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di Roberto D’Alimonte

Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 14 febbraio

Con la convocazione dell’assemblea nazionale e le dimissioni di Matteo Renzi si riapre la partita della leadership dentro il Pd. Una partita che si giocherà in due tempi, regolati da uno statuto complicato che pare non verrà cambiato, come qualcuno invece vorrebbe. La chiave saranno le primarie. Ma il primo tempo è dedicato alla scelta dei candidati che vi parteciperanno.

Questa è questione che riguarda esclusivamente gli iscritti del Pd. Chiunque raccolga il sostegno del 10% dell’attuale assemblea nazionale del partito o le firme di 1.500 iscritti potrà presentare la sua candidatura a segretario. Nelle prossime settimane si riuniranno i circoli del partito e gli iscritti voteranno. Tutti i candidati che avranno raccolto il 15% dei voti a livello nazionale saranno ammessi alle primarie. In ogni caso verranno ammessi tre candidati, a condizione che abbiano preso almeno il 5% dei voti. Per essere ancora più chiari: se due candidati raccogliessero singolarmente il 15% dei voti e il terzo più votato ne avesse il 5%, tutti e tre farebbero le primarie.

Se quattro candidati avessero raccolto ciascuno il 15% tutti e quattro sarebbero ammessi. Nel 2013, i candidati ammessi alle primarie furono tre: Renzi, Pippo Civati e Gianni Cuperlo. Renzi ottenne il 45%, Cuperlo il 39% e Civati il 9 per cento. Il voto nei circoli è il momento della conta. Ogni candidato avrà una o più liste che lo sosterranno. In teoria Renzi potrebbe presentarsi da solo, con una sua lista e basta. Il 15% dei voti degli iscritti è largamente alla sua portata. Ma non lo farà. La sua candidatura sarà sostenuta da più liste con l’obiettivo di essere lui il candidato più votato anche dentro il partito, come è già successo nel 2013. È in questo tempo della partita che le fazioni del Pd si conteranno. E così si saprà quanto effettivamente valgono tra gli iscritti i vari Andrea Orlando, Dario Franceschini, Maurizio Martina, Roberto Speranza, Enrico Rossi, Michele Emiliano ecc. Sarà una radiografia interessante.

Il secondo tempo è rappresentato dalle primarie. Qui entrano in gioco gli elettori. Infatti, si tratta di primarie aperte cui possono partecipare tutti i cittadini italiani, i cittadini di paesi membri della Unione europea e residenti in Italia e i cittadini di altri paesi muniti di permesso di soggiorno. Basta dichiararsi sostenitori del Pd e versare una quota modesta a copertura delle spese organizzative. Con le primarie si eleggono il segretario e i mille membri dell’assemblea nazionale. La distribuzione dei seggi dell’assemblea viene fatta con sistema proporzionale sulla base di collegi plurinominali (4-9 seggi) sub-regionali. Una cosa importante di cui tener conto è che i seggi spettanti alle regioni sono parametrati non solo sulla popolazione, ma anche sui voti ottenuti dal partito nelle più recenti elezioni per la Camera dei deputati. Gli esiti possibili del voto sono due. Se uno dei candidati-segretario riesce a ottenere la maggioranza assoluta dei seggi in assemblea con la sua lista o coalizione di liste è proclamato eletto senza passaggi ulteriori. Non è quindi una elezione diretta vera e propria.

Si badi bene: è la maggioranza dei seggi in assemblea che garantisce l’elezione e non i voti raccolti, anche se il sistema proporzionale con cui vengono eletti i delegati stabilisce un rapporto stretto tra voti e seggi. Nel 2013 in questa fase Renzi ottenne il 68% dei voti (e 657 delegati), Cuperlo il 18% (194), Civati il 14 % (149). Gli elettori furono circa 2,8 milioni. Se invece nessun candidato conquista la maggioranza assoluta si gioca un tempo supplementare. In questo caso la scelta del segretario viene fatta dalla assemblea attraverso un ballottaggio tra i due candidati più forti.

Questa assemblea non è più quella eletta con le primarie ma comprende, oltre i mille eletti con le primarie, 21 segretari regionali, trecento rappresentanti eletti nelle primarie regionali, cento rappresentanti eletti dai parlamentari nazionali ed europei del partito, 44 rappresentanti provenienti dalla circoscrizione estero e un numero variabile di rappresentanti delle candidature minori non ammesse alle primarie. Se non ci saranno modifiche regolamentari, si tratterà di una specie di convention all’americana, con delegati e superdelegati, dove riuscire a vincere il ballottaggio richiederà accordi trasversali e probabilmente costosi. Finora non è mai successo che un segretario del Pd sia stato eletto dalla assemblea. La partita si è sempre chiusa nei tempi regolari. Ma è chiaro che per fermare Renzi, i suoi avversari dovranno impedirgli di ottenere alle primarie la maggioranza assoluta dei seggi. In questo modo la sfida si sposterebbe dentro l’assemblea, su un terreno scivoloso per lui, e non si potrebbero escludere del tutto delle sorprese. Ma con o senza sorprese, un segretario eletto in assemblea non è la stessa cosa di un segretario scelto direttamente dai cittadini con le primarie. Renzi deve vincere il giorno delle primarie. Questa è la sua nuova sfida. E deve vincere portando a votare un numero importante di elettori. I sondaggi che circolano in questi giorni dicono che i probabili sfidanti di Renzi, e cioè Speranza, Emiliano e Rossi, non solo non sono competitivi singolarmente presi, ma non dovrebbero nemmeno riuscire a impedirgli di arrivare alla soglia del 50% alle primarie. Ma la partita è appena iniziata.

Fig. 1 – I principali organi del PD e i percorsi per la loro selezione (clicca per ingrandire)

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