Autore: Roberto D’Alimonte

  • Governo e Parlamento, quanto pesa l’incognita della legge elettorale

    Governo e Parlamento, quanto pesa l’incognita della legge elettorale

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 27 Novembre 2016

    Per il presidente del consiglio riforma elettorale e riforma costituzionale sono due cose separate. Da un certo punto di vista è così. Se la riforma costituzionale verrà approvata il 4 Dicembre le innovazioni introdotte potranno funzionare indipendentemente   dal metodo di elezione dei deputati. Il bicameralismo differenziato può coesistere sia con un sistema di voto proporzionale che con uno maggioritario. Questo vale a maggior ragione per gli altri elementi della riforma costituzionale: dal nuovo sistema di relazioni tra stato e regioni al rafforzamento degli strumenti di democrazia diretta. Se vincerà il SI tutto questo sarà acquisito sia che l’Italicum resti come è, sia che si passi a altro sistema elettorale.

    Tutto questo è vero. Ma è anche vero che gli effetti della riforma costituzionale sul funzionamento del parlamento e sull’efficacia della azione di governo saranno significativamente diversi a seconda che i futuri governi siano più o meno stabili, più o meno coesi. E questo non dipende dalla riforma costituzionale, ma da quella elettorale. Il che non vuol dire che sono i sistemi elettorali a fare tutta la differenza. Cultura politica, forza dei partiti, qualità della classe politica, regolamenti parlamentari sono solo alcuni degli altri fattori che contano in termini di governabilità. Ma il sistema elettorale è la chiave.

    Italicum e riforma costituzionale sono stati pensati per completare un percorso iniziato nel 1993. Nel pieno della crisi della Prima Repubblica il parlamento approvò una legge che introdusse un nuovo modello di governo nei comuni (e nelle province). Gli elementi centrali erano, e sono, l’elezione diretta del sindaco insieme ad un sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza e ballottaggio che, salvo casi eccezionali, garantiscono al vincente la maggioranza assoluta dei seggi in consiglio. Inoltre è prevista la clausola per cui il sindaco può essere sfiduciato dal consiglio comunale, nel qual caso si torna a votare. Lo stesso modello più tardi fu introdotto, senza il ballottaggio, a livello regionale.

    Questo modello del tutto originale ha garantito la stabilità dei governi sub-nazionali in un contesto difficile, caratterizzato da elevata frammentazione, bassissima fiducia e grande debolezza dei partiti. Oggi comuni e regioni hanno governi che, salvo poche eccezioni, durano cinque anni. Ai tempi della Prima Repubblica duravano meno di uno. Ed è un modello che agli italiani piace senza ombra di dubbio. A questo proposito nell’ultimo sondaggio Cise-Sole24Ore pubblicato su queste pagine qualche settimana fa c’era questa domanda: ‘il sistema elettorale dovrebbe permettere agli elettori di scegliere direttamente il presidente del consiglio come avviene per i sindaci’.  Ebbene, l’81% degli intervistati si è dichiarato d’accordo. E dentro questo 81% il 46% ha risposto addirittura di essere molto d’accordo.  C’è qualcuno sano di mente che pensa che si possa tornare al passato? Che si possa rinunciare di questi tempi alla stabilità degli organi di governo comunali e regionali in nome di una maggiore rappresentatività?

    Se Renzi avesse potuto, avrebbe introdotto il modello del sindaco anche a livello nazionale, completando così il percorso iniziato nel 1993.  Glielo ha impedito la resistenza diffusa all’idea della elezione diretta del presidente del consiglio. Così, l’Italicum è diventato lo strumento con cui si è adattato il modello del sindaco al governo nazionale. E Il ballottaggio è il meccanismo con cui si è introdotta l’elezione ‘diretta’ del premier senza modificare la forma di governo che resta parlamentare. Checchè ne dicano Zagrebelski e altri proporzionalisti incalliti. Con il ballottaggio si dà ai cittadini – con un secondo voto-la responsabilità di scegliere il governo del paese. Un governo scelto dalla maggioranza assoluta dei votanti.

    L’Italicum è un tassello. L’altro è la riforma costituzionale. Uno dei suoi obiettivi è quello di dare a chi è stato scelto dai cittadini per guidare il paese qualche strumento in più per governare meglio, assumendosene in modo chiaro la responsabilità. Governi più stabili, più efficienti e più responsabili. E un parlamento comunque rappresentativo. In sintesi, più accountability e meno alibi.  La costituzione del 1947 ha frammentato il potere per paura di un governo forte. La revisione costituzionale del 2016 tende a concentrarlo un pochino di più senza cambiare formalmente le prerogative del premier, ma rafforzando il potere degli elettori. E senza toccare minimamente tutti i contrappesi presenti attualmente nella costituzione. Dalla assoluta indipendenza della magistratura, ai poteri della Consulta e del presidente della repubblica.

    Tutto ciò però fa paura. Un governo eletto ‘direttamente’ dai cittadini grazie al ballottaggio, una sola camera che approva la maggior parte delle leggi, una corsia preferenziale per deliberare in 70 giorni sui disegni di legge prioritari del governo rappresentano quel temutissimo ‘combinato disposto’ considerato una grave minaccia alla democrazia. Sono tutte cose che esistono in molte altre democrazie europee, ma da noi sono visti come i tasselli di una deriva autoritaria che per qualcuno ci riporterà addirittura indietro al fascismo. Siamo arrivati a sentir affermare che un governo stabile rappresenta una minaccia. Che il governo debole è sinonimo di democrazia. Che le elezioni non servono a scegliere un governo ma solo a fotografare le preferenze degli elettori. Che la democrazia è rappresentanza. Punto. Gran Bretagna, Francia- paesi i cui governi vengono eletti regolarmente da minoranze di elettori- sarebbero sistemi poco democratici. La Gran Bretagna!

    A questo punto siamo arrivati. In realtà si dovrebbe dire che non ci siamo mai spostati da una concezione kelseniana della democrazia per cui l’unica forma legittima di governo parlamentare è quella proporzionale. Una concezione che alligna soprattutto nel mondo dei nostri giuristi. In ogni caso i critici del ‘combinato disposto’ possono stare tranquilli. Che vinca il SI o che vinca il NO il sistema elettorale è destinato a cambiare. Se vincerà il NO sarà una necessità. Se vincerà il SI sarà una scelta. O forse no. Potrebbe infatti decidere la Consulta e il ballottaggio potrebbe essere la sua prossima vittima. E’ ormai un fatto che le leggi elettorali in Italia non le fa il parlamento, ma le fanno i giudici. Si vedrà a Gennaio.

  • Referendum, avanti il No. Ma sul merito italiani favorevoli

    Referendum, avanti il No. Ma sul merito italiani favorevoli

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore il 17 novembre 2016

    Oggi il No è davanti al Sì. Per la precisione questo era vero ieri, cioè nei giorni tra il 27 Ottobre e il 7 novembre quando è stato realizzato il sondaggio Cise-Sole 24 Ore i cui risultati presentiamo qui.

    La precisazione temporale è necessaria perché il clima di opinione di questi tempi è talmente volubile che umori e intenzioni di voto possono cambiare rapidamente anche in un breve lasso di tempo. Figuriamoci da qui al 4 dicembre. La tendenza però sembra chiara. Per quanto i sondaggi siano strumenti molto imperfetti sono troppe le rilevazioni che concordano sulla prevalenza dei No per ritenere questa stima completamente infondata. Nel nostro caso il No è al 34 %, il Sì al 29 % con un 37% tra incerti e astenuti.

    Tab. 1 – Intenzioni di voto al referendum del 4 dicembretab1

    Eppure la riforma costituzionale piace o quanto meno non dispiace agli elettori. Ne piacciono in particolare i singoli contenuti. Il 57% è d’accordo sul fatto che la maggior parte delle leggi possa essere approvata solo dalla Camera. Addirittura l’83% ritiene positivo che il governo possa chiedere alla Camera di deliberare su alcuni provvedimenti in tempi certi. Ma anche sulla composizione del Senato e sulla clausola di supremazia la maggioranza di giudizi è positiva. Solo sul trasferimento di competenze dalle regioni allo stato la maggioranza non è d’accordo.

    Tab. 2 – Giudizi sui contenuti della riforma costituzionaletab2

    E sia detto per inciso, anche la riforma elettorale, il tanto criticato Italicum, piace. L’80% dei rispondenti si dice abbastanza o molto d’accordo sul fatto che il sistema elettorale dovrebbe permettere agli elettori di scegliere direttamente il presidente del consiglio come avviene per i sindaci. Ed è esattamente quello che succede con l’Italicum.

    Tab. 3 – Grado di accordo con la seguente affermazionetab3

    Ha ragione quindi il premier a insistere sulla spiegazione dei contenuti della sua riforma. Tanto più che il 60% del campione sostiene di conoscerla poco o affatto.

    Tab. 4 – Conoscenza circa i contenuti della riforma [1]tab4

    Il problema però è che questo sforzo si scontra con l’atteggiamento negativo di molti elettori nei confronti del premier e del suo esecutivo. Infatti il 61% dà un giudizio abbastanza o molto negativo sulla azione di governo nel suo complesso. Purtroppo per Renzi questo giudizio finisce con l’influenzare la decisione di voto. E così la valutazione favorevole sui suoi singoli aspetti non si traduce in un giudizio positivo sul complesso della riforma. E tanto meno in un Sì al referendum. Il senso è chiaro: si vota no alla riforma per votare contro il premier, anche se – tutto sommato – se ne condividono i contenuti. Il fenomeno è emerso chiaramente da mesi e se ne attribuisce la responsabilità al premier. Certo, Renzi ci ha messo del suo, ma la personalizzazione di questo voto referendario ci sarebbe stata comunque. Renzi ha solo anticipato i suoi avversari. In larghi strati dell’elettorato, soprattutto meridionale, si respira un tale clima di disaffezione nei confronti di chi ha responsabilità di governo che è cosa naturale per gli oppositori del premier personalizzare il voto facendo leva sul fatto che la vittoria del No ne comporterebbe automaticamente le dimissioni.

    Tab. 5 – Giudizi sull’operato del governo Renzi [1]operatoQuesti dati, e altri già pubblicati, mostrano chiaramente la natura partitica di questo voto. I Sì sono concentrati prevalentemente tra gli elettori dei due partiti di governo, Pd e Ncd. Il 76% dei primi e il 73% dei secondi sono intenzionati a votare Sì. Sono percentuali non eccezionali ma sicuramente elevate. Il problema sono gli altri elettori. Il messaggio di Renzi stenta a far breccia nel variegato elettorato dei partiti di opposizione. Ci sono quote di elettori del M5s e di Fi disposti a votare Sì, scostandosi dalla posizione ufficiale dei loro partiti, ma sono ancora relativamente pochi.

    Tab. 6 – Intenzioni di voto al referendum per gli elettorati dei diversi partititab6

    Così come sono relativamente pochi i giovani favorevoli alla riforma. Infatti in tutte le classi di età fino ai 64 anni il No è in vantaggio, e lo è di circa 20 punti fra gli under 45. Il Sì è in vantaggio, largamente, solo fra chi ha almeno 65 anni. Il che va anche bene perché questi sono gli elettori che tendono a votare di più. Ma per un premier giovane che ha fatto del ricambio generazionale la sua bandiera lo scarso appeal tra i più giovani è un grave handicap.

    Tab. 7 – Intenzioni di voto al referendum per classe di etàtab7

    L’altro handicap è il voto nelle regioni del Sud. Qui l’ostilità nei confronti del premier e del suo governo è più forte che altrove. Stagnazione economica e disoccupazione, soprattutto quella giovanile, ne sono certamente una delle cause principali. È difficile che nelle poche settimane che ci separano dal voto gli umori degli elettori meridionali possano cambiare drasticamente. Ma andranno veramente a votare? In questo tipo di sondaggi il dato sull’affluenza è generalmente sovrastimato. Se tutti quelli che hanno dichiarato di voler andare a votare il 4 dicembre lo facessero veramente la vittoria del Sì sarebbe molto difficile. All’ultimo referendum che ha avuto successo, quello sul nucleare, nel 2011 l’affluenza è stata circa il 57%. Ed era un referendum sentito. Al referendum sulla riforma costituzionale di Berlusconi nel 2006 hanno votato il 54% degli elettori. Con queste percentuali il Sì potrebbe avere una chance e in questo caso il voto degli italiani all’estero potrebbe fare la differenza. Se invece l’affluenza fosse particolarmente elevata è probabile che prevalga il No. Se andrà così, il giorno dopo il voto potremmo ritrovarci con un’Italia spaccata nettamente in due come ai tempi del referendum Repubblica-Monarchia, ma con un esito rovesciato rispetto ad allora. E senza una ragione legata al quesito.

    Tab. 8 – Intenzioni di voto al referendum per zona geopolitica [1]tab10


    Per ulteriori analisi sulle intenzioni di voto al referendum clicca:

    La polarizzazione del voto referendario sull’asse destra-sinistra

    Referendum e categorie professionali: il SI domina tra i pensionati, il NO è avanti in tutti i settori attivi

    Il referendum e la dimensione europea

    Il referendum e l’istruzione

    Il fronte del SI e la questione meridionale


    [1] Quattro regioni costituiscono la Zona Rossa: Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Umbria. Le 7 regioni a nord di queste costituiscono in Nord, mentre le 9 regioni a sud della Zona Rossa formano il Sud.

  • Che cosa lega riforma e Italicum

    Che cosa lega riforma e Italicum

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore il 2 ottobre 2016

    La legge elettorale è meno importante della riforma costituzionale. Questa affermazione fatta da Renzi l’altro ieri a Perugia è sbagliata. E’ vero esattamente il contrario.  Senza una buona legge elettorale la riforma costituzionale da sola non può favorire la cosa che oggi conta di più, e cioè la stabilità dei governi. Per cambiare l’Italia, per far fronte alle sfide della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica occorrono governi capaci di durare. Governi con un orizzonte temporale. E per cercare di arrivare a questo risultato il sistema elettorale è una condizione necessaria anche se non sufficiente. Certo, non basta la stabilità per assicurare la governabilità. Ma senza stabilità non possono esserci né governabilità né responsabilità. Governi instabili sono governi che non devono render conto agli elettori di quello che fanno o non fanno. Sono governi irresponsabili. E sono i sistemi elettorali che favoriscono o meno la stabilità dei governi.

              In tempi difficili per i sostenitori del SI fa comodo separare la riforma costituzionale da quella elettorale. E’ tattica politica che si regge su un dato di fatto: il referendum riguarda la riforma della costituzione e non l’Italicum. La nuova legge elettorale è già stata approvata in parlamento in via definitiva, anche se solo per la Camera. E può essere cambiata con legge ordinaria. Quindi con una procedura più semplice di quella prevista per le modifiche della costituzione.  Da qui la conclusione che il SI al referendum lascia comunque la porta aperta ad eventuali cambiamenti della legge elettorale. Come se le due riforme siano indipendenti l’una dall’altra. Sulla carta è così. La riforma della Costituzione  è formalmente compatibile con qualunque sistema elettorale. Il bicameralismo differenziato può coesistere sia con un sistema proporzionale che con l’Italicum. La nuova ripartizione delle competenze tra stato e regioni prescinde dal sistema con cui verranno eletti i deputati. E lo stesso vale per i capitoli della riforma dedicati al potenziamento degli strumenti di democrazia diretta e alla riduzione dei costi della politica.

              Tutto questo è vero, ma non coglie l’essenziale. In realtà le due riforme sono strettamente connesse. Tanto connesse che vivranno o cadranno insieme. La semplificazione del processo legislativo legata al superamento del bicameralismo paritario e l’introduzione del voto a data certa sui provvedimenti prioritari del governo servono a poco se i governi continueranno a durare meno di un anno come nella Prima Repubblica o meno di due anni come nella Seconda.  E’ la combinazione di Italicum e riforma costituzionale- quello che con un brutto termine da chierici viene chiamato il ‘combinato disposto’- a creare le condizioni di un diverso modello di democrazia in cui stabilità e responsabilità del governo si combinano in modo equilibrato con la rappresentatività del parlamento. Non è un caso che chi critica la riforma costituzionale lo fa non solo per i suoi contenuti ma soprattutto per il suo collegamento con la riforma elettorale. La tesi sbagliata della deriva autoritaria, che adesso è stata trasformata in deriva oligarchica, trova il suo fondamento proprio nel collegamento tra le due riforme.

              Questo lo sa bene anche Renzi. Ma il premier è preoccupato per l’esito del referendum. Le sue ultime dichiarazioni confermano la disponibilità a trattare sulla riforma dell’Italicum per aumentare le possibilità di vittoria del SI. Niente di male. La politica è la scienza del possibile. Ma ci sono dei limiti. Va bene sostituire i capilista bloccati con un sistema di collegi uninominali proporzionali. Va bene modificare le candidature plurime. Alla fine va anche bene introdurre il premio alla coalizione. Tanto le coalizioni si potranno fare o non fare. Basta solo tener presente però che una modifica del genere aumenterà la frammentazione del sistema dando più spazio ai partitini e alle scissioni dei partiti più grandi. Tutto questo si può fare. Sperando che serva a vincere il referendum, il che non è affatto detto. Quello che non si deve fare è la cancellazione del ballottaggio o il suo stravolgimento con accorgimenti come quelli indicati da Onida (si veda IlSole24Ore del 15 settembre).

              Il ballottaggio è il meccanismo più semplice, più trasparente e più democratico per cercare di favorire la creazione di governi stabili in condizioni difficili. Con il ballottaggio sono gli elettori a decidere. Sono loro, e non i partiti, gli arbitri della formazione del governo. Quanto meno all’inizio della legislatura. Ma il ballottaggio dell’Italicum fa paura. Nel nostro paese la stabilità dei governi fa paura a molti. Questo è il punto. Con le riforme istituzionali degli anni novanta abbiamo risolto il problema della stabilità dei governi comunali e regionali. Sindaci e presidenti di regione non sono più alla mercé dei consigli e dei partiti. Manca ora l’ultimo tassello. Quello più difficile. Dare stabilità al governo nazionale. Se al referendum vinceranno i NO torneremo al proporzionale e a governi di coalizione, con l’aggravante della assenza dei grandi partiti della Prima Repubblica. Torneremo alla instabilità e alla irresponsabilità. Ma se Renzi cederà sul ballottaggio i NO avranno già vinto senza nemmeno il bisogno di andare a votare a Dicembre.

  • Con il proporzionale Berlusconi torna in partita

    Con il proporzionale Berlusconi torna in partita

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 25 settembre 2016

    La voglia di proporzionale si sta diffondendo a macchia d’olio.  Ma non è una sorpresa. Il nostro in fondo è sempre stato un paese più proporzionale che maggioritario.

    L’idea che una minoranza possa diventare maggioranza attraverso il sistema elettorale fa fatica ad essere accettata a livello di massa. E certamente non piace alla maggioranza della nostra classe politica che preferisce sistemi in cui la formazione dei governi avviene dopo il voto e non con il voto. Il maggioritario è arrivato nel 1994 per caso. Grazie a un referendum che gli elettori non potevano capire ma che hanno utilizzato per esprimere rabbia e voglia di cambiamento. Dietro quel voto non si è sviluppata una cultura diffusa a sostegno dell’idea che la stabilità dei governi sia tanto importante quanto la rappresentatività dei parlamenti.

              Nonostante ciò, il maggioritario è sopravvissuto. Grazie soprattutto a Silvio Berlusconi. Il leader di Forza Italia lo ha sfruttato per riunire intorno a sé e al suo partito i vari pezzi di una destra frammentata e eterogenea. Lo ha fatto prima con i collegi uninominali della legge Mattarella e la creazione di Poli e di Case. Poi ha sostituito nel 2005 quei collegi con il premio di maggioranza del famigerato porcellum. Lo strumento era diverso, ma l’obiettivo era lo stesso: l’unificazione del centro-destra. Con il porcellum ha sfiorato la vittoria nel 2006. Ha vinto nel 2008. E ha sfiorato di nuovo la vittoria alla Camera nel 2013. Poi è arrivata la sentenza della Consulta del Gennaio 2014 che ha resuscitato il proporzionale. Ma è arrivato anche Matteo Renzi cui il proporzionale non piaceva affatto. L’allora segretario del Pd ha trovato in Berlusconi un alleato per tornare al maggioritario. L’Italicum è nato così. Ed è stato approvato con i voti di Forza Italia fino alla conclusione del suo iter parlamentare.

              Oggi le convenienze sono cambiate. Berlusconi non ha più interesse ad un sistema maggioritario. Soprattutto un sistema come l’Italicum che assicura sempre e comunque una maggioranza di seggi a chi vince. Non gli conviene più. L’Italicum è stato negoziato e approvato in un periodo quando Berlusconi nutriva ancora la convinzione che sarebbe riuscito a fare di Forza Italia il collante del centro-destra, come è sempre stato dal 1994 in avanti. All’epoca era certo che con la sua leadership questo schieramento sarebbe tornato ad essere competitivo, tanto da potersi giocare la vittoria con il Pd di Renzi. Per questo ha accettato il ballottaggio. Ne era talmente convinto che non si è nemmeno opposto alla richiesta di Renzi di assegnare il premio non alla coalizione ma alla lista.

              Questa convinzione oggi è svanita. E nemmeno Parisi sembra in grado di rivitalizzarla. Nelle condizioni in cui è, e in cui presumibilmente rimarrà nel medio termine, il centro-destra non solo non ha alcuna chance di vincere ma nemmeno di arrivare al ballottaggio. Il secondo posto al secondo turno dell’Italicum è molto probabile che vada al M5s. Berlusconi è arrivato a questa- per lui triste- conclusione. E allora un sistema elettorale che lo relegherebbe ai margini della politica non va affatto bene. Molto meglio un sistema proporzionale. Magari corretto. Ma non troppo.

              Basta fare due conti. Anche se il Pd di Renzi arrivasse al 35% dei seggi, con chi fa il governo?  C’è qualcuno ancora disposto a credere che sia possibile un governo Pd-M5s?  Beh, se c’è qualcuno non è certamente l’attuale premier. Ma l’idea di un governo Renzi-Di Maio è divertente. Più realistica invece è la soluzione di un governo Pd-Forza Italia. Sempreché ci siano i numeri. Perché a pensar male, si corre il rischio che i due partiti non bastino. E potrebbe essere un bel problema. Che sia Renzi a presiederlo è cosa dubbia. Ma non è questo il punto. Chiunque sia il futuro premier, Forza Italia – anche con il 12 % dei seggi – sarebbe indispensabile per fare qualunque governo. Ed è questo che conta per Berlusconi. Visto che non può vincere, gli va bene anche partecipare. Evviva dunque il proporzionale! Che non vada bene al paese è un dettaglio. Intanto vediamo che succede tra referendum e Consulta.

  • I due turni dell’Italicum: perche Sì

    I due turni dell’Italicum: perche Sì

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 15 settembre 2016

    Esiste una differenza sostanziale tra un giurista e un politologo. Il primo ragiona sulle norme. Il secondo sui dati. E’ questo che spiega in buona parte la diversa valutazione dell’Italicum tra me e Onida. I dati ci dicono che le coalizioni di governo, che per Onida non sono sempre un male, da noi non funzionano. I governi della Prima Repubblica sono durati in media meno di un anno. Quelli della Seconda Repubblica meno di due anni. Per la precisione 628 giorni. Questo è un problema o no?  Se uno pensa che la stabilità dei governi non sia un problema si giustifica la preferenza per sistemi elettorali proporzionali o  comunque per sistemi che non siano ‘decisivi’, cioè majority assuring. Si vota e dopo il voto i partiti trattano sulla formazione del governo. In Spagna è dieci mesi che trattano. Che poi i governi durino poco e non riescano a attuare i loro programmi poco importa. Chi scrive pensa invece che la stabilità sia molto importante, soprattutto di questi tempi. Senza di essa non si può governare efficacemente. Non solo. La stabilità è una condizione necessaria della responsabilità di chi governa. Governi instabili sono governi irresponsabili.

    Ma come favorire la stabilità?  Il sistema elettorale è il meccanismo cruciale, anche se non il solo.  Nessun sistema proporzionale può oggi favorire la formazione di governi stabili nel nostro paese. Basta farsi due conti. Ci vuole un sistema disproporzionale. E già l’uso di questo aggettivo disturba molti in un paese di radicata cultura proporzionalista. In alcuni paesi l’obiettivo è perseguito con i collegi uninominali a un turno o a due turni. C’è chi da noi vorrebbe tornare ai collegi della Mattarella e chi vorrebbe sperimentare quelli a due turni della Francia. Anche Onida cita la Francia. Lo fa ricordando il sistema in vigore per le legislative che prevede un secondo turno semi-aperto e dimentica quello in vigore per le presidenziali che invece è simile al ballottaggio dell’Italicum. Ma il punto è un altro. In un contesto tripolare o multipolare l’uso dei collegi uninominali può portare a una forte sotto-rappresentazione di alcuni partiti, e non solo i più piccoli. Alle ultime elezioni in Gran Bretagna il partito di Farage ha ottenuto un seggio con il 14% dei voti. Alle prossime elezioni legislative francesi è possibile che il Fronte Nazionale ottenga il 30% dei voti e il 5% dei seggi, poco più o poco meno.  Una eventuale quota di seggi proporzionali può non essere sufficiente a risolvere il problema, a meno di non essere tanto grande da compromettere l’effetto maggioritario complessivo del sistema elettorale.

    L’Italicum è diverso. A chi vince vanno 340 seggi. A chi perde 278. Con questo sistema si realizza un punto di equilibrio soddisfacente tra governabilità, favorita da premio di maggioranza e ballottaggio, e rappresentatività assicurata da una sostanziosa quota di seggi destinati ai perdenti e da una soglia bassa (il 3%). Certo, l’Italicum è un sistema perentorio. Chi vince ottiene sempre e comunque la maggioranza dei seggi. E sono gli elettori a decidere. L’Italicum esalta la sovranità popolare.  Questo preoccupa molto i custodi della forma di governo parlamentare. Eppure, fatti i conti, basteranno 25 deputati della maggioranza su 340 a sfiduciare il governo eletto ‘direttamente’ dal popolo, visto che la soglia di maggioranza è 316 e la nostra sarà comunque una democrazia parlamentare anche dopo la riforma costituzionale. L’ “uomo solo al comando” dipenderà dunque da una piccola minoranza di deputati del suo partito.

    Ma al ballottaggio che deciderà il governo del paese potrebbero accedere due liste che hanno ricevuto una bassa percentuale di voti al primo turno. Una delle due al ballottaggio dovrà ottenere il 50% dei voti per vincere. Questo va da sé, ma non basta ai critici dell’Italicum.  La loro preoccupazione è che vadano a votare pochi elettori. Su quale base empirica sia fondata questa preoccupazione non è dato sapere. Visto che a Onida piace la Francia faccio notare che a Parigi a partire dal 1965 in un solo caso alle presidenziali l’affluenza alle urne al secondo turno è stata inferiore al primo. E alle legislative nello stesso periodo ci sono state modeste oscillazioni tra i due turni. Qualche volta si è votato di più al primo, altre volte al secondo. E la Francia non è mai stata un sistema bipartitico.  La cosa si spiega. Gli elettori percepiscono chiaramente che la posta in gioco al secondo turno è elevata e che la scelta che hanno davanti è netta e si comportano di conseguenza. Non si può assumere a priori che in Italia sia diverso.

    Né si può ragionare come se le seconde preferenze espresse dagli elettori che vanno a votare non siano le loro ‘vere’ seconde preferenze. Un ragionamento simile equivale a introdurre un ulteriore e inusuale criterio di democraticità: la soddisfazione che l’elettore ricava dal voto che esprime. E che vuol dire poi che un elettore vota ‘contro’?  Questa è una espressione giornalistica, non un concetto scientifico. I francesi che alle presidenziali del prossimo anno voteranno a favore del candidato repubblicano- qualunque esso sia-  voteranno a suo favore o contro Marine Le Pen?  Le seconde preferenze sono seconde preferenze e basta. E una competizione a due con una elevata posta in gioco e una chiara visibilità tende a favorire l’espressione di una seconda preferenza. Ed è un bene in un sistema democratico che gli elettori si abituino a votare in base a un criterio di “second best”, invece di delegare la scelta ai partiti. La democrazia è compromesso.

    Né è empiricamente fondata la tesi che un ballottaggio a livello nazionale nel nostro paese rischi di ‘rafforzare posizioni tendenzialmente estreme’. I secondi turni, proprio per la loro natura e soprattutto quando non sono aperti, tendono a favorire competizioni di tipo centripeto. La tesi di Onida nasconde sotto sotto il vero timore di chi oggi vuole cancellare il ballottaggio. Si chiama M5s. E questo perché non si è capito che il M5s non è percepito dagli elettori come una forza estremista. Il vero vantaggio competitivo dei cinque stelle è proprio quello di essere un movimento “acchiappatutti”, che pesca a sinistra, a destra e al centro. Ma chi non conosce i dati queste cose non le sa. Il M5s va sconfitto sul suo terreno e non cambiando in corsa le regole del gioco condannando il paese a una perenne instabilità.

  • La democrazia e il peso delle seconde preferenze nel voto

    La democrazia e il peso delle seconde preferenze nel voto

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato sul Sole 24 Ore del 4 settembre 2016

    Si moltiplicano di questi tempi i segnali che il ballottaggio sia il vero problema dell’Italicum. Pochi lo dicono apertamente ma molti pensano che con questo meccanismo si consegnerà il governo nazionale al M5s. A questo riguardo è emblematica l’intervista rilasciata il 20 Luglio scorso al direttore de Il Foglio da Giorgio Napolitano. In tema di possibile revisione dell’Italicum il suggerimento delle ex presidente della repubblica è di ‘non puntare a tutti i costi sul ballottaggio che rischia, nel contesto attuale, di lasciare la direzione del Paese a una forza politica di troppo ristretta legittimazione al primo turno’. Naturalmente Napolitano non dice nulla a proposito di chi possa essere la forza politica poco rappresentativa che potrebbe vincere le elezioni al ballottaggio. Ma il vero timore di molti che condividono l’affermazione dell’ex presidente è che quella forza sia il Movimento. Per fermarlo la soluzione ‘perfetta’ è la decapitazione dell’Italicum con l’eliminazione del secondo turno. E questo è certamente vero.

              Qui però non ci interessa l’esegesi delle parole di Napolitano né vogliamo discutere le probabilità di vittoria del M5s alle prossime elezioni e tanto meno la legittimità di una riforma elettorale fatta per impedire la vittoria di una parte. Quello che ci interessa analizzare è l’argomento utilizzato dall’ex presidente per giustificare l’eliminazione del ballottaggio, e cioè il fatto che con l’Italicum, in un contesto tripolare, possa prevalere una forza politica poco rappresentativa. Il risultato sarebbe quindi poco democratico. Con questa affermazione Napolitano fa propria una tesi largamente diffusa, specie tra i giuristi. Nel suo caso fa più impressione perché viene da persona che non è pregiudizialmente contraria alle riforme del premier.

              Nessuno è così ingenuo da pensare che sarà lo stesso Matteo Renzi a farsi promotore di una riforma della sua legge elettorale tale da stravolgerla completamente abolendone l’elemento essenziale che è per l’appunto il ballottaggio. Qualcun altro però potrebbe farlo per lui. E’ la Corte Costituzionale. Il prossimo 4 Ottobre, sollecitata da un ricorso contro l’Italicum, potrebbe approfittare della occasione per far fuori il ballottaggio dichiarandolo incostituzionale proprio sulla base dell’argomento usato da Napolitano. E così – pensano molti – toglierebbe le castagne dal fuoco allo stesso Renzi. Senza il ballottaggio avremmo alla Camera un nuovo sistema elettorale a un turno. Se una lista arriva al 40% dei voti avrebbe il 54% dei seggi. Se nessuno arriva alla soglia del 40% i seggi verrebbero distribuiti in maniera proporzionale. Visto che di questi tempi è estremamente improbabile che qualcuno arrivi al 40% non ci sarebbe nessun vincitore e i governi si farebbero dopo il voto come ai bei tempi della prima repubblica. L’importante è che non si corra il rischio di una vittoria dei cinque stelle. Meglio l’instabilità.

              Non osiamo credere che la Corte possa giudicare incostituzionale il ballottaggio. Ma a quanto pare corrono insistentemente voci che il rischio esista. Ne parla con dovizia di particolari proprio il direttore de Il Foglio nel suo editoriale di un paio di giorni fa. Ma è solo un segnale tra i tanti. E allora occorre essere assolutamente chiari su una questione così delicata. La tesi che il ballottaggio non vada bene in un contesto tripolare come il nostro è totalmente sbagliata. E’ vera invece la tesi contraria. Il ballottaggio è lo strumento più adatto per risolvere efficacemente e democraticamente la questione del governo in un contesto tripolare. Lo è perché mette in campo le seconde preferenze degli elettori e non solo le prime. In un sistema a doppio turno il primo turno è una specie di primaria. Gli elettori sono chiamati a esprimere una preferenza per il partito o il candidato che piace di più. I primi due passano il turno. Al secondo turno gli elettori dei candidati esclusi possono astenersi o possono esprimere un secondo voto che rappresenta una seconda preferenza. Tra i due candidati ammessi al ballottaggio votano per quello piace di più o dispiace di meno. E’ il sistema utilizzato in Francia e nei nostri comuni. E’ un sistema che esalta la democrazia. Sono gli elettori a decidere chi vince. E chi vince al ballottaggio vince con il 50% dei voti più uno.

              E’ vero che al ballottaggio si può arrivare anche con il 30% dei voti, o anche meno, ottenuti al primo turno. Ma è falso affermare che chi vince, vince con il 30%. Per vincere al ballottaggio occorre avere il 50% dei voti. E questo vuol dire che chi vince al secondo turno partendo dal 30% del primo è riuscito a conquistare voti che in prima battuta non aveva. Ed è riuscito ad allargare la sua base di partenza conquistando le seconde preferenze di tanti elettori. E dove sta scritto che le seconde preferenze contano meno delle prime? In base a quale criterio si può dire che una vittoria conquistata con le seconde preferenze è incostituzionale?  Sono domande la cui risposta non è nella pagine di Kelsen sulla quali si sono formati i nostri giuristi, ivi compresi quelli che siedono alla Consulta, ma in quelle di Condorcet e di Arrow che purtroppo fanno parte del bagaglio culturale di pochi nel nostro paese.  Troppi da noi non conoscono i fondamenti logico-matematici della moderna teoria della democrazia. Né quelli empirici. Eppure dei loro giudizi sono piene le pagine dei giornali e quelle dei talk show televisivi. Incrociamo le dita.  La strada per battere i cinque stelle non passa dalla Consulta, ma dalle urne.

  • Meno umori, più contenuti per il referendum

    Meno umori, più contenuti per il referendum

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 31 luglio 2016

    Il prossimo referendum sulla riforma costituzionale è diventato una sfida molto difficile per chi crede che essa faccia gli interessi del Paese. Basta guardare gli schieramenti in campo. Contro la riforma si sono schierate tutte le opposizioni: M5s, Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia, Sinistra Italiana. Anche l’Udc si è dichiarata contraria. A favore della riforma c’è il solo Pd, e nemmeno tutto. Si sa già che D’Alema voterà contro. Non si sa ancora come si comporterà il resto della minoranza, ma i pronostici sono infausti. Quanto all’Udc e ai Verdiniani sulla carta sembrano schierati a favore, ma qualche dubbio sul loro effettivo coinvolgimento resta, visto che il loro futuro politico pende più a destra che a sinistra. Insomma, è evidente lo squilibrio di forze tra il fronte dei favorevoli e quello dei contrari. Se a Ottobre gli elettori votassero sulla base delle loro preferenze partitiche il risultato sarebbe una secca sconfitta dei riformatori. La sola speranza di successo del fronte del SI è quella di convincere chi non è un elettore del Pd che questa riforma rappresenta, pur con tutti i suoi limiti, un cambiamento utile al Paese. E nemmeno questo potrebbe bastare se una parte significativa degli elettori democratici dovesse astenersi o addirittura votare contro.

    Anche i sondaggi confermano la difficoltà della sfida, ma i numeri –per quanto ancora poco affidabili- dicono che la partita è ancora tutta da giocare. In alcuni sondaggi i due schieramenti sono in parità, per altri il NO sarebbe in vantaggio. Tutti registrano una alta percentuale di indecisi. Visto lo squilibrio delle forze in campo, di cui abbiamo detto sopra, questi numeri non sono del tutto negativi per i sostenitori del SI. Sulla carta i NO dovrebbero prevalere largamente sui SI. Se non è così, come pare,  vuol dire che la situazione a livello elettorale è più aperta di quanto accade a livello di schieramenti politici.

    La qualità dell’informazione sarà la carta decisiva. Oggi la conoscenza dei contenuti della riforma è a un livello bassissimo in tutti gli strati della popolazione. Anche tra le persone più istruite. Troppa gente non sa cosa c’è dentro. Legge e sente argomenti pro o contro urlati sulle pagine dei giornali o nei talk show televisivi senza poter effettivamente valutarne la consistenza. Mancano le informazioni basilari. E così i sondaggi di oggi finiscono col registrare umori e non opinioni. In questo clima di ignoranza diffusa i fautori del No hanno buon gioco ad alimentare diffidenza e paure. Taluni di loro fino al punto di parlare della riforma come di un attentato alla democrazia. Per questo una informazione basata sui fatti, e non su astratte speculazioni intellettuali o su polemiche politiche strumentali, è essenziale per mettere gli elettori, soprattutto quelli indecisi, nelle condizioni di farsi una idea e non di esprimere solo un umore. Non sarà facile ma bisogna provarci.

    Il referendum di Ottobre sarà un passaggio delicato per il premier, ma sarà un test ancora più importante per la democrazia italiana. Dopo trenta anni e passa di immobilismo istituzionale gli elettori dovranno decidere se questa riforma rappresenta un passo avanti o un passo indietro sulla strada della razionalizzazione del nostro sistema di governo. Questo è il punto. Non dovranno decidere se questa è una riforma perfetta. Non lo è. Poteva essere fatta meglio. E sarebbe stato meglio che fosse stata approvata in parlamento da una maggioranza più ampia. Renzi ci ha provato e per un tratto di strada ci è riuscito. Forza Italia ha votato gran parte delle modifiche costituzionali che saranno oggetto del referendum, oltre ad avere approvato per intero la riforma elettorale. Oggi il partito di Berlusconi si è schierato con il fronte del NO per ragioni che nulla hanno a che vedere con i contenuti della riforma. Che fiducia si può avere, alla luce di comportamenti del genere, che una nuova e migliore riforma si possa fare dopo aver bocciato questa ?

    E allora meglio una riforma approvata a maggioranza che nessuna riforma. In Francia nel 1958 è andata così. La sinistra ha contrastato la costituzione della V repubblica fino a quando Mitterand è arrivato alla presidenza. E la costituzone del 1958 è ancora in vigore.

    Alla fine non è il metodo che conta. Non dopo trenta e passi anni di tentativi falliti. La nostra carta costituzionale prevede che le modifiche si possano fare a maggioranza. A questo punto contano i contenuti. E su questi cercheremo di fare una opera di informazione puntuale basata sui fatti partendo da una prima e cruciale osservazione non su quello che la riforma fa, ma su quello che non fa. Agli elettori intimoriti e a quelli indecisi va detto chiaramente che la riforma non modifica di una virgola la prima parte della Costituzione. Non modifica di una virgola i poteri del presidente del consiglio. Non modifica di una virgola i poteri del presidente della Repubblica. Non modifica di una virgola i poteri della magistratura. Non modifica di una virgola i poteri della Corte Costituzionale. Quello che la riforma fa è importante ma limitato. Cambia la composizione e il ruolo del Senato. Ridisegna il rapporto tra le regioni e lo Stato. Introduce nuovi meccanismi di democrazia diretta. Modifica la procedura per la scelta del presidente della repubblica.

    Sono queste le questioni su cui occorre fare chiarezza e su cui gli elettori dovranno giudicare i meriti e i limiti della riforma, lasciando da parte le loro simpatie o antipatie nei confronti del presidente del consiglio.

     

     

     

     

     

     

     

     

  • La mappa dei flussi elettorali: alla Appendino i voti della destra, a Sala quelli della sinistra

    La mappa dei flussi elettorali: alla Appendino i voti della destra, a Sala quelli della sinistra

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 21 giugno

    Raramente le elezioni di medio termine sono favorevoli ai governi in carica. E così è stato con queste comunali che per molti aspetti si possono considerare alla stregua di elezioni di medio termine. Esiste un ciclo economico ed esiste un ciclo elettorale.

    I governi all’inizio del loro mandato godono di solito di un buon livello di popolarità. Con l’andare del tempo il livello diminuisce per toccare il minimo a metà del mandato e risalire – ma non sempre – con l’approssimarsi delle elezioni successive. Per Renzi e il suo governo il picco positivo del ciclo ha coinciso con le elezioni europee del 2014. Già i risultati delle regionali dello scorso anno, pur essendo sostanzialmente positivi, avevano lasciato intravedere qualche problema, per esempio la sconfitta in Liguria. Queste comunali evidenziano una forte erosione della popolarità del Pd e del governo. Si tratta pur sempre di elezioni comunali, ma il complesso dei risultati è tale per cui è chiaramente visibile accanto alla influenza dei fattori locali anche l’impatto negativo della declinante popolarità del governo nazionale e del suo leader. C’è poco da fare. Di questi tempi governare logora e lo scopriranno presto anche i vincenti di oggi.

    I dati sono impietosi. Nei comuni sopra i 15.000 abitanti (e anche in quelli più piccoli) il Pd non era andato male al primo turno. Era riuscito a piazzare al ballottaggio un suo candidato in 90 comuni su 121 in cui si è votato domenica scorsa. Ma ha vinto solo in 34 casi. Si può consolare con le vittorie di Milano e di Varese, ma complessivamente si tratta di un risultato molto deludente. Come tasso di successo ha fatto meglio addirittura il centrodestra, che non ha vinto in nessuna delle cinque maggiori città, ma l’ha spuntata in 29 ballottaggi sui 61 in cui era presente. Ma il vero vincitore di questa consultazione è il M5s.

    I casi di Roma e soprattutto di Torino hanno suscitato scalpore, ma il dato più rivelatore è il numero di ballottaggi vinti: 19 su 20. Questo non può essere un caso. E infatti non lo è. Il Movimento di Grillo è riuscito a interpretare la voglia di cambiamento e non solo la rabbia di una larga fetta dell’elettorato italiano che continua a impegnarsi in politica.

    Roma e Torino sono due città completamente diverse. Lo si è ripetuto ad nauseam che a Roma il M5s aveva buon gioco viste le colpe del Pd romano e le condizioni disastrate della città, ma a Torino no. Eppure due casi così diversi hanno generato lo stesso esito. La voglia di cambiamento ha prevalso anche a Torino.

    Ma non c’è solo questo. Nella competizione con il Pd il M5s è avvantaggiato dal fatto, su cui abbiamo insistito più volte, di essere il vero partito della nazione, il partito “pigliatutti”, capace di attrarre consensi in tutti i settori dello spazio politico. Questa sua caratteristica gli consente di essere il destinatario del voto di molti elettori sia di destra che di sinistra che al ballottaggio non hanno propri candidati per cui votare. Sono le seconde preferenze da cui spesso dipende l’esito della contesa al secondo turno. Di questo avevamo parlato qualche settimana fa sulla base dei dati di sondaggio. Ora possiamo parlarne sulla base di dati veri, quelli di sezione, che sono ancora più affidabili.

    Così, calcolando i flussi tra il primo e il secondo turno, si scopre che a Torino il 98% degli elettori del candidato di Area popolare, l’85% degli elettori di Forza Italia, il 71% degli elettori del candidato di Lega Nord e Fratelli d’Italia hanno votato al ballottaggio l’Appendino e non Fassino. Tra l’altro in pochi si sono astenuti. Il sindaco uscente ha raccolto pochi voti alla sua destra e non ha fatto il pieno dei voti alla sua sinistra . Infatti solo il 47% degli elettori di Airaudo, il candidato della sinistra, lo ha votato mentre il 39% si è astenuto e il 14% ha preferito votare l’Appendino. Sono dati che spiegano inequivocabilmente l’esito della competizione torinese. In sintesi, Fassino ha perso voti di sinistra verso l’astensione e soprattutto non è riuscito a conquistare voti dal centro e dalla destra.

    Il caso di Milano è diverso. E questo deve far riflettere sul come i fattori locali giochino un ruolo importante. Sala ha vinto perché non solo è riuscito a riportare al voto i suoi elettori del primo turno, ma anche perché per lui hanno votato il 91% degli elettori di Rizzo, il candidato della sinistra radicale che al primo turno aveva preso 19.000 voti. La differenza finale tra Sala e Parisi è stata di 17.000 voti. Altro dato interessante a Milano è relativo al comportamento degli elettori del M5s che si sono astenuti in massa. Per la precisione l’88%. In pochissimi hanno votato il candidato del centro-destra e praticamente nessuno, considerando l’errore statistico, ha votato Sala.

    A Bologna invece gli elettori del Movimento sono stati un pochino più generosi nei confronti della candidata del centro-destra. Circa il 45% di loro l’ha votata mentre solo il 10% ha scelto Merola. Ma anche in questo caso molti di loro si sono astenuti al secondo turno. In sintesi, I dati di Milano e di Bologna confermano quanto già rilevato in altre occasioni: è più facile che un leghista voti un grillino che viceversa. Esiste una asimmetria tra gli elettori del centro-destra in generale e quelli del M5s. I leghisti hanno fatto vincere l’Appendino a Torino ma i grillini non hanno fatto vincere Parisi a Milano mentre avrebbero potuto farlo.

    Adesso il confronto si sposta sul referendum di Ottobre sulla riforma costituzionale. Questa sarà la sfida cruciale. Su questo terreno Renzi parte in vantaggio sulla carta. La riforma costituzionale è il cambiamento. Ma va spiegata bene agli Italiani. Il livello di disinfomazione su questo tema è pauroso in tutti gli strati della popolazione. Per questo i fautori del no hanno avuto finora buon gioco ad alimentare il timore che questo sia un cambiamento sì, ma pericoloso. Da qui a Ottobre c’è molto lavoro da fare per Renzi e per il Pd. Nel frattempo riflettiamo sul fatto che oggi 121 comuni hanno un sindaco con una maggioranza in consiglio. Gli elettori hanno scelto chi li governerà per i prossimi 5 anni. Proviamo a immaginare l’elezione del sindaco di Roma con un consiglio comunale eletto oggi con un sistema proporzionale.

  • Il quadro dei duelli nei grandi Comuni

    Il quadro dei duelli nei grandi Comuni

    di Roberto D’Alimonte

    Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 19 giugno

    Tra i 121 comuni al voto ci sono 20 capoluoghi di provincia, di cui 6 capoluoghi di regione. Due settimane fa erano 24. Il sindaco è già stato eletto a Cagliari (centro-sinistra), Cosenza (centro-destra), Rimini (centro-sinistra), Salerno (centro-sinistra). In questi 20 comuni si giocano le partite più importanti. Ma merita comunque dare una occhiata panoramica all’intero universo dei 121 comuni.

    Come mostrato dalla Tabella 1, il Pd è il partito, che da solo o con vari alleati, è riuscito ad arrivare primo o secondo, e quindi a guadagnarsi un posto al ballottaggio, nel maggior numero di comuni. Per la precisione sono 90. In 48 casi è arrivato primo e in 42 casi secondo. Dentro questa cifra ci sono anche 17 capoluoghi di provincia (su 20). In questi 17 è arrivato primo 10 volte. In breve Pd e alleati sono esclusi dal secondo turno solo a Napoli, Isernia e Latina. Quanto al tipo di sfide, quelle più numerose vedono di fronte il candidato del centro-sinistra e quello del centro-destra. È così in 45 comuni, circa un terzo del totale. Sono le sfide di una volta, quando la competizione era ancora bipolare. Adesso non lo è più, ma il passato resiste ancora. I casi più interessanti sono Milano e Bologna su tutti, ma anche Trieste, Grosseto, Savona, Varese.

    Sempre restando sul Pd, c’è da aggiungere che negli altri 45 casi in cui va al ballottaggio incontrerà avversari di tutti i tipi. In 15 comuni sono candidati di liste civiche. In 6 affronterà un candidato di una destra senza Forza Italia. Per esempio a Novara. E in 11 comuni lo sfidante sarà il candidato del M5s. Va da sé che questi sono i casi più interessanti. Tre sono comuni capoluogo: Roma, Torino, Carbonia. Per il Pd, e per chi cerca di capire le dinamiche del voto in questa fase convulsa della nostra vita politica, questi 11 comuni, e soprattutto Roma e Torino, ci daranno delle indicazioni preziose sulle seconde preferenze degli elettori italiani.

    Ai ballottaggi si vince riportando a votare i propri elettori – quelli del primo turno – ma cercando anche di convincere a votare per te una parte degli elettori i cui candidati sono rimasti esclusi dal ballottaggio. Queste sono le seconde preferenze. Non sempre determinano l’esito finale del voto, ma tante volte sì. Per un precedente articolo (Si veda Il Sole 24 Ore dell’8 Giugno) avevamo calcolato i flussi tra il primo turno delle comunali del 2011 e il primo turno di quelle odierne. Nei prossimi giorni calcoleremo i flussi tra il primo e il secondo turno. Sarà molto interessante vedere il comportamento degli elettori di Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia in tutti i casi di scontro tra Pd e M5S, e soprattutto a Roma e Torino. Quanti staranno a casa e quanti preferiranno il candidato del M5S a quello del Pd o viceversa? E non meno interessante sarà vedere la decisione di voto di coloro che al primo turno hanno votato i candidati delle varie formazioni della sinistra.

    Nella sostanza saranno i flussi a dirci quanto pesi realmente a livello elettorale la “santa alleanza” di tutti contro il Pd. E questo test riguarderà anche il M5S e i suoi elettori. In fondo, il M5S sarà presente al ballottaggio solo in 20 casi su 121. In alcuni comuni, come Ravenna e Rimini, non si è presentato ma in tanti casi era in corsa ed è stato escluso dal secondo turno. Cosa faranno i suoi elettori? Resteranno a casa in massa? E se non sarà così, chi sceglieranno tra il candidato del Pd e quello del centro-destra? Sono le risposte a queste domande che ci aiuteranno a decifrare le tendenze elettorali anche in vista delle prossime politiche.

    Passando al centro-destra, i suoi partiti si sono presentati in ordine sparso. Roma non è un caso unico. In 15 comuni Lega Nord e Fratelli d’Italia sono riusciti ad arrivare al secondo turno senza l’appoggio di Forza Italia. Ma sono molti di più i comuni – 61, cioè uno sue due – in cui il centro-destra unito è riuscito a piazzare un suo candidato al ballottaggio. Vuol dire che quando lo “schema Milano” prevale sullo “schema Roma” il centro-destra rimane uno schieramento competitivo. I casi di Milano, Trieste, Varese, Savona, Benevento ne sono una prova. Quindi, nonostante tutto il clamore suscitato dalla performance del M5s in queste comunali, non è detto che sia Di Maio a sfidare Renzi tra due anni. Lo “schema Milano” potrebbe cambiare pronostici affrettati. Intanto aspettiamo a vedere cosa succede oggi.

    Tab. 1 – Il quadro riassuntivo delle corse nei ballottaggi.
    121 sfide

  • Convergenza tra bacini elettorali di M5s e Lega Nord

    Convergenza tra bacini elettorali di M5s e Lega Nord

    di Roberto D’Alimonte

    pubblicato su Il Sole 24 Ore del 10 giugno 2016

    Eiste un indicatore che ci può aiutare a capire cosa faranno ai ballottaggi del 19 giugno gli elettori della Lega Nord a Roma e Torino e quelli del M5s a Milano e a Bologna. Come è noto, nelle prime due città i due candidati al ballottaggio sono uno del M5s e l’altro del Pd-centro sinistra. (Xanax) Nelle altre due città si sfidano un candidato del Pd-centrosinistra e uno del centrodestra. L’indicatore di cui parliamo si chiama propensione al voto. Di solito nei sondaggi di opinione ci si limita a chiedere agli intervistati per quale partito hanno intenzione di votare. E ci si ferma lì.

    Nel sondaggio Cise-Sole 24 Ore del maggio scorso invece è stata inclusa questa domanda: «Ognuno dei partiti che abbiamo in Italia vorrebbe avere in futuro il suo voto. A prescindere da come ha votato alle ultime elezioni pensi a una possibilità in generale. Quanto è probabile che lei potrebbe votare per i seguenti partiti in futuro? Mi dica un numero su una scala da 0 a 10, dove 0 significa per niente probabile e 10 significa molto probabile». Va da sé che se un elettore risponde zero questo vuol dire che non voterà mai per quel partito. Al contrario se risponde 10 è certo che quello è il partito per cui voterà. Per noi cinque è il valore che discrimina i partiti che un elettore prende seriamente in considerazione come possibili destinatari del suo voto da quelli per cui difficilmente voterà.

    Con le risposte a questa domanda si possono fare diverse cose interessanti. Per esempio, contando tutti i punteggi superiori a cinque, si può disegnare una mappa del bacino elettorale potenziale di ciascun partito. Si può calcolare cioè quanti sono gli elettori propensi a votare un determinato partito. Nel sondaggio Cise-Sole 24 Ore del dicembre 2015 avevamo fatto vedere come il bacino potenziale del M5s fosse il più ampio di tutti. È ancora così. Oggi come allora la spiegazione sta nel fatto che il M5s è il più trasversale dei partiti italiani. Pesca voti e simpatie in tutto lo spettro politico. Da destra a sinistra passando per il centro. È il vero partito “pigliatutti” del nostro sistema politico oppure per usare un termine più in voga di questi tempi è il vero “partito della nazione”.

    Fig. 1 – La propensione al voto verso il M5s degli altri partiti

    fig1

     

    Fig. 2 – La propensione al voto degli elettori del M5s

    fig2

    È questa caratteristica del M5s che spiega perché è possibile che i ballottaggi a Roma e Torino possano favorire i suoi candidati. I dati dell’ultimo sondaggio Cise-Sole 24 Ore sono ricavati da un sondaggio nazionale. Non abbiamo dati specifici sulla propensione al voto riferiti alle città interessate ai ballottaggi, ma questi dati sono sufficienti per cogliere il fenomeno di cui stiamo parlando. Come si vede nei grafici in pagina, il 28,5% degli elettori della Lega Nord è propenso a votare il M5s. Colpisce che questo dato sia più alto della propensione a votare il Movimento da parte degli elettori di Forza Italia e del Pd. Sia chiaro: parliamo di meno di un elettore su tre. Ma in una competizione incerta e serrata questa disponibilità dei leghisti a prendere in considerazione il voto per i candidati del M5s può fare la differenza a Roma, a Torino e negli altri comuni in cui si sfidano centro sinistra e M5s. Tanto più che la stessa disponibilità vale per gli elettori del partito della Meloni.

    Una cosa interessante è che questa propensione è asimmetrica. È vero che anche gli elettori del M5s hanno una propensione più alta a votare Lega Nord che a votare Pd. Per la precisione il 19% indica il partito di Salvini contro il 10% che indica il Pd e il 7,2% Forza Italia. Ma c’è una discreta differenza tra il 28,5% dei leghisti disposti a votare M5s e il 19% dei pentastellati disposti a votare Lega Nord. Alla luce di questa differenza si può ipotizzare che la Raggi a Roma e la Appendino a Torino abbiano qualche chance in più rispetto alla Bergonzoni a Bologna. Ma questi sono dati freddi rilevati diverse settimane prima del voto. Solo domenica 19 sapremo se queste propensioni si trasformeranno in voti effettivi. Resta il fatto che in ogni caso – quelle che Ilvo Diamanti chiama «le affinità elettive» tra gli elettori del Movimento e quelli della Lega Nord – sono un fenomeno reale che oggi ha un peso notevole nello spiegare le dinamiche del voto.

    Per il Pd le affinità elettive sono un problema. A complicare le cose per il partito di Renzi c’è anche il fatto che una quota non irrilevante degli elettori della sinistra italiana nutre simpatie per il M5s. Lo abbiamo visto in passato in diverse città. Quando la scelta è tra un candidato Pd e un candidato M5s molti elettori di sinistra si astengono, ma altri che vanno a votare preferiscono il secondo al primo. E la ragione è proprio in quella natura trasversale del Movimento che gli consente di mischiare la proposta del reddito di cittadinanza con quella della costruzione di nuove carceri. Per ora il mix sembra funzionare. E probabilmente funzionerà fino a quando il vento della protesta anti-establishment continuerà a spirare così forte.