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Scrisse Leonardo Sciascia, al cui lampo della penna seguiva il tuono delle parole: “Il cammello della democrazia italiana ha nella cruna siciliana uno dei passaggi essenziali per il suo futuro”. Una profezia auto avveratasi, giacché l’Isola non disdegna formule politiche avanguardistiche e premonitrici degli assetti nazionali. Qui, nelle regionali dell’ottobre 2012, si registrarono le prime scosse del terremoto elettorale del febbraio 2013, e hic et nunc potrebbe andare in scena la première del 2018.

Il M5s gioca l’anticipo della partita primaverile, laddove cinque anni fa s’impose come lista più votata (14,88%). Per vincere, dovrà campire le lacune nel radicamento territoriale e nella riconoscibilità dei propri candidati. Nel 2012, il tasso di preferenza del Movimento ammontò appena al 49,60%: tra i suoi elettori, meno di uno su due indicò il nome di un aspirante consigliere regionale affianco al simbolo sbarrato. Un quarantotto nelle vicende politiche siciliane, emblema di una scelta di exit assunta con vigore, e al contempo monito per una campagna elettorale che stavolta batta tutti i 390 comuni dell’Isola. Lo stesso dato in forma aggregata ha sempre superato l’80%, eccetto che in un’occasione (2008), con una proliferazione maggiore nelle province della parte occidentale (Agrigento, Caltanissetta, Palermo e Trapani) rispetto a quelle orientali (Catania, Enna, Messina, Ragusa e Siracusa).

Le notevoli dimensioni della personalizzazione del voto trovano contezza nel diffuso individualismo, cardine antropologico dell’Isola nonché motivo del refrattario anelito a progetti di rigenerazione collettiva. In Sicilia, la politica conta molto ma identifica poco. La defezione si sovrappone alla lealtà specifica riposta nei notabilati locali, con un esito sorprendente: se da un lato proliferano, e sovente emergono, pratiche clientelari, dall’altro un voto siffatto risolve il disorientamento d’elettori altrimenti estranei all’urna, trascinandoli fuori dall’area della marginalità sociale.

In avvicinamento all’appuntamento del 2017, l’alienazione politica monta col crescente malcontento popolare. L’affluenza alle regionali siciliane cala sistematicamente dal 1991. Solo nel 2008, grazie alla concomitanza con la tornata nazionale (si votò il medesimo giorno), il dato registrò un miglioramento. Tutto procede affinché il 5 novembre diminuisca ulteriormente il 47,41% del 2012. Un sondaggio di Demopolis dello scorso luglio la diagnosticava al 45%: oltre la metà dei siciliani non andrebbe a votare. All’offerta politica ormai definita spetterà il compito di ribaltare il pronostico, e scacciare dall’Isola le nubi di una partecipazione inferiore al 40%:

affluenza sicilia 91-13

 

L’etichetta affibbiata da Renato D’Amico alla forma-partito siciliana nella Prima Repubblica protrae, e rincalza, i suoi effetti. Nell’Isola, s’afferma difatti il “partito arcipelago, sommatoria di tante macchine elettorali quanti sono i candidati in lizza”. Le emigrazioni tra una consultazione e l’altra dei Lords of Preferences (Emanuele e Marino 2016), appartati in liste e non di rado schieramenti opposti, giustificano la convivenza tra un’alta volatilità e la saldezza del consenso individuale.

Nella decade 2001-2012, la supremazia del blocco di centrodestra si configurò a pietra miliare del sistema politico siciliano. Lo certifica il trend nel rendimento coalizionale. Per il campo liberal-conservatore la differenza dei voti alle liste regionali, viatico per eleggere il presidente, con quelle provinciali, dove passa l’investitura dei deputati all’Ars, mantenne un segno costantemente negativo. Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo, cavalli di razza della scuderia dell’ex ministro Dc Calogero Mannino, ottennero risultati peggiori della somma dei partiti in loro sostegno. In particolare, il primo soffrì più del successore, anche in debito al prestigio delle candidature di Leoluca Orlando (2001) e Rita Borsellino (2006), un incentivo a ricorrere al voto disgiunto. Da qui, il leit-motiv: premiare un aspirante presidente di centrosinistra, senza però venir meno alla deferenza esercitata dal blocco dominante.  Capitò anche al M5s, quando nel 2012 i numeri raccolti da Giancarlo Cancelleri oltrepassarono del 3,29% quelli della lista provinciale. Nel centrodestra, l’unico a far più proseliti nel voto al governatore dirimpetto al bacino della propria compagine è stato Nello Musumeci, pur con un margine esiguo e nell’ambito di coalizioni drasticamente ridimensionate sia nel 2006 (con uno scarto del 2,86%), quando corse in solitario, che nel 2012 (1,10%), in cui gli si frappose Gianfranco Miccichè. Oggi la ritrovata unità del centrodestra, autentica svolta in questa campagna elettorale, ingrosserà fila e pretese degli aspiranti consiglieri regionali. Logico attendersi accorpamenti tra candidati espressione di forze eterogenee. La legge elettorale siciliana, d’impianto proporzionale, contiene uno strumento fortemente disproporzionale: la soglia di sbarramento del 5%, riservata alle liste su scala regionale.

Almeno tre delle quattro schierate dal centrosinistra potrebbero valicarla: Pd, Alternativa Popolare, Sicilia Futura, e le liste del territorio patrocinate da Orlando. Sperano, dalle parti del Nazareno, nell’insperabile: riconquistare Palazzo D’Orléans, con Alternativa Popolare nel ruolo dell’Udc che fu, e un cartello elettorale pesante a traino del rettore di Palermo Fabrizio Micari. A ragione, il rendimento coalizionale del campo progressista si ripresenterà di stampo negativo:

rendimento coalizionale sicilia 2001-12

 

Ad aggravare le aspirazioni del Pd, incorre l’analisi di quanto avvenuto cinque anni fa, in accordo alla distinzione fra coalizione e blocco di Chiaramonte (2007): la prima, riguarda esclusivamente “il patto politico sottoscritto dai partiti congiunti in un medesimo cartello-elettorale”, mentre il secondo “coinvolge spazi più grandi, i confini teorici di massima espansione entro cui si aggregano le coalizioni”.

Nella consultazione del 2012 la differenza percentuale tra il centrodestra e il centrosinistra largamente intesi superò quella del 2006: 29,23% contro 27,86%. Un paradosso: nelle elezioni vinte da una coalizione progressista, il cui candidato presidente scontava un retaggio storico manifestamente comunista, il divario col campo avverso batté quello della riconferma di Cuffaro. Ciò prescindé da un mercato elettorale ormai sminuzzatosi con i due partiti più votati (M5s e Pd) separati dall’1,45%, e altri tre (Pdl, Udc, Mpa) racchiusi in un ulteriore 3,90%. Restò incompiuto il processo di rivoluzione del pianeta Sicilia. L’insieme dei voti raccolti dalle liste in sostegno di Musumeci e Miccichè raggiunse il 44,61%: ancora maggioranza, se pure non assoluta. L’unipolarismo siciliano non cadde sotto le spinte e i rivolgimenti che lo angariarono, depotenziando l’impatto dell’alternanza al vertice della Regione:

voti a partiti e blocchi sicilia

 

Giù la maschera a malintesi: in politica, la somma algebrica non ipoteca un successo alle urne. Procedesse imperterrita sulla falsariga del 2012, l’erosione nel consenso del centrodestra ne scalfirebbe il primato. Eccezion fatta per Forza Italia, nessuna lista dell’area s’accredita sopra al 10%, e Musumeci, a due precedenti sconfitte, aggiunge il non vincere un’elezione per una carica monocratica dal 1998, quando venne riconfermato alla presidenza della Provincia di Catania. Inoltre, nelle prossime consultazioni il numero dei componenti dell’Ars diminuirà da 90 a 70, per effetto della legge costituzionale n.2 del febbraio 2013. Ergo, divamperà la competizione, serratissima, tra i Lords of Preferences di stanza nei nove collegi provinciali, esacerbata dall’anomalia M5s, i cui candidati siederanno a Palazzo dei Normanni con un numero di voti individuali inferiore a molti non eletti degli altri partiti.

La scrutano tutti, la Sicilia che rinserra i ranghi alla vigilia delle elezioni regionali. Uno spettro, palpabile, s’aggira per l’Isola, camuffato tra il non-detto e celato da foglie di fico: l’ingovernabilità. E così, serafico e puntuale, ricompare lui, il Gattopardo, irresistibile immagine letteraria issata a manifesto e logoratasi presto in cliché, allettata dal congegno di un sistema elettorale non majority-assuring. Ecco il banco di prova, su cui all’unisono si contano gli scongiuri dei pretendenti alla contesa del 5 novembre. Un confronto pericoloso tanto per l’adamantina e ferrea ortodossia dei Cinque Stelle, quanto per il variegato alveo delle coalizioni di centrodestra e centrosinistra. Il futuro presidente della Regione Siciliana s’addormenterà adagio un letto di Procuste, con l’incubo di risvegliarsi in anatra zoppa.

 

Riferimenti bibliografici

Chiaramonte A. (2007), “Il nuovo sistema partitico italiano tra bipolarismo e frammentazione, in D’Alimonte R., Chiaramonte A. (a cura di), “Proporzionale ma non solo. Le elezioni politiche del 2006”, il Mulino, 2007.

D’Amico R. (1993), “La ‘cultura elettorale’ dei siciliani”, in Morisi M. (a cura di), “Far politica in Sicilia. Deferenza, consenso e protesta”, Feltrinelli.

De Lucia F., Elezioni regionali in Sicilia. Il voto di preferenza”, in De Sio, L. e Emanuele, V. (a cura di) (2013), “Un anno di elezioni verso le politiche 2013”, Dossier CISE N.3.

Emanuele, V. and Marino, B. (2016), “Follow the candidates, not the parties? Personal vote in a regional de-institutionalised party system”, Regional and Federal Studies, 26(4), pp. 531-554.

Istituto Demopolis (2017), “Analisi Demopolis a 4 mesi dalle regionali: oltre 2 milioni e mezzo di siciliani oggi non voterebbero”, http://www.demopolis.it/?p=4240.

Morisi M, Feltrin P. (1993), “La scelta elettorale: le apparenze e le questioni”, in Morisi M. (a cura di), “Far politica in Sicilia. Deferenza, consenso e protesta”, Feltrinelli.

Sampugnaro R. (2004), “Le ragioni del 61 a 0 in Sicilia. Spostamento di elettori o di candidati?”, in Raniolo F. (a cura di), Le trasformazioni dei partiti politici, Rubbettino.