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L’odore di ritorno al passato che si sta capillarmente diffondendo nelle stanze della politica italiana sta rafforzando sempre di più una (erronea) convinzione in auge, per la verità, da almeno un decennio: una parte dei mali che assalgono il nostro sistema politico sarebbe risolvibile reintroducendo il voto di preferenza. Se così è, si capisce perché anche in questa occasione abbiamo deciso di fornire una precisa ricognizione sull’utilizzo delle preferenze da parte dell’elettorato italiano.

Tanto per cominciare, una breve nota di metodo: le analisi che seguono sono svolte a partire dall’Indice di preferenza (IP) il quale, data la possibilità di esprimere due voti di preferenza, si calcola come rapporto tra il numero di preferenze espresse e il doppio dei voti ottenuti dalla lista in esame. IP è compreso tra un minimo di 0 – quando non è espresso nessun voto di preferenza – e un massimo di 1 – quando il numero di preferenze assegnate è uguale al numero di preferenze assegnabili. Sotto il profilo dell’impostazione del lavoro, va anche segnalato che l’analisi è circoscritta ai soli capoluoghi di provincia. Sono state, perciò, esaminate le elezioni comunali di 24 città: tutti i capoluoghi, ad eccezione di Trapani dove le elezioni avevano un solo candidato a sindaco e sono state annullate a causa del mancato raggiungimento del quorum dei partecipanti. In particolare, l’analisi comprende: dodici città settentrionali (Alessandria, Asti, Belluno, Como, Cuneo, Genova, Gorizia, La Spezia, Lodi, Monza, Padova, Verona); quattro città della Zona Rossa (Lucca, Parma, Piacenza, Pistoia); otto città meridionali-insulari (Catanzaro, Frosinone, L’Aquila, Lecce, Oristano, Palermo, Rieti, Taranto).

Al di là dei profili metodologici, quel che emerge dall’analisi non è affatto sorprendente e rispecchia abbastanza fedelmente ciò che tutte le indagini precedenti sul tema hanno ampiamente stabilito (De Luca 2001; Rombi 2014; 2015; 2016): il voto di preferenza è diffuso più nel meridione che nelle altre aree del paese.

Fig. 1 Indice di preferenza (IP) medio a livello regionalepref1Mediamente, nelle regioni meridionali IP è uguale a 0,57: un dato significativamente più elevato rispetto allo 0,36 fatto registrare nelle cinque regioni settentrionali e allo 0,29 medio delle regioni centrali. In particolare, la Calabria e l’Emilia-Romagna rappresentano i due casi estremi, con un IP pari rispettivamente a 0,64 e 0,24. Il valore calabrese è frutto della sola città di Catanzaro, mentre quello emiliano-romagnolo deriva dalla media dei valori registrati a Piacenza (IP = 0,27) e Parma (IP = 0,20). Proprio Parma è la città con l’indice di preferenza più contenuto, subito dopo Genova (IP = 0,16). Considerate le tredici regioni oggetto di analisi, le sei meridionali occupano le prime sette posizioni, accompagnate dal Friuli Venezia-Giulia (IP = 0,57) il quale, piuttosto sorprendentemente, è la quarta regione con l’indice di preferenza più elevato.

Se dal livello regionale scendiamo a quello cittadino, notiamo come le cinque città con l’IP più alto siano tutte meridionali-insulari: Catanzaro (IP = 0,64), Frosinone (IP = 0,63), Rieti (IP = 0,60), Lecce (IP = 0,60) e L’Aquila (IP = 0,60). Oltre che dalla collocazione geografica delle città – alla quale sono collegate pratiche politiche consolidate –, l’uso delle preferenze è influenzato anche dalle loro dimensioni. Come già osservato in altre occasioni (Rombi 2016): l’ampiezza demografica è inversamente proporzionale all’indice di preferenza. Più esattamente, nelle città con una popolazione inferiore ai 100.000 abitanti l’IP medio è uguale a 0,45, un valore largamente superiore rispetto allo 0,30 fatto segnare sia dalle città con un numero di abitanti compreso tra 100.000 e 200.000 sia da quelle con una popolazione superiore ai 200.000 abitanti.

Fig. 2 Indice di preferenza (IP) dei principali partiti italianipref2La distribuzione geografica del voto di preferenza è ormai un dato costante della politica italiana, vale perciò la pena domandarsi anche in quali forze politiche la pratica delle preferenze sia maggiormente diffusa. La risposta a questa domanda, infatti, non ha solo una mera funzione informativa, ma è anche in grado di dirci qualcosa sull’organizzazione dei diversi partiti. Da questo punto di vista, la Figura 2 è certamente interessante. Come si vede sono state prese in esame le quattro forze principali del nostro sistema partitico: Partito Democratico (PD), Movimento 5 Stelle (M5S), Forza Italia (FI) e Lega Nord (LN). Se si esclude il sempre più frastagliato e incomprensibile mondo centrista, il PD – che quel mondo sta pervicacemente provando ad occupare – è da qualche tempo il partito nel quale più largo è l’uso del voto di preferenza, delineando una organizzazione capillare e, soprattutto al sud, sempre più legate ai campioni delle preferenze locali. Un fenomeno analogo riguarda Forza Italia. Tuttavia, a differenza del PD, il partito di Berlusconi presenta maggiori difficoltà a far scattare il meccanismo delle preferenze nelle regioni centrali. In Toscana e Emilia-Romagna, infatti, i democratici hanno un IP medio uguale a 0,38, mentre FI si ferma 0,24, esattamente come la Lega Nord. Questa differenza ha come conseguenza che l’IP complessivo del PD è pari a 0,43, mentre quello di Forza Italia si ferma a 0,40.

Decisamente più staccati, troviamo il partito di Salvini e quello di Grillo. Lega e M5S hanno un indice di preferenza complessivo pari rispettivamente a 0,26 e 0,21, con un prevedibile picco al Sud. Si tratta di valori che delineano un profilo organizzativo assai diverso rispetto a PD e FI. Anche a livello locale, infatti, sia la LN sia il M5S presentano una modalità di raccolta del consenso centrata più sulla leadership e sull’immagine nazionale del partito che sulla rete fatta di amministratori e candidati in grado di mobilitare porzioni importanti di elettorato.

Tab. 1 – Indice di preferenza (IP) nelle città con più di 150.000 abitantipref3L’analisi complessiva dell’utilizzo del voto di preferenza tra gli elettori dei principali partiti italiani ha dimostrato come il PD sia, da questo punto di vista, il partito da battere. Potrebbe essere di una qualche rilevanza un approfondimento dedicato alle competizioni elettorali delle maggiori città italiane, individuate in base al numero di abitanti. Considerando le sei città al voto con più di 150.000 abitanti, la Tabella 1 mostra come il variegato universo centrista abbia l’IP medio più elevato (IP = 0,45). Tuttavia, bisogna tenere presente che solo a Palermo e Taranto si sono presentati partiti di centro non travestiti da liste civiche, peraltro con risultati elettorali assai modesti[1]. Si tratta, perciò, di forze tutto sommato trascurabili.

Dietro i centristi si colloca il Partito Democratico con un IP medio pari a 0,38. Il partito di Renzi è anche la forza con l’indice di preferenza più elevato in tre città su sei: Palermo (IP = 0,56), Taranto (IP = 0,52) e Parma (IP = 0,40). A Genova questo record è appannaggio delle compagini costituite dai fuoriusciti del PD (IP = 0,28), mentre a Padova e Verona sono stati gli elettori di Fratelli d’Italia a fare l’uso più largo del voto di preferenza, con un IP pari, rispettivamente, a 0,45 e 0,36.

Anche solo rispetto alla tornata amministrativa del 2016, queste elezioni hanno mostrato due tendenze inequivocabili. Innanzitutto, almeno a livello locale, il voto di preferenza è sempre più utilizzato dagli elettori. Basti pensare che nel 2016 l’IP medio nei capoluoghi considerati era uguale a 0,39, in questa tornata invece è arrivato a 0,44. In secondo luogo, si deve constatare come il partito che governa il paese, in varie forme, dal 2011 – il PD – sia sempre più fondato sul binomio macro- e micro-personalizzazione, il quale si traduce in un crescente utilizzo del voto di preferenza, soprattutto in aree del paese tradizionalmente meno inclini a votare per i singoli candidati al consiglio comunale.

 

Riferimenti bibliografici

De Luca, R. (2001), ‘Il ritorno dei “campioni delle preferenze” nelle elezioni regionali’, Polis, vol. 12 (2), pp. 227-248.

Rombi, S. (2014), ‘Il voto di preferenza: tra meridione, neo-democristiani e intellettuali’, in L. De Sio, V. Emanuele e N. Maggini (a cura di), Le Elezioni Europee 2014, Dossier CISE (6), Roma, Centro Italiano Studi Elettorali, pp. 153-157. http://cise.luiss.it/cise/wp-content/uploads/2014/07/DCISE6_153-158.pdf

Rombi, S. (2015), ‘Il voto di preferenza nelle sette regioni’, in A. Paparo e M. Cataldi (a cura di), Dopo la luna di miele: Le elezioni comunali e regionali fra 2014 e 2015, Dossier CISE (7), Roma, Centro Italiano Studi Elettorali, pp. 241-245. http://cise.luiss.it/cise/wp-content/uploads/2015/09/DCISE7_4-4.pdf

Rombi, S. (2016), ‘Tra fattori territoriali e strategia politica: il voto di preferenza alle comunali 2016’, in V. Emanuele, N. Maggini e A. Paparo (a cura di), Cosa succede in città? Le elezioni comunali 2016, Dossier CISE, Roma, Centro Italiano Studi Elettorali, pp. 121-128. http://cise.luiss.it/cise/wp-content/uploads/2016/07/DCISE8_121-128.pdf


[1] A Taranto, in coalizione con il PD, si è presenta la lista di Area Popolare denominato “Taranto Popolare Centristi per Taranto” che ha ottenuto l’1,3% dei voti. A Palermo, invece, Area Popolare e PD hanno presentato una lista comune denominata Democratici e Popolari, mentre il valore corrispondente a “Partiti centristi” è dato dalla media dell’IP ottenuto da Cantiere Popolare (forza centrista che opera prevalentemente in Sicilia) e Palermo Unione di Centro – Liberali – Popolari.

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Stefano Rombi è assegnista di ricerca all’Università di Cagliari. I suoi interessi riguardano i partiti politici, le elezioni e la qualità della democrazia. Recentemente ha pubblicato “L’accountability dei governi democratici” (Carocci, 2014) e “Fallire per vincere” (Epoké, 2014). Ha contribuito a numerosi volumi collettanei, tra cui “La qualità della democrazia in Italia” (Il Mulino, 2013) e “Il Partito Democratico secondo Matteo” (BUP, 2014). È autore di diversi articoli, il più recente è “Cosa non è e cosa è l’accountability elettorale” (Quaderni di Scienza Politica, 2015). È membro dell’APSA, della SISP e di CLS.