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Sebbene non sia ancora definitivo, come vedremo più avanti, è possibile cominciare ad affermare che il risultato delle elezioni di metà mandato ha confermato le previsioni della vigilia: il Partito Democratico ha conquistato la maggioranza alla Camera, mentre il Partito Repubblicano è riuscito a mantenerla al Senato. In quest’articolo analizzeremo il quadro che emerge da queste elezioni, in attesa che vengano assegnati ancora gli ultimi seggi.

Con dieci collegi ancora da assegnare, al momento alla Camera il Partito Democratico si è assicurato 227 seggi, ben oltre la maggioranza di 218. Per ora, invece, il Partito Repubblicano può contare su 198 seggi, rispetto ai 235 con cui ha chiuso la legislatura. Come visibile nella Figura 1, per ottenere questo risultato, il Partito Democratico ha dovuto vincere in 34 seggi precedentemente appartenenti a deputati repubblicani, perdendone solamente 4 a favore del Partito Repubblicano.

Si tratta quindi, già adesso, di uno swing di 30 seggi, superiore quindi all’arretramento medio del partito del Presidente a midterm (Cuccurullo 2018). Un numero sufficiente a costituire una elezione un terremoto, secondo la definizione di Brady e Parker (2018). E questo nonostante l’andamento dell’economia americana sia davvero positivo, a livelli che, secondo i classici modelli econometrici, avrebbero dovuto spingere la popolarità del Presidente attorno al 60%, invece che poco sopra il 40% osservato (Brady e Parker 2018). Trump, insomma, sembra aver pagato un cost of ruling particolarmente alto (Paldam 1986), in chiave comparata con i Presidenti del dopoguerra, nelle elezioni su scala nazionale della Camera.

Fig. 1 – Risultati elettorali nelle elezioni di midterm 2018 alla Camera (clicca per ingrandire)house_results_2018

Inoltre, dei dieci seggi ancora in bilico, altri 6 dovrebbero andare ai Democratici, che quindi chiuderebbero con 234 seggi totali. Particolare il caso del 2° distretto del Maine, dove il candidato repubblicano è arrivato primo, ma senza ottenere la maggioranza assoluta dei voti, e dunque la legge elettorale dello Stato – cambiata con un referendum che si è svolto nel 2016 – prevede che il vincitore venga determinato dal “voto alternativo”. Sulla scheda elettorale dei cittadini del Maine, infatti, era possibile indicare un ordine di preferenza tra i candidati: tutti i voti per candidati diversi dal primo (il repubblicano) e il secondo (il democratico) verranno redistribuiti ai primi due secondo la preferenza indicata dagli elettori. Con questo sistema differente di conteggio dei voti, la situazione potrebbe essere ribaltata, consegnando al candidato Democratico il seggio (Campoy 2018).

Venendo quindi al Senato (Fig. 2), il Partito Democratico è riuscito a vincere in due dei tre Stati in cui avevamo segnalato che avrebbero provato a strappare il seggio ai repubblicani (Cuccurullo e Paparo 2018). Si tratta del Nevada, dove l’incumbent GOP è stato sconfitto dalla democratica Jacky Rosen, e dell’Arizona, in cui l’incumbent repubblicano Jeff Flake aveva deciso di non ricandidarsi. Il Partito Repubblicano è però riuscito a vincere tre Stati in precedenza democratici (Indiana, Missouri e North Dakota): pertanto è sicuro che continuerà a detenere la maggioranza ancora fino al 2020.

Fig. 2 – Risultati elettorali nelle elezioni di midterm 2018 al Senato (clicca per ingrandire)senate_results_2018

Anzi, potrebbe aumentarla ulteriormente. Rimangono due seggi ancora da assegnare, e in entrambi il Partito Repubblicano è favorito: la Florida e il ballottaggio per l’elezione speciale del Mississippi. In Florida è stato stabilito il riconteggio dei voti: inizialmente il candidato democratico Bill Nelson aveva ammesso la sconfitta, per poi ritrattare quando il vantaggio del candidato repubblicano (l’ex governatore Scott) si è assottigliato a uno 0,15%. La legge dello Stato della Florida prevede che venga effettuato un primo riconteggio automatico se il vantaggio del primo arrivato è inferiore allo 0,5% e che si proceda con un riconteggio manuale nel caso in cui, dopo il primo, il vantaggio sia inferiore allo 0,25%. Sebbene raramente i riconteggi ribaltino il risultato (Bialik 2016), gli elettori Democratici sperano che i pochi voti fatti registrare nella famigerata contea di Broward[1], già sotto i riflettori per il riconteggio delle elezioni presidenziali del 2000, siano dovuti a un errore delle macchine.

In Mississipi, invece, è quasi sicura la vittoria repubblicana: la senatrice repubblicana uscente Cindy Hyde-Smith arriva infatti al ballottaggio dopo aver ottenuto il 41,5% dei voti contro il 40,6% dello sfidante democratico Mike Espy. La partita sembrerebbe quindi tutt’altro che chiusa. Tuttavia, tra i candidati del primo turno (che in presenza di un sistema maggioritario a doppio turno fungono quasi da primarie) era presente anche un altro candidato del Partito Repubblicano, Chris McDaniel, che ha chiuso con oltre il 16% dei voti. Voti che credibilmente andranno ad Hyde-Smith.

Per quanto riguarda il Senato, quindi, Trump può cantare vittoria, dal momento che, con ogni probabilità, la sua parte politica potrà contare nel 116° Congresso su due senatori in più rispetto al 115°. Un avanzamento in Senato per il partito del Presidente è cosa assai rara alle elezioni di midterm. Si tratta quindi di un successo notevole, che, seppur certamente favorito dalla particolare composizione dei seggi in Senato chiamati a rinnovarsi in questo 2018 (Cuccurullo e Paparo 2018), mitiga senza dubbio la pesante sconfitta fatta segnare alla Camera; e permette a Trump di consolidare la sua azione politica fondata su nomine conservatrici nel sistema giudiziario, confermate dal Senato (Cain 2018).

Da sottolineare, poi, il tentativo del Presidente di presentare il successo al Senato come un proprio risultato, mentre la sconfitta alla Camera veniva attribuita ai candidati repubblicani sconfitti, in particolare coloro i quali non hanno voluto il sostegno di Trump durante la campagna elettorale, ma anzi hanno marcato le proprie distanze dal Presidente, e sono stati sconfitti (questi ultimi citati per nome durante la conferenza stampa la mattina dopo il voto) – mentre invece gli incumbent repubblicani per cui Trump ha fatto campagna avrebbero quasi tutti riconquistato il proprio seggio.

Una nota conclusiva a parte merita una delle sfide più attese, quella svoltasi in Texas. Il candidato Democratico Beto O’Rourke non è riuscito a sconfiggere il Senatore uscente Ted Cruz, ma ha ottenuto un risultato comunque molto positivo e ben al di sopra della tradizione elettorale dei democratici (il 48,2%), che lo hanno lanciato come possibile candidato alle elezioni primarie del Partito Democratico per le Presidenziali del 2020, aprendo anche scenari inediti per la conquista della maggioranza nel collegio elettorale presidenziali per i futuri nominees democratici, che possono anche passare, da oggi in avanti, per una conquista dei grandi elettori texani.

Riferimenti bibliografici

Bialik, Mark (2016), ‘Recounts Rarely Reverse Election Results’. https://fivethirtyeight.com/features/recounts-rarely-reverse-election-results/

Brady, David W. e Scott Parker (2018), ‘Verso un terremoto elettorale nelle midterm elections?’. https://cise.luiss.it/cise/2018/10/30/verso-un-terremoto-elettorale-nelle-midterm-elections/

Cain, Bruce (2018), ‘Un Presidente “Me-First” all’epoca del “#MeToo”‘. https://cise.luiss.it/cise/2018/11/03/un-presidente-me-first-allepoca-del-metoo/

Campoy, Ana (2018), ‘An algorithm could decide a US congressional race in Maine’. https://qz.com/1461915/bruce-poliquin-sued-to-stop-ranked-choice-voting-in-maine/

Cuccurullo, Davide  (2018), ‘Elezioni di midterm alla Camera: il quadro della vigilia’. https://cise.luiss.it/cise/2018/11/02/elezioni-di-midterm-alla-camera-il-quadro-della-vigilia/

Cuccurullo, Davide e Aldo Paparo (2018), ‘Oggi le elezioni di midterm: quali scenari per il Senato?’. https://cise.luiss.it/cise/2018/11/06/oggi-le-midterm-quali-scenari-per-il-senato/

Paldam, Martin (1986), ‘The distribution of election results and the two explanations of the cost of ruling’, European Journal of Political Economy, 2(1), pp. 5–24.


[1] Gli elettori della Florida votavano, sulla stessa scheda elettorale, sia per il Senato che per il Governatore dello Stato: nella contea di Broward sono pervenuti 25mila voti in meno per la corsa per il seggio del Senato rispetto a quelli per le elezioni Governatoriali.