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di Stefano Rombi (Università di Cagliari)

Per quanto possa sembrare dissonante rispetto all’ampio dibattito giornalistico, il voto di preferenza è diffuso in tutte le elezioni del nostro paese. L’Italia, dunque, è il paese del voto di preferenza e le elezioni regionali non fanno eccezione. In tutte le sette competizioni elettorali svoltesi il 31 maggio 2015, agli elettori è stata concessa la possibilità di indicare nella scheda il nome del loro candidato preferito alla carica di consigliere regionale. Tuttavia, mentre in Liguria, Marche, Puglia e Veneto l’elettore ha avuto a disposizione un solo voto di preferenza, in Campania, Toscana e Umbria è stata prevista la cosiddetta doppia preferenza di genere. Una modalità di voto secondo la quale l’elettore può esprimere fino a due preferenze, a patto che i due candidati preferiti siano di genere opposto.

In generale, la comparazione del voto di preferenza sul piano territoriale e interpartitico è possibile tenendo in considerazione il rapporto tra il numero di voti di preferenza espressi e il numero di voti di preferenza esprimibili. Nel nostro caso, abbiamo elezioni in cui le preferenze esprimibili corrispondono semplicemente al numero di voti validi (Liguria, Marche, Puglia e Veneto). In questi casi, è sufficiente rapportare le preferenze ai voti validi. In Campania, Toscana e Umbria, invece, il denominatore è parzialmente diverso. In queste regioni, infatti, ciascun elettorale ha potuto indicare un massimo di due nomi. Di conseguenza, il numero di preferenze potenziali corrisponde al doppio dei voti validi. Seguendo queste due diverse procedure, otterremo un indice – Indice di preferenza (IP) –, variabile tra un minimo di 0 e un massimo di 1, in grado di rendere comparabile il gioco delle preferenze nelle diverse realtà chiamate alle urne.

Fig. 1 – Indice di preferenza (IP) nelle 7 regioni al voto

La Figura 1 indica come l’IP più elevato si sia registrato nelle elezioni regionali pugliesi, dove circa il 71% degli elettori ha espresso un voto di preferenza. Il Veneto, invece, presenta l’indice più contenuto, pari a 0,31. Se, in termini comparati, il dato di una regione settentrionale come il Veneto non sorprende, ciò che stupisce è il dato relativamente contenuto della Campania, una regione che mostra tradizionalmente un uso ben più consistente delle preferenze. I casi sono due: o la Campania ha improvvisamente mutato le tendenze di fondo del proprio comportamento elettorale oppure il problema sta nella misurazione. Propendiamo, naturalmente, per la seconda ipotesi. Con ogni probabilità, per quanto metodologicamente corretta, la soluzione adottata nella costruzione della Figura 1 potrebbe aver sottostimato l’IP delle regioni caratterizzata dalla doppia preferenza (Campania, Toscana e Umbria). Per aggirare questo inconveniente e produrre una fotografia più realistica, la Figura 2 presenta una comparazione basata sugli scarti dall’IP medio. In primo luogo, la procedura seguita ha previsto il calcolo di due medie, una riguardante le regioni con preferenza unica, l’altra relativa alle regioni con la doppia preferenza. In secondo luogo, lo scarto di ogni regione è stato calcolato in base alla media del gruppo di appartenenza. Ciò sembra assicurare adeguatamente la comparabilità dei sette casi.

Fig. 2 – Indice di preferenza nelle 7 regioni al voto. Scarti dalla media

Come si vede, le uniche due regioni in cui l’indice di preferenza è più alto della media sono la Puglia (+0,25) e la Campania (+0,08). Più in generale, il grafico dà conto di un’interessante, ma tutt’altro che nuova, tendenza: l’utilizzo del voto di preferenza diminuisce via via che ci si dirige verso il settentrione del paese. In Liguria e Veneto, infatti, gli elettori esprimono un voto di preferenza in misura inferiore rispetto alla media. In particolare, lo scarto tra i rispettivi IP e l’IP medio sia pari a -0,08 nel caso ligure e a -0,15 in quello veneto.

Se l’analisi territoriale del voto di preferenza restituisce uno scenario piuttosto prevedibile, resta da comprendente come gli elettori delle diverse forze politiche abbiano impiegato questo particolare tipo di voto. Preliminarmente, va chiarito che per ragioni di spazio abbiamo deciso di considerare soltanto i partiti di carattere nazionale, escludendo dunque tutte le liste civiche e tutte le compagini di tipo regionale. Più esattamente, abbiamo preso in esame sette partiti: Fratelli d’Italia (FdI), Forza Italia (FI), Lega Nord (LN), Movimento 5 Stelle (M5S), Nuovo Centro Destra (NCD), Partito Democratico (PD) e Sinistra Ecologia Libertà (SEL).

Tanto per cominciare, la Tabella 1 fornisce un’informazione molto importante: l’IP medio per partito. Osservando l’ultima colonna, è facile notare come il NCD – nelle sue variegate sembianze – sia la forza politica con l’indice di preferenza medio più elevato (0,62). All’estremo opposto troviamo il partito di Grillo (Lanzone e Rombi 2014), con un indice medio pari a 0,25. Peraltro, il valore del M5S è del tutto simile a quello fatto registrare dalla Lega Nord (0,27). Ciò mostra come i due partiti più decisamente avversi all’attuale assetto del sistema politico italiano siano anche quelli meno legati ad un tipo di consenso basato sulla relazione personale candidato-elettore. Nel loro caso, il germe della micro-personalizzazione (Calise 2013), insinuatosi in molte forze politiche, non sembra ricoprire un ruolo così rilevante.

Tab. 1- Indice di preferenza per partito nelle sette elezioni regionali


Se guardiamo a quanto accaduto nelle singole competizioni regionali, emerge innanzitutto come il NCD abbia, generalmente, l’IP più elevato. Le uniche eccezioni riguardano la Puglia e l’Umbria. Il partito di Alfano ha raggiunto il suo picco massimo nelle elezioni liguri dove, sebbene all’interno della lista Area Popolare (NCD e UDC), ha fatto segnare un IP pari 0,82. Alle elezioni pugliesi e umbre è stata SEL (presente all’interno di due liste di sinistra comprensive anche di altre forze minori) a far segnare l’indice di preferenza più consistente: 0,93 nel primo caso e 0,43 nel secondo. L’IP registrato in Puglia dal partito di Vendola, peraltro, è il più elevato in assoluto, il che è piuttosto coerente con quanto accaduto alle elezioni europee, quando gli elettori de L’Altra Europa con Tsipras furono tra i più assidui utilizzatori del voto di preferenza (Rombi 2014). Al contrario, in tutte le regioni, ad eccezione di Marche e Toscana, è stato il Movimento 5 Stelle a presentare l’IP più contenuto, con un minimo pari 0,17 toccato alle elezioni umbre. Nella competizione marchigiana e in quella toscana sono stati i leghisti ad utilizzare in misura minore il voto di preferenza. Nel primo caso, la Lega Nord ha fatto registrare un indice pari a 0,16 (il più basso in assoluto), mentre nel secondo caso il suo IP è stato uguale a 0,24.

Per chiudere, è opportuno osservare più da vicino il comportamento degli elettori del partito del capo del governo, da un lato, e del partito di Berlusconi, dall’altro. Il PD e Forza Italia mostrano un IP medio pari, rispettivamente, a 0,46 e 0,45. Almeno sotto il profilo quantitativo, dunque, i loro elettorati sembrano comportarsi in maniera analoga. Questa tendenza, peraltro, era già emersa durante le scorse elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. Guardando ai dati in maniera disaggregata, si nota come tra gli elettori democratici l’utilizzo del voto di preferenza si sia rivelato massiccio soprattutto nelle elezioni pugliesi, dove l’IP è arrivato ad un ragguardevole 0,75: 3 elettori su 4 hanno espresso una preferenza. Anche nelle file di FI sono stati i pugliesi a utilizzare maggiormente le preferenze ma, in questo caso, l’indice è più contenuto e si attesta a 0,64.

In definitiva, il voto di preferenza è stato, come sempre, un fenomeno in prevalenza meridionale (Scaramozzino 1979; De Luca 2001), benché anche nelle regioni centro-settentrionali stia raggiungendo quote significative. Va aggiunto, poi, che questi dati sembrano sfatare un radicato luogo comune, secondo il quale le preferenze sarebbero soprattutto appannaggio di candidati presenti nelle liste di partiti centristi, neo-centristi o, in ogni caso, di matrice democristiana. Bene, a conferma di una tendenza già presente alle Europee 2014, il voto di preferenza è moltissimo impiegato anche dagli elettori delle forze politiche che si pongono alla sinistra del Partito Democratico. Le interpretazioni, a questo punto, potrebbero sprecarsi. In questa sede, però, vogliamo limitarci a far parlare i dati. Ciascuno potrà proporre le proprie spiegazioni.

 

Riferimenti bibliografici

Scaramozzino, P. (1979), Un’analisi statistica del voto di preferenza in Italia, Giuffrè, Milano.

De Luca, R. (2001), Il ritorno dei “campioni delle preferenze” nelle elezioni regionali, “Polis”, vol. 15 (2), pp. 227-245.

Rombi, S. (2014), Il voto di preferenza: tra meridione, neo-democristiani e intellettuali, in L. De Sio, V. Emanuele e N. Maggini (a cura di), Dossier CISE n. 6 – Le Elezioni Europee 2014, CISE, Roma, pp. 153-157.

Calise, M. (2013), Fuorigioco. La sinistra contro i suoi leader, Laterza, Roma-Bari.

Lanzone, M.E. e Rombi, S. (2014), Who Did Participate in the Online Primary Elections of the Five Star Movement (M5S) in Italy? Causes, Features and Effects of the Selection Process, “Partecipazione e Conflitto”, vol. 7 (1), pp. 170-191.

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Stefano Rombi è assegnista di ricerca all’Università di Cagliari. I suoi interessi riguardano i partiti politici, le elezioni e la qualità della democrazia. Recentemente ha pubblicato “L’accountability dei governi democratici” (Carocci, 2014) e “Fallire per vincere” (Epoké, 2014). Ha contribuito a numerosi volumi collettanei, tra cui “La qualità della democrazia in Italia” (Il Mulino, 2013) e “Il Partito Democratico secondo Matteo” (BUP, 2014). È autore di diversi articoli, il più recente è “Cosa non è e cosa è l’accountability elettorale” (Quaderni di Scienza Politica, 2015). È membro dell’APSA, della SISP e di CLS.