De Sio/Lachat 2020) has shown more specific mechanisms: challenger parties thrive on an ability to mobilize conflict by leveraging issue opportunities across ideological boundaries. This reveals a de-ideologized context, where voters, relying less on traditional ideological alignments, reward innovative post-ideological platforms.

    Still, ICCP research only scratched the surface of a possible de-ideologization process, lacking processual focus (and missed the impact of the Covid crisis, potentially leading to further change).

    The POSTGEN Project

    POSTGEN fills this gap by offering – on the Italian case, lying at the forefront of disruptive political change – an in-depth analysis of the mechanisms and dynamics of possible de-ideologization. It adopts a generation-aware perspective (needed for understanding change) with emphasis on younger generations, and with innovative focus on:

    • time: tracing the (memory and) dynamics of the formation of political attitudes (at the individual, generational, and collective level) and their impact on political behavior;
    • meanings associated to different political issues, and the (lack of) overarching ideological organization thereof;
    • non-political actors and influencers, and their increasing influence in an age of crisis of epistemic authorities.

  • Luiss is hiring! Positions of interest for CISE followers

    An extensive recruitment process has been launched at Luiss University through a 'Call for Expression of Interest' involving 32 new positions for Full/Associate/Assistant Professors across various disciplines.

    The call deadline is next February 15; among the 32 positions, seven are offered within the Department of Political Science (see full list below).

    To the community of CISE readers that are interested in elections, public opinion, political behaviour and political communication, we bring to attention two positions in particular:

    Methods of Political and Social Research

    Excerpt from the call:
    "Primary attention will be given to profiles for the position of Assistant Professor, but expressions of interest from Junior Associate Professors will also be considered ... Candidates are expected to have a strong international publication record on research methods in political and social sciences, both quantitative and qualitative. Experience of survey research (including questionnaire and survey design, survey data analysis also with a multi-level perspective) and/or of experimental designs, including the use of qualitative methods in the social sciences, is appreciated."

    Sociology of Communication

    Excerpt from the call:
    "[Candidates] will be leading scholars with research and teaching experience, and a relevant record of publications and research projects ... Candidates are expected to have a strong international publication record, with a focus on the areas of digitized public spheres and datafication of political communication and political mobilization. Expertise in computational communication analysis and a research interest on digital environments and political communication are desirable."

    In light of possible future collaborations with CISE scholars, we would be especially happy of seeing applications by scholars with specific expertise on public opinion, party politics and political attitudes and behavior.

    Full list of positions advertised in the Department of Political Science:

    Associate/Full Professorships (four positions):

    - AXA Chair in Climate Change;
    - Euro-Mediterranean Studies;
    - Sociology of Communication;
    - Sociology of Migrations and Transnationalism;

    Assistant/Associate Professorships (three positions):

    - History and Culture of Islamic Countries;
    - History of Political Institutions;
    - Methods of Political and Social Research.

  • Who looks up to the Leviathan? Ideology, political trust, and support for restrictive state interventions in times of crisis

    To cite the article:

    Casiraghi, M.C.M., Curini, L., Maggini, N. and Nai, A. (2024). Who looks up to the Leviathan? Ideology, political trust, and support for restrictive state interventions in times of crisis. European Political Science Review. DOI:10.1017/S1755773923000401

    The article is open access and can be accessed here.

    Abstract

    The extent in which voters from different ideological viewpoints support state interventions to curb crises remains an outstanding conundrum, marred by conflicting evidence. In this article, we test two possible ways out from such puzzle. The role of ideology to explain support for state interventions, we argue, could be (i) conditional upon the ideological nature of the crisis itself (e.g., whether the crisis relates to conservation vs. post-materialist values), or (ii) unfolding indirectly, by moderating the role played by political trust. We present evidence from a conjoint experiment fielded in 2022 on a representative sample of 1,000 Italian citizens, in which respondents were asked whether they support specific governmental interventions to curb a crisis, described under different conditions (e.g., type of crisis, severity). Our results show that the type of crisis matters marginally – right-wing respondents were more likely to support state interventions only in the case of terrorism. More fundamentally, political trust affects the probability to support state interventions, but only for right-wing citizens.


Volumi di ricerca

  • Un polo solo Le elezioni politiche del 2022

  • The Deinstitutionalization of Western European Party Systems

  • Conflict Mobilisation or Problem-Solving? Issue Competition in Western Europe

  • “La politica cambia, i valori restano” ripubblicato in Open Access

  • Il voto del cambiamento: le elezioni politiche del 2018

  • Cleavages, Institutions and Competition

  • Young People’s Voting Behaviour in Europe. A Comparative Perspective

  • Terremoto elettorale. Le elezioni politiche del 2013

  • Competizione e spazio politico. Le elezioni si vincono davvero al centro?

  • La politica cambia, i valori restano? Una ricerca sulla cultura politica dei cittadini toscani


Dossier CISE

  • Online il Dossier CISE “Le elezioni amministrative del 2019”

  • The European Parliament Elections of 2019 – individual chapters in PDF

  • The European Parliament Elections of 2019 – the e-book

  • “Goodbye Zona Rossa”: Online il Dossier CISE sulle elezioni comunali 2018

  • Dossier CISE “Goodbye Zona Rossa”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • “Gli sfidanti al governo”: Online il Dossier CISE sulle elezioni del 4 marzo

  • Dossier CISE “Gli sfidanti al governo”: Scarica i singoli articoli in PDF

  • The year of challengers? The CISE e-book on issues, public opinion, and elections in 2017

  • The year of challengers? Individual PDF chapters from the CISE e-book

  • “Dall’Europa alla Sicilia”: Online il Dossier CISE su elezioni e opinione pubblica nel 2017