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di Nicola Maggini

 

Il primo dato che emerge dalle elezioni regionali in Emilia-Romagna che si sono appena concluse è quello dell’affluenza: ha votato solo il 37,7% degli aventi diritto, con un calo di 30,4 punti percentuali rispetto alle regionali del 2010, quando l’affluenza era stata del 68,1%. Solo quattro elettori su dieci hanno deciso di recarsi alle urne. Alle europee dello scorso maggio l’affluenza era stata del 70%. E se il termine di confronto sono le regionali del 2005, il calo è di ben 39 punti percentuali. Si tratta quindi di un dato “storico”, soprattutto se si considera che l’Emilia-Romagna è una regione caratterizzata da una cultura civica diffusa e da una tradizione di partecipazione elettorale superiore alla media. E se è vero che negli ultimi anni anche in Emilia-Romagna si era assistito a un trend decrescente nei livelli di partecipazione elettorale, questa volta l’affluenza è crollata come mai si era visto prima. Si tratta infatti della percentuale più bassa nella storia delle elezioni regionali, pur caratterizzate tradizionalmente da livelli di partecipazione inferiori a quelli delle elezioni politiche. In nessuna altra regione in passato così tanti elettori avevano deciso di disertare le urne. Inoltre, in termini di punti percentuali, mai si era assistito a un tale decremento di votanti nell’arco di due elezioni regionali consecutive. Come si può spiegare un tracollo del genere? In questa fase possiamo solo avanzare delle ipotesi. In primo luogo, le elezioni regionali dell’Emilia-Romagna si sono svolte contemporaneamente alle sole elezioni regionali calabresi e non all’interno di una tornata di elezioni regionali come quella del 2010, quando si votò in 13 regioni simultaneamente. In altri termini, è mancato un vero e proprio election day di portata nazionale che avrebbe contribuito ad aumentare l’attenzione, anche mediatica, nei confronti di queste elezioni regionali. Ma tutto ciò non è sicuramente sufficiente a spiegare un crollo di dimensioni storiche. A questo punto entrano in gioco altri elementi legati al contesto locale. A tal proposito probabilmente un peso lo hanno esercitato gli eventi che hanno portato a queste elezioni regionali che, è bene ricordarlo, si sono tenute a una data anticipata rispetto alla scadenza naturale della consiliatura. Come non citare quindi il fatto che il Presidente della Giunta uscente, Vasco Errani, si era dimesso lo scorso luglio dopo essere stato condannato in appello per falso ideologico. A ciò si deve aggiungere lo scandalo sui rimborsi elettorali, con indagini che vedono coinvolti la quasi totalità dei consiglieri regionali per la gestione dei soldi pubblici derivanti dal finanziamento ai gruppi consiliari. Infine, al di là del contesto locale, il distacco dalla politica e il rifugio nell’astensione è ormai il dato costante della politica italiana negli anni della crisi.

Tab. 1 Partecipazione al voto in Emilia-Romagna, disaggregata per provincia, alle regionali del 2010, alle europee del 2014 e alle regionali del 2014.

La minoranza degli elettori che si è recata alle urne doveva scegliere tra 6 candidati Presidente e 11 liste. L’Emilia-Romagna, cuore della ex “Zona rossa”, non è mai stata una regione “contendibile”. Il dominio del Partito Comunista prima e dei suoi epigoni poi è sempre stato schiacciante. Tuttavia questa volta, proprio per gli scandali sopra menzionati che hanno coinvolto in primis le forze politiche da sempre al potere in regione, il risultato era meno prevedibile del solito, soprattutto se si tiene conto che dalle elezioni politiche del 2013 in Italia la volatilità elettorale è aumentata enormemente, con la conseguenza che in nessuna area del paese il risultato può ormai essere a priori dato per scontato. Inoltre, le recenti polemiche tra le varie anime del Pd e tra il governo Renzi e il mondo sindacale a proposito della riforma del mercato del lavoro potevano avere un effetto negativo sulla performance elettorale del Pd.  Come si è visto, nel voto di domenica 23 novembre 2014 il malessere degli elettori si è manifestato con il boom delle astensioni. L’astensionismo, tuttavia, non ha penalizzato solo chi era al governo della regione, ossia il centrosinistra guidato dal Pd, ma anche (quasi) tutte le altre forze politiche. Col risultato che i rapporti di forza in Emilia-Romagna sono rimasti inalterati e anzi paradossalmente è aumentato il vantaggio del centrosinistra nei confronti del centrodestra.

Se infatti guardiamo ai valori percentuali, utili quando si vuole misurare i rapporti di forza tra partiti e coalizioni, la coalizione di centrosinistra guidata da Stefano Bonaccini ha vinto le elezioni con il 49,1% dei voti (vedi Tabella 2), con una flessione quindi rispetto al 2010 quando aveva ottenuto il 52,1% dei consensi. Tuttavia, anche la coalizione arrivata seconda, ossia il centrodestra, è arretrata in termini percentuali, passando dal 36,7% del 2010 al 29,9% del 2014. Ciò significa che se nel 2010 il centrosinistra sopravanzava il centrodestra di 15,3 punti percentuali, oggi lo sopravanza di 19,2 punti. Il distacco a vantaggio del centrosinistra è dunque aumentato.

Tab. 2 La competizione tra candidati presidente e tra liste (valori assoluti, percentuali e seggi).

A questo punto vediamo nel dettaglio quale è stato il risultato ottenuto dalle singole liste, sia in termini percentuali che in valori assoluti (vedi Tabella 3). Il Pd ottiene il 44,5%, una percentuale migliore rispetto a quelle delle precedenti regionali (40,6%) e delle politiche (37%), ma peggiore rispetto a quella delle europee (52,5%). Inoltre, se si guarda ai valori assoluti, il Pd perde oltre 300.000 voti rispetto alle precedenti regionali, ossia una flessione pari a circa il 38% dei suoi consensi del 2010. Le perdite in valori assoluti sono ancora più nette se rapportate alle politiche (-455mila voti circa) e alle europee ( -677mila voti circa). Rimanendo all’interno del centrosinistra, Sel ottiene il 3,2% e in valori assoluti rimane sostanzialmente stabile rispetto alle regionali precedenti, mentre arretra rispetto alle politiche.

Se il centrosinistra nel suo complesso e il Pd in particolare perdono voti in valori assoluti, ciò non significa che gli altri partiti siano messi meglio. Anzi. Forza Italia per la prima volta scende a una percentuale a una sola cifra (8,4%), perdendo oltre 400.000 voti rispetto alle precedenti regionali, pari all’81% dei suoi consensi del 2010 (quando però ancora esisteva il Pdl). Rispetto alle politiche invece il partito di Berlusconi perde per strada 334mila voti circa, mentre rispetto alle europee i voti persi sono quasi 172mila. Il tracollo di Forza Italia è ancora più evidente se si pensa che per la prima volta è stata sorpassata all’interno del centrodestra dalla Lega Nord. Il partito di Salvini, con il 19,4%, ha ottenuto la sua migliore percentuale elettorale in Emilia-Romagna (nel 2010 aveva ottenuto il 13,7%). Da questo punto di vista il fatto che il candidato comune del centrodestra alla Presidenza della Giunta regionale fosse il leghista Alan Fabbri probabilmente ha avuto un certo peso sulla performance elettorale del Carroccio. La Lega ha pertanto ottenuto un indubbio successo, soprattutto se si considera i risultati ottenuti nelle più recenti tornate elettorali (politiche 2013 e europee 2014). Rispetto alle politiche, infatti, la Lega ha incrementato i propri consensi del 238% (+164mila voti circa), mentre rispetto alle europee l’incremento è stato leggermente inferiore (+117mila voti circa). Tuttavia, quella della Lega non è stata una affermazione storica in Emilia-Romagna. Se infatti si considera le elezioni regionali del 2010 come termine di paragone, la Lega Nord, pur migliorando la propria percentuale di voti, ha però perso per strada circa 55mila elettori. Speculare all’andamento della Lega Nord è l’andamento mostrato dal M5S. Il movimento di Grillo infatti, rispetto alle precedenti regionali del 2010, è passato dal 6% al 13,3% ed è l’unica forza politica che ha incrementato di una quota significativa i propri voti in valori assoluti (+32.837 voti). Tuttavia si deve considerare che nel 2010 il M5S si affacciava per la prima volta alla ribalta politica nazionale, iniziando proprio dall’Emilia-Romagna la propria ascesa elettorale. Alla vigilia di queste elezioni, quindi, era legittimo ipotizzare che il movimento di Grillo fosse in grado di capitalizzare a proprio vantaggio il malcontento verso una classe politica regionale travolta dagli scandali, tanto più in una regione dove il fenomeno politico del M5S si era manifestato ed aveva attecchito fin da subito. Al contrario, il M5S ha deluso le aspettative perdendo voti sia rispetto alle europee dello scorso maggio (-284.480 voti) che rispetto alle politiche del febbraio 2013 (-499.019 voti). Detto in altri termini, il 64% degli elettori del M5S alle europee e il 76% degli elettori del M5S alle politiche a queste elezioni regionali hanno deciso di non votarlo più. E oggi la seconda forza politica della regione non è il M5S, bensì la Lega Nord.

Infine, per quanto riguarda le altre forze politiche, la lista Ncd-Udc ha ottenuto un deludente 2,6%, rimanendo sostanzialmente ai livelli delle elezioni politiche e perdendo voti in termini assoluti sia rispetto alle precedenti regionali che rispetto alle recenti europee. La lista della sinistra radicale (L’Altra Emilia-Romagna) ha ottenuto circa il 4%, perdendo voti in termini assoluti rispetto alle liste di quest’area politica che si erano presentate alle regionali del 2010, alle politiche del 2013 e alle europee del 2014 (ossia Rifondazione Comunista, Rivoluzione Civile, Lista Tsipras).

Tab. 3 Il voto alle liste e confronto con regionali 2010, politiche 2013 e europee 2014, valori assoluti, percentuali e variazioni percentuali

In conclusione queste elezioni regionali che si sono svolte in Emilia-Romagna sono un campanello d’allarme per l’intera classe politica, sia di governo che di opposizione. Del resto quando più del 60% per cento dei cittadini decide di disertare le urne non può essere altrimenti. Questa disaffezione così evidente è infatti un sintomo della crisi della rappresentanza democratica. All’interno della minoranza di elettori che hanno deciso di esercitare il proprio diritto di voto, il centrosinistra e in particolare il Pd hanno senza dubbio vinto, mentre il risultato del M5S è stato abbastanza deludente rispetto alle aspettative. Infine, all’interno del centrodestra (la minoranza della minoranza, dunque..) chiara è stata l’affermazione della Lega Nord, che probabilmente ha tratto vantaggio dal tracollo di Forza Italia e dalla flessione del M5S. Ma a tal proposito è necessario aspettare l’analisi dei flussi elettorali.

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Nicola Maggini è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università degli Studi di Firenze e collaboratore del CISE (Centro Italiano di Studi Elettorali). Nel marzo 2012 si è addottorato, con lode, in Scienza della Politica all’Istituto Italiano di Scienze Umane. È stato teaching assistant presso la LUISS Guido Carli di Roma e insegna sistema politico italiano al Middlebury College di Firenze. Attualmente partecipa al progetto di ricerca europeo TransSol-Transnational solidarity at times of crisis. Ha pubblicato articoli in diverse riviste scientifiche, tra cui RISP-Italian Political Science Review, Studia Politica-Romanian Political Science Review, Italian Politics & Society, Czech Journal of Political Science, SocietaMutamentoPolitica-Rivista Italiana di Sociologia e Quaderni dell’Osservatorio Elettorale. È inoltre coautore di capitoli in Voto amaro (Il Mulino 2013) e Terremoto elettorale (Il Mulino 2014). Ha curato (con Lorenzo De Sio) il Dossier CISE 2 (Crisi e Rimobilitazione, CISE 2013) e (con Lorenzo De Sio, Vincenzo Emanuele e Aldo Paparo) l’e-book The Italian General Election of 2013. A dangerous stalemate? (CISE 2013). Ha curato anche (con Lorenzo De Sio e Vincenzo Emanuele) il Dossier CISE 6 (Le Elezioni Europee 2014, CISE 2014) e l’e-boook The European Parliament Elections of 2014 (CISE 2014). Infine, è autore di diverse note di ricerca pubblicate nella serie dei Dossier CISE.