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di Aldo Paparo

Dai dati del sondaggio del nostro Osservatorio Politico di questa primavera sembra emergere un significativo calo della popolarità del governo Renzi. Come abbiamo già avuto modo di evidenziare, poco più di un terzo degli elettori esprime un giudizio positivo sull’operato del governo: si tratta di un calo di cinque punti rispetto alla nostra rilevazione dell’autunno scorso. Un analogo calo lo fa registrare anche la popolarità personale del premier: se sei mesi fa quasi il 46% del campione “promuoveva” Renzi, oggi la quota di coloro che gli assegnano un voto almeno pari al 6 è scesa sotto il 41%. Inoltre, anche le misure del Jobs Act sono apprezzate solo da una minoranza degli elettori, il 40,7%, ancor più ridotta di quella che in dicembre sosteneva una riforma dell’articolo 18. E’ in particolare sul terreno economico, infine, che il governo sembra pagare dazio al malcontento. Sono infatti ancora meno di un terzo coloro che esprimono un giudizio positivo su come il governo ha gestito l’economia.

In questo articolo indaghiamo più a fondo le caratteristiche di questo distacco fra l’elettorato e il governo che si registra in questo momento, cercando di capire se possa trattarsi di una crisi passeggera o se invece sia un trend destinato a permanere.

Cominciamo dall’analizzare come i giudizi favorevoli all’operato del governo si differenzino fra elettori diversamente caratterizzati politicamente. Il profilo del governo appare chiaramente di sinistra, anche se mantiene una certa trasversalità. Come possiamo osservare nella tabella 1, sostanzialmente il governo è apprezzato dalla metà degli elettori che si definiscono di sinistra: non si tratta certo di un dato particolarmente lusinghiero per un esecutivo guidato dal segretario del più grande partito di tale area politica. Neppure gli elettori di centro, che pure hanno partiti loro affini al governo, si dimostrano particolarmente favorevoli all’operato dell’esecutivo: sono infatti sostanzialmente in linea con il resto del campione. Fra gli elettori di destra poco più di uno su quattro apprezza l’operato del governo in generale. Infine solo il 14% dei non collocati sull’asse sinistra-destra esprime un giudizio positivo sul governo: questa è l’unica categoria che non giudica più benevolmente il governo in generale che non sull’economia.

Un risultato interessante si evidenzia in riferimento al Jobs Act: il suo apprezzamento non cala linearmente spostandosi da sinistra a destra, come invece accade per il governo. Infatti gli elettori di destra si dimostrano leggermente più favorevoli a tali misure rispetto agli elettori di centro (39 contro 38%), dove occorre tenere presente si collocano oggi molti elettori del M5s. Infine anche un quarto dei non collocati esprime un giudizio positivo sul Jobs Act.

Tab. 1 – Apprezzamento per l’operato del governo e le misure del Jobs Act per autocollocazione ideologica dei rispondenti

Se guardiamo a come l’operato del governo venga valutato dagli elettorati dei diversi partiti alle scorse europee (tab. 2), osserviamo un quadro analogo. Di nuovo non si manifesta un particolare entusiasmo nei confronti del governo all’interno del suo bacino di riferimento. Il 35% degli elettori del Pd esprime un giudizio negativo sul governo, il 40% sulla gestione dell’economia e sul Jobs Act. Un quadro simile si registra per gli elettori dell’alleato di governo Ncd-Udc. Tuttavia, anche in un momento di difficoltà, il governo riesce a affascinare elettori in tutte le direzioni. Circa un quinto degli elettori di Fi esprime un giudizio positivo sull’operato in generale del governo, lo stesso fa oltre un quarto di coloro che un anno fa hanno votato per la lista Tsipras. Oltre un elettore del M5s su cinque apprezza le riforme del Jobs Act; queste sono poi approvate dalla maggioranza degli elettori leghisti, il gruppo più contrariato dall’operato del governo, e anche dal 40% di quanti non hanno votato alle europee. In questo gruppo, il 30% si esprime positivamente anche sul governo in generale.

Tab. 2- Apprezzamento per l’operato del governo e le misure del Jobs Act per voto alle elezioni europee dei rispondenti

Anche in riferimento alla figura del premier, emerge un profilo di sinistra, ma con una ancora più marcata trasversalità. Infatti, come possiamo osservare nella tabella 3, sei elettori di sinistra su dieci promuovo Renzi, così come oltre uno su tre sia fra quelli di centro che fra quelli di destra. Per tutte queste categorie l’apprezzamento per Renzi è superiore a quello per il suo governo: fra i 4 e i 9 punti. Fra coloro che invece rifiutano di collocarsi sull’asse sinistra-destra appena uno su otto promuove Renzi, meno ancora di quanti non esprimano un giudizio positivo sul suo governo.

Tab. 3 – Giudizi almeno sufficienti per Renzi per autocollocazione ideologica dei rispondenti

Venendo agli elettorati partitici (tab. 4), i giudizi ameno sufficienti per Renzi sfiorano i tre quarti di quanti hanno votato il suo partito alle europee, significativamente di più di quanti non apprezzino l’operato del suo governo. Solo l’elettorato del M5s si dimostra decisamente ostile alla figura del primo ministro: appena uno su otto lo promuove. Al contrario oltre la metà di quelli di Ncd gli da almeno 6, così come il 40% di quelli di Tsipras; lo stesso fa il 30% dei leghisti, un quarto di quanti hanno votato Fi e un terzo di chi si è astenuto.

Tab. 4 – Giudizi almeno sufficienti per Renzi per voto alle elezioni europee dei rispondenti

Anche la percezione delle capacità di Renzi viene inevitabilmente coinvolta da questo generalizzato appannamento. Abbiamo nuovamente testato la sua percezione rispetto a quattro tratti fondamentali (Funk 1999; Kinder 1986). Quando aveva appena vinto le primarie, nel dicembre del 2013, l’allora sindaco di Firenze presentava un profilo di eccezionale apprezzamento: sostanzialmente quattro elettori su cinque gli attribuivano tutte e quattro le caratteristiche. Su guardiamo alla figura 1, ci accorgiamo di come nell’arco di un anno e mezzo Renzi faccia segnare un calo di quindici punti in energia e competenza, passando da quasi cinque elettori su sei che gliele attribuivano a poco più dei due terzi. Il calo è ancora più rilevante sotto il profilo dell’onestà: venti punti in meno, e tratto attribuito da tre elettori su cinque. Ma il vero crollo c’è in riferimento all’empatia. Già un anno e mezzo fra era il tratto che più frequentemente non gli veniva riconosciuto; ma la quota di coloro che gliela attribuivano era comunque superiore ai tre quarti: oggi è scesa di trenta punti, fermandosi al di sotto del 50%. Questo è l’unico tratto su cui Salvini, l’altro leader che abbiamo testato in questa rilevazione, risulta più apprezzato di Renzi, che al contrario è largamente preferito in termini di energia e competenza.

Renzi mantiene comunque un profilo assai diverso da quello del tipico leader del centro-sinistra: poco energico, ma assai alto sugli altri tratti. Questo era, ad esempio, il profilo di Bersani alla vigilia delle elezioni 2013. E, per dire la verità, non appare neppure simile a quello di Berlusconi (cui non veniva riconosciuta l’onestà, oltre che l’empatia) o Monti (sostanzialmente solo onesto e competente). Così come differisce dall’immagine del precedente inquilino di Palazzo Chigi, al momento finale della sua esperienza di governo, Letta nel dicembre 2013: poco energico, come consuetudine per la sinistra italiana, ma anche inevitabilmente penalizzato sotto il profilo dell’empatia dall’esperienza al governo. Renzi è ancora percepito come un leader forte ed energico, e tutto sommato anche piuttosto onesto. Gli viene in questo momento rinfacciato di non capire i problemi della gente: come Monti e Letta prima di lui, paga l’inevitabile scotto dovuto allo stare al potere in tempi di crisi. Nel dicembre 2013 non si era ancora confrontato con i problemi della gestione del governo del paese: era un candidato segretario del Pd che diceva cose di buon senso, capace di parlare alla pancia del paese e apprezzato a 360°. Oggi è il capo di un governo che ha promesso tanto, fatto abbastanza, ma certamente non invertito la rotta su quel che più conta per gli italiani: la situazione economica. Almeno non tanto quanto gli italiani sembrano essersi immaginati.

Fig. 1 – Percentuali dell’elettorato che attribuiscono i diversi tratti a Renzi e Salvini

In ogni caso sempre nel nostro sondaggio ci sono elementi incoraggianti per il governo, e in particolare per la figura del suo primo ministro. Abbiamo visto come nonostante il significativo calo delle sufficienze ottenute, Renzi sia comunque il leader politico maggiormente promosso dagli elettori. Inoltre il partito da lui guidato, seppur in calo di circa tre punti dalla nostra rilevazione autunnale, si conferma largamente il primo partito. Anche dall’analisi delle caratteristiche dei leader, seppur registrando il vistoso appannamento dell’immagine di Renzi, questi si conferma più gradito del più in forma dei possibili sfidanti, Salvini.

Un ulteriore elemento che emerge dai nostri dati rappresenta una indicazione positiva per il segretario del Pd. Nel nostro sondaggio abbiamo effettuato un esperimento: abbiamo chiesto a metà del campione di giudicare, dopo questo primo anno di attività, l’operato del “governo”, all’altra metà riguardo l’operato del “governo Renzi”[1]. Se andiamo ad osservare i dati disaggregati ci accorgiamo della presenza di un “effetto Renzi”. La menzione del suo nome ha un effetto positivo e statisticamente significativo sul giudizio nei confronti dell’esecutivo. Se infatti meno del 32% degli elettori esprime un giudizio positivo sull’operato del “governo” in generale, la quota sfiora il 39% per coloro cui è stato chiesto di valutare in generale l’operato del “governo Renzi”. L’effetto è quindi pari a poco meno di 7 punti. Ancor più alto l’effetto della menzione del nome del premier relativamente l’operato dell’esecutivo in campo economico, superiore ai nove punti. Su questo aspetto, infatti, i giudizi positivi per il “governo” sono poco meno del 27%, mentre sfiorano il 36% per il “governo Renzi”.

Tab. 5 – Effetto della menzione del nome di Renzi sulle valutazioni circa l’operato del governo

In conclusione, dai dati che abbiamo mostrato è evidente come ormai la luna di miele fra il governo Renzi e gli italiani sia da considerarsi definitivamente conclusa. D’altronde è un passaggio inevitabile che tocca ogni esecutivo al mondo. L’abilità del primo ministro è stata quella di fare certamente fruttare al meglio elettoralmente e politicamente la condizione di forza che questa gli stava garantendo. In virtù di ciò si ritrova adesso nella invidiabile condizione di potere osservare con relativa serenità questo – tutto sommato prevedibile – calo della popolarità sua e del suo governo. Con la consapevolezza di avere in mano le redini del gioco e che la concorrenza è ben lungi dall’essere pronta a mettere in campo una credibile alternativa. Sempre che la situazione economica, il vero motore delle scelte degli elettori, riesca a dare gli sperati segni concreti di miglioramento. E che il premier abbia sufficiente capitale politico per portare a casa la riforma del Senato. In quest’ottica le regionali acquistano un’importanza decisiva: Renzi ha bisogno di un nuovo alloro elettorale per ribadire la sua forza. Di qui, forse, il nervosismo mostrato verso quella parte della sinistra, definita “masochista”, che rischia di fare perdere qualche regione. Non ormai rimangono che due settimane a separarci dal test elettorale di questo 2015…

Riferimenti bibliografici:

Funk, Carolyn L. 1999. «Bringing the candidate into models of candidate evaluation». Journal of Politics 61: 700–720.

Kinder, Donald R. 1986. «Presidential character revisited». Political cognition: 233–55.


[1] Le due metà si dimostrano bilanciate: nessuna delle seguenti variabili ha infatti un effetto significativo sulla dicotomia trattamento (“governo Renzi”)/controllo (“governo”): genere, classe di età, titolo di studio, interesse per la politica, auto-collocazione ideologica, intenzione di voto, voto alle europee 2014 e voto alle politiche 2013.

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Aldo Paparo (1984) è assegnista di ricerca alla LUISS - Guido Carli. Dopo il conseguimento del dottorato è stato Campbell National Fellow presso la Hoover Institution a Stanford, dove ha condotto una ricerca sulla identificazione di partito in chiave comparata. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienza della Politica presso la Scuola Normale Superiore (ex SUM) di Firenze, con una tesi sugli effetti del ciclo politico nazionale sui risultati delle elezioni locali in Europa occidentale. Ha conseguito la laurea magistrale in Scienze politiche all'Università di Firenze, discutendo una tesi sulle elezioni comunali nell’Italia meridionale. Le sue principali aree di interesse sono i sistemi elettorali, i sistemi politici e il comportamento elettorale, con particolare riferimento al livello locale. Ha co-curato numerosi volumi dei Dossier Cise; e ha pubblicato sui Quaderni dell’Osservatorio Elettorale, su Contemporary Italian Politics e su Monkey Cage. È stato inoltre co-autore di un capitolo in Terremoto elettorale (Il Mulino 2014). È membro dell’APSA, della MPSA, della ESPA, della ECPR, della SISP e della SISE.